Home > Interviste > ZOO A DUE – intervista a Marino Magliani e Giacomo Sartori

ZOO A DUE – intervista a Marino Magliani e Giacomo Sartori

settembre 24, 2013

ZOO A DUE (Perdisa Pop) – intervista a Marino Magliani e Giacomo Sartori

di Massimo Maugeri

Chi sono i due pappagalli ritratti in copertina dalla matita di Andrea Pazienza? È una delle cose che conto di chiedere a Marino Magliani e Giacomo Sartori, autori di questi sedici racconti popolati da animali e raccolti nel volume “Zoo a due” (edito da Perdisa Pop, con prefazione di Beppe Sebaste): racconti di cani, monologhi di orsi polari, bruchi, canarini e formiche. E, naturalmente, molto altro ancora. In estrema sintesi: buona letteratura (come conferma l’ingresso nella cinquina dei finalisti al Premio Letterario “Settembrini – Mestre”). Chi volesse gustarsi un assaggio, può farlo cliccando qui per leggere un paio di estratti dal libro.
Per il resto, vi invito a seguire questa chiacchierata con gli autori…

– Marino, Giacomo… come nasce “Zoo a due”? Diteci qualcosa sulla genesi del libro. Come è nata l’idea? Insomma, raccontate la vostra “versione dei fatti”…

(Marino Magliani) – Nel 2012 è uscito un mio libro per l’editore siciliano : Duepunti Edizioni. Si tratta di una collana, Zoo, curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Racconti animali di autori italiani contemporanei. Il mio animale era un topo, e il libro, piccolo e snello, un racconto appena lungo, giunse a Giacomo Sartori. Qualche tempo dopo mi capitò di leggere i suoi racconti animali. Galeotto fu dunque quel topo. Anche se devo dire che i miei cani abbaiavano già da tempo, randagi, da quando da ragazzo li vedevo abbandonati nel mio entroterra e mi chiedevo che fine avrebbero fatto dal giorno in cui sparivano anche dal luogo dell’abbandono. Tornavano dal padrone, lo cercavano, si facevano attrarre dal mare e salivano sul molo?

(Giacomo Sartori) – Da tempo aleggiava tra noi l’idea di fare qualcosa assieme, e poi Marino, molto più determinato di me in queste cose, è riuscito a trovare il modo per realizzare davvero un libro a due. Tra le altre cose è riuscito a convincermi che i miei racconti, scritti in realtà molto tempo fa, non erano impresentabili, come io credevo fermamente. Ma penso che in realtà il libro sia nato perché doveva nascere, per delle ragioni che mi sono sconosciute e che intuisco essere molto forti e per così dire necessarie. Nei rapporti forti tra le persone niente è mai casuale, e tanto più quando c’è di mezzo la scrittura, che pesca molto nel profondo. Io però di solito il vero senso delle cose lo colgo dopo. Quello che so adesso è che questo libro si configura per me, in un clima dove la letteratura agonizza, è schiacciata dalla non-letteratura, come un’operazione di “letteratura pura”. Di solito le incombenze legate alla pubblicazione vengono sempre a corrompere quelle che per me sono la purezza e la disciplina ascetica dell’atto dello scrivere. Qui non è successo, e è una magia della quale sono molto grato a Marino.

– Come vi siete ripartiti il “lavoro narrativo”?

(Marino Magliani) – E’ stato Antonio Paolacci, curatore della collana Corsari di Perdisa pop, a proporci un incastro molto sensato, secondo me, che mette una certa distanza tra il cane di Giacomo Sartori e i miei, e nello stesso tempo non separa più di tanto i miei due cani – i miei due racconti – che sono padre e figlio e che in qualche modo uno fa da contraltare all’altro.
Dire Ripartiti è tra l’altro giusto perché poi, all’uscita del libro, è stato bello (io mi trovavo in Italia in quei giorni) ripartirsi le presentazioni come si fa con un territorio, tranne la prima a Torino che ci ha visto assieme, con l’Editore e il curatore, Antonio Paolacci.

(Giacomo Sartori) – Un semplice montaggio dei miei testi con i suoi, proposto dall’editore, e sul quale ci siamo trovati subito d’accordo. Il tema comune degli animali è solo un pretesto: mi sembra che quello che hanno in comune i nostri scritti sia in realtà il rifiuto di un uso dozzinale della lingua, e delle visioni stereotipate che questa ha tendenza a portarsi dietro. E il rimando al mistero che c’è dietro alle parole. Quindi il vero punto in comune sono i non detti, i silenzi. Poi ci sono i nostri rispettivi mondi, che sono molto diversi.

