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PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (un brano del libro)

ottobre 7, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (Giunti, 2013)

Una malattia terribile e comune che sconvolge la vita di una famiglia, una storia vera narrata con sensibilità e ironia.
Cosa fare quando la persona che ci è più cara si ammala? Lottare fino all’ultimo, sognare addirittura di sconfiggere la malattia, o accettare che il distacco è un destino ineluttabile e che la vita continua?

Perdutamente è un romanzo basato su una storia vera, che si svolge in una Napoli convulsa, sbandata, surreale. È la storia di una famiglia – tanto allargata quanto scombinata, i cui membri sono distribuiti in tre generazioni dai sei agli ottant’anni – che si trova ad affrontare un’emergenza comune della vita di oggi: assistere l’anziana madre e nonna che si sta ammalando di Alzheimer.
Tutto comincia con un viaggio che la donna ha cercato di intraprendere in segreto. Viene recuperata alla stazione, in stato confusionale, e nessuno riesce a capire dove volesse andare o da chi. È un piccolo enigma, reso più oscuro da una misteriosa lettera-testamento scomparsa sulla quale ci si arrovella: vecchi amanti, luoghi sacri del passato…
La malattia si aggrava, la convivenza si fa ingestibile, ma i suoi stravaganti familiari vogliono scoprire la destinazione di quel viaggio e decidono di tenere duro. L’anziana donna, che dentro la sua mente è tornata bambina ai tempi del fascismo, diventa assoluta protagonista. È l’occasione per un confronto struggente, dai risvolti esilaranti, che penetra nei lati più riposti del rapporto tra genitori e figli, mentre i ruoli si rovesciano. Ma i figli di oggi sono davvero capaci di essere genitori o sono “figli per sempre”?
Tra latitanza e inefficienza dello Stato, mentre si consuma una delirante battaglia burocratica per ottenere la pensione d’invalidità, la famiglia riscopre il proprio senso. Figli e nipoti si trasformano in “badanti estremi”, pronti perfino a creare intorno all’ammalata un’incredibile messinscena per realizzare il suo sogno. di incontrare San Gennaro.
Finché spunta fuori la lettera che la donna aveva scritto prima di tentare invano di partire. Una lettera che svela tutta l’immensità dell’amore di una madre per i propri figli e che li spinge ancor più a rimanere in trincea fino all’ultimo, perdutamente accanto a lei.

Il romanzo è uscito alla vigilia della XX Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre 2013), istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Alzheimer’s Disease International per creare una coscienza pubblica sugli enormi problemi provocati dalla malattia che con la memoria si porta via un’intera esistenza. Le persone affette da Alzheimer e altre demenze sono oggi stimate in 36 milioni nel mondo, di cui uno nel nostro Paese; numeri destinati ad aumentare drammaticamente nel giro di pochi anni.
Per approfondire: Federazione Alzheimer Italia e Associazione Italiana Malattia di Alzheimer.

* * *

Un brano tratto dal romanzo PERDUTAMENTE, di Flavio Pagano (Giunti, 2013)

Passeggiata infernale (pp. 141-151)

