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OMAGGIO A PIETRO BARCELLONA

settembre 8, 2013

Con grande affetto, dedichiamo questo post al filosofo e saggista catanese PIETRO BARCELLONA, scomparso il 7 settembre 2013 all’età di 77 anni.

Biografia

Pietro Barcellona (Catania, 12 marzo 1936 – 7 settembre 2013) è stato un docente, politico, filosofo, giurista, saggista italiano.
È stato docente di diritto privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania. È stato membro del Consiglio superiore della magistratura.
Si laurea in Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile e insegna a Messina. Dal 1976 al 1979 è componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato con Pietro Ingrao.
Nel 1979 è stato eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro della commissione giustizia della Camera fino al 1983.
A causa della sua formazione teorica materialista, ha suscitato nel 2010 molto scalpore la sua conversione al cristianesimo raccontata sul quotidiano Avvenire.
Autore di più di ottanta pubblicazioni, docente emerito di filosofia del diritto all’università di Catania, si è spento all’età di 77 anni nel settembre 2013.
(da Wikipedia Italia)

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Dal blog Anti UAAR: la conversione di Pietro Barcellona (post del 14 ottobre 2010)

Segnaliamo il memorabile articolo di Pietro Barcellona. Docente di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura e già deputato PCI, ha raccontato la sua conversione su Avvenire. Da tempo si è avvicinato al cattolicesimo, senza però mai annunciarlo pubblicamente come questa volta.

Crollo e fallimento dell’ateismo comunista.
«Dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989, una depressione devastante si impadronì dei miei pensieri, costringendomi per quasi due anni ad una sorta di assenza vegetativa. Incontrai il mostro contro il quale avevo per tanti anni combattuto inutilmente: il nichilismo. Le alternative razionalizzanti non davano nessuna risposta, come non la davano i nuovi saperi emergenti, che attraverso lo studio della mente ripropongono l’evoluzionismo come unica spiegazione possibile delle metamorfosi della vita».

Ribellione dal materialismo.
Il filosofo si addentra così nella dimostrazione di come l’esistenza stessa si ribelli all’evoluzionismo materialista. «Ci sono molte cose convincenti nell’evoluzionismo, ma c’è un’obiezione dell’esistenza che si ribella alla doppia contingenza del nascere per caso e del vivere per funzionare come parti di un processo che, però, può fare anche a meno di te. Evoluzionismo, casualità e funzionalismo non consentono di attribuire alcun valore in sé a nessun evento della nostra esistenza quotidiana; tutto ciò che facciamo e siamo finisce per essere il mero risultato di una sequenza di fatti casuali e funzionali, senza alcuna dignità. Il venire al mondo di un essere umano non ha nessun significato nella sequenza dell’evoluzione».

Approdo a Dio.
Nichilismo, evoluzionismo e relativismo conducono tutti allo stesso risultato: la vita non vale niente, è un puro funzionale equivalente a qualsiasi altro fattore che si inserisca nella catena evolutiva ai fini della riproduzione della vita materiale. Così Barcellona è introdotto a Dio, al rapporto «fra l’umano e il divino, poiché solo la presenza del divino nell’umano potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle. L’ineludibile questione di Dio si è presentata, così, alla mia mente sotto l’aspetto apparentemente innocuo dei preti che ho incontrato e di uno in particolare che mi ha chiesto di cercare insieme, senza dare nulla per scontato» (vedi Ultimissima 15/6/10).

Religione è rifugio psicologico? Vero, tranne che per il cristianesimo.
Da sempre gli esseri umani hanno immaginato di essere salvati dal pericolo della morte da un dio che, dall’alto del proprio trono, ogni tanto volgesse lo sguardo a ciò che accadeva sulla terra. E questa non può che apparire come -sottolinea giustamente il filosofo-, «una pura proiezione psicologica». Solo il cristianesimo è la grande eccezione. Per questo -continua Barcellona- «sono stato affettivamente colpito dal Vangelo di Gesù Cristo. La nascita di Cristo è, infatti, una rottura epocale rispetto al tradizionale modo di vedere il rapporto fra Dio e mondo, fra divino e umano, una discontinuità assoluta rispetto a tutte le ipotesi di configurazione del Dio delle religioni. Il Verbo incarnato, l’essere Figlio dell’uomo e figlio di Dio, che assume i connotati di una persona fisica, in un tempo determinato, in un luogo preciso e assolutamente fuori anche dalla stessa attesa messianica delle scritture bibliche, è una rottura totale della continuità del tempo storico. La nascita di Cristo, come evento impensabile e impensato nelle sue caratteristiche concrete, ci immerge in una temporalità che non è il flusso ordinato degli avvenimenti, ma una dimensione di contestualità di presenza e pienezza che, non a caso, dà origine a un nuovo calcolo dei giorni e degli anni. Cristo è come il punto zero che a lungo i matematici hanno cercato di rintracciare e che non può essere ricondotto allo schema dell’inizio e della fine. Eppure, questa trascendenza incarnata appare profondamente mischiata alla carne e al sangue dell’uomo».

