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IL PAESE CHE AMO, di Simone Sarasso (un extra del libro)

ottobre 14, 2013

Per gentile concessione di  Marsilio editore, pubblichiamo un contenuto speciale relativo al romanzo IL PAESE CHE AMO di Simone Sarasso (Marsilio, 2013)

IL LIBRO

Dai fasti della Milano da Bere degli anni 80 allo scandalo Tangentopoli, il ritratto spietato e crudele di un Paese senza eroi. Dopo Confine di Stato Settanta, il terzo e conclusivo volume della Trilogia sporca dell’Italia

Ljuba Marekovna è soltanto una ragazza cresciuta nei bassifondi di Cracovia, ma è destinata a diventare la Regina della tv privata, una spia senza cuore al soldo del partito comunista e molto altro ancora. Tito Cobra è il primo presidente del consiglio socialista della storia e ha il suo bel da fare a tenere in riga lo Stivale. Andrea Sterling, l’Uomo Nero dei servizi segreti, rischia di smarrire il proprio posto nel mondo dopo il crollo del Muro di Berlino. Salvo Riccadonna detto Dracula, il fiore all’occhiello di Cosa Nostra, è pronto per la mattanza che farà crollare la Cupola. Domenico Incatenato, giudice inflessibile e padre amorevole, si prepara a dar fuoco alla miccia che farà deflagrare il sistema dei partiti e raderà al suolo la prima repubblica. Sul palcoscenico d’un Italia corrotta e malandata sventola un tricolore fatto a pezzi, mentre i protagonisti lottano all’ultimo sangue tra le ultime propaggini della Guerra Fredda e l’alba del mondo nuovo. Sullo sfondo, gli anni rampanti dello yuppismo e del malaffare di Stato, delle bombe di mafia e delle mazzette: un Paese sull’orlo del precipizio, con le mani imbrattate di sangue e le tasche piene di soldi sporchi. L’Italia, il Paese che amo.

* * *

Simone Sarasso

Dracula e i bergamaschi

(Un outtake da Il Paese che amo)

 

