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IL BAMBINO AL COBALTO (un brano del libro e l’autoracconto d’autore)

ottobre 6, 2013

Pubblichiamo un brano del volumeIL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore) seguito dall’autoracconto d’autore

(Leggi la recensione di Marinella Fiume)

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Da “IL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore)

Sembra strano, ma l’odore degli ambienti ospedalieri mi inebriava, mi sentivo felice, quasi a mio agio.
Del resto, quelle stanze ovattate, un po’ fredde, quasi asettiche, erano stati i miei appartamenti obbligati, i miei territori privati, spesso sopportati, ma sempre accettati, per anni.
Ci vedevo i due risvolti della medaglia e, per uno di essi, quando ero disteso sul lettino ci stavo bene.
Già, il lettino!
Ho guardato il mondo per anni col naso in su, sdraiato su un lettino.
Che fosse di casa, di ospedale, di sala operatoria, poco importa. Era un mezzo fisico di contenimento del mio corpo. Due metri quadrati di mondo, quattro lati di possesso. Uno spazio dove vivere per settimane o mesi, circondato dalla vita che chiama e a cui poter rispondere solo in lontananza.
Ho sempre dato doppio senso o valore delle cose che mi riguardavano e anche nei confronti del lettino era così.
Se, da un lato l’idea di essere costretto a restare in modo orizzontale, per tempi anche lunghi, non mi attraeva, dall’altro la possibilità di un pezzo di mondo, tutto mio, privato, intoccabile, mi dava la sensazione di essere protetto.
Durante il giorno, il lettino svolgeva assai bene le funzioni ad esso assegnate.
Mi permetteva di contattare il mondo discretamente e lo consideravo una barriera fisica reale tra il mio corpo e gli altri.
Il lettino della Sezione B era una vera culla di alluminio, costruito per proteggere i piccoli pazienti durante la notte.
Aveva le sbarre mobili ai lati più lunghi che potevano essere riposte in basso nel momento del non bisogno ma che, ai più piccoli, durante la notte, venivano alzate, con rapido movimento, dalle infermiere. Era praticamente impossibile scendere dal lettino senza farsi male.
Stranamente, anche in età meno infantile, verso i dieci, dodici anni, la notte, sbloccavo la sicura delle sbarre a tubi cilindrici e le facevo risalire. La protezione era completa. Il varco era ostruito. Il mondo restava fuori, la notte imperava e mi avvolgeva…
E le coperte erano le armi doganali.
Mi coprivo sempre, fino al bordo del mento e sotto le coperte assumevo, subito, la classica posizione di difesa, quella fetale.
Volevo separarmi in modo netto e deciso dagli altri. Non volevo essere toccato.
Sul lettino operatorio invece no!
Lì ero indifeso, spogliato, aggredito, lì dovevo subire.
Non avevo coperte con cui ripararmi, non c’era il buio, ma una lampada scialitica asettica, con nove lampadine con cupola di acciaio che emanava luce talmente fredda da gelare il corpo, freddare la mente, annullare i pensieri.
Non potevo pensare ad altro, solo a me stesso.
Immobile, inerme, senza forze, passivamente accettavo di essere spostato, rigirato, legato al piccolo lettino verde con le cinghie di cuoio. Il capo veniva adagiato su una piccola ciambella, con un foro centrale, rivestita di multiple fasce di garza.
Non avevo teli da tirare su.
Le mie difese erano valicate, abbattute e non era consentito nulla se non accettare la condizione, quello per cui ero lì.

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Ivano Luppino “racconta” il proprio libro per Letteratitudine

di Ivano Luppino

“Il Bambino al cobalto” è nato dalla esigenza di liberazione da un passato ormai remoto che ha delineato i passi salienti della mia infanzia.
La necessità mai abbandonata di esorcizzare i fantasmi di un tempo trascorso in ospedale, gli ambienti chirurgici, le terapie destruenti per il corpo di un bambino che non poteva opporsi agli eventi, che non poteva non percorrere le vie della speranza della guarigione, per anni.
Un bambino che non ha partecipato ai giochi dei coetanei, che ha utilizzato ogni piccolo permesso con voracità, che ha cercato di essere comunque normale.
Un bambino a cui il dolore ha fatto compagnia per anni, incombente, aggressivo, mai controllabile. Un bambino assoggettato alle ricerche terapeutiche più disparate e violente. Un bambino che ha avuto il privilegio della estrema unzione ma che malgrado la vicinanza all’Ade, malgrado la percezione dell’abbandono e della fine imminente, è riuscito a resistere con forza d’animo indicibile.
Questo libro vorrebbe avere la missione di parlare ai lettori e consegnare un messaggio di reazione, di forza interiore, di fede nella certezza del Dio dei vivi. Le pagine offrono per tale motivo spazio alla percezione dell’incontro tra fede e scienza, ponendo il lettore dinanzi alla domanda: chi ha salvato un bambino, ormai rassegnato, dalla morte, e come si pone un bambino di fronte al varco finale?
Un libro che testimonia la vittoria sulla rassegnazione, sull’abbandono alla disperazione.

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Ivano Luppino è medico specialista dermatologo. Considerato tra i massimi esperti nell’utilizzo dei laser e apparecchiature di alta tecnologia in dermatologia, svolge la sua professione a Milano e Catania. Autore del volume “Alta Tecnologia in dermatologia” e coautore dell’e-book “Bellezza e Tecnologia”, è consulente di numerose riviste divulgative del settore dermocosmetologico. Ama la storia degli antichi egizi e le biografie dei grandi uomini del passato, non tralasciando mai la sua passione per la filosofia.

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