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Archive for ottobre 2013

Minitour d’autunno per TRINACRIA PARK

trinacria-park-cover1Care amiche e cari amici di LetteratitudineNews,
nei prossimi giorni sarò un po’ in giro insieme al mio “Trinacria Park“. Condivido con voi le informazioni sui suddetti appuntamenti. Tornerò ad aggiornare il blog, con nuove notizie, al mio rientro.
(Massimo Maugeri)

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Venerdì 25 ottobre 2013, Massimo Maugeri con il romanzo “Trinacria Park” (edizioni e/o) sarà a Giugliano in Campania (NA), tra i tre finalisti del Premio Minerva (premio letterario per la letteratura di impegno civile). La cerimonia di consegna del premio si svolgerà a partire dalle h. 17 presso la Biblioteca Comunale, di Via Verdi n. 6, Giugliano in Campania (NA)

Domenica 27 ottobre 2013, alle 16.00, Massimo Maugeri presenterà a Torino “Trinacria Park” (edizioni e/o) nell’ambito del LABirinti festival, corso Venezia 11 – Torino. Interverranno Gabriella Serravalle e Giuseppe Giglio

Martedì 29 ottobre 2013, ore 18, Massimo Maugeri incontrerà i lettori del Premio dei Lettori di Lucca per discutere di “Trinacria Park” (edizioni e/o), tra i romanzi selezionati per l’edizione in corso del Premio. L’incontro si svolgerà presso l’Auditorium Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, via S. Micheletto 12.

– Il giorno successivo, mercoledì 30 ottobre, Maugeri incontrerà a Roma i lettori della sezione romana del Premio dei Lettori di Lucca.

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TRINACRIA PARK

Le recensioni – Il booktrailer – Il dibattito

Dalla rassegna stampa del romanzo

Repubblica.it
Un affresco e un racconto dal linguaggio ricercato eppure lieve e brioso, che accompagna chi legge lungo un enigmatico percorso che mostra la Sicilia più misteriosa. Non c’è racconto dal passo tradizionale in Trinacria Park che sembra un thriller, ma thriller non è; che è un romanzo, ma che ostenta le bugie di cui la finzione è infarcita con tale platealità da trasformarla quasi in un originale docuracconto sulla Sicilia di oggi. In una guida a sorpresa per cercare la sua vera identità, liberandosi dagli alibi mascherati da sogni e dai luoghi comuni. (Silvana Mazzocchi)

la Repubblica
È stato davvero bravo Maugeri a dar forma, attingendo a piene mani al ricco serbatoio del mito, a un apologo amaro e metamorfico sul tragico destino dell’Isola, con un risultato sorprendente e apparentemente paradossale: quello di un iperrealismo forse senza precedenti.  (Salvatore Ferlita)

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RIEFENSTAHL, di Lilian Auzas (intervista all’autore)

RIEFENSTAHL, di Lilian Auzas (Elliot, 2013) – Traduzione di Monica Capuani

INTERVISTA A LILIAN AUZAS

a cura di Claudio Morandini

(Traduzione dal francese di Jean-François Lattarico)

CM – Le Edizioni Elliot hanno da poco pubblicato, nella traduzione di Monica Capuani, Riefenstahl, il romanzo che il giovane autore di Lione Lilian Auzas ha dedicato alla regista e fotografa Leni Riefenstahl. Parlo di romanzo, non di biografia, perché così è stato presentato nel 2012 in Francia dalle Editions Léo Scheer, e perché così l’ho sentito al momento della lettura – un romanzo in cui l’invenzione narrativa, l’introspezione psicologica, l’evocazione di momenti e ambienti nascono da un apparato di conoscenze storiche che però non opprimono mai. Sentiamo che cosa ne pensa Lilian Auzas.
LA – Innanzitutto bisogna sapere che fra me e Leni Riefenstahl vi è una lunga storia. La sua personalità mi ha sempre incuriosito da quando, una notte d’estate, ho visto sulla rete franco-tedesca ARTE, il programma Leni Riefenstahl – La forza delle immagini di Ray Müller. Ho letto, leggo e continuerò a leggere tutto ciò che riguarda Leni Riefenstahl. Sono all’agguato ogni volta che esce un libro sull’argomento. È un vero chiodo fisso. Così mi ritrovo con dei libri italiani, anche se non parlo la vostra lingua, oppure con un catalogo di una mostra in giapponese… Leni Riefenstahl è stata poi l’argomento scelto per la mia tesi di laurea in Storia dell’arte. Ho racimolato moltissimo materiale su di lei, a furia di lavorare su archivi, fonti e vari libri di studiosi di storia.
La Riefenstahl è un personaggio estremamente complesso. Senza dubbio umano. Molto contraddittorio. Quando ho smesso le mie ricerche dopo aver iniziato una tesi di dottorato, avevo ideato il progetto di una monografia su di lei. Volevo sbarazzare la sua figura dal cliché dell’artista di propaganda di regime. Non che la cosa sia falsa, al contrario. Ma le opere sono ben più ricche. L’idea del romanzo è germogliata a poco a poco durante la stesura della monografia: Leni Riefenstahl è un personaggio romanzesco. Allora mi ci sono buttato.

CM – Quanto ti ci è voluto per ottenere questa “leggerezza” di tono, visto che il tema si prestava a un trattamento – come dire – “pesante”?
LA – La leggerezza del romanzo, come tu dici, sta nella stessa personalità della Riefenstahl. A ben leggerlo, il testo non è appesantito dallo sfondo storico. E così che ho voluto. Vi è presente solo quando riguarda Riefenstahl. Ho trattato la vita di Riefenstahl per episodi. È un omaggio al suo modo di costruire un documentario. Selezionare solo le cose più importanti e saper creare momenti insieme dolci e forti, pacati e intensi. Ed è quel che ho fatto. Tutto è importante e oscillo tra momenti privati e tratti che riguardano la sua vita pubblica. E ciò provoca una specie di catarsi. Ne scaturisce un ritratto sfumato, almeno così spero. Questo trattamento episodico sottolinea anche il suo lato fulmineo. Perché, se Leni Riefenstahl è vissuta fino a centouno anni, dal 1902 al 2003, nondimeno ha attraversato il XX secolo in fretta e furia. Detestava le pause. Al cinema come nella vita.

 
CM – Molte scene del romanzo sono concepite quasi come pagine di dialogo tra il brillante e il mélo, sembrano pronte per essere trasformate in sceneggiatura. È una scelta calcolata? Io l’ho letto come un omaggio (ironico, ma sentito) all’arte di Leni, al suo passato di attrice, a una fase ancora pionieristica del cinema.
LA – Questo mi fa piacere, perché la cosa è volontaria. Sono contento che tu mi faccia questa domanda. Ho tentato di applicare al mio romanzo il metodo riefenstahliano, cioè quello di vedere con la mente prima di filmare, o di scrivere. In Riefenstahl, ogni dialogo serve il romanzo. Lo anima, e quasi sempre viene piazzato durante i momenti più forti: il litigio con il padre, l’incontro con Arnold Fanck, ecc. I dialoghi non sono mai superflui. Non lo sono mai nei film della Riefenstahl. Quindi, il romanzo assume una forma ibrida, perché è perfettamente adattabile per diventare un film.

CM – Ti sei concesso delle libertà (storiche, biografiche) nel raccontare la vita di Leni Riefenstahl?
LA – Sì, certo. Ho letto in Francia e in Italia che si parlava del mio romanzo come se fosse una biografia. È sbagliato. È un ritratto. Quindi, soggettivo. Certo, posso appiccicarmi alla realtà, ma per creare questo ritratto mi sono preso qualche libertà. Tuttavia, tutti gli avvenimenti sono veri. Mi spiego: ogni fatto che descrivo è stato tratto dalle Memorie della Riefenstahl, da varie testimonianze o da scritti di storici. Quando certi studi si contraddicevano, ho fatto io la scelta, vuoi incrociando le fonti, vuoi fidandomi della mia intuizione. È stato difficile ridare un’apparenza umana al mostro che quella donna era diventata. In nessun modo ho cercato di riabilitarla, contrariamente, ancora una volta, a ciò che è stato detto. Ho voluto essere giusto nei suoi confronti. E non taccio certo sulle zone buie della sua carriera. Sull’episodio polacco o gli zingari del film Bassopiano (Tiefland) per esempio, non volevo giudicarla. Spetta al lettore farsi una propria opinione su questa donna.

CM – Poi ci sono i dialoghi… Leggi tutto…

“TRINACRIA PARK” al PREMIO DEI LETTORI DI LUCCA

TRINACRIA PARK” di Massimo Maugeri partecipa all’edizione 2013/2014 del PREMIO DEI LETTORI DI LUCCA

L’incontro con i lettori di Lucca avverrà martedì 29 ottobre 2013, ore 18, Auditorium Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, via S. Micheletto 12

Il giorno successivo, mercoledì 30 ottobre, Maugeri incontrerà a Roma i lettori della sezione romana del Premio

[Clicca qui, per leggere la nota di Massimo Maugeri dedicata alla 24^ edizione del Premio dei Lettori]

trinacria-park-cover1All’interno di una piccola isola siciliana è appena stato costruito il Trinacria Park, un enorme parco tematico destinato a diventare il più importante d’Europa. La sua notorietà deriva anche dal ritrovamento di un antichissimo carteggio contenente brani di un poema epico in greco antico che narra le vicende delle tre Gorgoni. Nel corso della settimana di inaugurazione – caratterizzata da festeggiamenti a cui partecipano centinaia di celebrità – si sviluppa una terribile forma epidemica che causa la morte di decine di persone, tra cui il Presidente della Regione Siciliana e diversi vip. Si scatena il panico. Per via del sospetto di un attentato terroristico di tipo batteriologico, l’isola viene messa in quarantena. In questo tragico scenario collettivo, si intrecciano le appassionanti vicende di tre donne, le cui vite sembrano assecondare la natura delle Gorgoni; un attore balbuziente che deve fare i conti con una tragedia personale e le frustrazioni di una carriera che non ha mai preso il volo; un giovane e inquietante aiuto-regista dalle agghiaccianti manie; un anziano attore di teatro chiamato a svolgere il ruolo di direttore artistico del parco nascondendo ben altri intenti. Perché nulla è come sembra a Trinacria Park.

Le recensioni – Il booktrailer – Il dibattito

Dalla rassegna stampa del romanzo

Repubblica.it
Un affresco e un racconto dal linguaggio ricercato eppure lieve e brioso, che accompagna chi legge lungo un enigmatico percorso che mostra la Sicilia più misteriosa. Non c’è racconto dal passo tradizionale in Trinacria Park che sembra un thriller, ma thriller non è; che è un romanzo, ma che ostenta le bugie di cui la finzione è infarcita con tale platealità da trasformarla quasi in un originale docuracconto sulla Sicilia di oggi. In una guida a sorpresa per cercare la sua vera identità, liberandosi dagli alibi mascherati da sogni e dai luoghi comuni. (Silvana Mazzocchi)

la Repubblica
È stato davvero bravo Maugeri a dar forma, attingendo a piene mani al ricco serbatoio del mito, a un apologo amaro e metamorfico sul tragico destino dell’Isola, con un risultato sorprendente e apparentemente paradossale: quello di un iperrealismo forse senza precedenti.  (Salvatore Ferlita)

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Ore con Poesia // Convegno sul romanzo di Enzo Marangolo – Le Ciminiere di Catania – 24, 25, 26 ottobre

Ore con Poesia // Convegno sul romanzo “Un posto tranquillo” di Enzo Marangolo – Le Ciminiere di Catania – 24, 25, 26 ottobre
LunarionuovoProva d’Autore-CIAS, con un ringraziamento per la Provincia Regionale di Catania che ha concesso l’uso gratuito della sala.

Presso il Centro Fieristico “Le Ciminiere” di Catania, sito in Viale Africa – Piazzale Asia, si svolgeranno dal 25 al 27 ottobre 2013, tre giorni di incontri culturali incentrati sui seguenti eventi:

Ore con Poesia (25 ottobre)
Baroni, Bombe e Balilla nella città dalle cento campane. Convegno di studi e testimonianze sul romanzo di Enzo Marangolo “Un posto tranquillo” (dal 25 al 27 ottobre)

Seguono dettagli sul programma
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ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

Il libro
1939: Marsiglia è una città italiana. Napoletani, siciliani, piemontesi fuggono dal fascismo e dalla fame. Sono scattate le leggi razziali. Da Napoli parte una nave, a bordo una compagnia teatrale. Capocomico Silvana Landi, trasformista internazionale. Con lei l’amico del cuore Gino Santoni, in arte Corderà: omosessuale che si esibisce vestito da donna. Marsiglia è anche la città del milieu. Gli italiani sono i caids di una balorderia mediterranea che gestisce ogni sorta di traffico: dal parmigiano alla cocaina, dalle armi alla prostituzione. Alfred Morello è uno di loro e il suo cuore verrà conquistato proprio da Silvana. Pioggia di stelle è lo spettacolo che la compagnia dovrà rappresentare all’Alcazar, il mitico teatro dove si sono esibite le più importanti celebrità. Tra regolamenti di conti e l’occupazione nazista, gli italiani di Marsiglia organizzano la Resistenza. Dopo settant’anni la Marsiglia raccontata da Jean-Claude Izzo lascia balenare nell’Alcazar un colpo di scena che per un attimo fa rivivere quel 1939, con i suoi conflitti e soprattutto con i suoi misteri.

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Le prime pagine di ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

La preda

Era così, non riusciva a nasconderlo.
Piccolo, magro, le movenze avevano un che di femminile. I capelli neri spettinati dal vento di prua, il piede destro poggiato su un rotolo di cime d’ormeggio. Guardava la luna su quel mare pericolosamente gonfio. I passeggeri in coperta si facevano coraggio ingurgitando vino dall’unico fiasco che passava di bocca in bocca.
Uomini, donne, bambini, ammassati come bestie nella promiscuità di un bivacco abbandonato a se stesso in mezzo al Mediterraneo.
Sputi di salsedine in faccia, una solitudine nuova. In cabina i ferri tre e mezzo e un gomitolo di lana color amaranto. Li aveva portati con sé come conforto. Anche se quando si scappa non c’è nulla che consoli.
E lui su quel mare si sentiva randagio. Un fuggiasco che lasciava dietro di sé un taglio.
Anno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli, era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione de gli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.
Non era il caso di Gino Santoni, fino a qualche giorno prima baciato dai fasti della celebrità. Lui, con i suoi modi aggraziati, viveva nella leggiadria dell’artista, aveva una buona posizione, e dalla politica si era sempre tenuto lontano. Farsi i fatti suoi: questa la regola di vita che si era dato.
Qualcuno gli aveva parlato di un certo questore Molina che a Catania aveva spedito al confino decine e decine di omosessuali, ma aveva pensato si trattasse della solita leggenda inventata per stupire.
Cordera, questo il suo nome d’arte, era un animale da palcoscenico.
Si esibiva in versione femminile da grande interprete della canzone e con la giusta dose di seduzione. Si era guadagnato il successo anche grazie alla voce da usignolo. Ma al di là del palcoscenico aveva sempre vissuto appartato, soddisfacendo il suo bisogno d’amore con molta discrezione.
La realtà di quel triennio di fuoco era entrata nella sua vita come un uragano la sera che, al cinema Augustus di Roma, un brigadiere in borghese gli aveva urlato: «Pederasta!». Leggi tutto…

PREMIO MINERVA 2013

Premio Minerva 2013PREMIO LETTERARIO MINERVA 2013

I finalisti dell’edizione del premio letterario Minerva scelti dalla giuria tecnica sono gli scrittori :

Nadia Fusini con “Hannah e le altre

Titti Marrone con “Il tessitore di vite

Massimo Maugeri con ”Trinacria Park

La giura tecnica del Premio che ha scelto i tre finalisti dopo una ricca selezione è composta dagli scrittori Antonella Cilento, Maurizio Braucci, Francesco Durante, Giuseppe Montesano e dalla responsabile dell’associazione Bianca Granata Guadalupi. La premiazione e la proclamazione del vincitore si terranno i giorni 24 e 25 ottobre presso la biblioteca comunale di Giugliano in Campania e vedrà la partecipazione, come giurati, degli alunni dei licei “Renato Cartesio” e “A.M. De Carlo”.

