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TUTTI IN CLASSE, di Alex Corlazzoli

settembre 18, 2013

Tutti in classeIn esclusiva per Letteratitudine, e in collegamento con il forum permanente “Letteratitudine chiama scuola“, pubblichiamo le prime pagine del volume TUTTI IN CLASSE – Un maestro di scuola racconta, di Alex Corlazzoli (Einaudi, 2013)

«Con questo libro racconto, senza tanti giri di parole, la vita dei miei alunni. Sono decine di fotografie, di appunti raccolti in mensa, durante le lezioni di storia, italiano o educazione alla cittadinanza. Annotazioni di un maestro che ha scelto di stare dalla parte dei piccoli. E loro, i bambini, mi hanno concesso di svelare ciò che fanno su Facebook, come vivono l’amore, in che modo chattano e si messaggiano con il telefonino. Per la prima volta racconterò ciò che pensano delle loro mamme e dei loro papà, come vedono questa crisi economica e come sono pronti o meno ad affrontarla, che cosa desiderano ricevere davvero da Babbo Natale. Con una sola raccomandazione: non giudicare. Queste pagine non intendono commentare nulla, non registrano punti di vista, non vogliono dire se la loro generazione sia migliore o peggiore delle precedenti. Questo è “solo” un viaggio in un paese poco conosciuto».
Alex Corlazzoli

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Dal volume TUTTI IN CLASSE – Un maestro di scuola racconta, di Alex Corlazzoli (Einaudi, 2013)

Premessa

Se non avessi fatto il maestro, non avrei mai potuto scoprire i bambini. Non ricordavo piú che cosa succede in una classe, durante l’intervallo, all’entrata e all’uscita, sopra e sotto i banchi. Quando guardi i bambini da fuori, non riesci a capire che cosa frulla nella loro testa, che cosa pensano di noi grandi: non puoi immaginare come batte il loro cuore, come vivono gli
affetti, gli amori, le ansie. Spesso non si raccontano nemmeno ai genitori, che credono di conoscerli solo perché li hanno concepiti. Li immagini fuori dal nostro mondo: il giornale, la politica, la crisi, la lotta alla mafia, la Costituzione, l’ambiente sono cose da adulti.
Mi hanno smentito fin dal giorno in cui ho messo piede in classe. Me la ricordo ancora, quella mattina: ero arrivato dopo aver fatto un incidente nel parcheggio della scuola con il fuoristrada di un agricoltore dall’accento bresciano, che era sceso apostrofandomi con un: «E lei dovrebbe insegnare a dei bambini?» Ecco il mio biglietto da visita. Sono entrato in aula e mi sono ritrovato davanti i volti di Massimo, Luigi, Michael, Anna, Francesca e tutti gli altri.
Ero passato dalla scrivania di una redazione, dove raccontavo il piccolo mondo antico di provincia, a un nuovo pianeta.
Ho capito subito che quella parte dell’emisfero era poco conosciuta da chi non aveva una vita scandita da campanelle, cartelle, astucci, lavagne, immaginazione e fantasia.
Con i bambini abbiamo imparato a conoscerci a vicenda, perché, in fondo, ciò che serve nella vita è mettersi in gioco.
Ho tolto la maschera del giornalista: non avevo piú bisogno di indossare l’abito elegante, come quando dovevo andare in procura o dal sindaco. Non mi serviva fingere, fare captatio benevolentiae come accade a noi grandi per ottenere un’informazione da scrivere. Nessun sotterfugio, con i bambini. Ecco, dovevo mostrarmi per quello che ero, e farmi dare il benvenuto nel loro pianeta.
Sia chiaro: non tutti entrano in questo mondo. Non è facile ottenere il visto per un ingresso. Ci sono maestri che passano una vita con i bambini senza mettere piede nel loro microcosmo.
Ho provato da subito con la sana follia. Per loro, abituati a molte «maestre dalla penna rossa», come avrebbe detto De Amicis, sembravo un insegnante fuori luogo: giocavo in classe, facevo la voce alla Piero Angela per spiegare storia, mi ribellavo alle regole del tempo contingentato per l’intervallo, parlavo nel loro gergo senza «morsicarmi la lingua» per qualche epiteto, non compilavo alcun registro ma pensavo ai viaggi d’istruzione da fare. Per loro è stato naturale iniziare a parlare con me: era come se dialogassero con un compagno, ma senza dimenticare mai che ero un maestro. Un maestro particolare, che aveva voglia di imparare, di scoprire, di andare alla ricerca. Proprio come loro.
Si sono accorti subito che mi portavo dietro un bagaglio pieno di esperienze, di errori, di fotografie di donne e uomini che avevo amato e che mi avevano segnato la strada (da Moro a Falcone e Borsellino), un paio di scarpe polverose che avevano calpestato le strade di ogni continente, e un biglietto, trovato a terra, con su scritta una frase attribuita a John Lennon:
Se per la strada c’è un carro da cui cadono pezzi di sterco, puoi corrergli
dietro e spazzare via lo sterco, come fanno certi, e questo va bene.
Oppure puoi raggiungere chi guida e dirgli di fermarsi. E questo è ciò
che tentiamo di fare noi.

