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CONCETTA STORY, di Aldo Formosa

settembre 5, 2013

Pubblichiamo il racconto “Concetta story” di Aldo Formosa invitando i lettori di Letteratitudine a scegliere uno dei quattro differenti finali indicati in coda al racconto. Il finale prescelto (a, b, c, d) potrà essere indicato scrivendo alla mail letteratitudinenews(at)gmail.com (sarà possibile effettuare la scelta fino al 15 settembre 2013)

CONCETTA STORY, di Aldo Formosa

(romanzo breve… con tira e molla)

Nino, per Concetta, era bello ed emozionante “come una aurora boreale”. Esagerava, la picciotta. Ma agli estrogeni, si sa, non si comanda. Per seguitanza, dunque, Concetta non ci dormiva la notte, aveva il sonno agitato da turbamenti allariullé. Avòglia a girarsi e rigirarsi tra le lenzuola: Nino era sempre in primo piano, certe volte come uno sceriffo che stinnìcchia a revolverate una comarca di cowboy delinquenti per le strade polverose di Dodge City, solo contro tutti, e certe volte nella abbagliante armatura del prode Orlando che con la fida fusbèrta fa minnìtta di quelle funce nere dei cani infedeli a Roncisvalle.
La madre di Concetta ogni mattina le preparava forza di uova sbattute e miele di sulla, che a vederla così le piangeva il cuore. Finché un giorno si decise e le disse: “Ciàtu di l’alma mia, ma che ti pare giusto pirìre di questa maniera per un picciotto? Ce ne sono tanti che passano e spassano sotto il balcone…”.
“Amà – la interruppe Concetta – quelli passano e spassano per il passìo la sera, avanti e indietro fino alla piazza, mentre ridono e scherzano per i fatti loro, e a me non ci pensano proprio”.
“Si, vabbè… – accondiscese la madre che ormai le si erano scoperte le carte – però fatti una ragione, rassegnati, cercatene un altro…”.
“Amà, al cuore non si comanda” rispose Concetta trangugiando la colazione dalla cìchera e leccandosi il cucchiaio. La madre che poteva pipitiàre ancora? Si azzittì e continuò a sfaccendare. Concetta quel giorno si rimise sul letto a leggere il fotoromanzo in cui il giovanotto, destino cinico e baro, scopre la signorina mentre in un angolo si fa frugare dall’antipatico. “Tutti così gli uomini – pensò petulante – la testa ce l’hanno sempre in una cosa sola… Tutti, tranne Nino. Lui, no”. E, per disperazione, si inventò: “Lui, no. Lui è un angelo del paradiso…”. E, nell’estasi, ci mise il carico: “Uno spirito eletto…!”, come aveva trovato scritto in un libro.
Insomma, per portarla alle corte: lei smaniava e lui con la testa tra le nuvole.
Certo, Concetta di suo non era una cappiddìna che si mette in vista coi maschi. E, dicendo le cose come stanno, non era nemmeno una siluètta.

La natura le aveva messo addosso qualche chilo in più, che la madre provvedeva a mantenere abboffàndola.
Le cose giuste: davanti aveva un bel giardino fiorito che sosteneva con una quarta, di dietro la prominenza era armoniosamente generosa. Solo che i fianchi, povera picciotta, un poco la tradivano.
D’estate si incaponiva col due pezzi. Quando scendeva in spiaggia, sapendo dell’effetto, passava ancheggiando davanti al ragioniere Scrimizzi sdraiato sotto l’ombrellone: “La callipìgia…” biascicava allupàto il poveruomo coprendosi il ventre con l’accappatoio.
Concetta si dirigeva verso il gruppetto dove stazionava Nino assieme a Peppuccio, Agnese, Franco, Loredana e qualche altro, ragazzi che conosceva dalle scuole. Cercava lo sguardo di Nino, che invece vagava lontano all’orizzonte. La picciotta si inseriva in qualche sprazzo di conversazione tanto per fare sentire la voce, aspettando che Nino si girasse a guardarla.
“Ma perché – si chiedeva Concetta – perché non mi guarda?”. Certo, lui è delicato… Non mi guarda perché è timido… Vuoi vedere che ha soggezione… Ecco, com’è! Visto mi ha visto tante di quelle volte… Ma senza alluzzàrmi mai. Sarà affascinato di me, ma non lo vuole dimostrare: ecco com’è!”.
Squagliandosi in bocca questa caramella, Concetta in qualche maniera si acquietava e tornava al fotoromanzo.

