Home > Brani ed estratti > CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

ottobre 7, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?».
Largo XVII Agosto copre la vecchia Catania dove l’insediamento multietnico si è esteso a raggiera attorno a Corso Sicilia, «la strada delle banche», come dicono i vecchi catanesi. Separando ai lati le sue suburre, l’elegante arteria del centro termina contro un enorme palazzo che, costruito di traverso, sembra formare con esso una croce posata sui rioni popolari ricolmi di stranieri. Forse per benedirli o forse per nasconderli.
In realtà, Catania è una città fatta per camuffarsi. Nel sottosuolo ne giace un’altra, una Pompei del Cinquecento con strade, chiese, terme e palazzi, interamente ricoperta delle colate laviche del Seicento. Sottoterra scorrono anche due fiumi, Lognina e Amenano, e c’è addirittura un lago, chiamato Nicito. E proprio alla testa di Corso Sicilia un antro mascherato da anfiteatro romano conduce nel suo ventre, dove molte persone, fra cui una scolaresca intera, si tramanda che siano entrate e non più uscite.
Cronaca di CataniaAnche Largo XVII Agosto è nascosto nella fitta rete di viuzze del centro storico, disegnando un vasto cortile sghembo della Civita. Un tempo il quartiere più antico di Catania, mitizzato da Martoglio e assurto a simbolo di degrado e autenticità, arrivava a mare ed era popolato di pescatori, ma dopo che le acque si furono ritirate, la salsedine ha lasciato la Civita e oggi una chiostra di case settecentesche alternata a una scala di vuoti, lascito del bombardamento alleato del 17 agosto ’43, fa da corona a uno spiano ripavimentato che è un catino soffocante e scaleno. Case a due e tre piani, abbarbicate come nidi d’aquila, pericolanti e nere, contrappuntano abitazioni ristrutturate e ritinte in un contrasto di chiaro e scuro che nelle sue pieghe sembra nascondere anche gli abitanti: i catanesi della Civita, cioè i civitoti, il ceppo più genuino e multiforme della città. Pescatori rimasti a riva e diventati artigiani e commercianti. Bianchi di carnagione come vichinghi oppure mori come africani, hanno una parlata che è un solfeggio di alti e bassi, una musica che li rende inconfondibili e remoti.
Che la donna straniera avesse trovato sistemazione in una di quelle povere case, più abbandonate che disabitate, poteva far pensare a una persona propensa anche lei a nascondersi. In realtà, era proprio così.

(Riproduzione riservata)

© Ugo Mursia editore

* * *

Gianni Bonina, giornalista, vive a Catania dove dirige il magazine «Stilos». Scrive di cultura su «la Repubblica» di Palermo e «Il Sole 24 Ore». Ha pubblicato i romanzi Busillis di natura eversiva (2008) e I sette giorni di Allah (2012), la raccolta di racconti L’occhio sociale del basilisco (2001), il reportage L’isola che trema (Premio Alvaro 2007), il libro-inchiesta Il fiele e le furie (2009) e i saggi letterari cancelli di avorio e di corno (2007), Maschere siciliane (Premio Adelfia 2007), Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri(2007) e Tutto Camilleri (2012). Per il teatro ha scritto Ragione sociale (Premio Pirandello 2000).

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Advertisements
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: