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VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo

ottobre 2, 2013

Viaggiatori di nuvoleIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine di VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo (Marsilio) – romanzo vincitore dell’edizione 2013 del Premio Dessì

La scheda del libro
È l’autunno del 1499 quando il giovane Zosimo Aleppo, stampatore d’origine ebraica, lascia Venezia. Scopo del viaggio è trovare le pergamene che un misterioso ragazzo, da tutti chiamato chierico Pettirosso, si porta dietro nelle bisacce. Corrono tante voci sul conto di queste carte: profezie, rivelazioni, memorie… La meta è Milano, ma Zosimo ci arriva tardi, il ragazzo è fuggito. Lo cerca a Mantova, in Francia, nelle terre intorno a Napoli, in Basilicata; gira per città e campagne, cammina dentro le nebbie e nella neve, si innamora di una donna che ha la pelle color d’ambra e gli occhi di una gatta, conosce mercanti, cavalieri, tavernieri, spioni, uomini del clero e di malaffare; si finge pittore, marito, poeta, soldato mercenario pur di ottenere notizie. E la sua missione finisce per diventare l’inseguimento di un’ombra, un’ossessione vagabonda, una scommessa con la sorte. In questa movimentata vicenda di avventure e di visioni, dove si affacciano i volti di Isabella d’Este, Francesco Gonzaga, Gilbert de Montpensier, Leonardo da Vinci, i personaggi si alternano come in una grande giostra, umili e sapienti, astuti e crudeli. E sullo sfondo di un’Italia attraversata da eserciti, sul palcoscenico di un’epoca su cui soffia il vento delle invenzioni e giungono gli echi delle scoperte geografiche, Zosimo si riappropria di un tempo remoto e dimenticato, ritrova il segreto della sua identità. Epico e favoloso come L’ultima sposa di Palmira, in questo nuovo romanzo Giuseppe Lupo racconta una storia che fa sognare il lettore, lo incanta con le suggestioni di una lingua che ricorda l’Oriente delle Mille e una notte, lo accompagna in quel crogiuolo di illusioni e sconfitte, di utopie e speranze che è stata la civiltà del xv secolo.

* * *

Le prime pagine di VIAGGIATORI DI NUVOLE, di Giuseppe Lupo (Marsilio)

