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DERIVE MEDITERRANEE. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo

settembre 22, 2013

Derive MediterraneeDERIVE MEDITERRANEE di Enzo Rega (L’Arca e L’Arco edizioni)

Derive mediterranee. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo.

di Simona Lo Iacono

Gli antichi cantastorie lo facevano sempre. Viaggiavano di paese in paese senza pregiudizi, con in tasca una bacchetta scomponibile per i propri cartelloni, l’aria affaticata, le punte delle scarpe polverose.
Non avevano che le storie per interpretare la realtà, i racconti tramandati sugli usci delle case, nelle notti d’estate o nelle albe protratte, quando sulla campagna imperversava la violenza delle stelle.
Il viaggio era per loro una condizione dell’anima, un percorso da cui stanare un significato arcano, un’emozione, una pausa nelle intemperie rovinose della vita. Ma soprattutto, il viaggio non poteva che essere interpretato dal racconto, dall’affabulazione miracolosa, da quella metamorfosi che è il tessere storie.
Così fa Enzo Rega nel suo saggio, “Derive mediterranee. Immagini letterarie da Napoli all’altra sponda” (l’arcael’arco edizioni).
Viaggiatore moderno, non può che leggere il suo mare e le terre che vi affiorano se non attraverso le storie degli altri, le testimonianze antiche e moderne dei romanzieri, dei saggisti, dei poeti. Come se l’anima dei popoli mediterranei, il suolo rastrellato dai piedi di mille generazioni, le acque solcate da ogni foggia di imbarcazione, e tempestate da misteri e miti, non fosse decodificabile di per sé, ma sempre e soltanto attraverso la parola incantatrice, il verso o il ricordo.

Enzo Rega interpella quindi gli scrittori come Goethe, i poeti come Atzeni, i romanzieri come Consolo, persino i filosofi come Platone, per rievocare le bellezze indomabili della Sicilia, le lande ruvide della Sardegna, i misteri di Napoli e dei napoletani, le assonanze profumate e poetiche di un mondo, quello del mediterraneo, i cui confini non dipendono dalle carte geografiche ma dalle piante, dai frutti, dagli olivi.
Come dice lo scrittore Predrag Matvejevic:” Il mediterraneo va fin dove cresce il fico, il mandorlo, il melograno, l’ulivo. Laddove il fico non dà più frutti non c’è più il mediterraneo, laddove il mandorlo diventa amaro, non c’è più il mediterraneo, laddove il melograno diventa acido non c’è più mediterraneo e laddove l’ulivo non sopporta più il freddo finisce il mediterraneo”.
Se non è terra politica ma poetica, allora, sembra avvertici Rega, non può che essere letta, e questa lettura forse, è anche l’unica strada in grado non solo di renderla intellegibile ma percorribile, proprio adesso che il nostro mare si affolla di altri viaggi, di mani tese e sguardi incrociati, preghiere di pace e invocazioni di libertà.
Forse, è alla letteratura che – ancora una volta – è affidato il destino di creare un ponte.