Hannah e le altre Il tessitore di vite  Trinacria Park
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I RAGAZZI BURGESS, di Elizabeth Strout (intervista all’autrice)

I RAGAZZI BURGESS, di Elizabeth Strout (intervista all’autrice vincitrice del Premio Pulitzer nel 2009)

di Francesco Musolino

Con la raccolta di racconti “Olive Kitteridge” vinse meritatamente il Premio Pulitzer – segno che negli USA diversamente che in Italia, le short stories sono davvero importanti – e dopo ben cinque anni di ricerca, la scrittrice Elizabeth Strout, ritorna in libreria con “I ragazzi Burgess”, edito da Fazi (pp. 448, Euro 18,50 trad. Silvia Castoldi). Qui la Strout sfoggia una prosa pungente e cristallina per raccontare le vicende dei tre ragazzi Burgess, ovvero il celebre avvocato, Jim, il malinconico  Bob e Susan, la sorella divorziata e madre di Zach che ha lanciato una testa di maiale in una moschea durante il Ramadan. Proprio le inspiegabili azioni di Zach spingeranno i tre fratelli a riunirsi e lentamente, ritrovandosi nel mondo rurale tanto caro alla Strout lontano dalla rarefazione degli affetti cittadina, emergeranno devastanti verità circa l’incidente che costò la vita del padre, segnando per sempre le loro esistenze. Ma la Strout non si limita a tratteggiare un grande affresco sulla solitudine che possiamo incontrare in ambito familiare; pagina dopo pagina, dona voce alla comunità somala che sta cercando di ricostruirsi una vita a Shirley Falls, nel Maine, fra l’indifferenza e il razzismo generale. Il risultato è un romanzo in cui il lavoro artigianale dell’autrice è visibile in ogni pagina, in ogni riga, in ogni singola parola. Non a caso Elizabeth Strout è considerata una delle voci della letteratura americana più sincere. La Gazzetta del Sud l’ha intervistata in occasione del suo nuovo tour italiano.

Questo libro è il frutto di diversi anni di ricerca e scrittura. Com’è nato l’intero progetto?

«La storia mi è arrivata lentamente, ma ho subito capito che avrebbe riguardato principalmente l’amore tra questi fratelli, una forma d’amore turbata e sconvolta dal passato comune. Ma mi è servito molto tempo perché ho dovuto intraprendere una vasta ricerca prima di cominciare a scrivere. Inoltre, dovevo capire come raccontare la storia. C’erano numerosi fattori che mi interessavano: come funziona la memoria, come affrontare il passato, come interagiamo con il trauma (e questo include come i somali, a loro volta, considerano i traumi) e il fatto che in  America c’è sempre la speranza che si possa reinventare la nostra vita, fuggendo dal passato».

Con “I Ragazzi Burgess” ritorna a Shirley Falls…

«Sì, ho fatto tappa alla città immaginaria di Shirley Falls, già apparsa sia nel primo che nel secondo romanzo. Mi piace l’idea di tornare allo stesso paesaggio, utilizzare lo stesso tessuto che ho intessuto per molti dei miei personaggi. In fondo è come una storia nella storia, al di là dei personaggi racconto anche questo luogo ha molto da raccontare sulla strada che stiamo percorrendo».

Ad esempio?
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LABirinti Festival – Torino: 25, 26, 27 ottobre 2013

LABirinti Festival – Torino: 25, 26, 27 ottobre 2013

LABirintiFestival3

LABirinti festival ospita un’originale programmazione di incontri, in un’inconsueta e innovativa commistione fra letteratura, multimedialità e cinema. Incontri con autori e critici, conferenze e documentari all’OPEN 011, in corso Venezia 11 a Torino.

Il pdf del programmaAutori e libriGli editori

25OTTOBRE
26OTTOBRE
27OTTOBRE

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DI CHI È LA COLPA. Sette possibili cause del dissesto italiano – di Umberto Vincenti

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo la prima parte del volume “DI CHI È LA COLPA. Sette possibili cause del dissesto italiano”, di Umberto Vincenti (Donzelli, 2013)

Il libro
Che l’Italia sia, tra i paesi occidentali, uno dei più in difficoltà è ormai un luogo comune, ma l’analisi delle cause di questa situazione appare difettosa o incompleta. In queste pagine l’analisi assume perciò premesse temporali e di merito diverse da quelle correnti. Si indagano i decenni della prima Repubblica, dalla ricostruzione postbellica alla fine degli anni settanta, e si pongono al centro gli assetti istituzionali e normativi, poiché è pur sempre il diritto a (dover) governare l’economia e non viceversa. È in queste strutture che si cercheranno le cause della crisi odierna. Si parte dunque dalle voci Costituzione e Diritti e si prosegue con l’esame delle altre possibili cause: Incompetenza, Disinformazione, Burocrazia, Impunità, Divisione. Ma alla base ve n’è una che le accomuna tutte, l’Ingiustizia, poiché l’Italia è, prima di ogni cosa, un paese profondamente ingiusto. Tuttavia, così come avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale, il paese può ancora farcela. Il miracolo economico, infatti, non fu solo opera della classe politica dell’epoca: esso si deve principalmente a una generazione straordinaria di italiani che ci ha regalato il benessere di cui abbiamo fin qui goduto. Lo spirito di sacrificio e l’intraprendenza di quegli uomini e quelle donne hanno annullato per oltre un ventennio le contraddizioni già esistenti del nostro sistema istituzionale,ma esse sono puntualmente riemerse non appena quella generazione ha cominciato, per ragioni anagrafiche, a passare la mano nel corso degli anni settanta, quando i segnali dell’inefficienza iniziarono a manifestarsi. Quei vecchi non mancarono di cogliere il mutamento e di esprimere il loro sconcerto, come dimostrano certi settori della pubblicistica dell’epoca. Una pubblicistica di cui si è persa quasi memoria, ma che oggi è necessario ripercorrere per capire che le cause del dissesto non sono poi così recenti, e che la ripresa economica e una stretta aderenza ai principî della Costituzione del 1948 non bastano per uscirne senza prima porsi una domanda essenziale: la legalità e l’etica oggi vigenti possono consentire il retto funzionamento delle istituzioni repubblicane?

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La prima parte del del volume “DI CHI È LA COLPA. Sette possibili cause del dissesto italiano”, di Umberto Vincenti (Donzelli, 2013)

L’Italia dei nostri padri

Questo libro ha come oggetto l’Italia contemporanea e, particolarmente, la sua crisi istituzionale: un dissesto che comincia ad essere riconosciuto anche da chi – un chi diffuso – sembrava volerlo negare, con un’opzione talora insincera e solo strumentale a una certa strategia politica o elettorale.
Più di qualcuno ha ricercato le cause di questa crisi; e anche a questo proposito l’analisi non è sempre stata condotta con onestà perché il discorso è stato spesso omissivo e l’omissione funzionale alla copertura di certe responsabilità. Ma v’è anche da domandarsi se queste cause non fossero conosciute o conoscibili da tempo o da molto tempo. E, dunque, v’è da chiedersi se eventi così gravi si siano repentinamente affacciati o se, invece, abbiano avuto una genesi alquanto lontana. E poi: chi è o chi sono i responsabili di una situazione che incide negativamente su tutti (o quasi) gli italiani? Ma ha senso individuare le persone responsabili che, magari, oggi sono defunte? Principalmente a queste domande si cercherà di dare una risposta nelle pagine che seguiranno.
Nel valutare la contemporaneità, specie se quella del proprio paese, è inevitabile che un analista faccia uso del vissuto personale: egli narra di fatti o vicende a cui ha assistito in presa diretta e questa compresenza sul campo, se gli potrà essere utile, certamente lo condizionerà.
Ho attraversato da bambino gli anni sessanta e da adolescente, e poi da neo-maggiorenne, gli anni settanta.
Con la Seicento di mio padre ho percorso l’Autostrada del Sole appena inaugurata, ho divorato la prima Nutella, ho visto il diffondersi del benessere negli alberghi di seconda categoria della riviera adriatica. Ma ricordo anche improvvisa la crisi dell’edilizia del 1963 e ho in memoria gli slogan studenteschi del Sessantotto. E poi i reprimenda di chi mi appariva vecchio negli anni successivi: un insieme di lamentele e, talora, di predizioni quasi catastrofiche che a molti, specie ai più giovani, sembravano incomprensibili, anche perché parevano provenire da quel passato delle cui visioni ci si voleva definitivamente liberare. Leggi tutto…

FESTIVAL DEL GIALLO – Cosenza, 18-19-20 ottobre 2013

FESTIVAL DEL GIALLO – Cosenza, 18-19-20 ottobre 2013

IL PROGRAMMA Leggi tutto…

TRINACRIA PARK a MESSINA – sabato, 19 ottobre 2013 – h. 18:30

trinacria-park-cover1Sabato, 19 ottobre 2013, alle ore 18,30

presso la libreria Mondadori di Messina (Via Garibaldi, 56),

Massimo Maugeri presenterà il suo nuovo romanzo, Trinacria Park (Edizioni E/O).

Dialogherà con l’autore il giornalista Francesco Musolino.

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Le recensioni – Il booktrailer – Il dibattito

All’interno di una piccola isola siciliana è appena stato costruito il Trinacria Park: un enorme parco tematico destinato a diventare il più importante d’Europa. La sua notorietà deriva anche dal ritrovamento di un antichissimo carteggio contenente brani di un poema epico in greco antico che narra le vicende delle tre Gorgoni. Nel corso della settimana di inaugurazione – caratterizzata da festeggiamenti a cui partecipano centinaia di celebrità – si sviluppa una terribile forma epidemica che causa la morte di decine di persone, tra cui il Presidente della Regione Siciliana e diversi vip. Si scatena il panico. Per via del sospetto di un attentato terroristico di tipo batteriologico, l’isola viene messa in quarantena. In questo tragico scenario collettivo, si intrecciano le appassionanti vicende di tre donne, le cui vite sembrano assecondare la natura delle Gorgoni; un attore balbuziente che deve fare i conti con una tragedia personale e le frustrazioni di una carriera che non ha mai preso il volo; un giovane e inquietante aiuto-regista dalle agghiaccianti manie; un anziano attore di teatro chiamato a svolgere il ruolo di direttore artistico del parco nascondendo ben altri intenti. Perché nulla è come sembra a Trinacria Park…

Dalla rassegna stampa…
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ELEANOR CATTON vince il Man Booker Prize 2013

ELEANOR CATTON ha vinto il Man Booker Prize 2013 con il romanzo The Luminaries, che sarà pubblicato in Italia in primavera nel 2014 da Fandango. Pubblichiamo, in anteprima, una scheda informativa sul libro.

Un’opera matura e magnifica. Un libro sorprendente nella complessità della struttura, incredibile per la storia che narra e per la magia di evocare un mondo di avarizia e di oro.

Robert Macfarlane, Presidente della Giuria del “Man Booker Prize” 2013

[Eleanor Catton ha già pubblicato, in Italia per Fandango, il romanzo “La prova”]

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THE LUMINARIES, di Eleanor Catton

“C’era questo mondo immenso di tempo che scorre e di spazi che si muovono, e un piccolo, immobile mondo di orrore, di vizi e di ambiguità; questi si accordarono insieme, una sfera dentro una sfera.”

1866. Walter Moody sta andando a far fortuna nelle miniere d’oro in Nuova Zelanda. La notte del suo arrivo si ritrova, quasi casualmente, nel bel mezzo di un consesso di 12 uomini del posto che si sono incontrati in gran segreto per discutere di una serie di crimini rimasti irrisolti.
Un ricco signore è sparito senza lasciar traccia, una puttana ha provato a togliersi la vita, un’enorme somma di denaro è stata ritrovata nella baracca di un ubriacone. Moody è immediatamente tirato dentro il mistero: un intrico di destini e di fortune che è tanto complesso e perfettamente ordito quanto un cielo di stelle la notte.
Dall’autrice de La prova, libro pluripremiato in tutto il mondo, la nuova impresa narrativa di Eleanor Catton è un romanzo epico, vittoriano, che ha nella sua complessità la sua grande forza, merito di quell’arte raffinata di collegare ogni cosa, anche se niente è come sembra.

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Eleanor Catton, nata in Canada, di nazionalità neozelandese e residente in Australia, è la più giovane scrittrice a vincere questo prestigioso premio a soli 28 anni. Il romanzo con le sue 832 pagine è anche l’opera più lunga a vincere nei quarantacinque anni di storia del premio. The Luminaries è il secondo libro di Eleanor Catton dopo La prova (The Rehersal, Fandango 2010), finalista al Guardian First Book Award e vincitore del Glenn Schaeffer Fellowship 2008 presso l’Iowa Writer’s Workshop.

Eleanor Catton sa condurci dentro un labirinto di esistenze che convergono tutte nello stesso punto in un modo che non potremmo mai aspettarci. Tale è il senso della storia che il passato diventa importante quanto il futuro. Il tempo si diluisce nella scrittura, e il mistero della creazione luccica tra le fenditure della trama. Non avrei mai voluto finirlo, questo romanzo. E in un certo senso, il romanzo non finisce. Le rivelazioni della Catton durano.” Leggi tutto…

IL PAESE CHE AMO – intervista a Simone Sarasso

IL PAESE CHE AMO – intervista a Simone Sarasso

di Massimo Maugeri

Simone Sarasso, classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV, e insegna scrittura creativa alla NABA di Milano. Ha pubblicato per Marsilio Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco), Settanta (2009), e per Rizzoli Invictus (2012) e Colosseum (2012). È autore, insieme a Daniele Rudoni, della graphic-novel United We Stand, futuro ideale della sua trilogia noir. In questi giorni è uscito “Il Paese che amo“, il suo nuovo romanzo: il terzo e conclusivo volume della Trilogia sporca dell’Italia (vi invito a leggere il contenuto “extra” Dracula e i bergamaschi).

Ho chiesto all’autore di raccontarci qualcosa di lui e di questo nuovo libro.

– Simone, parlaci un po’ di te. Da dove nasce il tuo amore per la scrittura? E chi sono i tuoi “punti di riferimento” letterari?
Ogni scrittore è prima di tutto un lettore e io non faccio eccezione. Ho cominciato a leggere – intendo leggere sul serio – tardi, intorno ai vent’anni. E non mi sono più fermato. I primi percorsi di lettura sono stati un po’ raffazzonati, poi sono inciampato nel libro che mi ha cambiato la vita, Il pendolo di Foucault di Eco. Da lì ho imparato a scegliere, ho sviluppato una sincera passione per la letteratura noir, e ho avuto la fortuna di formarmi, letterariamente, in un periodo di grandissimo fermento. Mi sono innamorato dei libri di Genna, Ellroy, Luther Blisset prima e poi Wu Ming, Lucarelli, Carlotto, De Cataldo, Don Winslow, Evangelisti. E alla fine ho provato a fare quello che facevano loro. La mia storia, credo, non è molto diversa da quella di tanti altri scrittori.

– Come ho accennato prima, è appena uscito “Il Paese che amo”, il nuovo romanzo della tua trilogia. In che modo questo libro è collegato ai due precedenti?
La trilogia è un unicum, che indaga la storia degenere del Bel Paese dal 1954 al 1994. Ma i tre romanzi possono essere letti in maniera indipendente. Il filo nero che li collega è Andrea Sterling, agente dei Servizi Segreti, mastino dello Stato. La Trilogia è la narrazione dell’Italia deteriore, della deriva, della Strategia della Tensione e del suo fallimento. La Trilogia è la storia delle vittime.

– Dal prologo leggiamo: “Andrea Sterling stava per compiere sessantun’anni, e la sua vita non era esattamente quella di un pensionato”. Come ci dicevi, Andrea Sterling è – appunto – il personaggio che compare nei tre romanzi. Che tipo di uomo è?
Andrea Sterling è un cane rabbioso, uno psicopatico cresciuto in manicomio e devoto alla violenza. È un assassino di Stato, un massacratore di rossi. Quando il Muro di Berlino crolla, quando nel 1989 il comunismo va in pezzi, quando il suo nemico di sempre si smaterializza, la sua rabbia non scompare: si acuisce e deflagra.

– “Il Paese che amo” è popolato da tanti altri personaggi, tra cui – per esempio – Salvo Riccadonna, detto Dracula, e Domenico Incatenato. Ci parleresti un po’ di loro? Leggi tutto…

WRITERS FESTIVAL – Gli scrittori (si) raccontano – Milano, 19 – 20 ottobre 2013

WRITERS_1_WEB_CopertinaWRITERS FESTIVAL – Gli scrittori (si) raccontano – Frigoriferi Milanesi, 19 – 20 ottobre 2013

scrittori, lettori, libri, cibo, buona musica e ottimo vino si incontrano a writers#1

LA FILOSOFIA | I LUOGHI | Gli Ospiti | Gli Eventi |Il Programma 
Ai Frigoriferi Milanesi, accanto al Palazzo del Ghiaccio, il 19 e 20 ottobre 2013 torna Writers #1. Gli scrittori (si) raccontano: un circo letterario e narrativo, nel senso più serio e divertente del termine, un’occasione per ritrovarsi assieme a scrittori, poeti, attori e musicisti in due giorni di incontri e racconti, nella suggestiva cornice di luoghi che coniugano tradizione e avanguardia, arte e cultura, inventandosi modi diversi di avvicinare pubblico e lettori,  sparigliando il linguaggio con agganci all’arte, alla musica, al teatro, alla memoria di odori e sapori.

Due pomeriggi, una trentina di incontri, 60 protagonisti, 1200 metri quadri di allestimento nei quali si potrà discutere di libri, ascoltare storie, parole e note girovagando tra il Cubo, la grande sala dove un tempo stavano i motori per fabbricare il ghiaccio, riempita di sedie, poltroncine, divanetti e tavolini, e il Carroponte, nel quale ancora fa da sfondo l’imponente gancio che movimentava immensi blocchi di ghiaccio. La Galleria ospiterà la più grande libreria temporanea della città e un bistrot per nutrire insieme all’anima il corpo, degustando vini e prodotti tipici di qualità. Nella Cucina dei Frigoriferi, per le due serate Sapori d’autore si potrà cenare con Helena Janeczek che racconta di Piatti migranti (sabato 19 alle ore 20) e Andrea Vitali che con Le tre minestre ci riporta ai sapori della sua infanzia (domenica 20 alle ore 20).
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A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo (Felici editore)

Il libro
E’ la storia di un viaggio allegorico che si posa sulla memoria, sulla forza di volontà, sulla fatalità dei percorsi ma anche sulle possibilità di guidare il proprio destino. Un romanzo laico ed agevole che porta alla riscoperta del senso del sacro narrato attraverso l’uso di un mito moderno ed ancestrale, quello del volo e della propensione alla luce.
“L’Uccello non ha che ali, ali enormi per andare su, e l’uomo non ha che la volontà alata per seguire la sua verità, fino là, in quel lontano che non conosce. E insieme proseguono, indissolubilmente legati da una forza invisibile. La fermezza tornò ad essere dura, il corpo piccolo sospeso nel cielo, in mezzo alle ali in movimento. Un corpo come d’un morto, immobile come l’amarezza di chi non s’aspetta più niente.”

[La recensione di Anna Marchitelli su Repubblica]

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Dal romanzo A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo (Felici editore)

«Lui nasce, vive, muore e rinasce; e dimentica d’aver vissuto già. Per fortuna… Era tutto troppo doloroso per poterlo ricordare ancora. Per fortuna a livello razionale si cancella. Ma dentro dentro, proprio in fondo dove la mente non può arrivare, il passato riposa. Una reminiscenza senza coscienza che si tace ma c’è: come un assassino nascosto nel buio, come un bambino che salta alla corda ed intona una canzoncina, si guarda e non si riconosce e prosegue. Meno male. Lui non deve sapere quali e quanti drammi ha vissuto, quali e quanti strazi; impazzirebbe se appartenessero ancora alla sua vita. Non potrebbe andare avanti. Nel loro esilio egli trova la pace. Una pace che col suo silenzio, che ha coperto ogni tumulto, gli dice: “non sei tu, non sei tu colui che ha sofferto tanto”. Ed egli vive ancora, con il vantaggio di chi può ricominciare tutto da capo; anche se poi non è che un’impressione quella di ripartire da zero. Non si riparte mai da zero, nessuno parte mai da zero. Sono passati anni, tanti, io non so quanti, non lo posso sapere. E nemmeno lui che a volte ha paura d’impazzire cercando di fermare un ricordo che lo sfiora, ma che non riesce ad afferrare. Tutti i suoi ricordi lo sfiorano, evanescenti, impalpabili come mani fantasma che abbiamo tanto amato e che non potremo stringere mai più. A volte si trova a ripercorrere strade già passate e a rincontrare immagini già conosciute. Allora viene preso da una strana malinconia, come un compianto per lui che è morto, come un rimpianto per le cose che intorno gli son morte. E ha l’impressione bizzarra di incontrarsi ancora e di non riconoscersi… E riconosce tanti posti senza riconoscerli… Allora prova un affanno, una specie di pietà per lui che è solo, che è stato lasciato solo da tutti, senza amore, senza neanche se stesso… Altre volte, invece, si sente improvvisamente felice, perché, senza saperlo, rivive un tratto della felicità che era stata sua; non lo sa che era stata sua e non sa spiegarsi perché, in quei momenti, è felice…»

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La voce dell’autrice Leggi tutto…

BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico

BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico
Classiques Garnier, 2013

[un saggio ancora inedito in Italia]

di Claudio Morandini

Da noi il Barocco soffre ancora, in certi ambienti restii ad accogliere prospettive critiche più recenti, come la scuola, di una sottovalutazione vischiosa, effetto del giudizio limitativo di lontana derivazione crociana (un Croce fortemente curioso del Barocco, ma anche giudice troppo accigliato) e, probabilmente, anche della perfidia di Manzoni (che nel cap. XXXVII de “I promessi sposi” liquida tutta l’esperienza marinista nella citazione di un verso dell’Achillini). Per questo fa piacere (un piacere che è anche “maraviglia”, alla Marino) scoprire quanto sia stato vivace e fervido il Seicento, e quanto sia acuta oggi l’attenzione critica. Esuberante, ricco e complesso è infatti il dibattito culturale e letterario raccontato fin nei minimi dettagli da Jean-François Lattarico nel suo “Busenello. Un théâtre de la rhétorique” (Classiques Garnier, 2013).
Giovan Francesco Busenello (1598-1659) è noto soprattutto per il libretto de “L’incoronazione di Poppea”, l’opera del vecchio Claudio Monteverdi; ma è stato autore fecondo e facondo, a cui Lattarico ha già dedicato attenzioni filologiche nella pubblicazione de “Il viaggio d’Enea all’Inferno” (Palomar, Bari, 2010, ahimè introvabile). L’Accademia veneziana degli Incogniti, di cui Busenello faceva parte, e a cui Lattarico, che insegna Letteratura Italiana all’Université de Lyon, ha già dedicato un saggio altrettanto ampio (“Venise incognita. Essai sur l’académie libertine du XVIIe siècle”Champion, 2012), si profila, nel trattato incentrato su uno dei suoi protagonisti, come un fertile terreno di elaborazione teorica e estetica, un vero e proprio movimento di avanguardia che tenta nuove forme, mette in discussione obblighi e canoni, contamina generi e nello stesso tempo ne definisce di nuovi, cerca liberamente nel passato i suoi classici, le sue fonti. Nel primo Seicento, insomma, le Accademie che fioriscono un po’ ovunque non sono sinonimo di conservazione, ma piuttosto di messa in discussione di modelli ritenuti superati o inadeguati, di sperimentazione di nuove vie di espressione, di definizione di una nuova retorica applicata alla scrittura d’arte. Sono luoghi di condivisione di temi e poetiche, di cui Lattarico, instancabile, rintraccia i passaggi da un autore all’altro, da un’opera all’altra. E l’Accademia degli Incogniti, come ogni movimento d’avanguardia, produce idee e opere, le une in dialogo con le altre, talvolta, si direbbe, le prime più interessanti e durevoli delle seconde; ma Lattarico, che non è solo uno studioso fine e rigoroso, ma anche un grande appassionato del Barocco, sa mettere in luce anche nelle opere più neglette le punte di eccellenza, le pagine più belle, meno occasionali, più originali e financo rischiose. Leggi tutto…

DAVIDE RONDONI A “LA POESIA SI FA IN QUATTRO” – Misterbianco (Ct), 16 ottobre 2013

 invito la poesia si fa in quattroMercoledì 16 ottobre alle 19 allo Stabilimento di Monaco di Misterbianco uno dei più apprezzati poeti italiani legge “Si tira avanti solo con lo schianto” (Whitefly press) per il secondo appuntamento della mini rassegna all’interno di ISOLAPOESIA 2013 a cura di Giuseppe Condorelli e Paolo Lisi.

Sui versi di Rondoni le note del trombone di Felice Puglisi. Installazione di Carmela Palumbo.

Il titolo della raccolta la dice lunga. Suona più come una dritta, quasi un motto. Suggerisce forse una formula comprovata da manuale di sopravvivenza? Per campare ci vuole roba forte. Roba capace di farti il botto dentro. Tutto sta nel sapere dove andarsela a procurare. Di città in città, di nazione in nazione. Partire solo con gli occhi della poesia in spalla. Avanzare dritti di testa e cercare l’urto. Con il mondo, con la gente. Ogni singolo, minimo incontro è una deflagrazione che sparge schegge grondanti di splendida e dura vita. E quando quelle schegge ti entrano nei tessuti, non c’è più spazio per sentirsi soli. Milano, Roma, Venezia, Caracas, Sao Paulo, New York: sono trasfigurazioni umane fatte di sangue e mattoni. Dentro un carcere, in un ambulatorio medico, in treno, in una sala bingo, al bancone di un bar, dal barbiere, in metropolitana, in un capanno in mezzo alle valli: i luoghi banali del vivere diventano cornice di apparizioni, epifanie. Profane quel tanto che basta per avere insito il germe del sacro. Detenuti, modelle, venditori ambulanti, professori, gommisti e netturbini. Presenze-annunciazioni con l’iPhone in mano e la “zigaretta” tra i denti.

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BAGLIORI DEL GATTOPARDO. TRA LETTERATURA E CINEMA

bagliori del gattopardoBAGLIORI DEL GATTOPARDO. TRA LETTERATURA E CINEMA, di Marina Napoli (Prova d’autore, 2013)

Marina Napoli è una giovane saggista palermitana (classe 1988). In questo volume “Bagliori del Gattopardo. Tra letteratura e cinema” (edito da Prova d’autore) si è occupata, con esiti brillanti, del rapporto tra due capolavori del Novecento letterario e cinematografico (Il Gattopardo: romanzo di Tomasi di Lampedusa e film di Visconti).
Più volte, qui a Letteratitudine, ci siamo occupati del rapporto tra letteratura e cinema. E la (apparentemente banale) domanda “è meglio il libro o il film” è senz’altro applicabile alle due opere in questione. Come ben scrive Laura Restuccia nella prefazione del saggio “il punto di vista da cui Marina Napoli ha affrontato il rapporto tra il romanzo di Tomasi di Lampedusa e la rivisitazione del testo realizzato da Visconti, ha tenuto conto del parallelismo, sicuramente poco abusato, della travagliata vicenda che ha accomunato la “storia”delle due opere (…). Due storie che narrano di difficoltà, avventure e disavventure per approdare poi, entrambe, nonostante tutto, all’incontestabile novero delle due opere fra i capolavori canonici, rispettivamente, della Storia della Letteratura e della Storia del Cinema”.
Qui di seguito pubblichiamo una nota dove la giovane autrice ci racconta genesi e obiettivi di questo suo saggio.

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L’AUTRICE AI LETTORI 

di Marina Napoli

A distanza di cinquantacinque anni dalla pubblicazione del testo e di oltre cinquanta dalla trasposizione cinematografica, il discorso critico su Il Gattopardo continua e non accenna ad esaurirsi, come avviene per tutte quelle opere, letteraria una, filmica l’altra, che escono fuori dal comune. Un magnetismo che solo i grandi capolavori possiedono. Atemporalità, potenza di penetrazione psicologica, ironia e lirismo prerogative del romanzo del palermitano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, maniacale ricerca estetica per un’ambientazione più autentica possibile lo sono invece del film.
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IL PAESE CHE AMO, di Simone Sarasso (un extra del libro)

Per gentile concessione di  Marsilio editore, pubblichiamo un contenuto speciale relativo al romanzo IL PAESE CHE AMO di Simone Sarasso (Marsilio, 2013)

IL LIBRO

Dai fasti della Milano da Bere degli anni 80 allo scandalo Tangentopoli, il ritratto spietato e crudele di un Paese senza eroi. Dopo Confine di Stato Settanta, il terzo e conclusivo volume della Trilogia sporca dell’Italia

Ljuba Marekovna è soltanto una ragazza cresciuta nei bassifondi di Cracovia, ma è destinata a diventare la Regina della tv privata, una spia senza cuore al soldo del partito comunista e molto altro ancora. Tito Cobra è il primo presidente del consiglio socialista della storia e ha il suo bel da fare a tenere in riga lo Stivale. Andrea Sterling, l’Uomo Nero dei servizi segreti, rischia di smarrire il proprio posto nel mondo dopo il crollo del Muro di Berlino. Salvo Riccadonna detto Dracula, il fiore all’occhiello di Cosa Nostra, è pronto per la mattanza che farà crollare la Cupola. Domenico Incatenato, giudice inflessibile e padre amorevole, si prepara a dar fuoco alla miccia che farà deflagrare il sistema dei partiti e raderà al suolo la prima repubblica. Sul palcoscenico d’un Italia corrotta e malandata sventola un tricolore fatto a pezzi, mentre i protagonisti lottano all’ultimo sangue tra le ultime propaggini della Guerra Fredda e l’alba del mondo nuovo. Sullo sfondo, gli anni rampanti dello yuppismo e del malaffare di Stato, delle bombe di mafia e delle mazzette: un Paese sull’orlo del precipizio, con le mani imbrattate di sangue e le tasche piene di soldi sporchi. L’Italia, il Paese che amo.

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Simone Sarasso

Dracula e i bergamaschi

(Un outtake da Il Paese che amo)

 

Giornata piena.
Dopo l’incontro con Sterling, a Salvo tocca rivedere i piani per la mattinata, ma c’è un impegno a cui proprio non può rinunciare.
Questione d’affari, si capisce.
Dogliotti è atterrato a Punta Raisi che era ancora buio. Ha affittato macchina e autista per scendere fin quaggiù, si è beato alla vista del sole che sorge sulla costa. Dogliotti non dorme mai. Ha cominciato quando la Loredana è rimasta incinta e non ha più smesso. Da quando è in affari con Cosa Nostra, poi, ha capito che avere un occhio sempre aperto può essere una benedizione.
Salvo è proprio dove ha detto che sarebbe stato. Puntuale peggio d’uno svizzero.
I due si stringono la mano: Dogliotti è sceso dall’auto per non mancare di rispetto, Salvo ha sorriso, Dogliotti l’ha invitato a salire sul retro della Croma. All’autista son bastate due parole in siciliano stretto, pronunciate da Dracula senza nemmeno preoccuparsi di essere sentito, per ingranare la marcia e trottare verso la destinazione.
Non resta che godersi il panorama e il tragitto in prima classe.
“La vedo bene, dottore. Rilassato, abbronzato…” Salvo è di buonumore e si sente.
“Merito degli affari, Riccadonna. Vanno a gonfie vele da quando la nostra collaborazione ha trovato una giusta solidità.” Dogliotti è un po’ stanco, ma non vuole mostrarsi indifeso.
Mai abbassare la guardia con le bestie feroci.
“A proposito di affari, dottore: come pensa di risolvere la questione della Canistracci Concrete? Non mi pare che l’idea della joint venture coi bergamaschi sia partita col piede giusto…”
Pazienza, pensa Dogliotti. Prima o poi doveva saltare fuori.
La faccenda non è del tutto pulita e, a ben vedere, potrebbe portare anche qualche fastidio, ma il Genovese sa di poterla gestire. Sono anni che si districa tra le beghe dell’ufficio, col gioco delle tre carte per far quadrare i conti in bilancio. La colpa non sarebbe nemmeno sua: di Salvo piuttosto. Del Sistema, cioè, della Cupola, dei Bravi Ragazzi, e del dannato meccanismo di cui ha deciso di far parte.
Se si tratta di depotenziare il cemento, allungarlo con l’acqua e farlo rendere il triplo, Dogliotti ha pensato che tanto vale far delle prove sulla pelle degli altri, prima di giocarsi il buon nome dell’azienda. Così ha subappaltato alcuni lavori qui in Sicilia – i primi che il nuovo giro d’affari ha portato con sé – ai tizi della Canistracci Concrete, una banda di ex magüt arricchiti che spopola con l’edilizia a basso costo tra Bergamo e Brescia. E, guarda un po’, al primo giro di controlli, son spuntati i casini con la sovrintendenza. Leggi tutto…