1.
Il vento

È da poco passato mezzogiorno e su Venezia soffia la
tramontana. Le porte cigolano, si rompono i vetri, ai moli
si spezzano le corde e le barche urtano contro le banchine.
Il calendario segna la data del 18 ottobre 1499. Non si
è mai visto un vento così forte, dicono gli indovini di Cannaregio.
Finora il tempo si è mantenuto mite, sulle altane
dei palazzi le donne uscivano a godersi il sole e a sbiondare
i capelli, l’acqua è rimasta per settimane a dondolare
nei canali. Adesso si farà crespa e torbida, forse inonderà
le strade e le alghe finiranno per aggrapparsi ai pali degli
imbarcaderi.
Nella stamperia di Erasmo Van Graan i fogli volano per
aria e i torchi devono fermarsi perché entra polvere. Van
Graan ha già sprangato le finestre e si avvicina al bancone.
È in cerca di Zosimo Aleppo che ha le mani imbrattate
d’inchiostro. Non dice niente, solo gli fa cenno di seguirlo
in uno stanzone con gli scudi alle pareti e i divani di stoffe
fiamminghe, la camera di rappresentanza, l’unica sempre
in ordine, dove riceve i segretari delle famiglie ricche e
contratta il costo della carta.
«Xe gionto lo tiempo de mieterte in gropa a lo caballo»
gli annuncia.
Van Graan veste braghe da manovale mentre stampa i
libri, ha gli zigomi color vinaccia, estate e inverno, e gli
occhi sono di un cielo senza tempeste. Viene dalle Fiandre,
si porta addosso il profumo della sua terra piena di
pozzanghere e, quando fa il misterioso, acciglia lo sguardo,
tossisce per l’imbarazzo, recita un proverbio che mescola
parole di molti popoli: «Se a casa arriba lo vento,
kakà pistèua a omnibus tormiento.»
Che lingua ingarbugliata parla quest’uomo. Zosimo capisce
e non capisce. Cosa sia kakà pistèua non è mai riuscito
a spiegarselo, forse è una bestemmia, forse uno scongiuro.
Nemmeno ha chiaro perché il padrone quel giorno usa
fare le boccacce di un mutolo che per miracolo ha riacquistato
la voce. Però si pulisce le mani e gli va dietro, calpesta
piano piano le sue orme. Sa che quando Van Graan si
comporta a quel modo una stagione di meraviglie o di guai
sta per bussare alle porte.
«Ha venido da Milano un omo de sienza» spiega Van
Graan e lo fa in un groviglio di fiato e sospiri che mette
soggezione solo a sentirlo. Il forestiero si chiama Lionardo,
gli ha srotolato sotto gli occhi disegni di bombarde e
macchine da guerra, tavole anatomiche di braccia e clavicole
senza vita, fazzoletti di cartapecora ornati di tordi e
colombi. «Filio de lo demonio» aggiunge, ma quasi si pente
di aver detto troppo. Poi, con l’urgenza di chi vuole liberarsi
da un peso che ha sullo stomaco, strappa le lenti
dal naso e si mette a parlare di un chierico che nasconde in
bisaccia un fascio di carte importanti, un libro d’invenzioni
o un catalogo di sogni, chissà che altro, da cui non si
separa nemmeno quando dorme. Non si conosce il nome,
lo chiamano Pettirosso ed è stato visto in uno dei magnifici
palazzi di Milano, però non è sicuro che viva ancora in
quelle stanze perché in città è passata la guerra e Ludovico
il Moro si è dato alla fuga.
«Tiene lo naso a beco de civeta, le orecie de cirasa.»
Sono state queste le ultime parole di messer Lionardo e
Van Graan le ha imparate a memoria: naso a becco di civetta,
orecchie color ciliegia. Le pronuncia sottovoce, per
paura che la faccenda finisca nelle mani di altre stamperie.
A Venezia lo conoscono tutti, sanno che è un topo di cantine:
infila il naso nei sottoscala abbandonati, si finge cieco
in cerca di reliquie pur di visitare i conventi a caccia di
manoscritti e i torchi della sua bottega cigolano anche dopo
il tramonto, quando è ora di mettere mano a libri che
strozzerebbero l’intestino dei vescovi.
Van Graan non aggiunge altro. Messer Lionardo è stato
avaro d’informazioni con lui, andava di fretta, doveva partire
per la Francia. Se Zosimo sarà bravo a portargli i fogli
del chierico Pettirosso belli e pronti per i torchi, gli mancheranno
i sacchi dove mettere il denaro. È la prima volta
che arriva a tanta confidenza e Zosimo guarda preoccupato:
se fosse il destino a tendergli un tranello? Quanti
sono i veneziani partiti a caccia di avventure e finiti a marcire
in fondo alle galere?