Altro che proiezione psicologia, altro che religione come rifugio psicologico. Il cristianesimo è un fatto storico e un fatto attuale, che sconquassa e divarica la storia tra un “prima” e un “dopo”. Barcellona conclude: «Quando mi capita di assistere alla proiezione dello straordinario film di Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”, ho la sensazione che quella figura biancovestita pronunci frasi e parole che vanno oltre la filosofia greca e la sapienza orientale, per arrivare fin dentro al cuore delle persone, e non ci si può stupire più che quell’uomo sia Dio e che Dio sia un uomo».

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Ma sarà dunque eterno/questo naufragio triste di silenzio…? (Pietro Barcellona)

 di Anna Vasta

Chi non ha mai poetato, chi non ha coltivato in tutta segretezza come un vizio inconfessabile il piacere di comporre versi, scagli la prima pietra contro coloro- non sono pochi tra romanzieri, narratori, filosofi, mètre à penser di stretta osservanza e pratica di prosa e di ragione- che almeno una volta nel loro “cursus honorum” di scrittori non hanno ceduto alla tentazione di fare poesia.
Quanti componimenti poetici nascosti per anni nei cassetti come amori adulterini; rivelati- quando non postumi- con imbarazzo e mortificazione, o esibiti con la sfrontatezza dei timidi come atti di trasgressione. L’amore per la poesia nei poeti per diletto- i poeti di professione non amano la poesia; ne portano il peso come una condanna- genera colpi di testa e sensi di colpa, fiammate e rinsavimenti. Ma pare che anche tra i suoi denigratori che arricciano il naso solo a nominarla, sia non poco frequentata e praticata: peccato di gioventù o pervertimento senile. Insomma “si fa, ma non si dice”. Perché tanto ostracismo nei confronti della poesia? Nelle scuole, negli atenei, nei simposi, spazi deputati del sapere e della conoscenza. Mentre su tutto il territorio nazionale, dalla Padania all’estremo Sud è un pullulare di festival, meeting, raduni di poesia. Potrebbe essere indice di un interesse dal basso per la poesia, di una poesia che va per le strade, cerca il suo pubblico tra la gente comune. Non è così. Sono “il Sanremo” della poesia tali vetrine di critici, addetti ai lavori e star affermate del parnaso nostrano. La poesia non si trova nemmeno in questi luoghi: essa vive in clandestinità tra i suoi fedeli d’amore.  Come intuizione del reale che travalica i confini del noto, oltrepassa gli steccati dell’ovvio in obliquità di sguardo, la poesia scompagina e rimescola verità e certezze, semina disordine e caos; perciò è avvertita come minaccia, come demone da esorcizzare, richiamo della foresta che attrae verso uno stato originario di perduta innocenza. Dunque “resistere, resistere, resistere” alla forza d’attrazione di un tale richiamo. Ma ci vuole più coraggio a cedere che a resistere; più comodo tapparsi le orecchie, e farsi legare al palo come il saggio, accomodante Ulisse. Non è stato altrettanto saggio Pietro Barcellona a non opporre resistenza alla poesia. Temerario poeta per diletto in “Declinazioni futuro/passato” (Prova d’Autore, 2010) offre ai suoi lettori ed estimatori degli essais  di poesia in un generoso dono di sé e del suo dentro più segreto e sfuggente. Leggere queste poesie è come sfogliare un album di fotografie e ripercorrere attraverso di esse le tappe essenziali di un percorso esistenziale, prima che poetico. Un itinerario di formazione che contenuto entro gli schemi di una tradizione letteraria consolidata si snoda lineare e senza sbavature. Per un uomo di pensiero e di studi severi, come Barcellona, aduso a scandagliare senza riguardi la realtà nelle sue più intime pieghe, a penetrare nei suoi lati più oscuri, a interpretarne le forme più indecifrabili, le ambiguità più inquietanti, queste pause liriche, depurate dei veleni, delle tossine del ragionamento, sono come delle boccate d’aria pura, ristoro e sollievo all’onere della riflessione, del ripiegamento interiore. Qui l’approccio al reale mediato dalla letteratura, dalle suggestioni del poetico, da un abbandono lirico e da una effusività libera, sciolta da impellenze che non siano quelle del proprio esternarsi, risulta più soft, meno lacerante e assertivo(Ma sarà dunque eterno/questo naufragio triste di silenzio…?)È come se il filosofo, dismessi gli abiti curiali, ritornasse alle sue consuete considerazioni sui grandi temi della speculazione morale e dell’introspezione poetica- la sacralità del nascere e del morire, il tempo e la natura, l’attualità e la memoria- con una disposizione d’animo pacificata, pur nell’immutabile dolente disincanto (Il fumo delle sigarette/è la scala dei sogni/verso il cielo). Per ritrovare nel canto e nel pianto (Io lo so/che tu ed io/abbiamo/lo stesso pianto/da tenerci/segreto/dentro il /cuore/di vetro) un motivo di consolazione, se non di speranza, una possibilità di comunicazione, di condivisione, pur nell’“incomunicabilità” di fondo della vita “al suo costume animale”, che solo la poesia sa dare.