LA PASSIONE PER IL DELITTO 2013 – 20/21 ottobre

LA PASSIONE PER IL DELITTO 2013

20 – 21 OTTOBRE 2013: Undicesima edizione

Il programmaI protagonistiIl luogo

di Paola Pioppi

Dopo dieci anni, La passione per il delitto cambia molte cose. La sede, innanzi tutto, passando da Monticello Brianza, dove è nato, a Erba dove il festival parte per un nuovo percorso. Cambia anche il programma a cui il pubblico era ormai abituato. Non più una maratona di due settimane, che occupava pomeriggi e serate tra fine settembre e inizio ottobre, ma due giorni ricchi, concentrati, dove accadrà tutto. Si incontreranno scrittori italiani e stranieri, si seguiranno le esercitazioni delle forze di polizia, i bambini parteciperanno a giochi e letture, e si potranno scoprire nuovi editori e libri inediti, presenti alla prima fiera della piccola e media editoria, organizzata per l’occasione da Lariofiere. E’ questa una delle novità più importanti dell’edizione 2012, per un festival che – mentre cerca di ambientarsi nella sua nuova abitazione, cercando di coglierne tutte le potenzialità e sinergie per lavorare meglio alle prossime edizioni – diventa sempre più ricco di offerte, con un unico fine: portare sempre più lettori verso la passione per i libri. Polizieschi e noir innanzi tutto, ma non solo.
Quest’anno ci siamo curati molto del pubblico. Lo accoglieremo e gli offriremo ogni confort, dal brunch all’aperitivo, per fare in modo che si concentri unicamente sull’ascolto degli scrittori che arriveranno a Erba per raccontarsi e per coinvolgere chi si troveranno di fronte. Perchè come sempre, il vero protagonista di questo festival, è chi siede in platea.
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L’ALTRA METÀ DEL LIBRO – Genova, Palazzo Ducale – 18, 19 e 20 ottobre 2013

L'altra metà del libroL’ALTRA METÀ DEL LIBRO | Irruzioni di memoria
Genova, Palazzo Ducale – 18, 19 e 20 ottobre 2013

Seconda edizione
18, 19 e 20 ottobre 2013 – Anteprima 17 ottobreGiunge alla seconda edizione la rassegna, curata da Alberto Manguel, dedicata al lettore.
Tre giorni di incontri, presentazioni di libri, spettacoli, mostre, musica e teatro dedicati quest’anno al tema della memoria intesa come ponte tra passato e futuro. Molti saranno gli eventi pensati per le scuole, i bambini e le loro famiglie.
Tra i partecipanti: Bruno Arpaia, Lina Bolzoni, Roberto Calasso, Emmanuel Carrère, Giuseppe Cederna, David Riondino, Luca Formenton, Eduardo Galeano, Alberto Manguel, Paola Mastrocola, Melania Mazzucco, Bahiyyih Nakhjavani, David Riondino, Elizabeth Strout, Liliam Thuram, Timur Vermes. In collaborazione con Comune di Genova e Centro Culturale Primo Levi

CALENDARIO

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ANORESSIA. I VERI COLPEVOLI (Dario Voltolini intervista Lorenzo Bracco)

ANORESSIA. I VERI COLPEVOLI (Dario Voltolini intervista Lorenzo Bracco)

Il Premio Cesare Pavese 2013, Medici Scrittori Saggistica, è stato assegnato a Lorenzo Bracco per “Anoressia. I veri colpevoli”, BookSprintEdizioni.
La motivazione della Giuria è stata: “Lorenzo Bracco fa un’approfondita ricerca dei veri colpevoli e indica nuove prospettive per conoscere e curare un profondo malessere esistenziale”.

Voltolini. Conosco bene questo libro sull’anoressia, argomento che tanto interesse desta oggigiorno, e a quanto detto sui suoi meriti scientifici posso aggiungere, in qualità di scrittore, che è scritto con una spiccata verve narrativa.
La Premiazione, fra paesaggi splendidi ricchi di storia e di cultura, è a Santo Stefano Belbo, paese natale di Cesare Pavese, scrittore di fama mondiale che ha fatto conoscere all’Italia capolavori della letteratura americana, ad esempio il Moby Dick di Melville. Bracco mi appare molto soddisfatto di ricevere il Premio Cesare Pavese.

Bracco. Sono particolarmente onorato di ricevere questo premio che riconosce l’innovazione che si sta portando alla terapia dell’anoressia. Oltre a quanto classicamente si è già detto riguardo alla famiglia, alla madre, al padre, alla figlia anoressica e alle dinamiche dei loro rapporti, oggi si aprono nuove prospettive focalizzate soprattutto sulla terapia del trauma.

Voltolini. Il tema dell’anoressia è di particolare attualità e, per l’idea che me ne sono fatto, direi che le ricerche contemporanee sui disturbi alimentari vedono l’anoressia come conseguenza di più cause, psicologiche, sociali, mediche, nutrizionali. 

Bracco. Sono d’accordo, più cause sono a monte di anoressia e disturbi alimentari. Questo spiega anche come terapie apparentemente diverse, ma ognuna mirata su una delle concause, possa interferire positivamente sull’andamento del disturbo. Data la premessa che più concause sono a monte di anoressia e disturbi alimentari, se non si identificano veramente tutte le cause si rischia di dare un’importanza eccessiva a un aspetto che è concausa, ma che non è fondamentalmente “il colpevole” di tutta la storia. Si rischia di creare colpevolizzazioni che non sono di alcuna utilità operativa. Ad esempio, famiglie in cui c’è un’anoressica vengono alle volte colpevolizzate quando in realtà ognuno all’interno di esse, genitori, figlia, eventuali altri figli, non riesce a comportarsi in modo diverso senza un aiuto specifico ben mirato. Il paradosso è che la colpevolizzazione solitamente aumenta ancora di più il comportamento disfunzionale.

Voltolini. Il libro, pur essendo un trattato scientifico rigoroso, è scritto in modo tale da essere un’avvincente lettura per chiunque, Leggi tutto…

Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2013

AIE - Home

Pubblichiamo la sintesi del rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2013 divulgato dall’Aie (Associazione Italiana Editori)

“Una politica per il libro non è più solo urgente, è in ritardo”. E’ un bilancio amaro quello del presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Marco Polillo in occasione della presentazione del Rapporto AIE sullo stato dell’editoria in Italia alla 65ma edizione della Buchmesse, il più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti del settore librario, in programma a Francoforte fino al 13 ottobre. “In due anni il fatturato è diminuito del 14%, ogni giorno abbiamo notizie di librerie che chiudono, la crisi di liquidità si aggrava, si vanno rideterminando gli equilibri competitivi nei canali commerciali del libro, anche l’export cala – ha proseguito -. Serve un dialogo serio, diretto, subito. Siamo a Francoforte, in un contesto internazionale, ed è naturale fare dei confronti. Chiediamo una politica per il futuro che passi per una vera promozione del libro e della lettura, un’IVA parificata tra ebook e libri di carta, il riconoscimento della centralità dei contenuti all’interno dell’agenda digitale, un aggiornamento serio, non improvvisato, delle normative sul diritto d’autore. Il settore si aspetta molto da una buona politica: non sussidi, ma un supporto basato su regolamentazione, misure in favore dell’innovazione e promozione culturale”.

I dati – Si allarga infatti la zona d’ombra nel 2013: secondo i dati Nielsen nei primi 8 mesi del 2013 si registra un peggioramento ulteriore del 5,4% nei canali trade (quelli rivolti al pubblico: librerie, online, grande distribuzione organizzata) rispetto allo stesso periodo del 2012. E’ il – 13,6% rispetto al 2011.

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Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2013
Un consolidato del 2012 e primi elementi sul 2013

a cura dell’Ufficio studi AIE

La sintesi
Annus horribilis per il settore, il 2012, che registra una chiusura apparentemente più contenuta rispetto al pesante segno meno fornito da Nielsen per le vendite dei canali trade (quelli rivolti al pubblico, -7,8%), attestandosi su un -6,3% complessivo. Un dato in verità ben più negativo e che raggiunge quota – 8,4% se dal perimetro complessivo del mercato del libro si esclude – come ormai è necessario – il non book (fatto sempre meno da prodotti di cartoleria e sempre più da gadget) e il remainders.
Raddoppia inoltre il mercato dell’ebook, cominciano a cambiare le gerarchie dei canali di vendita – con un boom delle vendite online e la perdita di terreno delle librerie fisiche -, riacquista terreno (anche se di poco) la lettura in Italia, va male l’export. Sono questi gli elementi principali che fotografano il mercato editoriale 2012 e i primi mesi del 2013, così come risulta dal Rapporto 2013 sullo stato dell’editoria in Italia a cura dell’ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE), disponibile da quest’anno solo in ebook sulle principali piattaforme.

Il mercato del libro scende a quota 3,1miliardi – Si attesta infatti sui 3,1miliardi di euro (2,86 miliardi di euro se si tolgono dal perimetro di consolidamento il non-book e l’usato), con una flessione complessiva del -6,3%, il giro d’affari del libro in Italia (a prezzo di copertina).
Sono i cosiddetti canali trade (librerie, Grande distribuzione organizzata, online), pur perdendo terreno (-7,8% nel 2012), a calmierare la chiusura complessiva 2012: gli altri canali infatti (rateale, collezionabili in edicola, club, export, vendite alle biblioteche) crollano complessivamente al – 16,8%.
Nei canali trade perde la fiction, ma con una flessione “contenuta” del -1,1% (media di un +2% per la narrativa straniera e un -5,8% per quella di autore italiano), perde tanto la non fiction con un -9,2%, perde anche il segmento bambini e ragazzi (che rappresenta comunque oggi il 14,1% del mercato) con il -6%. Perde anche l’editoria professionale con un -7,1%.
La produzione: 61mila i titoli in Italia, 220milioni le copie stampate. Diminuisce il prezzo medio. Raddoppiano i titoli digitali: Si conferma stabile (+0,6%) la media annua della produzione italiana, ma calano quasi del 20% (-19% per la precisione) le tirature. Aumenta e si diversifica l’offerta, pur diminuendo del 3% il prezzo medio di copertina dei libri: i titoli pubblicati per mille abitanti oggi sono infatti 0,92 (nel 2000 – per un confronto – erano 0,86). Oggi le novità rappresentano il 57% delle copie e il 64,5% dei titoli.
Nel 2012 sono stati pubblicati 21.300 (+73% sul 2011) titoli di e-book (il 35% dei complessivi titoli di varia adulti e ragazzi pubblicati). Oggi rappresentano il 6% dei titoli in commercio. Nel 2010 erano l’1%. Il 66% degli e-book pubblicati nel 2012 sono usciti in libreria assieme all’edizione cartacea.
In calo l’export del libro fisico: -10%. L’editoria italiana sempre meno dipendente dall’estero – Diminuiscono infatti i titoli pubblicati che sono traduzioni da altre lingue: erano il 25% nel 1995, il 23% nel 2000, sono oggi il 20%. Le lingue delle storiche editorie mondiali restano largamente maggioritarie (87%), ma solo nel 2005 erano il 91%. Cala quest’anno del 7,5% la vendita di diritti all’estero (con una minore accentuazione per il settore bambini e ragazzi). L’export di libri fisici registra nel 2012 un sostanziale -10%.

Dove si compra il libro nel 2012? Sempre meno in libreria, sempre più online Leggi tutto…

CHI TI CREDI DI ESSERE? (i libri del Premio Nobel Alice Munro)

Chi ti credi di essere?CHI TI CREDI DI ESSERE? di Alice Munro
Einaudi, 2012 – Supercoralli – pp. 280 – € 19,50

Traduzione di Susanna Basso

Leggi un estratto del libro

Partecipa al dibattito sul Nobel a Alice Munro su LetteratitudineBlog

«Leggete tutto di Alice Munro, ma per cominciare leggete Chi ti credi di essere? Sí, cominciate da quello».

Jonathan Franzen

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Con Chi ti credi di essere?, pubblicato nel 1978, Alice Munro ha vinto il Governor General’s Literary Award.

«Chi ti credi di essere?» Troppe volte Rose si è sentita rivolgere questa domanda nel paesino di West Hanratty in cui è cresciuta. Prima fra tutti dalla sua matrigna Flo, donna pratica e un po’ volgare, meschina e generosa insieme, l’incarnazione di quella realtà provinciale da cui Rose vorrebbe e sa di non poter fuggire. Per quanto studi, per quanto si ribelli, per quanto scappi. Quarant’anni e dieci racconti in sequenza, fra lealtà e disprezzo per l’universo di Flo, perché Rose arrivi a capire chi davvero crede di essere, chi davvero è.

Come dieci capitoli di un anomalo romanzo di formazione, i racconti di questa formidabile raccolta delineano con sapienza il personaggio di Rose, privilegiando il ruolo che il rapporto con la matrigna Flo ha avuto nel complesso definirsi della sua identità.
La voce da cui riceviamo le storie è quella di un narratore provvisoriamente onnisciente il quale organizza in ordine cronologico episodi della vita di Rose lasciando che emerga dalla loro successione il conflitto tra desiderio di fuga e consapevolezza della necessità di restare.
Rose è la bambina ribelle e pensosa del primo racconto, punita a cinghiate da un padre imperscrutabile e chiuso; Rose è l’avida lettrice che tiene a bada il pensiero del padre ammalato e l’insofferenza alle meschinità di casa a furia di Shakespeare e Dickens; è l’adolescente in viaggio dalla piccola West Hanratty a Toronto, vittima e complice di una sordida iniziazione sessuale ad opera di un impassibile ministro del culto.
Ma Rose è anche la giovane innamorata del modo in cui sembra amarla Patrick Blatchford, dottorando in Storia presso la stessa università che le ha aperto le porte grazie a una borsa di studio; è la donna coinvolta in una relazione extraconiugale destinata a concludersi nell’amarezza; è la madre nervosa di una bambina piú saggia di lei, ed è infine la donna matura che torna là dove tutto era cominciato e ritrova, nel tono brusco e inclemente di Flo, ormai prossima al ricovero in casa di riposo, il filo ininterrotto di un’esistenza interiore, e il ricordo dell’unico amore mai raccontato. Non è un caso dunque che l’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, chiuda a cerchio il percorso e coaguli il senso delle esperienze narrate nella severa domanda retorica rivolta da una maestra arcigna a una Rose di nuovo bambina: «Chi ti credi di essere?»
Se, come l’autrice afferma, «la memoria è il modo in cui non cessiamo di raccontare a noi stessi la nostra storia e di raccontare agli altri versioni in certa misura diverse della nostra storia», allora Alice Munro dispone del dono straordinario di attingere a un repertorio di materiale privato senza mai esaurirne la forza.

Susanna Basso
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TROPPA FELICITA’ (i libri del Premio Nobel Alice Munro)

Troppa felicitàTROPPA FELICITA‘, di Alice Munro
Einaudi, 2011 – Supercoralli – pp. 332 – € 20,00

Traduzione di Susanna Basso

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Felicità? Troppa felicità? Nel triplice omicidio di Dimensioni o in quello di Radicali liberi?
La felicità, in queste nuove storie di Alice Munro, sta in un inedito potere creativo, nel potenziale di spregiudicatezza e libertà della vecchiaia, quando si può guardare ancora più a fondo nel vortice della vita.
E se poi la felicità è troppa, restano le storie, dove «perfino un’epidemia a Copenaghen può trasformarsi nel flagello cantato in una ballata» e dove «idee e fatti assumono una forma nuova, appaiono attraverso lamine di limpida intelligenza»: il prisma della scrittura di una Alice Munro sempre più consapevole e mai così grande.

