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A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo

ottobre 16, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo (Felici editore)

Il libro
E’ la storia di un viaggio allegorico che si posa sulla memoria, sulla forza di volontà, sulla fatalità dei percorsi ma anche sulle possibilità di guidare il proprio destino. Un romanzo laico ed agevole che porta alla riscoperta del senso del sacro narrato attraverso l’uso di un mito moderno ed ancestrale, quello del volo e della propensione alla luce.
“L’Uccello non ha che ali, ali enormi per andare su, e l’uomo non ha che la volontà alata per seguire la sua verità, fino là, in quel lontano che non conosce. E insieme proseguono, indissolubilmente legati da una forza invisibile. La fermezza tornò ad essere dura, il corpo piccolo sospeso nel cielo, in mezzo alle ali in movimento. Un corpo come d’un morto, immobile come l’amarezza di chi non s’aspetta più niente.”

[La recensione di Anna Marchitelli su Repubblica]

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Dal romanzo A VOLO D’ANGELO, di Tjuna Notarbartolo (Felici editore)

«Lui nasce, vive, muore e rinasce; e dimentica d’aver vissuto già. Per fortuna… Era tutto troppo doloroso per poterlo ricordare ancora. Per fortuna a livello razionale si cancella. Ma dentro dentro, proprio in fondo dove la mente non può arrivare, il passato riposa. Una reminiscenza senza coscienza che si tace ma c’è: come un assassino nascosto nel buio, come un bambino che salta alla corda ed intona una canzoncina, si guarda e non si riconosce e prosegue. Meno male. Lui non deve sapere quali e quanti drammi ha vissuto, quali e quanti strazi; impazzirebbe se appartenessero ancora alla sua vita. Non potrebbe andare avanti. Nel loro esilio egli trova la pace. Una pace che col suo silenzio, che ha coperto ogni tumulto, gli dice: “non sei tu, non sei tu colui che ha sofferto tanto”. Ed egli vive ancora, con il vantaggio di chi può ricominciare tutto da capo; anche se poi non è che un’impressione quella di ripartire da zero. Non si riparte mai da zero, nessuno parte mai da zero. Sono passati anni, tanti, io non so quanti, non lo posso sapere. E nemmeno lui che a volte ha paura d’impazzire cercando di fermare un ricordo che lo sfiora, ma che non riesce ad afferrare. Tutti i suoi ricordi lo sfiorano, evanescenti, impalpabili come mani fantasma che abbiamo tanto amato e che non potremo stringere mai più. A volte si trova a ripercorrere strade già passate e a rincontrare immagini già conosciute. Allora viene preso da una strana malinconia, come un compianto per lui che è morto, come un rimpianto per le cose che intorno gli son morte. E ha l’impressione bizzarra di incontrarsi ancora e di non riconoscersi… E riconosce tanti posti senza riconoscerli… Allora prova un affanno, una specie di pietà per lui che è solo, che è stato lasciato solo da tutti, senza amore, senza neanche se stesso… Altre volte, invece, si sente improvvisamente felice, perché, senza saperlo, rivive un tratto della felicità che era stata sua; non lo sa che era stata sua e non sa spiegarsi perché, in quei momenti, è felice…»

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La voce dell’autrice

© Letteratitudine

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