Quel giorno ero così felice che proposi a mia madre di uscire un po’, di andare a fare una passeggiata. Non succedeva da anni. E poi era primavera.
In effetti pensavo che avrebbe rifiutato, invece lei accettò, e poco dopo eravamo in ascensore: l’inizio di una minuscola odissea.
La carrozzella entrava nella cabina dell’ascensore pelo pelo. Le ruote sfioravano i lati della cabina con la millimetrica precisione di un pistone nella canna del cilindro.
Mia moglie sembrava decisamente sovreccitata al pensiero che stavo portando mia madre a fare un giro «in carrozzella», ovvero sulla sedia a rotelle, per le vie di Napoli. Quando si sovreccitava, lei parlava in fretta. Quel giorno infatti cominciò a parlare così velocemente che non capivo nulla di quello che diceva ma, ingenuamente, continuavo a sorridere e ad annuire.
Quando parlava a tutto gas, Penelope avrebbe potuto competere con una mitragliatrice Schwarzlose: viaggiava intorno, credo, alle 200 sillabe al minuto.
L’ultima raffica la sparò sul pianerottolo. Io sorrisi ancora una volta, ancora una volta senza aver capito che cosa avesse detto.
La porta retrattile si chiuse, e rimasi solo con mia madre nella cabina dell’ascensore. Non so perché, ma mi sembrò che fossimo pronti per un decollo spaziale.
Sorrisi anche a mia madre. E lei ricambiò la cortesia, ma un velo di sospetto le coprì per un istante gli occhi. Forse sospettava di essere caduta in una trappola. E che in realtà volessi portarla al macello.
Pigiai il pulsante «PT», come se invece di «Piano terra», avesse voluto dire «Pianeta Terra». E, accompagnati da un’impercettibile vuoto d’aria, iniziammo la discesa.
2…
1…
All’improvviso, tra il primo piano e quota zero, l’ascensore si bloccò.
Mia madre si pietrificò sull’istante. Le porte retrattili si aprirono automaticamente e come in un film dell’orrore ci apparve la visione di un massiccio muro che ci tappava dentro.
La sensazione di essere murati vivi, era inevitabile.
Una voce di donna registrata cominciò a darci istruzioni: «Mantenere la calma. Premere il pulsante di allarme e aspettare i soccorsi. Questo ascensore è dotato di freni inerziali che ne impediscono la caduta anche in caso di rottura delle funi d’acciaio…».
Mia madre si guardava intorno, cercando di capire da dove provenisse quella voce. Probabilmente temeva di essere la sola a sentirla. Ormai soltanto un diaframma sottilissimo la separava dalle grinfie del dio Pan. E quando premetti il campanello d’allarme, e si sentì un potente «Driiiiiin», quel diaframma si ruppe.
Mia madre cominciò ad agitarsi, a respirare a fatica, a dimenarsi sulla carrozzina, supplicandomi di farla uscire subito. Per fortuna il mio telefono aveva campo anche lì, e chiamai il numero d’emergenza indicato su una targhetta posta sotto la pulsantiera.
«Correte!», dissi, senza neanche specificare l’indirizzo: «Sono bloccato con mia madre in ascensore. Fate presto, lei è… un caso umano!»
Mia madre intanto continuava ad agitarsi sempre più, bombardandomi con richieste assurde, tipo «perché non apri l’uscita d’emergenza?».
Ero sul punto di dare in escandescenze, e stavo valutando la possibilità di darle un colpo secco alla nuca per addormentarla, quando le porte dell’ascensore si richiusero, e la cabina scivolò silenziosamente fino all’agognato piano terra.
«Cessato allarme», dissi alla signorina che mi aveva risposto al numero di emergenza, e cercava disperatamente di cavarmi di bocca qualche informazione utile: «Buona giornata!»
Uscimmo dall’ascensore scossi, ma col passo fiero di due astronauti veri.
«Visto? È tutto a posto, mamma», dissi tirando un respiro di sollievo così profondo che si creò qualche vortice tra la polvere accomulata negli angoli del cortile.
«Torniamo su…», disse lei, timidamente. «No», risposi io, «faremo la nostra passeggiata. A qualunque costo!»
Il caregiver estremo deve essere deciso. Il malato va coinvolto, stimolato, intrattenuto. Era tanto tempo che lei non usciva. Troppo. E io volevo che rivedesse la sua città.
Se non era stato ancora possibile esaudire il suo desiderio di un anno e mezzo fa, portandola verso la meta del suo viaggio segreto, per il momento potevo almeno portarla un po’ a spasso.
Forse era l’ultima volta che c’era questa possibilità. Forse tra qualche mese, magari tra qualche giorno, non sarebbe più potuta uscire.
Il pensiero dell’ultima volta mi commosse fin quasi alle lacrime. Ma i singhiozzi mi si strozzarono in gola quando sentii alle mie spalle, in mezzo al cortile, una voce decisamente familiare: «Ben detto! A qualunque costo!».
Era mia moglie.
«E tu che ci fai qui?», le chiesi. «Ma se ti ho ripetuto per mezz’ora che volevo venire con voi!»
«Cioè… vieni anche tu? Vieni con noi?», domandai ancora incredulo e, non so perché, con estrema diffidenza.
«Certo…», sorrise lei.
Ma quel sorriso non mi piacque. Non mi piacque per niente.