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Gioca a shanghai con le sue storie, Alice Munro, da sempre. Getta sulla pagina posti, alberi, situazioni e donne, cucine, abiti e animali, e con mano ferma se li riprende, li riordina provvisoriamente dentro la storia successiva, di raccolta in raccolta. Intanto passano gli anni e le verità che accendono improvvise i suoi racconti si sono fatte longeve. Non perché durino, ma perché non smettono di accendersi di nuovo, emanando altra luce, un’altra luce.
Con Troppa felicità, tuttavia, il lettore avverte il passaggio in corsa di un’elettricità inedita, una scarica di tremenda libertà. Queste storie sembrano spingersi un passo oltre il segreto contenuto in storie passate, e non per consumarlo rivelandolo, ma per complicarne l’esito a partire dalla consapevolezza temeraria della vecchiaia.
E se altrove l’immaginazione aveva provato a raffigurarsi l’orrore della morte di un bambino, qui i figli a morire sono tre, e a ucciderli è il padre. Se altrove una madre imparava a sopportare l’abbandono della figlia, qui all’abbandono del figlio segue il coraggio di rappresentare l’incontro, anni dopo, con uno sconosciuto di cui un tempo si conosceva a memoria ogni millimetro di intimità. Se altrove la fragile e caparbia convenzionalità dell’infanzia coagulava in dispetti odiosi ai danni di una qualsiasi creatura debole, qui tocca il fondo di una banalità del male senza scampo.
Non è cambiato il narrare di Alice Munro, è solo un po’ più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi. E dove ci lascia, in medias res, sforbiciando una frase, a volte anche solo una parola, che non se ne va più.

Susanna Basso

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È ALICE MUNRO IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2013

È ALICE MUNRO IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2013: “master of the contemporary short story (maestra del racconto contemporaneo).

Il suo nome “circolava” già da diverse edizioni a questa parte

Alice Munro (Wingham, 10 luglio 1931) è una scrittrice canadese. Vincitrice per tre volte del Governor General’s Award, il più importante premio letterario canadese si aggiudica – a coronamento della sua brillante carriera – il Premio Nobel per la Letteratura 2013. In Italia è pubblicata dalla casa editrice Einaudi.
I suoi racconti indagano le relazioni umane analizzate attraverso la lente della vita quotidiana. Sebbene la maggior parte delle sue storie sia ambientata nel Southwestern Ontario, la sua fama come scrittrice di racconti è internazionale, è considerata uno dei maggiori scrittori di racconti vivente.

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La biografia
Alice Munro è nata nella città di Wingham, Ontario in una famiglia di allevatori e agricoltori. Suo padre si chiamava Robert Eric Laidlaw e sua madre, una insegnante di scuola, Anne Clarke Laidlaw (nata Chamney). Cominciò a scrivere da adolescente e pubblicò la sua prima novella, The Dimensions of a Shadow, mentre era studentessa all’University of Western Ontario nel 1950. Durante questo periodo lavorò come cameriera, raccoglitrice di tabacco e impiegata di biblioteca. Nel 1951, abbandonò l’università presso la quale aveva frequentato la facoltà di Inglese dal 1949, per sposare James Munro e trasferirsi a Vancouver, British Columbia. Le sue figlie Sheila, Catherine, and Jenny nacquero rispettivamente nel 1953, 1955 e 1957; Catherine morì quindici ore dopo essere venuta alla luce. Nel 1963 i Munro si trasferirono a Victoria dove aprirono “Munro’s Books”. Nel 1966 nacque un’altra figlia Andrea.
La prima raccolta di racconti di Alice Munro, “La danza delle ombre felici” (Dance of the Happy Shades) (1968) ebbe un gran favore di critica e vinse in quello stesso anno il Governor General’s Award. A questo successo seguì “Lives of Girls and Women” (1971), una raccolta di storie interconnesse tra loro che fu pubblicato come romanzo.
Alice e James Munro divorziarono 1972. Lei ritornò nell’Ontario e diventò “Writer-in-Residence” all’università del Western Ontario. Nel 1976 si sposò con Gerald Fremlin, un geografo. La coppia si trasferì in una fattoria nei pressi di Clinton, Ontario. Successivamente si spostarono dalla fattoria in un casa nella città di Clinton, Ontario.
Nel 1978, con la raccolta di novelle “Chi ti credi di essere?” (Who Do You Think You Are?, negli Stati Uniti The Beggar Maid: Stories of Flo and Rose), Alice Munro vinse il Governor General’s Literary Award per la seconda volta. Dal 1979 al 1982 girò Australia, Cina e Scandinavia. Nel 1980 ottenne il posto di Writer-in-Residence sia alla University of British Columbia sia alla University of Queensland. Lungo gli anni ottanta e novanta Munro ha pubblicato una raccolta di brevi racconti una volta ogni quattro anni ottenendo numerosi premi nazionali e internazionali.
Nel 2002, sua figlia Sheila Munro ha pubblicato un libro di memorie d’infanzia, Lives of Mothers and Daughters: Growing Up With Alice Munro.
I racconti di Alice Munro sono pubblicati abbastanza frequentemente in riviste come The New Yorker, The Atlantic Monthly, Grand Street, Mademoiselle, e The Paris Review.
In una intervista per promuovere la sua raccolta del 2006 La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock) Munro ha ipotizzato che non avrebbe più pubblicato ulteriori raccolte.
Il suo racconto “The Bear Came Over the Mountain” presente nel libro “Nemico, amico, amante…” è stato adattato per il grande schermo in un film diretto da Sarah Polley con il titolo di “Away from Her – Lontano da lei” e interpretato da Julie Christie e Gordon Pinsent. Il film è stato presentato nel 2006 al Toronto International Film Festival.
Nel 2005 è stata insignita del titolo di duchessa dell’Ontario dal sovrano del Regno di Redonda.

(Fonte: Wikipedia)

Clicca qui, per avere notizie sui libri di Alice Munro.
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L’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti

L' estate dell'altro millennioL’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti
Mursia, 2013 – pagg. 392 – euro 18

Un luogo, un tempo di un altro millennio.

di Anna Vasta

Mai luoghi, spazi e tempi d’esistenza, soggettivi e corali-Urbino e la campagna che la circonda,  isolandola in un’aura rarefatta e attonita, in una luce immateriale e vivida, la stessa che circola e ristagna tra colonnati e arcate nei dipinti di Piero della Francesca; le Cesane, i greppi, le forre, i fossi, gli stradini, le morbide colline che si perdono nell’orizzonte come in uno sfumato leonardesco, e quinci il mar da lungi e quindi il monte- appaiono così persi e imperdibili a un tempo, distanti e prossimi nell’Epos del poeta urbinate, come nel romanzo  “L’estate dell’altro millennio”, pubblicato nel 2001 da Marsilio e ristampato da Mursia dodici anni dopo (2013, pag 379, € 18,00).
L’estate narrata da Umberto Piersanti, ripresa con un’ampiezza di sguardo da cinemascope, evocata  come stagione dell’animo di leopardiane ricordanze, è quella del ’39’, che precedette l’invasione della Polonia e l’inizio della seconda guerra mondiale. Essa segna la fine di un tempo che s’identifica con  un luogo; conclude un ciclo di storie e vicende, le accende dei suoi ultimi fuochi, le ferma nell’irrevocabile fatalità di un evento-la catastrofe bellica- , assumendo  i toni apocalittici di un millennio che muore.
Con l’estate che declina verso un autunno da crepuscolo, declinano il caro immaginar, gli ameni inganni, i fantasmi del giovanile errore. Franano per Marco, Ettore, Laura, Antonio-giovani studenti di città protesi verso arcani mondi, arcana felicità- i dolci sogni, si rimpiccioliscono i pensieri immensi, si appannano le luminose speranze, si oscurano le strisce azzurre  di quel lontano mar , si smorzano i generosi. slanci. Mutati  in cenere gli ardori e le fiammate della novella etate.
Per Franco, ragazzo contadino, cresciuto ed educato alle fatiche e al sudore dei campi, dotato di  un sano senso di  realtà, che gli fa guardare le cose con occhi disincantati e puri, l’estate del 39 rappresenta l’inizio di un amore- quello per Maria, fanciulla contadina dal volto pallido, la  chioma fulva e fuggente, e le  fattezze delicate di una ninfa boschiva, o della soave Afrodite botticelliana- scevro da romanticherie e vaghezze poetiche, ma saldo e forte, radicato nell’animo come le querce nella terra scura della Pineta. Ai primi botti di guerra va in frantumi il  mondo arcadico, bucolico, ma fragile come un presepe di cartapesta, di Marco; l’intellettuale-poeta, con la testa tra le nuvole e i versi di Pascoli, il cuore alle canzoni ingenue e sentimentali d’anteguerra, il corpo rapito dai capelli biondi e dalle  forme perfette della contessina Laura Albani, una Micòl della razza dei carnefici. Sperso  nelle sue fantasticherie, ma non al punto di non avvertire  i venti d’inquietudine che attraversano l’intatto cielo di Raffaello, arrecando precoci brume e  premature ombre. Resisterà alla furia distruttrice della guerra l’universo contadino delle Cesane,  delle opere e i giorni di Franco-anche lui soldato in Montenegro col  tenente Marco, al quale salverò la vita-delle dure, inesorabili leggi della natura che mescola vita e morte anche nel giallo fulgore di un foglia di luglio. Ettore Venanzi, l’ardimentoso compagno di studi e di scorribande, infiammato di adolescenti furori, di un senso romantico e libresco di patria e onore, contaminati dal baldanzoso, cinico  superomismo dei tempi, partito volontario alla chiamata del Duce, morirà  tra le sabbie africane, milite incompianto, piangendo come l’omonimo eroe omerico la giovinezza e il vigore. Portandosi nell’Ade il rimpianto per i  balli, gli amori, le chiacchierate al Caffè Grande, il desiderio pungente di Laura tenera e sensuale tra i pampini e gli acini dorati, le viti, l’erba e i gusci verdi delle noci, nel querceto, in una non lontana luminosa giornata di novembre, appena un anno prima. I canti goliardici <<vent’anni son gemme dischiuse>>, e una paura matta della morte <<a noi la morte non ci fa paura>> con un  irreparabile senso di sconfitta, di perdita, più atroce della stessa morte. Leggi tutto…

L’INCASTRO di Bruno Formosa – intervista di Simona Lo Iacono

L’INCASTRO di Bruno Formosa (Ycama Edizioni)

Intervista di Simona Lo Iacono

– Caro Bruno, l’incastro è un giallo impastato di rosa. O forse un noir con venature ironiche e sornione. Impossibile definirlo, insomma. Per te che cosa rappresenta?

 Un divertimento, prima di tutto, e una bella terapia psicologica a costo zero. Cimentarsi nella scrittura di un libro è, come tu sai molto meglio di me, un tentativo di scavarsi dentro, di trovare risposte a domande scomode circa i reconditi recessi del proprio inconscio, e per me anche un modo per conoscere meglio gli altri, ponendo un occhio impietoso sulle loro manie, sui loro tic, sulle loro debolezze. Infine, non so se “L’incastro” sia un noir, un rosa, un giallo, forse è l’insieme cromatico di tutto ciò o forse non è niente di questo. Il mio amico Toi Bianca, giornalista e scrittore, l’ha definito persino pulp, in sede di presentazione. Toi ritiene che sia un libro molto cinematografico, stanando così l’inguaribile appassionato di cinema che sono.

– Vuoi parlarci di Camillo? Chi è? Come vive il suo lavoro in banca?

  Camillo è un giovane raffinato, di temperamento mite, vittima di un’insicurezza patologica. Ma, a volerla dire tutta, è il meno perdente fra i perdenti che popolano il romanzo. E’ un sognatore, un cultore delle arti, una persona delicata e gentile, ma al termine della storia opererà delle scelte che lo sveleranno per ciò che è: un pavido individuo che non ha il coraggio di affrontare una situazione che sente troppo impegnativa. Il rapporto di Camillo con la banca nella quale lavora è disastroso. Ma il giovane “vive la sua coercizione bancaria con una salvifica dose di spicciola filosofia, cercando di scovare gli aspetti grotteschi che il suo monotono lavoro gli offre. Camillo conta le banconote e, con la coda dell’occhio o con un fulmineo alzar di palpebre, si gode lo spettacolo del cliente che, aspettando in fila, si fruga nel naso, convinto di non essere visto. Una sorta di candid camera personale”. E’ solo così e pensando ai suoi libri, ai suoi dischi ed ai suoi Dvd che Camillo riesce a tirare sera.

– E Virginia?
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PREMIO ADDAMO 2013

PREMIO INTERNAZIONALE SEBASTIANO ADDAMO 2013

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Sabato 12 ottobre, alle ore 18.30, alle Ciminiere di Catania (Sala C3 – Viale Africa) si terrà la cerimonia di consegna del Premio internazionale Sebastiano Addamo, giunto quest’anno alla sesta edizione.

I premiati designati sono:

Mario Ciancio per “Der Aetna –Resoconto dei viaggi”, Domenico Sanfilippo editore;

Paolo Di Stefano per “Giallo d’Avola”, edizione Sellerio;

Antonio Mistretta per “Archivi del Sud una Saga siciliana”, edizione Bonanno.

Il programma prevede i saluti di Antonella Liotta, commissario straordinario della Provincia di Catania e di Santa Caruso dirigente delle Politiche culturali dell’Ente.

Premio Addamo conferenzaLa giuria è formata da: Alessandro Cannavò del Corriere della Sera; Rita Carbonaro, direttore delle Biblioteche riunite “Civica e A. Ursino Recupero”; Alice Flemrova, dell’Università di Praga; Giancarlo Magnano di San Lio, direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania; Domenico Tempio, giornalista; Sarah Zappulla Muscarà, dell’Università di Catania (Presidente della giuria).
Sono previsti momenti musicali a cura di Bruno Crinò (violoncello) e la lettura di  brani delle opere premiate.
La manifestazione sarà condotta da Carmelita Celi.

Il premio nelle precedenti edizioni è stato assegnato, tra gli altri, a: Lorenzo Mondo, Mario Andreose, Armando Torno, Simonetta Agnello Hornby, Massimo Maugeri.

I libri premiati dell’edizione 2013 del Premio Addamo
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BUCHMESSE DI FRANCOFORTE: dal 9 al 13 ottobre 2013

Frankfurt Book FairBUCHMESSE DI FRANCOFORTE: dal 9 al 13 ottobre 2013

La Fiera internazionale del libro di Francoforte (Frankfurter Buchmesse), fondata nel 1949, internazionalmente nota anche con il nome tedesco di Buchmesse, è la più prestigiosa fiera del libro europea e ha luogo ogni anno in ottobre. L’edizione 2013 si svolgerà dal 9 al 13 ottobre. Il paese ospite sarà il Brasile. Anche se leggermente in calo rispetto al 2012, i numeri della Buchmesse sono, come ogni anno, impressionanti. Oltre 7100 espositori, da più di 100 Paesi. Gli appuntamenti previsti sono oltre 3.000, che coinvolgeranno 1500 autori. È prevista la presenza di 300.000 visitatori.
L’accesso alla fiera interessa particolarmente gli operatori del settore: editori, agenti letterari, grandi distributori. Ciascuno dei dieci padiglioni della Fiera, alcuni dei quali organizzati su due o tre piani sovrapposti, è dedicato a un’area geografica o merceologica specifica.

Ogni anno si concentra in particolare la produzione e cultura di un paese. Gli ultimi invitati d’onore:
l’India (2006),
la Catalogna (2007),
la Turchia (2008),
la Cina (2009),
l’Argentina (2010),
l’Islanda (2011),
la Nuova Zelanda (2012),
il Brasile (2013).

Approfondimenti sull’edizione 2013 della Buchmesse di Francoforte, su La Stampa“.

Le notizie sulla Fiera sono disponibili consultando il Buchmesse Blog (in inglese).
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Il 10 OTTOBRE CONOSCEREMO IL NOBEL PER LA LETTERATURA 2013

Il 10 OTTOBRE CONOSCEREMO IL NOME DEL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2013

Come è noto, giovedì 10 ottobre verrà decretato il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2013.
In questi giorni non sono mancate le solite “voci” (che, come sempre accade, saranno disattese), in base alle quali sarebbe in ballo anche una candidatura del cantautore e scrittore italiano Roberto Vecchioni. Una candidatura letterario/musicale che si affiancherebbe a quella “storica” di Bob Dylan (approfondimenti su: Vanity Fair, Ansa e Huffington Post).
Secondo l’agenzia TMNews, per l’edizione in corso non si profilano chiari favoriti anche se – fanno notare – negli ambienti letterari si rivela l’assenza di un premio alla letteratura statunitense dal 1993 (quando vinse Tony Morrison). Sempre secondo TMNews (notizia ripresa da Internazionale), tra gli americani, ci sarebbero buone possibilità per Philip Roth, nonostante il recente clamorso annuncio di aver smesso di scrivere, per il misterioso Thomas Pynchon e per Cormac McCharty. Sempre tra i papabili Joyce Carol Oates, il cui nome circola ormai da anni.
Insomma, i soliti nomi.

