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NEL VENTO, di Emiliano Gucci

settembre 15, 2013

Nel ventoIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo il primo capitolo del romanzo “Nel vento” di Emiliano Gucci (Feltrinelli, 2013, pagg. 131, euro 12)

Ascolta l’intervista di Emiliano Gucci rilasciata a Fahrenheit di RadioRai3

Il libro
Quanto tempo impiega un centometrista per correre la sua gara perfetta? Circa dieci secondi. Oppure una vita intera, il tempo di questo romanzo, se sui blocchi di partenza, nella mente di un uomo tormentato dal passato, si spalanca la voragine dei ricordi. Il protagonista sa fin da bambino di essere consegnato alla corsa, e lo sa perché la velocità è il solo rimedio possibile per scappare dai mostri che gli hanno portato via il fratello, ammazzato a bastonate dal padre, una mattina, sulla neve fresca, e poi Caterina, il suo unico amore. Telecamere, sponsor, pubblico eccitato, anabolizzanti e combine, ci sono tutti gli ingredienti che fanno di questa finale la gara definitiva; soltanto il vento della vittoria può riaccendere la luce su un futuro diverso. La solitudine del centometrista come sottile e spietato ritratto di una condizione di vita: l’estraneità a se stessi, ai propri bisogni più intimi; la necessità della corsa come smemoratezza, come anestetico. Emiliano Gucci trasforma il passo dell’atleta in una ventosa metafora: si corre per esorcizzare il vuoto, per la paura di fermarsi a pensare. Si corre e basta, senza nemmeno chiedersi il perché.

* * *

Il primo capitolo del romanzo “Nel vento” di Emiliano Gucci (Feltrinelli, 2013, pagg. 131, euro 12)