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Un’intervista di Pietro Barcellona del 1998 rilasciata a Domenico Trischitta

di Domenico Trischitta

Pietro Barcellona, è stato uno dei più insigni  politologi del panorama nazionale, intellettuale radicale e pungente, in occasione del secondo convegno delle piccole città del 1998, a Paternò, si era posto il problema della solitudine dell’uomo moderno nella società occidentale. “Ci si incontra solo negli aeroporti e nelle stazioni…la povertà di tre quarti della popolazione mondiale spinge quest’ultimi a pressare sulle nostre coste alla ricerca del benessere”.
E parlò anche di decadimento della cultura siciliana, una volta espressione di vivacità, di ruolo significativo nel controllo della coscienza civile, oggi azzerata nel contesto generale di americanizzazione occidentale, dove tutte le metropoli si somigliano, gli aeroporti, le stazioni o i cimiteri, ma anche i centri urbani. Così Catania o Palermo si sovrappongono come diapositive a Berlino o a Dublino.
E’ sorprendente l’attualità del suo pensiero, la capacità di leggere con lucidità gli eventi futuri.

 

domanda: Professor Barcellona, la cultura siciliana non è più in grado di esprimere originalità di pensiero?
 
risposta: In una società civile devono accadere i fatti, la riflessione parte da sconvolgimenti, da mali radicati, – così come è accaduto con la mafia – oggi non avrebbe più senso la rincorsa alla premonizione di uno Sciascia o di un Pasolini. Tutto è già stato svelato, la ricerca illuministica del nostro scrittore, oggi, cozzerebbe con la realtà “tumorale” della metropolizzazione. Questo significa che in passato la mafia, la propensione al mistero legata alla natura dei siciliani, la provincializzazione del racconto, potevano esprimere pagine di alta letteratura. Invece si assiste allo sdoganamento politico e culturale nei confronti di Roma, non a caso uno scrittore come Andrea Camilleri è diventato un caso nazionale, appunto perchè non più legato ad una prosa civile, di lotta, ma, ormai, rappresenta un fenomeno “esotico” di letteratura di evasione pur rimanendo brillante.

 
domanda: E in politica?
 
risposta: Una classe politica siciliana, così come la si intendeva nel dopoguerra fino agli anni  settanta, non esiste più. Persino uno Scelba, espressione di una Democrazia cristiana autoritaria ed abile, rappresentava un legame connettivo con il territorio, con la storia, con i moti rivoluzionari del mondo contadino. Da trent’anni a questa parte assistiamo ad una dipendenza esasperata nei confronti del governo centrale, non solo, tutto si fa negli interessi degli schieramenti politici nazionali. Una volta il tessuto contadino, e poi urbano, doveva legittimare il politico siciliano.

 
domanda: Qual è il ruolo dell’intellettuale?
 
risposta: E’ ormai moda interpellare i “Pierini” editorialisti a dissertate sulle pagine dei quotidiani sulle questioni nazionali ed internazionali. Gli intellettuali farebbero meglio ad affilare le armi, anzichè rimanere asserviti alle logiche del potere. Gli uomini di cultura siciliani sono rimasti intrappolati in questa logica perversa e provinciale di nutrire odio e invidia.

 
domanda: Sgalambro sostiene che l’intellettuale non dovrebbe più occuparsi di politica.
 
risposta: Sgalambro è stato per anni un pensatore schivo e solitario, ma estremo e coraggioso nelle sue risposte. Oggi che potrebbe sembrare “frivolo” invece rischia di più perchè si espone. Ecco, l’intellettuale deve avere coraggio, deve credere nei suoi mezzi fino alle estreme conseguenze, come Giordano Bruno che finì sul rogo.

domanda: E nel mondo cosa accadrà?
risposta: Verrà un giorno in cui gli Arabi avranno consapevolezza di essere anche nazione, e a dispetto delle diversità dei singoli stati nelle relazioni internazionali, si ribelleranno allo strapotere economico e politico della Democrazia degli Stati Uniti.

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