* * *


Acculacchiàto nella solita poltrona di casa davanti alla tv, intanto, Nino pareva alluppiàto: vedeva il film ma non guardava, stava così, col suo atteggiamento “gìngili-bàmbili”. Gli amici ormai lo sapevano, era diventata una cosa da non badarci. Gli volevano bene, questo sì, perche non dava fastidio: dove lo mettevano stava, se loro andavano lui andava, poi se ne tornava a casa senza che nìcche e nàcche.
Una volta Franco aveva azzardato: “È abbabbiùto…”. “Mannò – aveva sentenziato Loredana – per capire capisce, solo che è uno che non rompe le palle come voi… Ce ne fossero così tranquilli! Io quasi quasi me lo sposerei: ma te l’immagini un marito così, che te lo porti appresso senza pipitiàre, un perfetto cavalier servente…”. E rideva, la zivìttola.

* * *

Quando Nino aveva cinque anni la famiglia quell’estate se ne era andata in villeggiatura nella casina che avevano in campagna. Non parve vero a Nino di potersi scavallare coi figli del massaro Peppe dalla mattina alla sera. C’era la mietitura, e i bambini si divertivano a spigolare.
Un giorno, che il sole a picco batteva a martello, un urlo: Nino si rotolava nella restuccia, i contadini corsero, una vipera scappò dileguandosi nella forra. Portarono il bambino svenuto sul lettone del massaro, arrivò trafelato il medico che abitava accanto, spogliarono Nino: la vipera, la maledetta, l’aveva addentato al pene mentre il bambino accosciato faceva i bisogni. L’iniezione antivipera lo salvò. In ospedale la diagnosi fu che la parte era compromessa, l’operazione recise lasciando soltanto un mozzicone per pisciare.

* * *

Sopravvissuto, Nino crebbe adattandosi. E anno dopo anno andava mutando.
L’atarassìa faceva la sua strada, ramificando nello spirito di Nino. Nemmeno la scuola ne permeava il carattere, vegetava nei banchi, finché non ci andò più. La famiglia lo portava a destra e sinistra, i medici facevano presto a scuotere la testa, il tempo passava così. La madre ogni sera, si affidava al rosario, il padre andava rassegnandosi a quella mansuetudine, i fratelli con gli amici cambiavano discorso.