A Stoccolma però, ne circolerebbero anche altri: quelli della bielorusssa Svetlana Alexievitch, dell’algerina Assia Djebar e, come ormai da parecchie edizioni, del giapponese Haruki Murakami che (secondo agenzie di scommesse come Ladbrokes e Unibet) sarebbe il favorito per eccellenza.
Vedremo!
In ogni caso, dopo aver appreso il nome del vincitore del Premio Nobel per la letteratura 2013 ne approfondiremo – come ogni anno – la conoscenza su Letteratitudine.
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La terza VENDICATRICE è SARA

Se la prima VENDICATRICE è KSENIA, e la seconda VENDICATRICE è EVA,la terza vedicatrice è… SARA

È appena uscito il terzo volume delle “vendicatrici” dedicato a SARA

Sara è la protagonista del quarto romanzo del ciclo Le Vendicatrici, una serie di quattro romanzi firmati da Massimo Carlotto e Marco Videtta. La vendetta è una parola al femminile. Non a caso gli antichi greci la raffiguravano attraverso una divinità femminile: Nemesi. E’ la dea che dispensa la giustizia riparatrice. Provvedeva a risolvere i delitti impuniti, le ingiustizie irrisolte e si lanciava con ferocia contro chi aveva commesso del male ed era rimasto incolume. E le protagoniste di questo ciclo di romanzi, infatti, sono donne in cerca di vendetta. Nel quarto romanzo proposto dai due scrittori viene raccontata la storia di Sara. Lei, Ksenia, Luz ed Eva, formano un gruppo molto unito. Le quattro donne sono diverse per carattere, ognuna di loro ha un passato differente, eppure, sono accomunate dal fatto che ciascuna di loro ha subito una forma di ingiustizia. Sara è, tra le quattro protagoniste, la più misteriosa. In questo romanzo, che conclude la serie, viene svelata la sua storia. Sara è decisa a punire le persone che le hanno sconvolto la vita. Quella di Sara è una storia dolorosa. La sua esistenza, fin dall’adolescenza, è stata rovinata da delle persone senza scrupoli e senza morale. Ma ora, assieme alle altre tre vendicatrici, Eva può compiere la sua vendetta e sfogare l’odio che ha serbato per tanti anni nella sua anima. Sarà una vendetta perfetta, chirurgica, una rivalsa che non lascia spazio a repliche. Tutta la vicenda assumerà dei significati differenti, quando le carte di Sara verranno svelate. Massimo Carlotto e Mirco Videtti, con il romanzo incentrato su Sara, chiudono il ciclo della vendetta in rosa intitolato Le Vendicatrici.

Guarda il booktrailer delle Vendicatrici su Repubblica TV
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STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

di Ferdinando Camon

Quelli che si sono salvati sono dei morti resuscitati. Ci guardano dall’aldilà. Tutti diciamo: basta, non possiamo vedere spettacoli come questo, “sono una vergogna”, dobbiamo arrestare gli scafisti, vigilare sulle nostre coste, bloccare i barconi appena salpano, insomma impedire che i miserabili del Terzo e Quarto Mondo muoiano così, questi non sono viaggi della speranza, sono viaggi dei suicidi. Chiediamo aiuto all’Europa: Lampedusa non è la porta dell’Italia, è la porta dell’Europa, anche gli Stati del Nord devono pattugliare il Mediterraneo del Sud. Come del resto una norma europea prevede. E allora, perché non succede? Perché se una nave norvegese imbarca dei naufraghi a sud della Sicilia, poi deve scaricarseli in Norvegia. E questo la Norvegia non lo vuole. Nessuno Stato europeo lo vuole. I naufraghi sono come la rogna, chi ce l’ha se la gratta. La Spagna è terribile nel respingimento. E infatti i migranti non vanno in Spagna, vengono qua. E così, un problema che dovrebb’essere mondiale è soltanto italiano: il problema dei migranti che ci muoiono in casa.
Muoiono per errore? Sbagliano i calcoli? Certo, è stolto imbarcarsi in 500 su una barca che può contenerne 40, è stupido far segnali col fuoco da una tolda unta di olio combustibile. Ma se sapessero i rischi che corrono, non partirebbero più? Chi pensa così (gran patte dei lettori), ha un’idea “dolce” della vita di questi migranti in patria. La verità è più amara. Questi migranti non sono costretti a una scelta tra una “vita passabile” in patria e una “morte atroce” in mare. Anche la vita in patria è una morte. Non hanno niente. Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?». Leggi tutto…

PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (un brano del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (Giunti, 2013)

Una malattia terribile e comune che sconvolge la vita di una famiglia, una storia vera narrata con sensibilità e ironia.
Cosa fare quando la persona che ci è più cara si ammala? Lottare fino all’ultimo, sognare addirittura di sconfiggere la malattia, o accettare che il distacco è un destino ineluttabile e che la vita continua?

Perdutamente è un romanzo basato su una storia vera, che si svolge in una Napoli convulsa, sbandata, surreale. È la storia di una famiglia – tanto allargata quanto scombinata, i cui membri sono distribuiti in tre generazioni dai sei agli ottant’anni – che si trova ad affrontare un’emergenza comune della vita di oggi: assistere l’anziana madre e nonna che si sta ammalando di Alzheimer.
Tutto comincia con un viaggio che la donna ha cercato di intraprendere in segreto. Viene recuperata alla stazione, in stato confusionale, e nessuno riesce a capire dove volesse andare o da chi. È un piccolo enigma, reso più oscuro da una misteriosa lettera-testamento scomparsa sulla quale ci si arrovella: vecchi amanti, luoghi sacri del passato…
La malattia si aggrava, la convivenza si fa ingestibile, ma i suoi stravaganti familiari vogliono scoprire la destinazione di quel viaggio e decidono di tenere duro. L’anziana donna, che dentro la sua mente è tornata bambina ai tempi del fascismo, diventa assoluta protagonista. È l’occasione per un confronto struggente, dai risvolti esilaranti, che penetra nei lati più riposti del rapporto tra genitori e figli, mentre i ruoli si rovesciano. Ma i figli di oggi sono davvero capaci di essere genitori o sono “figli per sempre”?
Tra latitanza e inefficienza dello Stato, mentre si consuma una delirante battaglia burocratica per ottenere la pensione d’invalidità, la famiglia riscopre il proprio senso. Figli e nipoti si trasformano in “badanti estremi”, pronti perfino a creare intorno all’ammalata un’incredibile messinscena per realizzare il suo sogno. di incontrare San Gennaro.
Finché spunta fuori la lettera che la donna aveva scritto prima di tentare invano di partire. Una lettera che svela tutta l’immensità dell’amore di una madre per i propri figli e che li spinge ancor più a rimanere in trincea fino all’ultimo, perdutamente accanto a lei.

Il romanzo è uscito alla vigilia della XX Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre 2013), istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Alzheimer’s Disease International per creare una coscienza pubblica sugli enormi problemi provocati dalla malattia che con la memoria si porta via un’intera esistenza. Le persone affette da Alzheimer e altre demenze sono oggi stimate in 36 milioni nel mondo, di cui uno nel nostro Paese; numeri destinati ad aumentare drammaticamente nel giro di pochi anni.
Per approfondire: Federazione Alzheimer Italia e Associazione Italiana Malattia di Alzheimer.

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Un brano tratto dal romanzo PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (Giunti, 2013)

Passeggiata infernale (pp. 141-151)

Quel giorno ero così felice che proposi a mia madre di uscire un po’, di andare a fare una passeggiata. Non succedeva da anni. E poi era primavera.
In effetti pensavo che avrebbe rifiutato, invece lei accettò, e poco dopo eravamo in ascensore: l’inizio di una minuscola odissea.
La carrozzella entrava nella cabina dell’ascensore pelo pelo. Le ruote sfioravano i lati della cabina con la millimetrica precisione di un pistone nella canna del cilindro.
Mia moglie sembrava decisamente sovreccitata al pensiero che stavo portando mia madre a fare un giro «in carrozzella», ovvero sulla sedia a rotelle, per le vie di Napoli. Quando si sovreccitava, lei parlava in fretta. Quel giorno infatti cominciò a parlare così velocemente che non capivo nulla di quello che diceva ma, ingenuamente, continuavo a sorridere e ad annuire.
Quando parlava a tutto gas, Penelope avrebbe potuto competere con una mitragliatrice Schwarzlose: viaggiava intorno, credo, alle 200 sillabe al minuto. Leggi tutto…

1999, di Domenico Trischitta

19991999, di Domenico Trischitta
Il Garufi edizioni, 2013 – euro 12

Giovedì 10 ottobre, alle ore 18, nel Bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica, di via Etnea 285 a Catania Domenico Trischitta presenta “1999” Il Garufi. Intervengono: Salvatore Paolo Garufi, Guja Ielo e Nicola Savoca.

Dalla Presentazione del volume
di Giuseppe Manfridi

1999. Non una profezia orwelliana, ma il dato di fatto di un travalico epocale tradotto in pulsione narrativa nell’incalzare di vicende tutte colte nella messa a fuoco di un loro dettaglio esemplare. E’ il finto minimalismo della grande scrittura.
Questa non è una raccolta di racconti, o se lo è, lo è come ‘Dubliners’ di Joyce: è un paesaggio in movimento, un paesaggio di grande densità demografica dove tutto, citando Pessoa, è simbolo e analogia. E chi racconta, al pari di chi è raccontato, è parte stessa di un paesaggio che mai può eludere se stesso. Ogni cambio di prospettiva corrisponde all’estinguere di un lembo panoramico che ne matura un altro in cui, svanendo, prosegue, e lo stacco da una pagina interrotta al titolo che intesta la successiva è un battito di ciglia; non uno iato tra qualcosa che si è concluso e qualcosa che inizia, ma solo l’annuncio che l’occhio si è spostato.
In questo mondo, un’intera specie umana dall’io intermittente dipana spasimi, sofferenze e sogni quasi senza soluzione di continuità in un bruciare di vite che si adunano e si accalcano al ritmo tachicardico di brani molati per comporre un tessuto convulso ma integro, omogeneo.
Il diarismo si alterna al referto, e spesso all’interno della stessa pagina. Come spesso, ammirando i mille percorsi suggeriti dalla visione di un bosco, ci sentiamo parte stessa di quel bosco precipitati nel ricordo di quando lo traversammo, e poi improvvisamente di nuovo estranei ad esso, capaci solo di descriverlo dal di fuori, anche se un tempo, nel folto di quella selva, ci fu dato di vivere atti di crescita o di perdizione.
1999, ovvero il punto di vista da cui il paesaggio muove lo sguardo su se stesso. E’ la fine di un’epoca, è l’avvento di un’altra; è l’argine che cede, è la vigilia dell’ignoto. E’ il conto alla rovescia che ci spinge verso un continente temporale dalle dimensioni immani, che sono quelle di un millennio.
1999 significa un luogo/tempo in cui tutto è destinato cambiare, come le lire in euro: l’effimero e il sostanziale, e se dapprincipio il cambiamento non avverrà intorno, avverrà dentro. Forse, tutto è già cambiato. Forse, molto di ciò che fu nostro è già andato perso, e nuove cose già ci aspettano al varco. Forse, il nulla.
La specie umana creata da Trischitta è di questo che vive, di una danza sull’orlo del baratro nell’ebbrezza di progetti avidi poiché terminali; e di un eros pulsante, persistente, che l’ironia riscatta dall’inverecondia assoluta, da oscenità celiniane (e Cèline, con Carver, è uno dei grandi autori/nume del libro), ma senza nulla togliere alla sua travolgente carica vitale.

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Dicembre 1999. Sembra un Natale come tutti gli altri, ma non è così. Leggi tutto…

VETRINE LETTERARIE 2013: I VINCITORI

vetrine letterarie 2013VETRINE LETTERARIE 2013: I VINCITORI

Si è conclusa sabato 28 settembre a Giardini Naxos (ME) la seconda edizione del concorso Vetrine Letterarie.

Il progetto e la realizzazione dell’evento sono stati curati dalle architette Elena Arcidiacono, Odette Rigano, Concita Tiziana Androne e Maria Cirrincione insieme all’associazione culturale Giovani per l’Europa.
Anche quest’anno il concorso è inserito all’interno della manifestazione culturale Naxoslegge (festival delle narrazioni, della lettura e del libro) evento organizzato dall’associazione culturale Le officine di Hermes guidata dalla Prof.ssa Fulvia Toscano, svoltasi a Giardini Naxos dal 20 al 28 settembre.
Da Omero a Kerouac passando per Calvino, Baricco, Pessoa, Hesse, Carroll…, creativi provenienti da tutta Italia hanno interpretato il viaggio attraverso 24 installazioni artistiche
in altrettanti negozi della città di Giardini Naxos.
Giardini Naxos in questi giorni si è trasformata da meta di viaggio a ponte d’imbarco per un cammino conoscitivo attraverso la narrativa, la letteratura e le arti visive.
Vetrine Letterarie nasce come volontà di creare un insolito “museo diffuso” in cui luoghi non avvezzi all’arte (le vetrine) ne diventano contenitori. Gli spazi espositivi generano una “rete creativa” che permette ai visitatori di godere di una passeggiata artistico-letteraria nella città e al tempo stesso di beneficiare e fruire dell’inusuale esposizione artistica realizzata dall’insieme delle vetrine.
Questo evento culturale è dedicato al dialogo tra le arti, indagato lungo molteplici vie: Leggi tutto…

IL BAMBINO AL COBALTO (un brano del libro e l’autoracconto d’autore)

Pubblichiamo un brano del volumeIL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore) seguito dall’autoracconto d’autore

(Leggi la recensione di Marinella Fiume)

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Da “IL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore)

Sembra strano, ma l’odore degli ambienti ospedalieri mi inebriava, mi sentivo felice, quasi a mio agio.
Del resto, quelle stanze ovattate, un po’ fredde, quasi asettiche, erano stati i miei appartamenti obbligati, i miei territori privati, spesso sopportati, ma sempre accettati, per anni.
Ci vedevo i due risvolti della medaglia e, per uno di essi, quando ero disteso sul lettino ci stavo bene.
Già, il lettino!
Ho guardato il mondo per anni col naso in su, sdraiato su un lettino.
Che fosse di casa, di ospedale, di sala operatoria, poco importa. Era un mezzo fisico di contenimento del mio corpo. Due metri quadrati di mondo, quattro lati di possesso. Uno spazio dove vivere per settimane o mesi, circondato dalla vita che chiama e a cui poter rispondere solo in lontananza.
Ho sempre dato doppio senso o valore delle cose che mi riguardavano e anche nei confronti del lettino era così.
Se, da un lato l’idea di essere costretto a restare in modo orizzontale, per tempi anche lunghi, non mi attraeva, dall’altro la possibilità di un pezzo di mondo, tutto mio, privato, intoccabile, mi dava la sensazione di essere protetto.
Durante il giorno, il lettino svolgeva assai bene le funzioni ad esso assegnate.
Mi permetteva di contattare il mondo discretamente e lo consideravo una barriera fisica reale tra il mio corpo e gli altri.
Il lettino della Sezione B era una vera culla di alluminio, costruito per proteggere i piccoli pazienti durante la notte.
Aveva le sbarre mobili ai lati più lunghi che potevano essere riposte in basso nel momento del non bisogno ma che, ai più piccoli, durante la notte, venivano alzate, con rapido movimento, dalle infermiere. Era praticamente impossibile scendere dal lettino senza farsi male.
Stranamente, anche in età meno infantile, verso i dieci, dodici anni, la notte, sbloccavo la sicura delle sbarre a tubi cilindrici e le facevo risalire. La protezione era completa. Il varco era ostruito. Il mondo restava fuori, la notte imperava e mi avvolgeva…
E le coperte erano le armi doganali.
Mi coprivo sempre, fino al bordo del mento e sotto le coperte assumevo, subito, la classica posizione di difesa, quella fetale.
Volevo separarmi in modo netto e deciso dagli altri. Non volevo essere toccato.
Sul lettino operatorio invece no!
Lì ero indifeso, spogliato, aggredito, lì dovevo subire.
Non avevo coperte con cui ripararmi, non c’era il buio, ma una lampada scialitica asettica, con nove lampadine con cupola di acciaio che emanava luce talmente fredda da gelare il corpo, freddare la mente, annullare i pensieri.
Non potevo pensare ad altro, solo a me stesso.
Immobile, inerme, senza forze, passivamente accettavo di essere spostato, rigirato, legato al piccolo lettino verde con le cinghie di cuoio. Il capo veniva adagiato su una piccola ciambella, con un foro centrale, rivestita di multiple fasce di garza.
Non avevo teli da tirare su.
Le mie difese erano valicate, abbattute e non era consentito nulla se non accettare la condizione, quello per cui ero lì.

