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SMV – NERONOVECENTO

settembre 20, 2013

https://i0.wp.com/www.corderoeditore.com/components/com_virtuemart/shop_image/product/Sognavamo_macchi_50e7028fb7a76.jpgIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo i seguenti stralci relativi alle antologie SOGNAVAMO MACCHINE VOLANTI e NERONOVECENTO pubblicate dall’editore Cordero.

SOGNAVAMO MACCHINE VOLANTI – Antologia curate da Claudio Asciuti

Dall’introduzione del curatore:

In questo senso è nata l’idea di una fantascienza Anni Sessanta. La weltanschauung alla base di tutta l’operazione considera l’impossibilità di scrivere fantascienza nel e sul mondo odierno, perché il mondo odierno ha definito diversamente la sua mappa epistemologica e ogni tentativo di decrittarne gli enigmi si rivela fallimentare; chi legge fantascienza sa che, di anno in anno, i temi sono sempre eguali, le trovate sempre meno coinvolgenti, i cicli spuntano come funghi e si allungano in una sorta di paradosso di Zenone fantascientifico, e il genere altro non fa che commentare sé stesso. Inoltre per la grande massa di lettori (e per il grande pubblico cinematografico),  fantascienza identifica con immediatezza tutto quel mondo precedente la New Wave  cui abbiamo parlato.

Sognavamo macchine volanti è il titolo (dovuto all’inventiva di Stefano Roffo, uno dei nostri autori) che abbiamo scelto fra i tanti proposti, dal momento che con immediatezza evoca uno dei “miti” degli anni Sessanta: il sogno (inteso non solo come attività onirica, ma come aspirazione, desiderio e attività creatrice inconscia) e la macchina volante, concetto inteso nella sua estensione massima: aereo sperimentale, lanciatore, satellite, astronave, razzo, modulo di allunaggio, navetta spaziale, disco volante,  ma anche più semplicemente una di quelle tante macchine volanti che la tecnologia di allora proponeva: dall’hovercraft all’X-20 Dyna-Soar, antesignano delle navette spaziali; ai treni a levitazione elettromagnetica, fino ai propulsori jet personali che molti ricorderanno in mano a James Bond, nel fortunato Agente 007: Thunderball-Operazione tuono (Thunderball, 1965) diretto da Terence Young.

Mezzi di trasporto che che la tecnologia ha evoluto, o al contrario dimenticato. E titolo che ci permette di rileggere gli anni Sessanta non solo, come è d’uso, in quanto matrice delle inquietudini posteriori con tutto il seguente corredo di utopie più o meno politiche, ma anche come laboratorio di idee nuove, che la fantascienza, egualmente, ha evoluto, dimenticato, o come nel nostro caso, conservato in una sorta di inesausto archivio a cui attingere, di volta in volta, per costruire qualcosa di nuovo.

Gli anni Sessanta insomma sono trascorsi da più di mezzo secolo, ma non cessano di perturbarci nel loro esser matrice del mondo odierno.

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Dal racconto “Compagno di viaggio” di Franco Ricciardiello

Roman Rayt rimase praticamente inattivo a Samarcanda per tutta la primavera del 1968, senza contatto neppure telefonico con lo Spec-Gruppa B. Aveva portato con sé il suoi 45 giri dei Beatles, che ascoltava senza sosta nella camera dell’immenso e desolato albergo statale a poca distanza in linea d’aria dal Gur-e-Amir, il mausoleo di Tamerlano. Stava fumando hashish arrivato da Mazar-i-Sharif, assaggio di una grossa partita di pakistano che doveva procurargli il suo socio in affari locale Sarvar Orazov, quando gli giunse l’ineluttabile telefonata da Mosca.

Era il 18 giugno: due giorni dopo Agata Gavrilovna lo aspettava a Saratov per un matrimonio che lui non era più certo di desiderare. Per non pensarci preferiva ascoltare i Beatles, Lady Madonna girava nel mangiadischi importato da Londra. Avvolto in una nuvola di fumo aromatico, trovava molto, molto divertente che gli extraterrestri avessero preso il nome dalle canzoni dei Fab Four. Meglio che Grečko non lo sospettasse nemmeno, ma quando durante una seduta con la Balena Tartara gli aveva chiesto che aspetto avessero gli alieni, Rayt aveva risposto “Trichechi al pepe”. Perec moržej: I am the walrus e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band, erano i dischi che più ascoltava al momento.

