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ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani

settembre 14, 2013

Accordi minoriIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo uno stralcio del volume ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani (Gallucci, 2013).
In collegamento con il dibattito “Letteratura e musica” su LetteratitudineBlog

Una raccolta di voci, monologhi, racconti su artisti che hanno amato la musica fino alle estreme conseguenze: un eccesso di talento che li ha resi fragili nella vita e forti nell’arte, con la malinconia come marchio distintivo delle loro intense e spesso brevi esistenze. Un percorso irregolare che va da Janis Joplin a Dalida, da Jeff Buckley a Piero Ciampi, da Nico a Umberto Bindi, da Chet Baker a Ian Curtis, tutti uniti dallo stesso amore fatale ed esclusivo per la musica, e da un successo a volte troppo difficile da sopportare. Quasi come canzoni sovrapposte, dall’incontro ideale con queste anime inquiete e geniali nascono le tracce di “Accordi minori”.

* * *

Uno stralcio del racconto su Kurt Cobain tratto da ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani (Gallucci, 2013)

Ho scritto una canzone e l’ho chiamata Downer.
Perché la depressione è una malattia, giusto doc?
Una bastardissima malattia. Oh, ma gli strizzacervelli amano gli artisti, eh?
Si appassionano alle loro sventure, ci vanno delicati.
«Signor Cobain, lei è una rockstar, lei scrive
canzoni, lei crea!». Non si può esagerare, con un
artista. Troppi antidepressivi ammazzano il talento,
e il talento è un dono di Dio. Un mulo fa il mulo,
un artista fa l’artista. A ognuno il suo destino. Non
è così che diceva? «Occorre trovare un equilibrio, mister Cobain.
Stabilizzare l’umore in modo appropriato. Sfregare
la lampada con un po’ di accortezza, altrimenti l’albero non dà più
i suoi frutti. Ha capito?». Ho capito.
Lei conosce Frances Farmer, dottore?
Era un’attrice. Una brava attrice. Sulla sua vita ci
hanno anche fatto un film con Jessica Lange. Frances
aveva una madre di merda. Già. Ed è passata da
un manicomio all’altro, da un elettroshock all’altro,
fino a essere lobotomizzata. Frances era di Seattle,
dottore. La mia Seattle. Una stella nascente, bellissima,
e di sinistra. E questo a Seattle non piaceva.
La tenevano ferma, le infilavano la camicia di
forza, più di novanta shock insulinici, e poi la violentavano
a turno, inservienti e militari, per ore e
ore, versandole alcol sui capelli, spegnendo cicche
sulla sua pelle, felici di raccontare in giro che si erano
fatti una star del cinema… Frances avrà la sua vendetta su
Seattle, cantavo. Lei tornerà come fuoco e brucerà
tutti i bugiardi…
Prima dell’eroina, dottore, prima dell’LSD, c’è
stato il lithium. Il litio è un metallo. Un metallo. Un
metallo come l’alluminio, il rame, il manganese. Il
metallo dei miracoli, gocce di metallo nei tuoi neurotrasmettitori.
Come può essere così ingenuo da
credere che potesse bastarmi?
My heart is broke. Il mio cuore è a pezzi…
Lo è da sempre, forse. Oppure si è rotto in un
momento preciso,
non mi ricordo. Forse i momenti
sono stati più di uno… Senza contare il vomito, la nausea. Al diavolo
i gastroprotettori, la droga era meglio. Della
droga mi fidavo. Mi sono suicidato due volte, sa?
Overdose e fucile. Giusto per essere sicuro. Perché
quando hai deciso, hai deciso. Non mi sono mai
piaciuti quelli che si infilano in bocca i barbiturici e
poi si aggrappano a un telefono: tirati per i capelli
dentro la vita, di nuovo. Io non volevo che ci fosse
un giorno dopo, doc. Non volevo che ci fosse un
solo minuto di più… Migliaia di ragazzi innamorati del mio suono grunge e del
mio nichilismo. L’idolo dei senza speranza. Un tipo
diretto, che parla come vive e come muore. Lunghe
tournée con la voce intossicata, un lacrimogeno
nella gola, non capivo come potesse piacere, ma
piaceva. Sporca, nuda come un verme o come gli
occhi di Frances Farmer, bianchi di antipsicotici.
In un attimo la tua faccia è dappertutto, doc, i
tuoi dischi si vendono a palate, e ti chiamano “prodotto”.
In un attimo capisci che quella non è più
arte, non è più niente, solo la tua indifferenza, e
piace un sacco. Non dipende più da te, non è più
roba tua, hanno chiamato i rinforzi delle lavanderie
e tra un po’ ti chiederanno di indossare abiti puliti,
perfetti per la copertina di Vogue o di Vanity Fair.
Con la tua materia fecale ci faranno dei gadget, continueranno
a spingerti la pancia, e tu sarai la loro
punta di diamante, grezzo naturalmente, il miglior
fetore dell’industria discografica degli anni ’90. È
anche per questo che ti inietti di tutto, e che ti fa
male, sempre male la pancia. Lei ce le ha mai avute
le manie di persecuzione? Io avevo preso a girarmi
a destra, a sinistra, da tutte le parti, ero sempre
girato. Nella mia testa c’erano inseguimenti, doc,
sparatorie, agguati mafiosi, groupies con le trecce a
forma di cappio. Al pubblico ho cercato di far arrivare un messaggio,
e i messaggi sono tutti porcheria.
I fan dicono di amarti e pensano di essere arrivati
alla verità. Quale cazzo di verità, doc?
La verità è che non ce la fai più e li vuoi tutti
distanti, distanti dal tuo crack di odio e amore mescolati
insieme, dalla tua inesorabile diarrea nella
toilette di un camerino, dal caldo e dal freddo che
ti assalgono come diligenze impazzite dopo che hai
sciolto il laccio emostatico, dalle luci verdi sulla tua
faccia verde, dalle aste dei microfoni che ti dondolano
davanti agli occhi, occhi spenti, transennati,
perché tu sei lontano, sei sopra, e loro sono sotto,
ma è più vero il contrario, ero io a essere sotto, doc,
o almeno è così che mi sentivo.
E’ la vita a essere sbagliata, doc. La morte no, se
ne frega. La morte è indifferente, e l’indifferenza
non giudica. La morte non guarda il pelo nell’uovo,
né il tuo conto in banca o il tuo valore sul mercato.
Non è una stronza buttafuori, sa? Non bada a come
sei vestito, se sei pulito o sporco. Se la vuoi è lì, ed
è lì anche se non la vuoi.
E ha una durata illimitata.
La miglior droga che si possa mai spacciare, doc.
La migliore.
Là fuori c’è una lunga fila di aspiranti, lo so.
Detesto la loro ambizione di farsi notare, la loro
febbre di poppanti viziati. Dovrebbero avere una
madre come quella di Frances Farmer e allora, forse,
una goccia di talento, almeno una, schizzerebbe
fuori come un ratto arrabbiato, contagioso, dal loro
sangue televisivo. Dovrebbero incendiare la loro
cameretta e scoparsi le donne più spaventose, doc.
Invece si drogano di merendine, piagnucolano appena
si fanno un graffietto e gongolano dentro un
cellulare. «Mamy, mi hanno preso a X Factor!». Li
vede? Se stanno male basta un’aspirina, se stanno
bene lo scrivono a caratteri cubitali sul loro wall
di facebook. Oh, be’, vogliono la loro occasione, la
loro cazzo di occasione. Io cosa volevo?
Già, io cosa volevo?
Niente di diverso.

© Letteratitudine

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