Prima si sono incuriositi per tutte quelle apparenti cianfrusaglie che avevo con me, oltre a un computer e a un giornale.
Poi, piano piano, hanno iniziato a vuotare anche i loro sacchi: mi hanno raccontato delle loro avventure, dei loro amori, dei genitori, di ciò che a loro non piace della scuola. Mi hanno confidato segreti, sono diventato un cittadino del loro pianeta, a tutti gli effetti. Ho imparato a immaginare, a sorridere, a prendermi un po’ meno sul serio. E a un certo punto mi sono stancato di stare in cattedra, come loro si annoiano a rimanere dietro un banco.
Da quel mondo non me ne sono piú andato. Diciamo pure che ho piantato la mia tenda tra i bambini, senza dimenticarmi di essere un giornalista prima ancora che un maestro. Infatti, mi trovo a osservare e raccontare. Le parole di Ryszard Kapuściński mi ricordano ogni giorno che la voglia di capire culture diverse deve essere la prima motivazione di un giornalista. Con questo spirito, ormai da qualche anno ho imparato a segnare la strada e a farmela indicare.

Qualcuno, laggiú, non si accorge che ci siamo.
Non si preoccupa di come i bambini imparano ad amare, a leggere, a usare la tecnologia. Non si chiede piú che scuola abbiamo, che posti di lavoro stiamo preparando per loro. Questo qualcuno ha persino scelto di non passare il testimone, di non raccontare quello che è successo nel Novecento.
Ci siamo ritrovati catapultati in un nuovo secolo senza pensarci: i bambini hanno imparato velocemente le regole di questa cyberstagione, di questo tempo 2.0, tanto che qualcuno non li capisce piú. Non li riconosce, e non si riconosce.
Con questo libro racconto, senza tanti giri di parole, la vita dei miei alunni. Sono decine di fotografie, di appunti raccolti in mensa, durante le lezioni di storia, italiano o educazione alla cittadinanza. Annotazioni di un maestro che ha scelto di stare dalla parte dei piccoli. E loro, i bambini, mi hanno concesso di svelare ciò che fanno su Facebook, come vivono l’amore, in che modo chattano e si messaggiano con il telefonino. Per la prima volta racconterò ciò che pensano delle loro mamme e dei loro papà, come vedono questa crisi economica e come sono pronti o meno ad affrontarla, che cosa desiderano ricevere davvero da Babbo Natale. Con una sola raccomandazione: non giudicare.
Queste pagine non intendono commentare nulla, non registrano punti di vista, non vogliono dire se la loro generazione sia migliore o peggiore delle precedenti.
Questo è «solo» un viaggio in un paese poco conosciuto.

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Alex Corlazzoli (Crema 1975) è maestro, giornalista e scrittore. Ha operato come volontario in carcere per dieci anni e ha fondato il giornale «Uomini Liberi». Nel 2008 ha creato l’associazione L’Aquilone, che si occupa di integrazione di migranti. Ha lavorato a «La Provincia» di Cremona e scritto per le riviste «Diario della Settimana» e «Avvenimenti». Oggi collabora con «Altreconomia», «Che futuro!» e «il Fatto Quotidiano», dove tiene anche un blog. Inoltre, cura la rubrica L’intervallo su Radio Popolare. Ha scritto i libri Ragazzi di Paolo (Ega, 2002), Riprendiamoci la scuola (Altreconomia, 2011), L’eredità (Altreconomia, 2012), La scuola che resiste (Chiarelettere, 2012) e Tutti in classe (Einaudi, 2013).

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