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Ivano Luppino “racconta” il proprio libro per Letteratitudine

di Ivano Luppino
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Andrea D’Urso, finalista 2013 del Premio Calvino, pubblicherà con E/O

Il romanzo di Andrea D’Urso, finalista alla XXVI edizione del Premio Calvino con il titolo “Nomi, cose e città“, esordirà con E/O.

Una scrittura nervosa valorizza perfettamente l’epica di un eroe dei nostri tempi, un eroe del libero mercato: lo gigolò protagonista di Nomi, cose e città. Donne mature, più o meno abbienti, lo vedono come lo strumento per realizzare i loro inconfessati desideri o magari, più semplicemente, il loro inconfessabile desiderio di affetto.
Il romanzo, allestito con intelligenza e mestiere, rappresenta uno spirito che ha abdicato. Ma la sua è una sconfitta che rende il personaggio accattivante nonostante il suo ostentato cinismo, spesso accompagnato da una smagata sprezzatura nei confronti dell’ovvio. Testo perfettamente omologo ai tempi, ma soffuso di una tenue malinconia, sottolineata dal ricorrente vagheggiamento del protagonista: “Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita”.

Il Comitato di lettura Leggi tutto…

MARCO MONTEMARANO vince il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza

Premio Neri Pozza: la cinquina dei finalisti“LA RICCHEZZA” DI MARCO MONTEMARANO VINCE LA PRIMA EDIZIONE del Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza – L’autore (e musicista) milanese si aggiudica i 25.000 euro del primo premio.

Visto l’alto livello riscontrato dal Comitato di Lettura, tutti i cinque romanzi finalisti saranno pubblicati da Neri Pozza Editore.

Va a Marco Montemarano il primo Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza. Nato a Milano nel 1962, cresciuto a Roma, un’eclettica attività di scrittore, giornalista, traduttore e musicista (all’attivo due raccolte di composizioni per chitarra), Montemarano è stato proclamato vincitore al termine della cerimonia appena conclusasi al Teatro Olimpico di Vicenza. Per il Comitato di Lettura, composto dagli agenti letterari Luigi Bernabò e Marco Vigevani, dagli scrittori giornalisti Francesco Durante e Stefano Malatesta, dallo scrittore e critico letterario Silvio Perrella, dall’autrice Sandra Petrignani e da Giuseppe Russo, ideatore del Premio e direttore editoriale Neri Pozza, non è stato un compito semplice. L’ottima qualità dei cinque romanzi finalisti ha determinato un arrivo al fotofinish, nel quale La ricchezza di Marco Montemarano si è aggiudicato la vittoria per un punto su La letteratura tamil a Napoli di Alessio Arena (ogni giurato ha espresso una valutazione anonima per ciascun libro, assegnando un voto da 1 a 10). Durante la cerimonia, l’autore vincitore ha ricevuto un assegno di 25.000 euro e una targa con un’incisione di Neri Pozza. Il libro sarà pubblicato da Neri Pozza Editore e uscirà a novembre 2013.
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Categorie:Articoli e varie

Premio letterario Pirandello a Simonetta Agnello Hornby

Premio letterario Pirandello 2013 a Simonetta Agnello Hornby. Il 10 ottobre, premiazione e conferenza su “Femminicidio e violenza di genere”

La 3° ed. del “Premio letterario Pirandello“, promosso dall’Ersu di Catania, presieduto da Alessandro Cappellani, è stato assegnata, da una giuria presieduta da Sarah Zappulla Muscarà, alla scrittrice Simonetta Agnello Hornby, per il volume “Il male che si deve raccontare“, edito da Feltrinelli. Altri premi sono andati ai migliori elaborati presentati dagli studenti universitari dell’Ateneo Catanese sul tema “La violenza sulle donne nella letteratura”. La cerimonia di premiazione avrà luogo giovedì 10 ottobre, alle ore 18, nell’Aula Magna di piazza Università, interverranno il Rettore Giacomo Pignataro e il Procuratore Aggiunto della Repubblica Marisa Scavo.

Premio Pirandello 2013
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CENTROCONTEMPORANEO – Catania, 5 ottobre 2013

centrocontemporaneo

IX Giornata del Contemporaneo

Catania – Via Montesano / Via San Michele / Via Carcaci / Piazza Manganelli / Piazza Colosi

05.ottobre.13
IX Giornata del Contemporaneo
ore 9-24 / ingresso libero

da un’idea di Antonio Recca

organizzazione: Comitato spontaneo San Michele

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IL BAMBINO AL COBALTO, di Ivano Luppino

IL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino
Armando Siciliano Editore, 2013 – pagg. 136 – euro 13

[Domani, dalle h. 7, qui su LetteratitudineNew, un brano del libro e un intervento dell’autore]

IL BAMBINO AL COBALTO dell’esordiente Ivano Luppino è un libro che può leggersi sotto diverse angolazioni: 1. Letteraria 2. Sociologica

di Marinella Fiume

1. Sotto la prima angolazione, mi ha fatto pensare  a  La cognizione del dolore, un romanzo incompiuto dello scrittore  Carlo Emilio Gadda. E forse questo libro di Ivano può aiutarci a capire perché l’autore non lo finì mai. Rispetto al romanzo di Gadda, quello di Ivano ha per lo meno maggior coraggio, come dimostra il fatto stesso che è stato portato a compimento e chi lo legge capirà quanta forza d’animo è stata necessaria all’autore per farlo… Perché il libro, un diario dove i vari momenti della vita dell’autore si snodano, non secondo un arco cronologico, ma attraverso una serie di flashback, come un rosario attraverso cui si snocciolano i vari misteri dolorosi, ruota intorno alla “poetica della memoria”. Fin qui niente di nuovo: l’autobiografia ha appunto questo presupposto. E la scelta della prima persona sottolinea la forma diaristica.
Ma l’originalità spiazzante del libro è l’angolazione, il punto di vista che l’autore adotta: quello di un bambino “venuto al mondo” (diremmo con la Mazzantini) già segnato dalla malattia e sottoposto, nel corso della sua vita, a parecchi interventi chirurgici, spesso assai invasivi, a terapie pesantissime e oggi alcune delle quali superate dalla scienza medica: fra tutte, la devastante cobaltoterapia, quella stessa a cui non resistette il fisico ormai piegato e piagato di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il celebre autore de Il Gattopardo. Quella da cui trae origine il bel titolo del libro.
Il protagonista è un bimbo strappato dal nido soffice e protettivo della provincia calabrese e siciliana, da una famiglia patriarcale ramificata, allargata, ricca di parentela e catapultato per la maggior parte del tempo della sua evoluzione psico-fisica in una fredda, grigia, estranea, paurosa corsia d’ospedale romano. Da qui, da questo peculiare punto di vista, la novità stilistica del libro, la sua cifra peculiare: l’attenzione a particolari minuti, forse insignificanti per un adulto, la resa lillipuziana della realtà esterna, la prospettiva rovesciata di chi guarda il mondo dal basso di un lettino verso l’alto. Si può immaginare come questo sguardo sulle cose sia molto particolare, perché stabilisce una gerarchia e una spazialità del tutto peculiare: quella di chi guarda il mondo da un lettino, un rapporto non alla pari.
Intorno al protagonista si muovono le figure secondarie, delineate in pochi sapienti tratti, ora con la tenerezza e la dipendenza del bimbo, ora con la simpatica ironia dell’adulto: la madre, il padre, il parentado, gli insegnanti, i compagni di scuola, i colleghi di sventura, infermieri, portantini, medici…
La malattia diventa metafora di un viaggio: un viaggio che comincia dalla nascita di questo bambino e che si materializza nella scena dell’attesa del treno alla stazione di Acireale, il luogo consueto della partenza, e in quel treno per Roma che separa dalla terra consolatrice allo stretto di Messina e che attraversa gallerie e tunnel bui prima di vedere la campagna romana. Quel treno è perciò un simbolo contraddittorio di vita e morte, salute e sofferenza. E i tunnel che il treno attraversa sono metafora di quel lungo corridoio d’ospedale che il bimbo percorre con la manina attaccata a quella del suo papà, ben presto strappata per raggiungere il luogo dell’oblio, la sala operatoria, lo stordimento dell’anestesia che lo trascina nel profondo Ade e lo risucchia nel suo nulla che lo ghermisce con le mani adunche.
Il bimbo, spersonalizzato nelle corsie d’ospedale, diventa solo il numero di un lettino, la lettera di un reparto. E lo sguardo dell’adulto che non indugia alla retorica del sentimento, ora si fa ironia, levitas, distanza, grazia… Sono numeri da smorfiare per giocarli al lotto, ma sono anche illusione della routine della vita normale, basata sull’ossessiva ripetizione: il numero del lettino, il numero dei colleghi di sventura, il computo dei giorni… il gioco dei conteggi!
Ma la vita è sporca, mentre l’innaturale pulizia delle sale ospedaliere, odorose di disinfettante e dell’odore tipico della sala operatoria, ci riportano alla non vita di un ospedale asettico che scandisce i giorni tutti uguali del bambino.
La sofferenza e il dolore, l’insulto ripetuto ad un piccolo corpo inerme, attraversano come un fil rouge il racconto di questi venti anni circa di vita, insieme all’altro, quello della solitudine, che attanaglia le viscere del bimbo, perché l’esistenza di un bambino ammalato è fatalmente legata alla solitudine: solo lui e la sua malattia, lui e la sua ombra labile.
Eppure, esso sa farsi scuola di vita perché il dolore può incattivire, ma può diventare buon maestro, come nel caso dell’Autore che dall’addestramento al dolore si apre al mondo e sceglie la solidarietà, la professione medica, il paradiso miracoloso della guarigione.
Chi conosce il dermatologo, sa con quanta passione egli eserciti la professione! E, certo, anche perché ha avuto la sorte di incontrare sul suo cammino persone che hanno saputo porsi autorevolmente nei suoi confronti, che lo hanno saputo punire, senza pietismi, ma anche aiutare, premiare.
Perciò il libro è anche il difficile romanzo di formazione di un bambino che del dolore ha saputo fare strumento di crescita personale. Un bambino malato, infatti, non si ama, perché sente la malattia come punizione e comprende di essere un peso per i familiari. Ma l’autore è riuscito a vincere sul dolore, anzi il dolore è diventato uno stato di grazia che gli ha permesso di entrare dentro di sé, conoscersi, conquistare infine la vera saggezza.
Da qui il manzoniano “sugo della storia”, le ragioni per cui il libro vede la luce: “Per questo ho voluto far conoscere questa vita, la mia. Per quelli che, come me, hanno dovuto subire travagli fisici e mentali capaci di annullare ogni resistenza, capaci di abbattere”. Da qui l’esperienza individuale si innalza all’universalità del messaggio valido per tutti, scopo ultimo di ogni esperienza letteraria.

2. Il secondo aspetto è quello sociologico. Leggi tutto…

INTERNAZIONALE A FERRARA – 4/5/6 ottobre 2013

INTERNAZIONALE A FERRARA – 4/5/6 ottobre 2013

Festival / Programma / Protagonisti / Documentari

Internazionale a Ferrara è il festival di Internazionale. Un weekend di incontri con giornalisti, scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo.
Nel 2012, con più di centosettanta ospiti arrivati da trentotto paesi, workshop, conferenze in live-streaming, mostre, concerti, proiezione di documentari, laboratori per bambini, Internazionale a Ferrara ha registrato 66mila presenze.
L’ingresso agli eventi è gratuito, tranne quello ai documentari.
Tra gli ospiti delle edizioni passate: Arundhati Roy, Bill Emmott, John Berger, Dana Priest, Evgeny Morozov, Olivier Roy, Bruno Giussani, Pierre Haski e Roberto Saviano.
Tutti gli eventi si svolgono nel centro storico di Ferrara dove è facile spostarsi a piedi o in bicicletta.
Dal 2009 inoltre il festival organizza il premio giornalistico Anna Politkovskaja, per ricordare la giornalista russa uccisa nel 2006.
Il festival, nato nel 2007, è organizzato da Internazionale in collaborazione con il comune e la provincia di Ferrara, l’Università degli Studi di Ferrara e la regione Emilia-Romagna.
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LUTTO PER LA TRAGEDIA DI LAMPEDUSA

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È MORTO TOM CLANCY

Il 1° ottobre 2013, in un ospedale di Baltimora, è morto lo scrittore e sceneggiatore statunitense Tom Clancy, famoso soprattutto per i suoi romanzi di spionaggio (autore, tra l’altro, di “La grande fuga dell’ottobre rosso“). Aveva 66 anni.

I libri di Tom Clancy pubblicati in Italia

Tom Clancy è nato a Baltimora (Maryland) il 12 aprile 1947. Appassionato fin dall’infanzia del mondo militare, ne ha tentato la carriera, che gli è stata preclusa dalla sua forte miopia. Successivamente ha servito nel ROTC della Johns Hopkins University di Baltimora.
Nonostante già da giovane fosse molto dotato per la scrittura, ha iniziato a lavorare come assicuratore, finché a 29 anni non ascoltò la notizia di una fregata sovietica che in Svezia aveva tentato la diserzione, fatto che ha ispirato il suo primo libro: La grande fuga dell’Ottobre Rosso, pubblicato nel 1984, da cui successivamente è stato tratto il film Caccia a Ottobre Rosso.
Tom Clancy ha divorziato nel 1988 dalla moglie Wanda, con la quale ha concepito 4 figli.
Beneficiava dell’amicizia di molte importanti personalità, tra cui alcuni ex presidenti degli Stati Uniti. Gli analisti dell’esercito degli Stati Uniti mostrarono attenzione per i suoi pareri, offrendogli in cambio la possibilità di imbarcarsi su sottomarini, navi, aerei, elicotteri e altri mezzi militari. La sua passione per l’ambiente militare ha avuto sicuramente molta influenza nella sua vita. Egli possedeva infatti un Hummer e un carro armato M4 Sherman del 1943, regalatogli dalla moglie per Natale. Possedeva inoltre un poligono personale sotterraneo, dove amava sparare con la sua pistola, una Beretta 92F.

Tom Clancy è definito dalla critica il “guru del techno-thriller”, per la sua capacità nel descrivere avvenimenti di fanta-politica entrando nei particolari più tecnici.
I romanzi di Clancy vedono i protagonisti manovrare armi e tecnologie militari altamente innovative, dimostrando di conoscerne le caratteristiche e le modalità d’impiego ben prima che esse vengano divulgate pubblicamente.
Si spazia quindi dall’attribuire un ruolo fondamentale agli aerei stealth in Uragano Rosso (1986), quando l’USAF riconoscerà con reticenza l’esistenza del capostipite F117 solo due anni dopo, agli strumenti di comunicazione satellitare cifrati, dalle bombe intelligenti di Pericolo imminente, all’impiego di armi non letali e dei B-2 in Debito d’onore.
Clancy esibiva nei suoi romanzi anche un’ottima conoscenza della macchina amministrativa statunitense e delle tattiche militari sovietiche, particolarmente ai tempi della guerra fredda.