Si può essere in trappola anche all’aria aperta. Lo capii al primo semaforo. Mentre aspettavamo il segnale verde per i pedoni, Penelope mi scivolò accanto e mi sussurrò una di quelle domande facili facili, che se te le fanno all’improvviso – quando meno te l’aspetti – ti gelano il sangue nelle vene: «Ma tu… mi ami?».
D’istinto, invece che attraversare la strada, invertii la direzione e mi lanciai in un negozio: «Da Pasqualino, Alimentari & Diversi». A conferma della criptica denominazione, Pasqualino vendeva praticamente di tutto.
Il negozio, ricavato in una specie di caverna, era enorme, ma non era facile destreggiarsi tra gli altri clienti manovrando la carrozzina di mia madre. Non sapendo cosa comprare, quando mi trovai davanti alla cassa domandai la prima cosa che mi venne in mente: un pacchetto di sigarette.
Una simile richiesta avrebbe evidentemente messo in crisi qualunque salumiere, ma «Da Pasqualino, Alimentari & Diversi» erano tipi pieni di risorse.
«Marlboro vanno bene?», mi rispose infatti la cassiera. Aveva i capelli ossigenati, quasi luminescenti, e le unghie lanceolate smaltate di un acceso fucsia perlato, talmente lunghe che non capivo come potesse fare a pigiare i tasti della cassa.
Pagai, chiesi a mia madre di tenermi il pacchetto di sigarette di contrabbando, e con un’abile inversione a U, uscii dal negozio.
Penelope, intimamente padana, non riuscì a districarsi nella folla del bazar con altrettanta abilità. Conquistai così una decina di metri di vantaggio ma, arrivato all’angolo della strada, un tizio dall’aria sospetta mi si parò davanti.
«Non ho spiccioli», gli dissi, e cercai di dribblarlo.
«Guardia di Finanza!», replicò lui energicamente, esibendo un tesserino.
«Ma figurati…», risposi con un’alzata di spalle, convinto che il tesserino fosse falso.
«Guardia di Finanza!», ripeté lui, con un strillo sovracuto.
In un attimo, ricostruii quanto era accaduto negli ultimi tre minuti: ero entrato in una salumeria, e ne ero uscito con un pacchetto di sigarette senza il bollino dei Monopoli di Stato, nonché senza scontrino fiscale (avendo la cassiera le unghie troppo lunghe per batterlo). La mia ricostruzione si chiudeva con una raggelante conclusione: stavo per essere arrestato in flagrante.
«Cos’ha comprato da Pasqualino?»
«Niente», mentii.
Il finanziere non si diede per vinto, e mi impose di vuotarmi le tasche, e di lasciarlo perquisire la borsa di mia madre: «Ma è un caso umano!», protestai, ma lui non sentì ragioni.
Mia moglie intanto, vigliaccamente, si era fermata a qualche metro di distanza. E osservava la scena.
Il pacchetto di sigarette non si trovava e, francamente, io ero più sbalordito del finanziere.
«Scusatemi», disse lui grattandosi la testa.
«Non si preoccupi, caro», gli sorrise mia madre, «buona giornata!»
In quel momento, si sentì un vociare convulso, poi un urlo. E infine un botto pauroso.
Un camioncino si era schiantato contro un albero. Per fortuna l’albero aveva retto. L’autista aveva dato una capocciata nel vetro, ma sembrava star bene. Subito il finanziere intervenne, raggiunto da un paio di vigili urbani che uscirono frettolosamente dal bar dove si stavano intrattenendo a chiacchierare.
Si scoprì che il camionista – un cinese che non parlava una parola d’italiano – non aveva né i freni funzionanti, né l’assicurazione. Piangeva. E subito dopo cominciò a piangere anche il proprietario del negozio di scarpe al quale era diretta la fornitura di infradito che il camioncino trasportava (dallo sbalorditivo prezzo di cinquanta centesimi il paio), e che il finanziere leccandosi i baffi si stava apprestando a sequestrare.
«Ci state riducendo alla fame!», gridò il calzolaio, strappandosi le vesti: «Andate ad arrestare i camorristi, invece di tormentare la povera gente che lavora!»
Ma intanto il verbale si allungava: l’ultimo scontrino emesso dal calzolaio, risaliva al pomeriggio del giorno prima. E lui aveva le unghie cortissime, perché – essendo forse ridotto davvero alla fame – se le mangiava.
«Mamma», chiesi chinandomi verso di lei: «Ma dove l’hai messo il pacchetto di sigarette che t’ho dato prima?»
«L’ho buttato subito», rispose lei: «Fumare fa male!»
M’illuminai: «Sei grande!».

(Riproduzione riservata)

© Giunti editore

* * *

Flavio Pagano (Napoli, 1962), è un autore eclettico, che ha spaziato attraverso vari generi letterari. Alcuni suoi lavori sono diventati spettacoli teatrali, e ha scritto anche per la tv. Nel 2011 ha ricevuto il Premio speciale Elsa Morante-Isola di Arturo con il libro Ragazzi ubriachi. Per Giunti ha pubblicato nel 2012, con Alessandro Cecchi Paone, Il campione innamorato. Autodidatta per vocazione, suona il violoncello e il piano. Ha giocato a rugby, sua grande passione. Collabora con il Corriere del Mezzogiorno e il manifesto. Vive a Napoli.

© Letteratitudine

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