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CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

ottobre 7, 2013

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco?
Una città bellissima e irricreabile che qualcuno tiene sempre per la gola. Quando si stanca, questo qualcuno chiama un altro del suo giro e si fa dare il cambio. Più che avanti, Catania è una città che guarda indietro, dove ha lasciato il meglio di sé. In un periodo di crisi assoluta, il deficit catanese paga lo scotto maggiore. Si dimostra in sostanza che laddove manchi la cultura è impossibile che si formi un’opinione pubblica condivisa, che è perlopiù frutto della stampa, essa stessa opinione pubblica. In una città priva di idee, ideali e ideologie, dove quindi manca il pensiero, è molto difficile assistere a processi di sviluppo. Il mio romanzo racconta una Catania che è un accrocco di interessi speculativi, intrecci di potere, programmi spregiudicati contro cui pure si batte un’altra Catania che nulla vuole avere a che fare con questo melieu.

– All’inizio del romanzo Banco rievoca il primo incontro con Rosa: una donna anziana che trova di notte imbacuccata dentro un sacco ai piedi della chiesa dei Minoriti. Si direbbe una “senza casa”, una clochard. Ma, in realtà, questo personaggio simboleggia ben altro. Vorresti parlarci un po’ di lei?
E’ l’angelo della Provvidenza. La vera protagonista, come tu stesso bene cogli, è lei. La vicenda ruota attorno alla sua presenza discreta, anonima, fraterna e cristiana. Lei salva i barboni e gli immigrati. E salva Banco e suo figlio. Ma non è catanese. Non che io ce l’abbia con Catania o i catanesi. Sono catanese anche io. Ma non è più accettabile che la Catania di Verga, De Roberto, Musco, Anselmi, Brancati, Patti, Addamo, Sgalambro, Battiato, Ferro, Fava, e temo di dimenticare chissà quanti altri ancora, sia ridotta allo stato di attuale insipienza: con imprenditori e uomini politici piccoli piccoli che hanno preferito costeggiare l’insorgenza mafiosa piuttosto che recuperare la sua vocazione culturale.

– Natale Banco ha una vita personale piuttosto complessa. Ed ha un rapporto difficilissimo con il figlio. Come vive queste difficoltà?
Con spirito di sacrificio e con la sofferenza di tutti i padri di oggi, delegittimati se non disprezzati dai figli. E comunque nello spirito di Balzac: secondo il quale un padre per essere veramente tale deve dare e mai chiedere. Banco, che è rimasto vedovo, è questo tipo di padre.

– Una delle problematiche affrontate nel romanzo è quella del condizionamento della stampa (e, direi, della “condizione” della stampa). In tal senso, che differenze ci sono oggi rispetto a qualche decennio fa?
La differenza principale è che dieci anni fa c’erano più testate e quindi più editori mentre oggi c’è un solo editore, proprietario di tutte le testate. Una specie di berlusconismo in sedicesimo, ridotto al quadrante provinciale. Questo significa che non ci sarà ricambio nel breve tempo, che la voce sarà una sola e che se un fatto nuovo è auspicabile non possiamo che attenderlo da fuori. Esattamente come si augurava Fava negli anni Ottanta.

– “Cronaca di Catania” è anche un romanzo sul rapporto tra integrazionismo e separazionismo. A tuo avviso queste problematiche come sono affrontate a Catania, in Italia e in Europa?
E’ il problema di oggi. Catania lo vive più da vicino perché si trova sul fronte avanzato dell’Europa, come tutta la costa ionica e mediterranea. Quelli che una volta erano chiamati immigrati, con un sentimento non secondario di accoglienza, e che poi sono diventati migranti, sinonimo di nomadi e di beduini, sono destinati presto a essere dei migrati, senza più alcun sentimento, ma con un’accezione che li colloca in qualsiasi altrove. L’altrove potrebbe ben essere un ghetto in ogni città. Di qui il mio romanzo, che conta di poter diventare una serie, protagonista Natale Banco e la sua compagnia di catanesi déraciné. Un modo per raccontare Catania da un altrove.

* * *

Gianni Bonina, giornalista, vive a Catania dove dirige il magazine «Stilos». Scrive di cultura su «la Repubblica» di Palermo e «Il Sole 24 Ore». Ha pubblicato i romanzi Busillis di natura eversiva (2008) e I sette giorni di Allah (2012), la raccolta di racconti L’occhio sociale del basilisco (2001), il reportage L’isola che trema (Premio Alvaro 2007), il libro-inchiesta Il fiele e le furie (2009) e i saggi letterari I cancelli di avorio e di corno (2007), Maschere siciliane (Premio Adelfia 2007), Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri (2007) e Tutto Camilleri (2012). Per il teatro ha scritto Ragione sociale (Premio Pirandello 2000).

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