-Chiedo quindi ad Enzo Rega, cos’è il Mediterraneo?
Il Mediterraneo è il nuovo confine, reale e ideale del mondo. Quello che una volta era il Muro di Berlino, tra due concezioni ideologiche contrapposte, adesso lo è il Mediterraneo, tra due realtà economico-culturali. Tu fai appunto riferimento alle mani tese verso le nostre rive. Qui si gioca il futuro del mondo. Il Mediterraneo è un luogo reale e un luogo ideale. In fondo, il mio sottotitolo, che tu riporti, “Immagini letterarie”, indica anche questo: l’immagine che gli scrittori e i poeti restituiscono del Mare Nostrum; e insieme il modo con il quale lo reinterpretano, lo trasfigurano. La letteratura si tiene sempre tra questi due poli, il reale e l’immaginario, il qui e l’altrove. Quindi, mentre si parla del Mediterraneo che c’è, si evoca anche il Mediterraneo che si vorrebbe, e quale, in qualche misura, è stato. Quale Mediterraneo vorrebbero dunque questi scrittori? Un luogo d’incontro e di scambio pacifico. Lo chiedono gli scrittori europei, lo vogliono quelli arabi. Da qui quindi un’idealizzazione che esalta soprattutto il Mediterraneo come “patria comune” di tutti i popoli che vi si affacciano, e simbolo universale di convivenza. Questo ha rappresentato il Mediterraneo nel passato (come origine della civiltà); questo può essere nel futuro (come destino). Il Mediterraneo è stato unità nella diversità: tante genti, tante lingue e un comun denominatore. Un’indicazione che si contrappone alla globalizzazione che viene invece dall’altro mare, dall’Atlantico e dal gigante statunitense che impone ormai un unico modello che appiattisce le differenze (non è questione di anti-americanismo; e poi vediamo come la primavera araba stia diventando un triste inverno di violenza). Il Mediterraneo è la sfida all’Atlantico: la differenza pacifica contro l’uniformità aggressiva: almeno come possibilità ideale, ripeto. Il Mediterraneo è, come dicevo, il nuovo confine tra Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo. Ma come sottolinea Hegel, che cito nel libro, il mare non è un vero confine: confine sono le montagne. Il mare non divide, ma unisce. È un ponte, per dirla con la parola che hai usato anche tu: pontos è una delle parole con cui in greco si dice il mare.

-E all’interno del Mediterraneo, cos’è la Sicilia? Orgoglio e pregiudizio?
All’interno del Mediterraneo, la Sicilia è l’arcata principale di questo ponte, la congiunzione fisica e culturale tra le due sponde del Mediterraneo. Per questo, pur essendo io un napoletano nato a Genova, pur parlando di scrittori liguri (Francesco Biamonti) e napoletani (Ermanno Rea), mi soffermo poi di più sugli autori siciliani. Su Vincenzo Consolo e su tanti altri. La Sicilia è, in questo contesto, “orgoglio” e “pregiudizio”. Pregiudizio, perché è questo il modo con cui si guarda al Sud e alla Sicilia. Orgoglio perché, al tempo di Federico II, e ancora prima e soprattutto, di Ruggiero II, la Sicilia ha rappresentato, come la Spagna arabo-andalusa, la possibilità di una convivenza, di una fusione, anche stilistica (pensiamo all’architettura arabo-normanna), tra popolazioni europee, addirittura arrivate dal nord del continente, e popoli arabi. È stata in questo, l’isola, un laboratorio del futuro che auspichiamo. Un’Europa meticcia, un mondo meticcio, perché è sempre dal meticciamento, e non dalla chiusura, che sono nate le grandi civiltà. Pensiamo alla stessa civiltà greca: la penisola ellenica prima s’è alimentata di varie immigrazioni e poi ha fondato colonie, in Asia minore, in Sicilia, nell’Italia del Sud, dove la cultura greca ha raggiunto alcuni dei suoi livelli più alti. Pensiamo a Siracusa, che ha attirato più volte lo stesso Platone che l’ha eletta, pur non riuscendo a ottenere il risultato auspicato, a sede della sua città ideale: Siracusa, che uno degli scrittori di cui parlo, il tedesco Ingo Schulze, considera vero ombelico nel suo viaggio in Italia. Se per Hegel il Mediterraneo è l’ombelico del mondo, beh, allora la Sicilia è il centro di questo ombelico, geograficamente e culturalmente. È vero, spesso l’incontro tra le due sponde è avvenuto attraverso guerre, come anche lo storico Fernand Braudel ricorda. Ciò non significa che però non si sia percepito il sentore di una realtà geografico-culturale mediterranea. Il sindaco di Lampedusa, Giuseppina Maria Nicolini, da questo avamposto, ha auspicato la presenza di libri che rilancino il ruolo del Mediterraneo come luogo d’incontro e d’accoglienza: è la politica, la politica intelligente, che chiama la cultura, la letteratura. Non a caso si tratta di una donna sindaco…