Giornata piena.
Dopo l’incontro con Sterling, a Salvo tocca rivedere i piani per la mattinata, ma c’è un impegno a cui proprio non può rinunciare.
Questione d’affari, si capisce.
Dogliotti è atterrato a Punta Raisi che era ancora buio. Ha affittato macchina e autista per scendere fin quaggiù, si è beato alla vista del sole che sorge sulla costa. Dogliotti non dorme mai. Ha cominciato quando la Loredana è rimasta incinta e non ha più smesso. Da quando è in affari con Cosa Nostra, poi, ha capito che avere un occhio sempre aperto può essere una benedizione.
Salvo è proprio dove ha detto che sarebbe stato. Puntuale peggio d’uno svizzero.
I due si stringono la mano: Dogliotti è sceso dall’auto per non mancare di rispetto, Salvo ha sorriso, Dogliotti l’ha invitato a salire sul retro della Croma. All’autista son bastate due parole in siciliano stretto, pronunciate da Dracula senza nemmeno preoccuparsi di essere sentito, per ingranare la marcia e trottare verso la destinazione.
Non resta che godersi il panorama e il tragitto in prima classe.
“La vedo bene, dottore. Rilassato, abbronzato…” Salvo è di buonumore e si sente.
“Merito degli affari, Riccadonna. Vanno a gonfie vele da quando la nostra collaborazione ha trovato una giusta solidità.” Dogliotti è un po’ stanco, ma non vuole mostrarsi indifeso.
Mai abbassare la guardia con le bestie feroci.
“A proposito di affari, dottore: come pensa di risolvere la questione della Canistracci Concrete? Non mi pare che l’idea della joint venture coi bergamaschi sia partita col piede giusto…”
Pazienza, pensa Dogliotti. Prima o poi doveva saltare fuori.
La faccenda non è del tutto pulita e, a ben vedere, potrebbe portare anche qualche fastidio, ma il Genovese sa di poterla gestire. Sono anni che si districa tra le beghe dell’ufficio, col gioco delle tre carte per far quadrare i conti in bilancio. La colpa non sarebbe nemmeno sua: di Salvo piuttosto. Del Sistema, cioè, della Cupola, dei Bravi Ragazzi, e del dannato meccanismo di cui ha deciso di far parte.
Se si tratta di depotenziare il cemento, allungarlo con l’acqua e farlo rendere il triplo, Dogliotti ha pensato che tanto vale far delle prove sulla pelle degli altri, prima di giocarsi il buon nome dell’azienda. Così ha subappaltato alcuni lavori qui in Sicilia – i primi che il nuovo giro d’affari ha portato con sé – ai tizi della Canistracci Concrete, una banda di ex magüt arricchiti che spopola con l’edilizia a basso costo tra Bergamo e Brescia. E, guarda un po’, al primo giro di controlli, son spuntati i casini con la sovrintendenza.
Il Paese che amo Niente che non si possa appianare, beninteso. Ma è proprio vero che chi fa da sé fa per tre, diocristo.
E che dei magüt è meglio non fidarsi.
In ogni modo, come Il Genovese ama ripetere a quell’imbranato di suo figlio Luca, “non esistono problemi, soltanto soluzioni”.
Ecco perché il Dogliotti s’è preso la briga di montare in aereo a notte fonda.
Prima la si trova, la dannata soluzione, meglio è per tutti.
“L’idea è quella di discuterne il prima possibile e ricalibrare le priorità. Non credo che faticheremo a trovare un’appianamento soddisfacente per tutti, signor Riccadonna.”
Dogliotti pare contento. Gli si sono persino rilassate le rughe sugli zigomi.
Ha tutta l’aria di essere una bella giornata.
Proprio una bella giornata.
Anche Salvo sorride, adesso: “Sono lieto di sentirglielo dire, dottore. Dal momento che mi sono permesso di fissare un incontro preliminare coi diretti interessati questa mattina stessa. A dire il vero credo che ci stiano aspettando. Siamo un pizzico in ritardo ma di certo i suoi soci se ne avranno a male…”
La saliva si incastra nella gola di Dogliotti.
La Croma parcheggia al confine di un cantiere malandato.
Fango e ruspe, immobili da ere geologiche.
Al centro del nulla, una specie di fortino in cemento armato.
Sullo spiazzo antistante il fabbricato, tre macchine di lusso.
Là dentro voci alte, piatti, forchette e bicchieri che non ne vogliono sapere di stare al posto loro.