Nel 1992 mio padre uccise mio fratello nella neve. Nel
2007 ho perso Caterina per sempre. Io per questi motivi corro.
Ci penso mentre picchietto la punta delle scarpe chiodate
sui blocchi di partenza e ascolto il rumore che fa, lieve ma
riconoscibile nel baccano dello stadio. Mio fratello si teneva
le mani premute sulla testa spaccata e ansimava a fiotti. Sbatacchiò
con i gomiti e la schiena sui muri, sul mobile della
sala, fece cadere due sedie e poi riuscì ad aprire la porta finestra,
uscire nella neve. Lo vidi sbarrare gli occhi e precipitare
all’indietro, poi non lo vidi più. Non sentii neanche un rumore.
Sarebbe bastato sporgermi per guardarlo ancora, alzarmi
e muovere quei due passi che avrei dovuto compiere
prima, intervenendo, perché non si arrivasse a tanto. Invece,
paralizzato sulla sedia qualcosa scattò nella mia testa – ed era
il mio correre. Ci penso adesso mentre picchietto la punta
delle scarpe sui blocchi di partenza e poi faccio un passo indietro
e per un po’ non la picchietto più. Per me la concentrazione
è una cosa così: frequenze da sottrarre al mondo
d’intorno. Tutto fuorché pensare a ciò che sto facendo e che
tra poco accadrà: la gara definitiva. Io seduto su quella sedia,
al tavolo da pranzo, sotto il naso compiti di matematica, quaderno,
matita, gomma per cancellare, appunta-lapis incassato
in scatolina di metallo viola, due audiocassette registrate,
il diario che in quei mesi si faceva più segreto. La voce di mio
padre ridicola per natura che uscì come un sibilo. Prese la
stampella e la sbatté sulla testa di mio fratello, più volte, fino
al suono della tragedia. Neanche quello mi sbloccò. Paralizzato
sulla sedia desiderai di alzarmi e gettarmi fra loro ma
non lo feci. Soltanto abbassai gli occhi a rileggere quei numeri
sul quaderno di matematica come adesso li abbasso sulla
pista di tartan. Suppongo: una parte di me spinse davvero
per risolvere quell’equazione, un’altra continuò a gridare
muoviti, fai qualcosa, un’altra si godette la paralisi dello spavento.
Là dentro c’era la mia nuova verità: corri, da oggi corri
più veloce che puoi e per sempre. Come per fuggire
quest’universo che non può essere il tuo. Come osservando
tutto troppo rapidamente per registrare, troppo affannosamente
per capire. Questo, dentro di me. Fuori non feci altro
che alzare di nuovo gli occhi alla porta che si era inghiottita
mio fratello e mio padre, uscito per finirlo nella neve. Tenevo
la matita intrecciata alle dita e con uno scatto di nervi la
spezzai. Ci ripenso mentre ancora picchietto la punta di una
scarpa dietro il blocco di partenza e poi smetto, porto le mani
ai fianchi, mi volto verso il fondo della pista dove i ragazzi
con le tute bianche sistemano i cestoni di plastica trasparente.
Uscii dal retro. Scesi giù per la collina. Mi presentai al
campo così, vestito come in casa, senza borsa né cambio. Ero
addirittura senza giubbotto e faceva tanto freddo. Si entrava
da un viale asfaltato dove un cancello chiuso per metà impediva
l’accesso alle auto. In fondo c’erano quattro scooter
parcheggiati e un chiosco bar, chiuso. Rampe di scale in cemento,
sia a destra che a sinistra, salivano in spalla alle tribune
mentre una scaletta più stretta calava centralmente nella
pancia dello stadio. La imboccai e scesi. Li contai: dodici
gradini. Un ingresso a vetri mi condusse in un lungo corridoio
piastrellato di giallo. Al mio fianco scorrevano le porte di
plastica e alluminio perlopiù insozzate dalle scritte, rotte dai
cazzotti, che si aprivano su spogliatoi, cessi, magazzini, uffici.
L’odore che mi entrò in testa me lo porterò al camposanto.
È semplice, perché è un odore solamente, ma è complesso
perché dentro ci stanno il sudore, gli ormoni, gli sciampo,
le pomate, gli spray, l’inchiostro del fax, l’integratore solubile
all’arancia, l’erba e la terra e il tartan e quel qualcosa che
lo rende diverso dal puzzo del calcio o della pallacanestro.
Da una porta uscì un tipo enorme, in tuta felpata, che venne
nella mia direzione e mi superò senza vedermi. Lo stesso fecero
due ragazzi che rientravano dal fondo del corridoio fiatando
tra sé, le facce pallide e grondanti che emergevano a
stento dai giubbini impermeabili. Uscii verso la rampa che
saliva sul campo con la sensazione di essere un fantasma.
Avevo indosso soltanto una felpa di cotone e non sentivo
freddo. La gente mi attraversava senza abbattermi. Metà
parte di me, mio fratello, era morta. Il cielo di colpo mi sembrò
molto più basso e viola di quando ero uscito da casa,
cioè settanta minuti prima, ma anche di quando ero entrato
lì, cioè trenta secondi avanti. Ancora pochi passi. E quando
lo vidi per me non fu un campo d’atletica leggera, fu qualcos’altro,
alieno, l’anello perfetto di pista rossa nella neve
bianca sotto il cielo cromato. C’erano individui sparsi a correre,
a lanciare il giavellotto, a saltare. Ognuno faceva per sé.
Soltanto cinque ragazze, in gruppo, giravano piano, forse
per il defaticamento, e tre uomini parlottavano complici
all’estremità opposta del rettilineo. Poi si avvicinò uno vestito
da custode. Mi chiese cosa cercassi e allora domandai di
Stefano. Lui fece cenno con il mento verso quei tre tipi, laggiù
in fondo alla dirittura, dove io continuavo a non scorgere
Stefano. Non disse altro. Aveva una pala in mano, tornò a
liberare uno scampolo di prato dalla neve. M’incamminai.
La pista era pulitissima e asciutta, non osai calpestarla, mi
tenevo al di sotto nell’erba impiastricciata di bianco. Solo in
quel momento realizzai di avere i piedi congelati. Per cercare
Stefano percorsi il rettilineo a ritroso, dal traguardo fino alla
partenza, a ridosso delle tribune deserte mentre quelle di oggi
sono traboccanti di gente trepidante. Non so quanto impiegai
per coprire quei cento metri al contrario, forse due
minuti. In un certo senso è come non fossi mai tornato indietro.
Mi avvicinavo impacciato e confuso mentre i tre atleti si
alternavano sui blocchi e provavano le partenze. Scattavano
velocissimi, procedevano per una quindicina di metri e poi
rallentavano e tornavano indietro a passo lento. Neanche loro
mi consideravano. Quando finalmente scorsi la sagoma di
Stefano accoccolato a bordo pista, infagottato nel piumino e
nella sciarpa con i guanti sul cronometro, sentii di botto il
freddo invadermi e schiantarmi il corpo. Una fiammata, ma
anche una gioia dentro, che mi fece dondolare. Mi accasciai
mettendo le mani nella neve, tentai di rialzarmi, poi mi lasciai
crollare definitivamente a terra. Credo di aver sorriso
beato mentre capivo che Stefano mi riconosceva e si alzava
per soccorrermi.

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