– Qual è la cosa che ti (vi) è piaciuta di più dei racconti del co-autore, partner narrativo in “Zoo a due”?

(Marino Magliani) – E’ la seconda volta che mi capita di fare un libro a quattro mani. La prima, Racconti delle nostre terre, con Vincenzo Pardini, autore e persona alla quale sono molto affezionato.
Ora Sartori. Stimo anche lui da tempo, lo conobbi con Anatomia di una battaglia, e credo di non essermi mai perso un suo racconto su Nazione Indiana, blog di cui è redattore. Le narrazioni di Sartori mostrano i tic che nessuno vede, anche quelli dei suoi animali in qualche modo. Un giorno i criminali riusciranno a manipolare gli animali, li amputeranno o li comporranno diversamente, accelereranno il lavoro del loro cervello, li razionalizzeranno. Non saranno più solo istinto puro, ma si umanizzeranno o semplicemente si animalizzeranno di meno o di più. Che c’entra questo con Sartori… Non lo so, ma quando lo leggo mi sembra di leggere un autore che anticipa delle cose. E poi la tecnica. Sartori ha una sua voce, tutta sua, ora nervosa, ora gelida, ora imprevedibile.

(Giacomo Sartori) – I due racconti lunghi contenuti in questa raccolta appartengono secondo me al Magliani migliore. Con i suoi tipici ghiribizzi e ruzzoloni mentali e linguistici. Prima logici o prima stilistici? Mistero. Io comunque leggendoli mi arrendo, e a ogni frase mi chiedo come gli sia potuta passare per la testa una formulazione così semplice e così bella, così pregnante. E provo dolore, come capita con tutti i grandi contemporanei: perché quelle sue frasi magnifiche non le ho scritte io, e non le potrò mai scrivere.

– Una curiosità: che rapporto avete con gli animali? Avete animali domestici?

(Marino Magliani) – Sono figlio di contadini, uscivo sotto il portico e trovavo una riga di porte. Non ci viveva gente, erano stalle, tutte, il bue, la mula, l’asino, le capre, i conigli. Li guardavo dalle fessure delle porte. In casa, tolto un gatto, non avevamo animali domestici. Neanche ora. Forse mi manca quel cogliere quotidianamente e continuamente il segreto e il mistero dello sguardo animale. Vivo in uno strano posto, sul Mare del Nord, dove fortunatamente l’animale è rispettato e all’occorenza curato, ma purtroppo dove si pensa agli animali come categoria, come se ce ne fossero di serie a e di serie b. Si chiama l’ambulanza per un piccione ferito, cosa peraltro alta, umana, e poi al porto si passa indifferenti davanti a un cartone di aringhe abbracciate nel morso che si scongelano, abbandonate sulla panchina e circondate dai gabbiani. Morte inutilmente. E’ questa ingiustizia, questa cosa della vita, che da sempre mi ha esiliato e suggerito di starmene da parte, è questo essere animali o bestie.

(Giacomo Sartori) – Purtroppo non ho animali, perché la mia esistenza non me lo permette: mi sposto continuamente tra due luoghi diversi, non ho modo e i mezzi per portarmi appresso uno zoo anche piccolo. Del resto ho abbastanza difficoltà a nutrire e a portare fuori a prendere aria me stesso, dubito che potrei occuparmi anche di qualcun altro. Ma ho passato l’infanzia con gli animali, e li stimo e amo. Ogni tanto riesco a farmene prestare uno, o anche lo prendo senza dire nulla a nessuno, e sono felice. Amo per esempio di un amore violento e inquieto la gatta pazzerella dei miei vicini di uno dei due luoghi in questione. Ma sono momenti fugaci.

– Un’ultima domanda… o meglio, una richiesta di rassicurazioni. I pappagalli della copertina non siete voi due, vero? Oppure sì?

(Marino Magliani) – Credo di sì, Andrea Pazienza nei lontani anni ottanta pensava proprio a noi, io non avevo ancora scritto una pagina, non vivevo in Italia, non conoscevo Andrea e nemmeno Giacomo, ma non ho dubbi, i papagalli siamo noi.

(Giacomo Sartori) – Certo che siamo noi due: è un ritratto postumo che ci ha fatto Andrea Pazienza, riconoscendo nei nostri occhi – o forse nei nostri scritti – le scintille mute che molti non vedono. Marina Comandini, sua moglie, ce lo ha gentilmente messo a disposizione per la copertina. Io sono quello un po’ inclinato, Marino l’altro.

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: