BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone

settembre 27, 2013

Borgo PropizioIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano del romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013) e l’autoracconto del libro da parte dell’autrice

Belinda ha intenzione di ricominciare e Borgo Propizio, un paese in collina in un’Italia che può sembrare un po’ fuori dal tempo, le pare il luogo ideale per realizzare il suo sogno: aprire una latteria. Il borgo è decaduto e si dice addirittura che vi aleggi un fantasma… ma che importa! A eseguire i lavori nel negozio è Ruggero, un volenteroso operaio che potrebbe costruire grattacieli se glieli commissionassero (o fare il poeta se sapesse coniugare i verbi). Le sue giornate sono piene di affanni, tra attempati e tirannici genitori, smarrimenti di piastrelle e ritrovamenti di anelli… ma c’è anche una grande felicità: l’amore improvviso per Mariolina, che al borgo temeva di invecchiare zitella con la sorella Marietta, maga dell’uncinetto. Un amore che riaccende i pettegolezzi: dalla ciarliera Elvira alla strabica Gemma, non si parla d’altro, mentre in casa di Belinda la onnipresente zia Letizia ordisce piani, ascoltando le eterne canzoni del Gran Musicante. Intanto i lavori nella latteria continuano, generando sorprese nella vita di tutti…

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Dal romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013)

Purtroppo, dopo le vacche grasse arrivano sempre le vacche magre e con gli anni la richiesta di lavori all’uncinetto, pezzi unici fatti a mano, diminuì. I corredi non contemplavano più simili manufatti perché le giovani spose preferivano moderni capi colorati da mettere in lavatrice e, se possibile, da non stirare; come bomboniere per i battesimi, le comunioni e i matrimoni, si sceglievano oggetti spesso inutili nei negozi dei numerosi centri commerciali spuntati un po’ dovunque come funghi. Velenosi, però.
Era finita – o comunque era sempre più in declino – la generazione di chi amava la tradizione. Il progresso, mostro ingordo, si stava mangiando tutto. Dilagavano, inoltre, i notevolmente più economici prodotti della Cina, la cui popolazione, si temeva, avrebbe invaso tutto il mondo. Lo diceva anche la televisione, che Marietta seguiva fedelmente.
Ecco perché, quando Mariolina, confidando nella riservatezza della sorella, la informò del negozio, Marietta mostrò grande meraviglia.
«Mah!» esclamò, prima di rimuginare tra sé e sé, cercando di non perdere i punti di un cruciale nodo d’amore per una tenda che sarebbe stato impossibile non ammirare nella vetrina di Fili Fatati dal 1888 e che di certo le avrebbe portato nuovo lavoro.
Ah, se le cose fossero andate diversamente, se la mamma non si fosse ammalata, se ci fosse stata una spinta al turismo, se la congiuntura economica (forse non c’entrava nulla, ma l’aveva sentita in tivù e le sembrava ci stesse bene)… Se così, se cosà, avrebbe potuto farlo lei, quel passo. Forse ci sarebbe voluto solo un po’ di coraggio. E un piccolo capitale, restituibile alla banca.
Ah, no, la banca no! Nemmeno a parlarne! Quegli strozzini! Di recente un poveraccio era stato spinto al suicidio: gli avevano preso perfino la casa. Senza cuore, le banche, meglio non averci nulla a che fare! Però… vicino al Municipio, in pieno borgo. D’accordo, un borgo decaduto. Tra un po’ sarebbe diventato un paese di anziani, per non dire di vecchi. E di fantasmi.
L’appellativo Propizio, per una qualche derivazione latina, si riferiva al fatto che i principi che lo avevano governato con gran fasto nei secoli passati, copiando gli antichi usi romani, consultavano il volo degli uccelli prima d’intraprendere qualcosa d’importante, e il puntuale arrivo dei volatili da oriente era considerato propiziatorio. Ma, da che Marietta aveva memoria, sarebbe stato meglio chiamarlo Borgo Impropizio o Borgo Infausto, o come peggio si preferiva, tanto il paese era vittima della superstizione. Anche se in effetti niente aveva dimostrato che fosse vero. Qualche coincidenza, forse. Ma proprio se ci si voleva credere. Fantasmi…
Mah!
E invece le sue creazioni… le sue creature… tutti pezzi unici fatti a mano. Materiale pregiato.
Roba raffinata. Altro che latte e derivati.
Per carità!

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Loredana Limone “racconta” il proprio romanzo per Letteratitudine

di Loredana Limone

Chi scrive in genere ha sempre scritto. E così io. Composi la prima cosuccia che avesse un senso, diciamo letterario, a nove anni. Era una poesiola in prima persona dal titolo significativo: La penna. Da allora non ho mai smesso. Ma fu molti anni dopo, con la nascita di mio figlio, grazie alle fiabe scritte per lui le quali, insieme al cibo e ai baci, erano state un grande veicolo d’amore materno, che arrivò il primo libro con una piccola casa editrice.
Da lì sono si sono succedute diverse pubblicazioni, una decina, in una lunghissima gavetta dal crescendo soddisfacente ma qualche volta frustante, finché – ormai matura sotto tutti i punti di vista, dopo 40 anni da quella prima poesiola – ho fatto il salto nella grande editoria e sono stata pubblicata da Guanda.
Adesso a chi mi chiede cosa faccio, rispondo la “scrittrice da grande”.

BORGO PROPIZIO, oggi tra i Tascabili TEA, è un romanzo di intrattenimento, allegro, fresco e umoristico, ma le ragioni che mi spinsero a scriverlo furono qualcosa di ben differente, ben triste, ben pesante.
Sapete come accade con gli elettrodomestici che, rotto il primo, gli altri seguono a ruota? Così anche i dolori e le avversità in genere. Ebbi due lutti gravi e altrettanto gravi furono i problemi di lavoro familiari. Senza tediarvi con i particolari, posso dire che mi pareva di vivere in un incubo, avendo caricato (almeno così mi sembrava) tutto il peso del mondo sulle mie spalle e sul mio cuore percosso. Ogni mattina affrontavo il nuovo giorno dicendo «questa non è la mia vita» e desideravo scapparne via.
Non si scappa da se stessi, l’abbiamo imparato tutti a nostre spese. Però (non lo sapevo) possiamo trovare un rifugio dentro di noi. Io lo trovai: era BORGO PROPIZIO, che mi accolse tra le sue braccia, mi circondò di calore e colore, mi offrì una seconda opportunità. Rivelandosi, in buona sostanza, terapeutico.
Il che evidentemente fu una sensazione, un messaggio, una ricetta, una chiave che passai attraverso la narrazione perché terapeutico è stato definito anche da giornalisti, psicologi e – cosa per me più importante – da numerosi lettori.

Mi hanno domandato dov’è BORGO PROPIZIO. Di sicuro nell’anima: è un luogo dell’anima, un luogo dove si sta bene, dove le amicizie si rinsaldano, dove è possibile aprire un’attività commerciale, dove i matrimoni strappati si ricuciono, gli amanti continuano ad amarsi. È un luogo di favola, dove le cose anche brutte finiscono bene. Infatti questo romanzo è una fiaba per adulti. Di quelle da dedicare a chi non ci crede, a chi non sa più raccontarsele e a chi, invece, ha ancora voglia di ascoltarle. Una fiaba realistica, però: di una realtà che non manca mai di presentare il conto, ma tuttavia poi fa ammenda.

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Loredana Limone, napoletana di adozione milanese, ha composto la prima poesia a nove anni. Solo molto tempo dopo ha pubblicato una decina di libri tra fiabe e gastronomia, dopo i quali ha esordito nella narrativa con BORGO PROPIZIO (Guanda, 2012 – TEA, 2013), primo di una trilogia e menzione speciale al Premio Fellini 2012; tradotto in Spagna e prossimamente in Germania e Bulgaria, il sequel è in pubblicazione presso SALANI.

Ha ideato e conduce il laboratorio di scrittura creativa gastronomica SAPORI LETTERARI di cui ha curato, partecipandovi, l’antologia omonima, prefazione di Allan Bay.

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