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LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco

settembre 16, 2013

La luce che illumina il mondoIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un brano tratto dal volume LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco (Indiana, 2013)

Il libro
L’architettura di una città rispecchia l’anima dei suoi abitanti, le stratificazioni sociali emergono dal grigiore di periferie dormitorio, volontariamente dimenticate ai limiti del comune interesse. La società guarda altrove, verso il lusso degenere delle isole felici dove il potere brinda al sicuro dei propri privilegi. Sumonno non fa eccezione. Neppure l’ennesima alluvione che colpisce i quartieri più poveri, seminando distruzione, riesce a smuovere i politici corrotti dalle loro mire individualiste. Sono due le fazioni che si dividono la città: da un lato il sindaco ad interim e imprenditore Costanzo Neri con i figli, il mondano e crudele Ramsete e il riservato e spirituale Osiride; dall’altro il re del crimine Florestano Leoni e la sua affascinante e pericolosa donna, Melissa. Ai padroni di Sumonno si oppone una serie di figure ciniche e scoraggiate ma ancora combattive: Maurilio, cliché del vecchio giornalista moralmente irreprensibile; Maria Sole, ex terrorista condannata a una vita in carcere; Toni, la silenziosa e tormentata guardia del corpo di Ramsete, raccordo inconsapevole dei destini di molti personaggi. C’è poi chi crede di dover riportare il bene attraverso una violenza simbolica. Gli adepti di un setta di ispirazione medievale, i Neo-catari, si danno fuoco per le strade in nome di un fanatico idealismo, ma anche loro rischiano di diventare pedine invischiate nelle trame di potere che permeano la città.

* * *

Il prologo di LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco (Indiana, 2013)

