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STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

ottobre 8, 2013

STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

di Ferdinando Camon

Quelli che si sono salvati sono dei morti resuscitati. Ci guardano dall’aldilà. Tutti diciamo: basta, non possiamo vedere spettacoli come questo, “sono una vergogna”, dobbiamo arrestare gli scafisti, vigilare sulle nostre coste, bloccare i barconi appena salpano, insomma impedire che i miserabili del Terzo e Quarto Mondo muoiano così, questi non sono viaggi della speranza, sono viaggi dei suicidi. Chiediamo aiuto all’Europa: Lampedusa non è la porta dell’Italia, è la porta dell’Europa, anche gli Stati del Nord devono pattugliare il Mediterraneo del Sud. Come del resto una norma europea prevede. E allora, perché non succede? Perché se una nave norvegese imbarca dei naufraghi a sud della Sicilia, poi deve scaricarseli in Norvegia. E questo la Norvegia non lo vuole. Nessuno Stato europeo lo vuole. I naufraghi sono come la rogna, chi ce l’ha se la gratta. La Spagna è terribile nel respingimento. E infatti i migranti non vanno in Spagna, vengono qua. E così, un problema che dovrebb’essere mondiale è soltanto italiano: il problema dei migranti che ci muoiono in casa.
Muoiono per errore? Sbagliano i calcoli? Certo, è stolto imbarcarsi in 500 su una barca che può contenerne 40, è stupido far segnali col fuoco da una tolda unta di olio combustibile. Ma se sapessero i rischi che corrono, non partirebbero più? Chi pensa così (gran patte dei lettori), ha un’idea “dolce” della vita di questi migranti in patria. La verità è più amara. Questi migranti non sono costretti a una scelta tra una “vita passabile” in patria e una “morte atroce” in mare. Anche la vita in patria è una morte. Non hanno niente. Se hanno quattro figli, due muoiono prima dei vent’anni. Se vivono in una dittatura, i figli vengono arruolati casa per casa come schiavi. Ci sono ragazzi-soldati e bambini-soldati, e i bambini sono soldati più terribili dei ragazzi, perché sono obbedienti come robot e spericolati come animali. Nei paesi da cui vengono questi migranti morti, i ragazzi, se a diciott’anni hanno una ragazza, miserabile lui, miserabile lei, faranno figli miserabili. E ignoranti. Non hanno scuole. In questi giorni gira in Italia un documentario che s’intitola “Io vado a scuola” (bellissimo, andate a vederlo), e mostra come vanno a scuola i ragazzi in Kenia, Marocco, India, Patagonia. Da 5 ore di camminata in India alle 15 di corsa in Kenia, tra bestie feroci. I maestri fan l’appello per scoprire chi è morto per strada. Quando mangiano, mangiano da cani (come i loro cani, non come i nostri). Se si ammalano, o guariscono da soli o crepano. Hanno l’Aids e tanti figli. Non sanno evitare i figli, perché loro fanno sesso, poi purtroppo vengono i figli. Le donne non fanno neanche sesso, lo subiscono come una tortura, prima sono figlie schiave e poi mogli schiave. I figli, per padri e madri, sono un peso morto. S’imbarcano senza neanche avvertire i genitori. Adesso che sono morti, le madri chiedono: “Diteci i nomi, vogliamo sapere se ci sono i nostri figli”. Mesi fa la polizia ha arrestato un marocchino nella mia città e ha avvertito la famiglia, la madre ha risposto: “Finalmente so dov’è, erano mesi che lo cercavo”. Restare a casa è per loro vivere una “morte interminabile”, imbarcarsi è rischiare una possibile “morte breve”. Di recente abbiamo visto approdare un barcone con una dozzina di morti e una dozzina di vivi, un vivo faceva con le dita il segno della V. Sono infrenabili. Partono a qualunque costo. Noi arrestiamo gli scafisti, ma non è che gli scafisti costringano i disperati a partire picchiandoli con i bastoni, la verità è che i disperati si ammassano a migliaia sulle spiagge di là del Mediterraneo aspettando una barca. Adesso in Libia ce ne sono 20mila pronti a partire. Chi pensa di fermarli cambiando le cose in Italia (più navi in pattuglia), non otterrà niente. Bisogna cambiare le cose in Libia. Somalia. Kenia. Siria. E via di seguito. Quando ci sono emigrazioni disperate come questa, il governo di quei paesi andrebbe processato “per strage” e bombardato in nome dell’Onu. La fame del Terzo e Quarto Mondo non può restare un problema del Terzo e Quarto Mondo. Il Terzo e Quarto Mondo non lo risolveranno mai. Deve diventare un problema del Primo Mondo. E cioè: entrare nell’Irpef dell’Occidente.

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[articolo pubblicato sui quotidiani locali del Gruppo “Espresso-Repubblica”]

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