* * *

Un giorno Concetta decise. Andò in palestra, e dopo un paio di mesi finalmente potè accorciare l’elastico delle mutande. Si sentiva pronta, ora. Sapeva che stava infilando la mano nel sacchetto del “sottonovanta”, ma la “ola” degli estrogeni straripava.
Così si allicchittò, davanti allo specchio si mise in tiro: minigonna, decoltè, top come una seconda pelle, e si presentò alla festa di compleanno di Loredana. Franco, che aveva l’occhio lungo, fu il primo ad andarle incontro: “Mizzica, stai una bellezza!… Mi pari una turista del Continente…”. Concetta abbozzò un sorriso e con lo sguardo cercò Nino. Lo vide su un divanetto appartato, sottobraccio a Peppuccio che parlavano fitto sottovoce. La picciotta fu tentata di pararglisi davanti in tutto il suo splendore, ma si fermò a studiare la situazione. I due si sorridevano bisbigliando, finché Nino con dolcezza accarezzò la faccia di Peppuccio.
Concetta allampò. “Ecco, perché!… – si disse – Ecco perche: è purpo!!!”. Se ne voleva scappare a piangere lontano, ma Franco l’agguantò per una mano: “Vieni, balliamoci questo slow…”. E la trascinò dove si ballava. La strinse, il malacarne, mentre dondolavano. Concetta non c’era abituata, ma come niente gli si adagiò. Franco cominciava ad avere un filo di ciatatìna, e non gli pareva vero di tenerla avvinghiata. La picciotta pensò: “E io che a quello gli morivo appresso… Chi me lo doveva dire?… Ecco perché non mi alluzzàva… !”.
Franco sul momento le carezzava le spalle come aveva visto fare in un film. Poi la mano lentamente aveva fatto strada verso l’attaccatura delle natiche, davanti il picciotto si strusciava con dichiarata evidenza, e Concetta seppe che non poteva più traccheggiare: lo guardò negli occhi, per la prima volta nell’esistenza appurò il desiderio del maschio che nel frattempo si era fatto insistente contro il suo ventre. E gli sorrise invitante. Franco le bisbigliò all’orecchio: “Andiamo fuori, qui c’è caldo…”.
Concetta si fece condurre, e passando davanti a Nino lasciò andare una risata stridula che più falsa non si poteva. Fuori nel buio del giardino Franco se la tirava appresso dietro la grande siepe, e lei sapeva che il momento era arrivato. Non si fece pregare Concetta sdraiandosi sul tappeto di foglie. Franco le sollevò la gonna, e si rialzò abbassandosi i pantaloni. Il picciotto, spratico, esibì subito l’incontenibile tubero. Per Concetta, che non ne aveva visti mai, si scatenò la repellenza. Si alzò e corse verso la casa. Franco, angosciato, appresso mentre si riassettava: “Ma perché fai così… Fermati…”.
In mezzo agli altri Concetta si calmò. Franco si avvicinava e lei lo scansava: “Vattene via, non ti fare vedere più…!”.
La picciotta se ne tornò a casa. Il subbuglio stentava a stemperarsi, se chiudeva gli occhi rivedeva la sconcezza di quel coso, ma era più il dolore della rivelazione di Nino che la tormentava nell’anima.

* * *

Si rintanò in casa. I giorni passavano. Sua madre la guardava ma non spiccicava una parola. Passavano i giorni. Arrivò una telefonata di Loredana: “Ma che ti è successo che non ti fai vedere più? Cheffà, sei malata?”. “No… ” rispose Concetta. “E allora?” incalzò quella. “No, niente…” ripetè Concetta che la faccenda con Franco non la voleva fare sapere. “Vabbè – si arrese Loredana – quando ti passa fatti vedere…”. E chiuse.
Concetta lo sapeva che non poteva durare. Qualche cosa la doveva fare, doveva cambiare modo e maniera, non poteva durare la notte col ricordo di quella cosa davanti agli occhi, e il giorno stinnicchiàta sul letto. Era una càmola nel cervello: Nino così, ormai perso, e Franco cosa sporca. Che vita era ormai? Meglio finirla. In un convento … lontano dal mondo…

* * *

“Figlia mia – le disse la badessa – figlia mia, non sei la prima e non sarai l’ultima che viene a bussare a questo portone. Ne ho sentite tante di storie, gira e rigira cambiano le persone ma le storie sono tutte uguali nella sofferenza…”. “Ma io voglio farmi monaca davvero…”, insisteva Concetta. “L’ho detto alle altre e lo dico anche a te: farsi monaca ci deve essere la vocazione religiosa”. “Ma io – annaspò Concetta – la vocazione ce l’ho . . . ” .
“Te lo dico qui davanti a tua madre – riprese la badessa – che se anche lei è d’accordo ti tengo in convento per un periodo di prova, lontana dai rumori molesti del mondo. Starai con noi a pregare che lo Spirito Santo ti illumini…”. “Facciamo così – disse la madre di Concetta accomiatandosi – la lascio nelle sue mani, madre superiora…”. “In quelle del Signore, piuttosto” precisò la badessa.
Appena rimaste sole. Concetta disse: “Madre, mi voglio chiamare suor Concetta della Corona di spine…”. “Va bene, figlia mia. Poi, quando sarà il momento ne parliamo…”. Il sorriso della religiosa odorava di santità istituzionale, ma sapeva più di esperienza.