La dežurnaja, la grassa e ficcanaso inserviente al piano dell’albergo, bussò alla porta della sua camera, ma invece di portargli una tazza di tè caldo dal samovar dello sgabuzzino, annusò con disapprovazione l’aria satura di fumo pungente e gli allungò un biglietto di carta con poche parole scarabocchiate in russo: telefonata da Mosca per il compagno R.M.Rayt. Lui si abbottonò in fretta la camicia e scese nello squallido ufficio della direttrice dell’albergo, un’uzbeca con la mascella quadrata che gli mise a disposizione l’apparecchio telefonico e uscì senza fretta.

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https://i1.wp.com/www.corderoeditore.com/components/com_virtuemart/shop_image/product/Neronovecento_51a86bb4dc51e.jpgNERONOVECENTO – a cura di Daniele Cambiaso (Cordero editore, 2013)

Dall’introduzione a firma del curatore

Da Eric Hobsbawn a René Dumont passando per William Golding, Charles Maier, Leonardo Paggi, Ernest Nolte, sono stati molti gli studiosi che hanno cercato di appiccicare un’etichetta al Ventesimo secolo, che forse, a questo punto, potrebbe essere decisamente considerato come il secolo più controverso della Storia, per dirla con François Furet.

Difficile davvero individuare con precisione l’essenza di un periodo storico, le cui ombre si allungano fino a noi, recando in dote due guerre mondiali, una Guerra Fredda e un’infinità di conflitti minori; immani sconvolgimenti sociali, politici ed economici; profondi cambiamenti culturali, scientifici e tecnologici.

E forse non è casuale che proprio in questo secolo si sia registrato anche il grande sviluppo della letteratura di tensione, via via affrancatasi da tutta una serie di stereotipi negativi che la confinavano a una funzione di puro intrattenimento fino ad assumere, almeno agli occhi di alcune scuole di pensiero, il valore di nuovo romanzo sociale.

Definizione forse impegnativa, quest’ultima, ma è un fatto che negli ultimi decenni il noir, il giallo, la spy story hanno in qualche modo colmato il vuoto lasciato dalla crisi del giornalismo d’inchiesta e del romanzo storico, sgravandosi dei preconcetti della critica paludata che li condannava a un ruolo da comprimari. È stata proprio la letteratura di tensione a interrogarsi di più, e forse meglio, sui percorsi e le microstorie individuali che andavano a saldarsi con la Storia con la iniziale maiuscola, portando in emersione contraddizioni, pagine oscure, fermenti taciuti, aspetti inquietanti.

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Dal racconto “L’uomo con la valigia” di Giorgio Ballario

Si fece largo tra la folla che attendeva trepidante l’arrivo del ministro. Qualcuno diceva che la nave proveniente dall’Italia era già stata avvistata al largo di Massaua, altri invece sostenevano che aveva accumulato un’ora di ritardo e non avrebbe attraccato prima delle dieci di sera. “A quell’ora spero proprio di aver già lasciato l’Eritrea” disse fra sé e sé l’uomo con la valigia. Cento metri più avanti vide l’imbarco del piroscafo per Gibuti e Aden: c’erano già una decina di persone in coda e il personale della dogana stava controllando i documenti.

Si avvicinò, affrettando il passo: non vedeva l’ora di abbandonare il suolo della colonia e di potersi rilassare nella propria cabina. Controllò di avere il passaporto e il biglietto d’imbarco nel taschino della giacca e strinse ancora più forte la maniglia della valigia: lì dentro c’era tutto il suo destino. All’improvviso gli si parò davanti una figura familiare e l’uomo ebbe un sussulto. Lo riconobbe subito: era il maresciallo dei carabinieri che gli stava alle costole fin da Asmara.

Se ne stava lì, apparentemente tranquillo, ad osservare l’andirivieni della gente e la piccola coda che si era formata di fronte al punto d’imbarco. L’uomo con la valigia sentì il cuore salirgli fino in gola e le gambe che diventavano molli all’improvviso. Ruotò la testa e guardando poco più in là si avvide anche dell’ufficiale e del graduato eritreo. Non capiva come diavolo fosse potuto accadere, ma quei maledetti sapevano dove era diretto e l’avevano preceduto.

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