Zosimo Aleppo ha vent’anni, una peluria bionda sulle
guance e un sorriso da marinaio, non ancora rovinato
dalla spada di un soldato che gli taglierà la fronte vicino
ad Aiguebelette,
nella Savoia. È un tipo sveglio, ha gli occhi
sempre appiccicati alle carte e qualche volta, se gli
fioriscono in mente nomi di donne, se le va a cercare
dentro le calli di Burano. Basta che spalanchi la bocca
per cantare e le fanciulle si affacciano a salutarlo. Lo riconoscono
da come poggia i piedi a terra, gli fanno la
sorpresa di profumarsi i capelli con fiori di camomilla e
foglie di menta. Zosimo si intrufola nelle loro case, si
ferma il tempo necessario per riconciliarsi con la sorte e
se ne esce sognando di essere un cavaliere alla conquista
del mondo.
C’è ancora luce mentre percorre la strada verso Cannaregio,
ma stavolta non passa dalle amiche di Burano. Le
saluterà al ritorno, quando sarà ricco. Deve far presto a
uscire da Venezia prima che diventi buio e ogni tanto accarezza
il sacchetto di monete che ha nascosto dentro le
braghe: mai stato così generoso Van Graan. Gli ha regalato
perfino un mantello di stoffa rossa e il cavallo Abenante,
un giovane stallone arabo capace di inseguire lepri e
cinghiali, comperato nelle fiere di Mantova.
Zosimo cammina con l’attenzione di una volpe, guarda
a destra e a sinistra. Ruoterebbe la testa come fanno i barbagianni
per vedere chi segue. Se incontra qualcuno, finge
che ci sia nebbia e che Venezia si sia persa tutta dentro.
Adesso il vento si è placato e un po’ di nebbia c’è davvero.
L’autunno è arrivato all’improvviso ad avvolgere i
marmi ricamati di Palazzo Ducale e i vecchi indovini
aspettano una stagione di freddo. Sarà un inverno lungo,
ripetono, e anche la neve si poserà fra pochi giorni sopra i
balconi. Lo annunciano gli uccelli che volano bassi e siamo
ancora a ottobre. Zosimo finge di credere a queste
dicerie, ma poi se la ride. Deve tornare prima del gran
freddo, con le mani pronte a ricevere il denaro che Van
Graan gli ha promesso: non avrà sacchi dove conservarlo,
così gli ha detto. E s’immagina vestito da doge, mentre
passeggia lungo Canal Grande con una guarnacca a fili
d’oro sulle spalle e la primavera che accarezza le cupole
di San Marco.
La grande basilica ce l’ha davanti. Sta accovacciata nella
foschia, galleggia a mezz’altezza e Zosimo allunga la mano,
prende le misure da destra a sinistra, come ha visto fare ai
pittori. Sarebbe capace di disegnarla chiudendo gli occhi:
un baule di pietre luccicanti, una caravella con le vele gonfie,
le cupole a forma di mammelle e i pinnacoli alti alti,
dove svolazzano colombi e drappi verdi. Ha sentito dire
che le pareti sono gialle come il sole al tramonto e che so
pra la testa si spalanca un cielo punteggiato di stelle. Quando
sarà ricco, andrà a sedersi ai primi posti per ammirare
questa meraviglia. Adesso no. Van Graan non lo perdonerebbe
se lo vedesse indugiare. Griderebbe: «Mòvete a pediculare,
kakà pistèua.» Perciò Zosimo affretta il passo,
quasi si mette a correre, sente chiamare dallo speziale di
San Cassian, ma non risponde ai saluti.
«Vieni a darmi gioia» grida lo speziale che sta tutto solo
in bottega e vorrebbe ascoltare una delle storie che Zosimo
racconta quando è di lena. C’è la gatta Miriosa che si
affaccia alla finestra e aspetta lo sposo con cui si deve maritare.
Passa un asino e comincia: Bela gata, bela gata…, ma
raglia forte, ha una voce da fare spavento e gli chiude la
finestra in faccia. Passa un cane: Bela gata, bela gata…, ma
abbaia come un affamato e lei scuote la testa: no, no, vattene
via. Passa un topo e pure lui canta bela gata, bela gata…,
questo le piace, lo invita a salire, gli afferra la coda e
lo getta nella pentola che bolle.
«Bela gata, bela gata…» ripete lo speziale di San Cassian
e lo fa con due occhietti spalancati, una bocca senza
denti e i riccioli che cascano sopra le orecchie. Nemmeno
con lui Zosimo ha tempo di fermarsi e lo speziale capisce
che non è giornata per insistere, non dice niente, alza un
poco timido la mano.
Conosce Zosimo da quando è nato, gli vuole bene. È
così vecchio da non tenere più a mente il paese da dove è
venuta la famiglia Aleppo: l’oriente sì, ma Bisanzio, Gerusalemme,
Tessalonica? Ogni tanto chiede: «Sei turco, armeno,
greco?» Zosimo glielo dice, ma lui dopo se lo scorda.
Una cosa non dimentica però ed è il giorno in cui è
morto Mosè Aleppo, il padre di Zosimo. Si era svegliato
con una faccia livida, respirava a bocca spalancata, sentiva
dolori sotto le ascelle e Antonia Fantin, la moglie, gli
gironzolava intorno come una colomba impaurita. Era il
miglior sarto di Cannaregio, lo dicevano tutti, aveva mes-
so al mondo una nidiata di figli e li aveva chiamati con
nomi pescati nei sacri rotoli: Daniele, Ezechiele, Isaia,
Miriam, Rachele, Micol, tre femmine e tre maschi, oltre
naturalmente a Zosimo e a Simplicio, su cui era stata la
madre a scegliere. Lo speziale aveva sgranato gli occhi
mentre visitava Mosè: al malato spuntava un bubbone
rosso, poco più grande di una noce, dietro il braccio. Gli
aveva preparato un intruglio di erbe e aveva ordinato di
non farsi vedere da nessuno, ma non aveva fatto in tempo
a salutarlo che la voce di un’epidemia aveva già fatto il
giro di Cannaregio.
Zosimo e Simplicio non si trovavano in casa quando
una scintilla del camino aveva appiccato il fuoco alle stoffe.
Era buio, faceva freddo e il fumo aveva soffocato suo
padre e sua madre mentre stavano abbracciati nel letto. Li
avevano trovati come due pezzi di carbone, dentro uno
stanzone che non conservava più nulla della vecchia sartoria
con le trine alle finestre, il terrazzo profumato di rose e
il portico fasciato di edera dove un tempo, nei giorni di
quiete, la stirpe degli Aleppo sognava di navigare verso
l’alba, immaginava fiumi e tramonti spesi nel silenzio delle
scritture, contava gli anni, i mesi, i giorni da quando avevano
lasciato l’oriente.

(Riproduzione riservata)

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