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ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (le prime pagine del libro)

ottobre 22, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

Il libro
1939: Marsiglia è una città italiana. Napoletani, siciliani, piemontesi fuggono dal fascismo e dalla fame. Sono scattate le leggi razziali. Da Napoli parte una nave, a bordo una compagnia teatrale. Capocomico Silvana Landi, trasformista internazionale. Con lei l’amico del cuore Gino Santoni, in arte Corderà: omosessuale che si esibisce vestito da donna. Marsiglia è anche la città del milieu. Gli italiani sono i caids di una balorderia mediterranea che gestisce ogni sorta di traffico: dal parmigiano alla cocaina, dalle armi alla prostituzione. Alfred Morello è uno di loro e il suo cuore verrà conquistato proprio da Silvana. Pioggia di stelle è lo spettacolo che la compagnia dovrà rappresentare all’Alcazar, il mitico teatro dove si sono esibite le più importanti celebrità. Tra regolamenti di conti e l’occupazione nazista, gli italiani di Marsiglia organizzano la Resistenza. Dopo settant’anni la Marsiglia raccontata da Jean-Claude Izzo lascia balenare nell’Alcazar un colpo di scena che per un attimo fa rivivere quel 1939, con i suoi conflitti e soprattutto con i suoi misteri.

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Le prime pagine di ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

La preda

Era così, non riusciva a nasconderlo.
Piccolo, magro, le movenze avevano un che di femminile. I capelli neri spettinati dal vento di prua, il piede destro poggiato su un rotolo di cime d’ormeggio. Guardava la luna su quel mare pericolosamente gonfio. I passeggeri in coperta si facevano coraggio ingurgitando vino dall’unico fiasco che passava di bocca in bocca.
Uomini, donne, bambini, ammassati come bestie nella promiscuità di un bivacco abbandonato a se stesso in mezzo al Mediterraneo.
Sputi di salsedine in faccia, una solitudine nuova. In cabina i ferri tre e mezzo e un gomitolo di lana color amaranto. Li aveva portati con sé come conforto. Anche se quando si scappa non c’è nulla che consoli.
E lui su quel mare si sentiva randagio. Un fuggiasco che lasciava dietro di sé un taglio.
Anno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli, era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione de gli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.
Non era il caso di Gino Santoni, fino a qualche giorno prima baciato dai fasti della celebrità. Lui, con i suoi modi aggraziati, viveva nella leggiadria dell’artista, aveva una buona posizione, e dalla politica si era sempre tenuto lontano. Farsi i fatti suoi: questa la regola di vita che si era dato.
Qualcuno gli aveva parlato di un certo questore Molina che a Catania aveva spedito al confino decine e decine di omosessuali, ma aveva pensato si trattasse della solita leggenda inventata per stupire.
Cordera, questo il suo nome d’arte, era un animale da palcoscenico.
Si esibiva in versione femminile da grande interprete della canzone e con la giusta dose di seduzione. Si era guadagnato il successo anche grazie alla voce da usignolo. Ma al di là del palcoscenico aveva sempre vissuto appartato, soddisfacendo il suo bisogno d’amore con molta discrezione.
La realtà di quel triennio di fuoco era entrata nella sua vita come un uragano la sera che, al cinema Augustus di Roma, un brigadiere in borghese gli aveva urlato: «Pederasta!».
Alcazar. Ultimo spettacoloNell’oscurità della sala la sua mano leggera stava sfiorando quella del giovane seduto accanto.
Alle grida del poliziotto era stata immediatamente interrotta la proiezione del film. Si erano accese le luci e Gino Santoni, afferrato per un braccio, era stato esposto al pubblico ludibrio.
«È un pederasta!» ripeteva il brigadiere esibendo la sua preda agli spettatori scandalizzati.
E lui, paonazzo, aveva provato una tale vergogna da sentirsi realmente un malato, un anormale, un lebbroso da chiudere in un lazzaretto.
In quella platea non c’era il suo pubblico, ma gente che lo additava.
Si era sentito crollare il mondo addosso. E non era riuscito a dire una parola. Tremava.
«Posso testimoniare io, brigadie’!». Si era fatto avanti uno sconosciuto.
«Il signore è un mio vicino, il ragazzo è suo nipote. C’è sicuramente un equivoco…».
Il poliziotto, con sorprendente fare arrendevole, si era appartato con il tipo. Nessuno capiva cosa si stessero dicendo i due. Il giovane invece era rimasto in un silenzio imbarazzato, con un solo desiderio: darsela a gambe al più presto. Dopo qualche minuto il brigadiere aveva ordinato che si riprendesse la proiezione. E mentre il ragazzo si dileguava nel buio, Gino Santoni era uscito dal cinema come un cane bastonato. Ma salvo. Aveva evitato l’arresto.
Una volta fuori si era messo in un angolo. In attesa dell’uomo che l’aveva salvato.
«Vorrei ringraziarvi» aveva detto, ancora sotto shock.
«Conosco il brigadiere» gli aveva spiegato il gentiluomo levando la mano destra, «è un mio cliente. Ho una bottega di vini e olii, di questi tempi qualche cortesia la chiedono quasi tutti».
«Voi non sapete neanche chi sono…». Cordera aveva la voce spezzata.
«Eccome se vi conosco! Abito a pochi isolati da voi. Considerate il mio gesto l’omaggio di un ammiratore».
Lo sconosciuto aveva salutato alzando il cappello ed era scomparso.
Gino Santoni non riusciva a trattenere le lacrime. A passo veloce se n’era tornato a casa.
Era stata una serata indimenticabile. Indimenticabile davvero.
Lo slogan delle camicie nere era fin troppo chiaro: «Per il bene della razza al confino il pederasta!». E bastava un qualsiasi poliziotto per procedere agli arresti a suon di manganello.
Si trattava in realtà di una persecuzione anomala. Neanche il codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco, prevedeva che gli omosessuali andassero puniti. Ma bisognava adeguarsi all’alleato tedesco che in Germania, dopo aver aperto la caccia, completava l’operazione con l’internamento nei lager e la condanna a morte.
Cordera, terrorizzato, si era chiuso in casa. Gli avevano raccontato che i poliziotti durante gli interrogatori eseguivano una visita anale per ottenere, diciamo così, delle prove, così evitava il più possibile di avere contatti con l’esterno.

© Edizioni E/O

(Riproduzione riservata)

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Stefania Nardini, giornalista e scrittrice, è nata a Roma e vive tra Marsiglia e l’Umbria. È autrice di Matrioska (Pironti 2001), Gli scheletri di via Duomo (Pironti 2009) e di Jean Claude Izzo, storia di un marsigliese (Perdisa Pop 2010), biografia romanzata del grande autore francese grazie alla quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti.

I suoi racconti compaiono in diverse antologie.

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