(Fonte Wikipedia)

Approfondimenti su: Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, L’Unità
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VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo

Viaggiatori di nuvoleIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine di VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo (Marsilio) – romanzo vincitore dell’edizione 2013 del Premio Dessì

La scheda del libro
È l’autunno del 1499 quando il giovane Zosimo Aleppo, stampatore d’origine ebraica, lascia Venezia. Scopo del viaggio è trovare le pergamene che un misterioso ragazzo, da tutti chiamato chierico Pettirosso, si porta dietro nelle bisacce. Corrono tante voci sul conto di queste carte: profezie, rivelazioni, memorie… La meta è Milano, ma Zosimo ci arriva tardi, il ragazzo è fuggito. Lo cerca a Mantova, in Francia, nelle terre intorno a Napoli, in Basilicata; gira per città e campagne, cammina dentro le nebbie e nella neve, si innamora di una donna che ha la pelle color d’ambra e gli occhi di una gatta, conosce mercanti, cavalieri, tavernieri, spioni, uomini del clero e di malaffare; si finge pittore, marito, poeta, soldato mercenario pur di ottenere notizie. E la sua missione finisce per diventare l’inseguimento di un’ombra, un’ossessione vagabonda, una scommessa con la sorte. In questa movimentata vicenda di avventure e di visioni, dove si affacciano i volti di Isabella d’Este, Francesco Gonzaga, Gilbert de Montpensier, Leonardo da Vinci, i personaggi si alternano come in una grande giostra, umili e sapienti, astuti e crudeli. E sullo sfondo di un’Italia attraversata da eserciti, sul palcoscenico di un’epoca su cui soffia il vento delle invenzioni e giungono gli echi delle scoperte geografiche, Zosimo si riappropria di un tempo remoto e dimenticato, ritrova il segreto della sua identità. Epico e favoloso come L’ultima sposa di Palmira, in questo nuovo romanzo Giuseppe Lupo racconta una storia che fa sognare il lettore, lo incanta con le suggestioni di una lingua che ricorda l’Oriente delle Mille e una notte, lo accompagna in quel crogiuolo di illusioni e sconfitte, di utopie e speranze che è stata la civiltà del xv secolo.

* * *

Le prime pagine di VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo (Marsilio)

1.
Il vento

È da poco passato mezzogiorno e su Venezia soffia la
tramontana. Le porte cigolano, si rompono i vetri, ai moli
si spezzano le corde e le barche urtano contro le banchine.
Il calendario segna la data del 18 ottobre 1499. Non si
è mai visto un vento così forte, dicono gli indovini di Cannaregio.
Finora il tempo si è mantenuto mite, sulle altane
dei palazzi le donne uscivano a godersi il sole e a sbiondare
i capelli, l’acqua è rimasta per settimane a dondolare
nei canali. Adesso si farà crespa e torbida, forse inonderà
le strade e le alghe finiranno per aggrapparsi ai pali degli
imbarcaderi.
Nella stamperia di Erasmo Van Graan i fogli volano per
aria e i torchi devono fermarsi perché entra polvere. Van
Graan ha già sprangato le finestre e si avvicina al bancone.
È in cerca di Zosimo Aleppo che ha le mani imbrattate
d’inchiostro. Non dice niente, solo gli fa cenno di seguirlo
in uno stanzone con gli scudi alle pareti e i divani di stoffe
fiamminghe, la camera di rappresentanza, l’unica sempre
in ordine, dove riceve i segretari delle famiglie ricche e
contratta il costo della carta.
«Xe gionto lo tiempo de mieterte in gropa a lo caballo»
gli annuncia.
Van Graan veste braghe da manovale mentre stampa i
libri, ha gli zigomi color vinaccia, estate e inverno, e gli
occhi sono di un cielo senza tempeste. Viene dalle Fiandre,
si porta addosso il profumo della sua terra piena di
pozzanghere e, quando fa il misterioso, acciglia lo sguardo,
tossisce per l’imbarazzo, recita un proverbio che mescola
parole di molti popoli: «Se a casa arriba lo vento,
kakà pistèua a omnibus tormiento.»
Che lingua ingarbugliata parla quest’uomo. Zosimo capisce
e non capisce. Cosa sia kakà pistèua non è mai riuscito
a spiegarselo, forse è una bestemmia, forse uno scongiuro.
Nemmeno ha chiaro perché il padrone quel giorno usa
fare le boccacce di un mutolo che per miracolo ha riacquistato
la voce. Però si pulisce le mani e gli va dietro, calpesta
piano piano le sue orme. Sa che quando Van Graan si
comporta a quel modo una stagione di meraviglie o di guai
sta per bussare alle porte.
«Ha venido da Milano un omo de sienza» spiega Van
Graan e lo fa in un groviglio di fiato e sospiri che mette
soggezione solo a sentirlo. Il forestiero si chiama Lionardo,
gli ha srotolato sotto gli occhi disegni di bombarde e
macchine da guerra, tavole anatomiche di braccia e clavicole
senza vita, fazzoletti di cartapecora ornati di tordi e
colombi. «Filio de lo demonio» aggiunge, ma quasi si pente
di aver detto troppo. Poi, con l’urgenza di chi vuole liberarsi
da un peso che ha sullo stomaco, strappa le lenti
dal naso e si mette a parlare di un chierico che nasconde in
bisaccia un fascio di carte importanti, un libro d’invenzioni
o un catalogo di sogni, chissà che altro, da cui non si
separa nemmeno quando dorme. Non si conosce il nome,
lo chiamano Pettirosso ed è stato visto in uno dei magnifici
palazzi di Milano, però non è sicuro che viva ancora in
quelle stanze perché in città è passata la guerra e Ludovico
il Moro si è dato alla fuga. Leggi tutto…

FESTIVAL SUGARPULP 2013: Padova, 4/5/6 ottobre

Segnaliamo il FESTIVAL SUGARPULP 2013: Padova, 4/5/6 ottobre
(per saperne di più, clicca sull’immagine)

Notizie e programma (da Padova Oggi)

Sugarpulp Festival 2013

Torna anche quest’anno a Padova l’appuntamento con lo Sugarpulp Festival, l’evento organizzato dall’associazione culturale Sugarpulp (www.sugarpulp.it) e con il patrocinio del Comune di Padova e dell’assessorato alla Cultura. Dopo due edizioni all’insegna del grande noir internazionale il tema centrale di questa terza edizione sarà la narrativa di genere, per un viaggio alla sua (ri)scoperta e delle Culture Pop.

Fare cultura divertendosi da sempre è la mission di Sugarpulp, per questo la terza edizione del festival nasce all’insegna del divertimento e di un approccio assolutamente positivo e informale alla lettura e alla letteratura. Libri, fumetti, arti figurative, cinema e videogames: tante le novità dello Sugarpulp Festival che, come ogni anno, porterà a Padova autori di livello internazionale. Per la prima volta il Festival ospiterà inoltre una serie di anteprime nazionali, un inedito contest videoludico, un concorso letterario e una rassegna cinematografica.

Altra novità da segnalare sono il coinvolgimento del mondo associativo, con l’associazione Jeos, la prima e più importante associazione italiana legata al mondo della street art; l’associazione Yavin IV, il fan club italiano ufficiale di STAR WARS (che, proprio in occasione dello Sugarpulp Festival 2013 ha indetto lo YAVIN IV DAY II); Empira, altra associazione che si muove nel mondo di STAR WARS e che si propone di essere il punto di incontro tra letteratura, videogiochi, film e costuming.

Tutti gli ospiti della sezione BOOKS: Tullio Avoledo, Nicolai Lilin, Massimo Carlotto, Tim Willocks, Elisabetta Bucciarelli, Irene Cao, Gianni Biondillo, Marcello Simoni, Simone Sarasso, Marilù Oliva, Giuliano Pasini, Francesca Bertuzzi, Matteo Righetto, Matteo Strukul, Pierluigi Porazzi, Simone Marzini, Carlo Callegari, Stefano Piedimonte, Nicola Skert, Tina Cacciaglia e Cristina Lattaro.

Tutti gli ospiti della sezione COMICS: Roberto Recchioni, Giuliano Piccininno, Silvia Ziche, Stefano Tamiazzo, Angelo Bussacchini, Officina Infernale, Alessandro Lise e Alessandro Gottardo.

Tutti gli ospiti della sezione SPECIAL GUEST: Roberta Bruzzone, Luca Crovi, Vittorio Bustaffa, Marco Piva Dittrich, Giorgio Finamore, Dusty Eye, il Prof. Alchemist e Il Duca di Baionette (Marco Carrara).

Il Festival si snoderà tra le vie del centro storico della città di Padova e avrà come cuore pulsante il Centro Culturale San Gaetano/Altinate, il centro culturale più grande d’Europa.

GLI EVENTI DA NON PERDERE:
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PROSE DAL DISSESTO, di Massimiliano Borelli

Prose dal dissesto. Antiromanzo e avanguardia negli anni SessantaPROSE DAL DISSESTO, di Massimiliano Borelli
Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta
Mucchi Editore, 2013

Intervista a Massimiliano Borelli
a cura di Claudio Morandini

Massimiliano Borelli dedica il saggio “Prose dal dissesto – Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta” (Mucchi, collana “Lettere Persiane”, 2013) alla produzione narrativa del Gruppo 63, o, se vogliamo dire altrimenti, a quel complesso, irrequieto e radicale lavorio che alcuni autori riconducibili a quel gruppo hanno compiuto sui meccanismi e le convenzioni della prosa, in particolare del romanzo. Accanto a certe opere fondamentali e inevitabili di Manganelli e Arbasino, di Sanguineti e Malerba, di Porta e Balestrini, l’autore presta attenzione particolare ai contributi letterari di scrittori come Ceresa, Di Marco, Vasio, Spatola – ne emerge un ricco mosaico di voci, una vivace polifonia di sperimentazioni e riflessioni critiche attorno ad alcuni fondamenti condivisi. Che cosa ancora ci possono dire, a cinquant’anni di distanza, “questi strani romanzi”, queste “prose dal dissesto”? Lo chiedo allo stesso Massimiliano Borelli.

CM – Nel tuo saggio il Gruppo 63 appare come un’esperienza storicizzata, che ormai possiamo valutare pacatamente collocandola in un contesto culturale ben preciso; eppure ancora oggi la rottura rappresentata dal Gruppo 63, i morti e i feriti che, per così dire, ha lasciato sul campo, vengono letti da molti con un coinvolgimento emotivo più che scientifico. Da che cosa dipende, secondo te?

MB – Non c’è dubbio che sia possibile fare, oggi che cade il cinquantenario della fondazione del Gruppo, una lucida storia della neoavanguardia italiana, che infatti è già stata fatta più di una volta. Tuttavia, quello che ho cercato di fare io, più che una storia, è stato andare a leggere da vicino i testi, le opere che il Gruppo ha prodotto, concentrandomi sull’ambito narrativo. Le ricostruzioni storiche hanno infatti sempre preferito dare più conto delle teorie e dei dibattiti che hanno animato questa esperienza; con parecchie ragioni, ben inteso, perché proprio le teorie e i dibattiti sono stati un aspetto fondamentale e hanno rappresentato un elemento di novità assoluto nel panorama letterario (e non solo) italiano di quegli anni. Quello che mi premeva maggiormente però era sondare i valori specifici dei testi, di quelle opere che i detrattori hanno sempre liquidato come inconsistenti, come mero prodotto di un esercizio di laboratorio, secondo l’ormai fiacco adagio che il Gruppo 63 ha prodotto molta teoria, ma nessuna opera degna di restare nel canone italiano e quindi di essere letta ancor oggi. Alla fine spero di aver dimostrato come invece i romanzi, o antiromanzi, della neoavanguardia presentino tutto uno spettro (molto ampio e diversificato) di possibilità espressive, che, se appaiono lontani anni luce dalle modalità narrative attuali, custodiscono tuttavia dei fertilissimi dispositivi di emozione intellettuale e di scoperta dell’esperienza, oltre che di critica dell’esistente. Ribaltando quell’accusa, dunque, è proprio qui, nelle opere, che il Gruppo 63 ha secondo me ancora qualcosa da dire, qualcosa che non permette di guardare a esso in maniera “pacata”, perché il suo corpus rimane un oggetto letterario irrequieto, resistente all’assorbimento, disseminato di stratagemmi inventivi. Mi piace pensare a questi testi come ai chicchi di grano non germogliati custoditi dalle piramidi di cui parlava Benjamin, che nel tempo hanno conservato tutta la loro forza germinativa; forse anche queste opere sono lì che aspettano i loro nuovi lettori, che in esse potranno trovare nuove chiavi per disvelare il contemporaneo. Per quanto poi riguarda il livore con cui gli oppositori del Gruppo 63 continuano a riferirglisi (che talvolta assume davvero un tono misero e grottesco), ciò dipende probabilmente proprio dal fatto che, per quanto ne dicano, la scrittura della neoavanguardia è tuttora viva, o perlomeno “attivabile” da chi è disposto ad accostarglisi per sentire quel che ha da dire.

CM – Quella del Gruppo 63 stata un’esperienza polifonica (e polimorfica), ma si possono individuare due, tre nuclei forti attorni ai quali si sono concentrati i differenti contributi? Penso al rapporto con il pubblico, alla destrutturazione del sistema dei personaggi, alla ridefinizione dei criteri dello spazio e del tempo…
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EURISPES: BASTA POCO PER FAR RIPARTIRE IL BRAND ITALIA

Pubblichiamo il seguente comunicato inviatoci dall’Eurispes, contenente dichiarazioni di Pietro Folena, direttore del Dipartimento Cultura dell’Eurispes. Ne approfittiamo per segnalare l’articolo “Con la cultura si mangia”, pubblicato su LetteratitudineNews qualche settimana fa.

EURISPES: BASTA POCO PER FAR RIPARTIRE IL BRAND ITALIA

“L’Italia ha urgente bisogno di una grande sinergia tra pubblico e privato dal punto di vista degli investimenti culturali – dichiara Pietro Folena, direttore del Dipartimento Cultura dell’Eurispes – Purtroppo negli ultimi anni ai tagli culturali operati dal Pubblico si sono aggiunti quelli degli investitori privati facendo sì che il brand nazionale continui a perdere posizioni”.

Sebbene l’Italia sia da sempre al primo posto per patrimonio culturale (davanti a Francia, Giappone, Svizzera, Regno Unito, Perù, Germania, Israele, Egitto, Canada, Spagna, Svezia, Austria, Nuova Zelanda e Norvegia), il suo brand, secondo la graduatoria stilata da FutureBrand, è sceso dal 2012 al 2013 dal decimo al quindicesimo posto. E’ interessante notare come in questa classifica le posizioni di vertice siano appannaggio di paesi che mostrano una grande capacità di dinamismo associato all’apertura verso le sfide della globalità e della contemporaneità, piuttosto che a valori storici sedimentati. Il brand ai vertici della classifica è quello della Svizzera, seguito da Canada, Giappone, Svezia, Nuova Zelanda e Australia. Al settimo posto c’è la Germania, capace di guadagnare nell’ultimo anno ben 4 posizioni. Appare evidente che questi Stati esprimono maggiore capacità rispetto all’Italia di promuovere il proprio patrimonio culturale attraverso il pubblico e i soggetti privati; questi ultimi comprendono anche i cosiddetti iconic brand, marchi aziendali emblematici che operano lungo i margini, provenienti da associazioni di rilievo. Negativo anche l’andamento delle sponsorizzazioni da parte di investitori privati, passate in Italia da circa 1,8 milioni nel 2008 a 1,3 nel 2012, con un saldo negativo di 463 mila euro.

Anche se non dovrebbe essere complicato promuovere lo straordinario patrimonio di opere d’arte presenti nel nostro Paese, stando alle ultime ricerche sugli indicatori di competitività culturale l’Italia, per quel che riguarda architettura e musei, è passata dai 60 punti del 1900 ai 18 del 2000. Un trend opposto a quello per esempio di Stati Uniti e Giappone che sono cresciuti rispettivamente da 50 a 100 e da 20 a 39. Lo stesso discorso vale per l’arte dove da 600 punti del 1900 siamo scesi a 105 nel 2000. Eppure basterebbe davvero poco per rilanciare questo settore strategico il cui indotto, anche dal punto di vista occupazionale, ha potenzialità elevatissime.

“Aumentare gli investimenti pubblici – sostiene nel suo ultimo libro, ‘Il Potere dell’arte’ (Datanews), Pietro Folena – significa trascinare inevitabilmente quelli privati in un vortice virtuoso attraverso la “Formula XXI”: in Italia per un euro pubblico investito nella cultura se ne producono 21,3 privati. Lo stesso moltiplicatore applicato ad altri paesi dà risultati decisamente più bassi (8,8 in Francia, 8,5 in Germania, 10,5 nel regno Unito, 5,4 in Spagna). Peccato che in questi Stati si investe molto più denaro pubblico nella cultura e che, quindi, alla fine il risultato ci vede comunque penalizzati. Il Pil culturale italiano, oggi calcolabile in 40 miliardi all’anno, potrebbe rapidamente raddoppiare con investimenti pubblici limitati (nell’ordine dei 400-500 milioni di euro l’anno)”.
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