-Che ruolo ha la narrazione nella comprensione del Mediterraneo? La scrittrice algerina Malika Mokkedem ricorda che la nonna le diceva come la marcia nel deserto fosse scandita dal racconto orale. Zohra, questo il nome dell’ava, le raccontava infatti che prima di mettersi in marcia preparava i racconti che le avrebbero fatto compagnia e avrebbero alleviato il peso della traversata. Caro Enzo, pensi che possa essere ancora così? Che prima di affrontare la traversata sia indispensabile preparare, tra i bagagli, anche qualche storia?
Mi fa piacere che citi la Mokkedem, una donna scrittrice; è uno dei miei autori arabi preferiti, insieme al tunisino poeta-pescatore (o pescatore-poeta) Monchef Ghachem, che sente forte il senso d’unità culturale e antropologica del Mediterraneo. Le cose per esistere devono essere dette. L’animale ha l’immediata esistenza che fa a meno del pensiero e delle parole (ma non d’un istintivo “sentire”, che, credo, superi, anche nell’animale, il mero percepire). L’uomo, da quando ha la parola, deve raccontarseli la vita e il mondo. La psicologia insiste oggi sul ruolo della narrazione per la costruzione della propria identità, per la soluzione dei propri problemi personali: sostituire a un racconto malato, che ci fa star male, un racconto sano. Il racconto ha così un effetto di ritorno sulla vita, e può indirizzarla verso altre direzioni. Questo vale anche per la vita dei popoli. Lo stesso mito cos’era se non un racconto? E questo infatti significa letteralmente la parola mythos. C’è bisogno di una nuova narrazione, di un nuovo racconto del Mediterraneo – e del mondo –; ed è agli intellettuali veri che spetta questo compito. E questo compito sentono gli scrittori dei quali parlo nel libro. È così che la poetica diventa politica: al di là dell’assunzione esplicita d’un ruolo impegnato, la scrittura è una presa di posizione di fronte al mondo, nel mondo. Certo, questo forse non basterà. Ma abbiamo bisogno di un racconto che non parli più solo di economia, ma di genti. Dobbiamo ripensare ai mercati non più come luoghi astratti di scambio di merci virtuali; dobbiamo ritornare ai mercati, ai suk, come concreto luogo d’incontro di genti che si scambiano merci, sorrisi, parole. Le diffidenze si superano con la reciproca conoscenza: la narrazione ci fornisce questa conoscenza. Leggere in Consolo delle stratificazioni di culture e di popoli che hanno fatto la Sicilia; in Atzeni dei mitici abitatori della Sardegna; i S’ard provenienti dal medio Oriente; nella libanese Hoda Barakat della “sensibilità comune” che, attraverso la cucina, le voci delle città, i profumi delle spezie, i proverbi, “congiunge le due rive”, significa attingere dalla letteratura un’immagine conciliata e del Mediterraneo e del rapporto Oriente-Occidente. Queste parole del marocchino Mohammed Berrada possono diventare un manifesto vivo e palpitante: “Ora il concetto di mediterraneità comincia a emergere, a partire da un bisogno, geopolitico anzitutto, che concerne la pace, che vuole investire l’appartenenza comune geografica e storica per costruire un modello di cultura del dialogo. È legittimo come progetto dell’avvenire, si basa sulla politica, sulla storia e vuole estendersi anche al campo creativo”. Ecco, questo dialogo, in piccola parte, ha voluto intercettare il mio libro, a partire dal quadro di copertina – questi riquadri, queste finestre affacciate sul mare, con un battello che va – del mio amico siriano Ahmad Alaa Eddin. Che a casa sua, insieme alla moglie italiana, napoletana, Elvira, mi offre sempre un ottimo caffè al cardamomo con una squisita ospitalità medio orientale.

– Grazie delle tue risposte.
Grazie a te per l’occasione e per la ‘consonanza’ con cui hai seguito queste ‘derive’…

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