Salvo smonta e inforca gli occhiali da sole.
Fa un cenno all’autista: “Tu rimani qua, come un cane alla catena…”
Quello non fa una piega, Dogliotti segue Dracula all’interno.
L’atmosfera è irreale, odora d’osteria.
Un lungo tavolo al centro della stanza, apparecchiato con tovaglia a quadri, salumi e formaggi.
Qualche fiasco di rosso e olive piccanti. Mozzarelle di bufala.
Intorno al tavolo sedie in abbondanza, i bergamaschi seduti e rubizzi: il bicchiere pieno da svuotare in fretta, le fauci gonfie di cibo, l’aria cattiva di chi s’è alzato alle quattro e non ha nessuna attenzione di arrivar sobrio a mezzogiorno.
Intorno all’allegra masnada un branco di creature della notte. Bravi Ragazzi in abito modesto, tutti quanti in piedi, accanto a bidoni di ferro alti come una bimbo di cinque anni.
All’ingresso di Salvo e Dogliotti i soldati di Cosa Nostra fanno la riverenza. Un cenno del capo appena percettibile. I bergamaschi, invece, alzano la voce.
Son tutti sbronzi: “De’, guarda ben chi c’è qui! Il Dogliotti! Benvenuto dottore! Che piacere! Siediti, va’, che c’è da mangiare per un plotone: ‘sti terroncelli qua son ben bravi a fare i salami!” dice il più grosso dei Canistracci, Mario.
Suo fratello Errico incunea un rutto da competizione nel silenzio imbarazzato: “Anche il vino non è male! Un po’ denso, ma sincero!”
Ridono tutti, adesso.
Tutti tranne Dogliotti.
I sudori freddi se li sente sulla nuca.
Mario è in vena di fanfaronate: è da quando s’è svegliato che ha in mente di fare il gradasso. Ogni tanto gli gira così: vien su dal letto sverso e per tutto il giorno non ce n’è per nessuno. In cantiere fa diventar matti gli uomini, se per caso incrocia una signorina per strada, giù che son fischi. Mario è della vecchia scuola. Orgoglioso di quello che ha costruito. Orgoglioso di aver calpestato il mondo intero per arrivare fino a qui. Alza la voce più del dovuto, mentre Salvo lo sbircia di sottecchi, dietro le lenti scure: “Dogliotti, hai sentito quei baluba qui? I teroni vogliono insegnarci il mestiere. A noialtri, che ci siam nati con le mani nel cemento, de’… m’è venuto in cantiere il supervisore catastale a farmi le pulci sul calcestruzzo. Hai in mente? Un nano di un metro e mezzo, nero nero come questi africani qui…”
E intanto il suo indice fuori misura fa il giro della stanza, puntando uno a uno i picciotti. Che non la smettono di sorridere e se ne stanno tranquilli e seduti. A braccia conserte.
Dogliotti sente l’inferno rotolargli giù per le tempie, lungo il collo e la spina dorsale: “E tu cos’hai fatto?”
Mario allarga la bocca, ingoia tre fette di capocollo. Poi inizia a ridere e non si ferma più: “L’ho preso a calci nel culo e l’ho spedito al suo paese. Cos’è che dovevo fare secondo te, signor padrone? Fami mustà ‘l mistè da ün terùn?”
Adesso ridono tutti.
E lo stomaco di Dogliotti appassisce.
Come un cardo a dicembre.
I Bravi Ragazzi non muovono un muscolo. È Salvo a prendere la parola, dopo aver rispettosamente atteso che le risate sguaiate di Bergamo bassa smettano di saturare l’aria: “Lo vede, dottore? A volte basta una vite fuori posto per compromettere tutto l’ingranaggio…”
Dogliotti trema, Salvo si china senza far rumore.
Raccoglie un tubo Innocenti dal pavimento lurido del fortino corazzato e l’abbatte senza pietà sul cranio obeso di Mario Canistracci.
Mario crepa all’istante, la testa rotta vomita rosso.
Suo fratello Errico urla, insieme a tutti gli altri.
Ma i picciotti, che se ne sono stati buoni fino a quel momento, fanno scattare lame e pistole, le puntano alle gole e alle schiene degli ospiti indesiderati.
E finisce che nessuno si muove più.
Nessuno respira.
È Salvo il re del mondo, adesso.
Prima di riprendere fiato rifila un altro paio di colpi alla zucca marcia di Mario, facendola a pezzi sotto gli occhi di tutti.
Poi si leva la giacca schizzata di morte e, con estrema delicatezza, l’adagia sul cranio fracassato, a coprire lo scempio.