* * *

Concetta fu subito assegnata alla cucina dove cominciò a lavorare e pregare con suor Maddalena degli Angeli Custodi che non le pareva vero di avere un aiuto giovane: solerte e infaticabile era Concetta in quel primo giorno.
L’indomani mattina di buonora bussarono al portone. “Vai ad aprire, è quello della spesa” le disse suor Maddalena. Concetta andò ad aprire.
Destino cinico e baro, si trovò davanti a Franco con la cassetta della spesa. Si guardarono , muti. Appena riprese fiato “Tu?…” biascicò Franco.
“Io!” fece Concetta a muso duro.
“Ma… come mai…”.
“Vai a posare la spesa in cucina e vattene!”.
“Ma io…”.
“Ma tu, niente. E non venire più. Per la spesa da domani manda un altro!”.
Franco se ne andò, Concetta gli chiuse il portone dietro le spalle: “Non venire più!”. La picciotta, se non era in un luogo santo, di primo acchìtto ammazzare lo voleva. E capì anche che la ruota stava girando per un altro verso, ora che Franco aveva scoperto il suo rifugio che nessuno lo doveva sapere.
Perciò l’indomani corse lei ad aprire il portone. Franco, disgraziato, lui impalato con la cassetta della spesa.
“Ti avevo detto di non venire più!…”
“Ma io…”.
“Tu, niente! Piuttosto: a chi l’hai detto che mi hai visto qui…”.
“A nessuno”.
“E a nessuno lo devi dire. Fammi il giuramento davanti a questo santo portone!”.
“Te lo giuro, a nessuno!”.
“Vabbè, ora posa la roba e vattene”.
“Ma io ti devo parlare…”.
“Levatelo dalla testa. Io per te non esisto più. Vattene!”. E gli chiuse il portone in faccia.
La mattina appresso, che le parlava il cuore, Concetta si alzò un poco abbufficàta. Aveva dormito male, nel sonno ammalorato gli compariva Franco con quella facciuzza come un bambino, con quegli occhi che parlavano di lacrime. Nel cervello della picciotta era un passa e spassa di pensieri che più li scacciava più ritornavano.
All’alba che era, scese con le monache in chiesa per la funzione. Inginocchiata, le sue labbra biascicavano preghiere ma con la testa seguiva impervie trazzère. Quando intonarono il Te Deum, a Concetta non usciva un filo di voce. Suor Gerarda della Buona Novella se ne accorse e le fece gli occhiacci. A colazione trangugiò la zuppa di pane e latte, e non vedeva l’ora del tuppe-tuppe di Franco. Non se la sapeva spiegare questa agitazione, ma sapeva che invece non se la voleva spiegare: che cosa le doveva dire Franco di tanto insistente?
Arrivò l’ora, arrivò il tuppuliàre di Franco. Corse ad aprire, assieme alla spesa il picciotto le consegnò una busta. “Nascondila, poi te la leggi…”. E se ne andò. Concetta posò la roba in cucina e si rintanò nel cesso. Si sentiva come quando arriva la febbre. E lesse.
“Mia adorata Concetta, con la presente ti scrivo questa mia per dirti che sono rimasto sbalordito quando ti ho visto nel portone del convento che mi apristi il portone. Ti ho cercata per mari e per mondi, anche da tua madre che mi diceva è partita, e le dicevo quando torna e mi di¬ceva sempre non lo so. Ti scrivo questa mia per dirti che sono innamorato pazzo di te da quella sera nel giardino di Loredana, che sono alla disperazione per non vederti, e ora ti ho visto e te lo sto dicendo. Ho una vita che soffro senza di te, perciò ti dico che ti devo vedere assòlo. A mezzanotte ti aspetto dietro il gallinaio del convento. Non mi fare più soffrire queste pene, che mi pare di morire. Rispondimi che sono il tuo innamorato per sempre Franco”.
A questo punto una scògnita come Concetta che fa? Mai nella vita si era sentita presa dai turchi così. Aveva davanti una giornata di ore in discesa, e intanto il dafàre in cucina. Un piatto le scivolò dalle mani in mille pezzi sul pavimento. Suor Maddalena le gridò: “Strafallària, stacci attenta con quei piatti…”.
La mattinata passò, il pomeriggio le sembrava lungo come una carestia, arrivò la funzione del vespro, poi la cena. “Che fai, non hai fame?” le chiese suor Teresa dei Dieci Comandamenti. “Non è che hai la febbre? Mi sembri un poco sfasolàta…”.
Tutte che furono da sole nelle camerette per la notte, a Concetta l’impazienza le faceva trippiàre il cuore. E si domandava che cosa doveva fare. “Conto non gliene devo dare – si ripeteva – io qui devo restare oramai come ho deciso, una come me non si fa trascinare alla perdizione…”.
E si fece mezzanotte.
Concetta aveva deciso: “Glielo devo dire in faccia che la deve finire. Ecco quello che faccio: glielo dico una volta e per sempre…”.
Scalza se ne scese al buio. Fuori la luna, disgraziata, le mostrava tutti i passi che doveva fare. Arrivata che fu dietro il gallinaio, lo vide il malasciuttàto. E nel pensiero gli chiedeva: “Che cosa mi stai facendo fare?”.
Franco l’agguantò zitto, e cercava di farla distendere. “No” disse Concetta. E fece due passi indietro.
Lentamente si tolse la camicia da notte. Nuda che era sotto la luna, lo guardò negli occhi e sussurrò una frase che aveva studiato a scuola: “La sciagurata rispose…”.