In principio c’è un uomo che cammina tra le macerie.
Il suo nome è destinato all’oscurità, l’abito è nero. Mette un passo davanti all’altro, senza fretta.
Dentro di sé ha memorizzato la sequenza precisa dei gesti, fatte sue le intenzioni, stanato ogni possibile imprevisto.
Il piano è chiaro, la preghiera è l’unica voce degna di accompagnarlo.
Intorno non c’è niente che possa richiamarlo indietro; vista da qui, la città di Sumonno è fango secco e fiume in ebollizione, è pioggia e strade senza nome.
Padre nostro che sei nei cieli.
L’uomo in nero parte da questo quartiere alluvionato che prende il nome di ZonaSviluppo; l’esondazione del Suluvio, la notte precedente, non l’ha impressionato né sorpreso. Da queste parti non è raro che la morte arrivi trasportata su onde di fango, da queste parti.
La testa leggera, il corpo svuotato dal digiuno rituale, cammina e non presta attenzione alle lamiere piegate dal peso della piena, inutile sfondo chiamato casa da persone abituate all’approssimazione.
«Non abbiate paura» ha detto il Perfetto nel buio della notte, e nessuno dei confratelli ha esitato, né ha pensato di poter rinviare il compimento del piano; l’esondazione, anzi, è parsa a tutti un segno ineluttabile del vero Dio.
Ora lo guardano passare, i confratelli, e gli rivolgono sguardi affettuosi che lui non intende ricambiare; lo guardano passare e, mentre innalzano la loro preghiera salmodiante come saluto e viatico, rimangono scenario immobile, chiazza nera che spicca tra le macerie fradice.
Non è l’unico, non lo sarà; il piano è grande, l’obiettivo preciso.
Sia santificato il tuo nome.
Il palcoscenico stabilito è un supermercato di confine, uno di quei magazzini inondati di luce fredda che riescono a essere ovunque identici e fuori posto; troppo banali per l’eleganza del centro, non abbastanza anonimi per eguagliare la periferia.
L’orario scelto non prevede una grande affluenza di pubblico, né lui la desidera; non è il protagonismo a dettare la scaletta, non deve esserlo.
I pochi spettatori ancora non sanno di essere stati scritturati. Sono anziani a caccia di offerte speciali, genitori dall’incedere stanco, impiegati in uscita dagli uffici, con i frigoriferi vuoti e poca voglia di cucinarsi qualcosa.
L’uomo in nero che cammina è una comparsa senza il nome sulla locandina che ha deciso di farsi attore principale. Almeno per un minuto.
Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà.
La luce che illumina il mondoPrima di entrare guarda le prospettive degli scaffali da fuori, cerca una geometria di spazi semplice, che perfezioni ogni gesto.
I confratelli gli hanno spiegato cosa deve fare; gli hanno spiegato tutto, con la tenerezza dei veri parenti di sangue, i più remoti, quelli più rimpianti.
L’uomo senza nome si riscuote; non serve pensare al passato, è finito il tempo trascorso a chiedersi il perché di ogni cosa. Ha un piano, adesso.
La radio in sottofondo trasmette una voce suadente che invita ad affrettarsi prima della chiusura, ed elenca i prodotti in offerta: latte e biscotti, spaghetti e sughi pronti, cioccolatini e surgelati. L’uomo in nero non mangia da una settimana eppure non ascolta, non rallenta; non può permettersi di rovinare un solo istante della sua purificazione.
«I fratelli che cominciano l’endura possono assumere un poco di acqua fresca per calmare la sete, nient’altro. Che nessun cibo e nessuna bevanda di questo mondo appesantiscano la pura volontà dello spirito.»
Le mani cominciano a farsi fredde, un tremito rischia di intrappolargli la mascella; adesso è così vicino a quello che deve fare che il corpo sembra volergli ricordare il prezzo.
Come in cielo così in terra.
Il reparto detersivi; bisogna muoversi rapidi, adesso. L’uomo senza nome ha già il timore che qualcuno lo stia guardando storto.
Quel cappotto nero, così consumato e fuori moda. Le labbra che si muovono da sole, cercando la giusta melodia della preghiera.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
«Non funzionerà» avevano detto alcuni dei confratelli; troppa miseria sovrapposta, troppe immagini semplici da dimenticare. Sumonno non è una città che si lasci impressionare in maniera duratura. «L’hanno già fatto in altri tempi e in altri luoghi, e hanno fallito» rincaravano poi, come se non stessero parlando di vita e di morte.
«Non lo facciamo per vincere, lo facciamo perché non abbiamo altro modo per salvarci. Il nostro dovere è indicare l’esempio, nient’altro» aveva detto il Perfetto, prima di imporre le mani a benedire i primi volontari.
«Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.»
L’uomo senza nome non sta pensando a tutto questo; le parole gli scorrono dentro come titoli di coda impossibili da seguire.
Afferra un flacone, svita il tappo, lo posa a terra.
E non ci indurre in tentazione.
Un altro flacone.
Il contenitore chiuso che ha nascosto sotto il cappotto nero. Versa con cura parti uguali di detersivo e liquido infiammabile. Il cuore più rumoroso della radio in sottofondo.
Lo sguardo curioso di un anziano. Un carrello che si ferma. I mormorii.
Bisogna fare presto.
Ma liberaci dal male.
Respira profondo, l’uomo senza nome, tanto da farsi venire una vertigine. Prende il flacone, si versa addosso il contenuto.
Liberaci da ogni male.
I mormorii diventano parole scandite, sempre più forti. Quasi più dei battiti del cuore.
«Senta? Scusi?»
Ecco l’agnello che toglie i peccati dal mondo, ecco la luce che illumina il mondo.
Agire in fretta, prima che qualcuno lo fermi; prima che l’odore della mistura gli faccia perdere i sensi in uno stupore ebete.
L’accendino, il rumore che fa.
La piccola scintilla, e poi la fiammata che divampa.
L’uomo senza nome non vede più niente.
Come in cielo, così in terra.

* * *

Paola Ronco (1976) è stata finalista al Premio Calvino 2006 con A mani alzate. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Corpi estranei (Perdisa Pop). Suoi racconti sono apparsi su riviste on line in varie antologie tra cui Tutti giù all’inferno (Giulio Perrone, 2006) e Love out (Transeuropa, 2012).

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