S’infila in bocca una sigaretta di classe e le dà fuoco come dopo una bella scopata: “Voialtri venite qua, chissà che vi credete?Fate gli spacchiusi: terrone di qua, terrone di là…”
Un paio di boccate per spedire il fumo là sotto, dove tutto brucia.
L’indice spianato sulla faccia di Dogliotti: “Voi quaggiù una sola cosa dovete fare: obbedire agli ordini. Muti e testa bassa, come picuri al macello! Acapitobbèn, signor padrone?”
Poi l’indice rotea in aria come un cappio.
E la legge del ferro si abbatte inesorabile sui bergamaschi figli di puttana.
Crepano tutti, uno dopo l’altro.
Gole squarciate e pallottole.
Sangue e cordite.
Dogliotti sbianca, ha le gambe molli. Gli occhi pieni di lacrime, come una ragazzina.
Salvo infila guanti di gomma nera. Da macellaio, fino al gomito.
Lo stesso fanno i picciotti.
Poi scoperchiano i barili: i monoliti di ferro hanno assistito immobili alla scena, come polene millenarie erose dal sale.
L’aria si satura di uova marce e pensieri merdosi.
In superficie galleggia qualcosa di antico e verdastro.
I picciotti spogliano i morti ammazzati, fanno un mucchio coi loro abiti.
Calzoni, canotte, camicie e mutande non sono mai state così oscene.
Mocassini impilati alla brutta, occhiali e orologi da polso.
Un ragazzo magro infila gli abiti in tre sacchi di plastica nera, li porta all’esterno e li cosparge di benzina.
La vampa è un drago arrabbiato, divora ogni fibra.
Fumo nero e plastica fusa, tutto ciò che resta d’una generazione di lavoratori.
All’interno lo spettacolo è ancora peggio: i picciotti si caricano in spalla i corpi nudi dei bergamaschi. Li immergono nei bidoni, fanno attenzione a non schizzarsi il vestito buono.
“Acido solforico” fa Salvo a Dogliotti. “Una manna, dottore…”
La carne, a contatto con il solvente, sfrigola e cede. Bolle di grasso annacquano la trasparenza incolore.
I capelli friggono, fumano e spariscono per sempre.
I muscoli impiegheranno qualche minuto a sciogliersi. Le ossa qualche ora.
Il peggio sono i bulbi oculari. Se non ci fai attenzione, se non li ricacci in fondo, te li ritrovi intatti a pelo d’acqua. Cioè, d’acido. Iridi indelebili a galla in un mare di morte.
“Lei pensi che solo l’altr’anno mica ce l’avevamo questa diavoleria qua. Toccava bruciarli i corpi, mi capisce? E ci voleva una giornata intera per un cadavere solo. E una catasta di legna, pure. Lei s’immagina che spreco di tempo. Ora, invece, nel giro di qualche ora è tutto finito. I barili si scaricano in mare, si sciacquano e vengono buoni per un’altra volta. Col portafogli non si scherza, dottò, pure le mille lire stanno importanti al giorno d’oggi…”
Salvo è di buon umore.
Pare appena sveglio.
Sorride e accende un’altra sigaretta: c’ha proprio il vizio, niente da fare.
Dogliotti è sopraffatto dai conati.
Crolla in ginocchio e rigetta l’anima, il cuore, il passato e pure il futuro.
La bile che impasta la terra è promessa da mantenere.
Patto di sangue.
Salvo nemmeno lo calcola. Gli batte una pacca sulla spalla e si congeda, prima di lasciare l’edificio: “Arrivederci, dottor Dogliotti. Grazie per essere sceso a Marsala a dialogare con nuantri viddani, lo apprezzo molto. Vede che i problemi si risolvono? Basta ragionare e tutto s’aggiusta, dottò…”
Dogliotti vomita ancora.
La vita gli cola dal naso.
Salvo inforca i Ray-Ban a specchio: “I miei uomini saranno lieti di riaccompagnarla all’aeroporto. Buona giornata, signor padrone…”

(Riproduzione riservata)

© Marsilio editore

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Simone Sarasso , classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV, e insegna scrittura creativa alla NABA di Milano. Ha pubblicato per Marsilio Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco), Settanta (2009), e per Rizzoli Invictus (2012) e Colosseum (2012). È autore, insieme a Daniele Rudoni, della graphic-novel United We Stand, futuro ideale della sua trilogia noir.

© Letteratitudine

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