E siamo al “Tira e molla”
Se è vero, com’è vero, che un libro deve anche indurre a qualche riflessione, altri finali sono lasciati al lettore, alle sue preferenze, alle sue considerazioni. L’Autore ha voluto lapidariamente chiudere con la frase manzoniana.
Tuttavia c’è da chiedersi: e dopo?
Così si ipotizzano altri finali lasciati, appunto, alla scelta e alla successiva valutazione soggettiva del lettore.
E cioè: dopo essersi concessa a Franco dietro il gallinaio del convento,
a) Concetta, sconvolta dal rimorso, alla insaputa di tutti si trasferisce in un altro convento dove diventa suora di clausura.
b) Concetta e Franco fuggono insieme, vivono un paio d’anni in una casetta, e poi si lasciano.
c) Concetta, all’insaputa di tutti, si trasferisce a Milano in un appartamentino vivendo del suo lavoro: “Prosperosa riceve per appuntamento, massima serietà. Tel. 9472115294412″.
d) Concetta, per la frustrazione, si laurea e apre uno studio di sessuologa. Franco si arruola volontario e resta ucciso in Afganistan. Nino e Peppuccio vivono insieme. Loredana apre un negozio di chincaglieria.

NOTA
Se ve ne punge vaghezza, ognuno può votare il finale preferito su Letteratitudine. Quello che avrà ricevuto la maggioranza dei voti, non vince niente. Ma chi l’ha scelto potrà vantarsi di avere contribuito alla completezza del libro. E vi pare niente, salvognuno?

-E infine:
I personaggi e gli accadimenti narrati in questo libro sono inventati di sana pianta e non hanno alcun riferimento reale con chicchessia. Che se poi qualcuno dovesse trovare, ancorché alla lontana, vaghi fantasmi di attinenze personali, fatti suoi.

© Letteratitudine

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