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Archive for novembre 2013

LA COMMEDIA UMANA DI BALZAC – estratto della prefazione del 3° vol. Meridiani Mondadori

La commedia umana vol.3In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto della prefazione de La commedia umana vol. 3″ di Honoré de Balzac (Mondadori, I Meridiani), firmata da Mariolina Bongiovanni Bertini che ne è la curatrice

Si conclude l’edizione nei Meridiani dei testi più significativi della Commedia umana: dopo gli otto romanzi che hanno decretato il successo di Balzac narratore pubblicati nel primo volume e i due capolavori proposti nel secondo, qui la curatrice Mariolina Bongiovanni Bertini ha selezionato opere che illustrano i più diversi interessi di Balzac, tanto vari da sconcertare i suoi lettori.
Si va dal celebre Cugino Pons, storia di un colto e sfortunato collezionista di opere d’arte e della sua imponente raccolta, di cui la ricchissima annotazione di Claudia Moro scopre per la prima volta le sorprendenti affinità con quella appassionatamente riunita da Balzac stesso, al Giglio nella valle, romanzo d’amore e morte, di virtù e di passione contrapposte sullo sfondo di un paesaggio le cui descrizioni sono veri e propri pezzi di bravura; da Una passione nel deserto, racconto lungo sull’amicizia fra un ufficiale perso nel deserto e una pantera, non priva di risvolti sensuali che fecero rabbrividire la critica contemporanea, ai Proscritti che vedono protagonista Dante Alighieri, esule a Parigi e seguace di un singolare Sigieri di Brabante molto vicino a Balzac; dalla vicenda fantastica delCapolavoro sconosciuto i cui personaggi si fanno portavoci delle teorie balzachiane sull’arte, al non meno fantastico e misteriosoLa pelle di zigrino di cui non è escluso si ricordi Wilde per il suoRitratto di Dorian Gray; si approda infine al filosofico Séraphîta, dove le teorie mistiche di Swedenborg rielaborate da Balzac trovano forma romanzesca fra abbaglianti panorami norvegesi.

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Dall’introduzione a “I Proscritti” – La commedia umana vol. 3″ di Honoré de Balzac (Mondadori, I Meridiani)

di Mariolina Bertini

Nel 1831 Balzac non è ancora, agli occhi dei contemporanei, né il prototipo del romanziere né l’iniziatore di quello che una ventina d’anni dopo si comincerà a definire “realismo”. Il talento per cui le riviste se lo contendono è quello del conteur, dell’autore di narrazioni, per lo più brevi, di folgorante e caleidoscopica modernità.  E’ la sua scintillante versatilità che seduce i lettori della “Revue de Paris” e della “Revue des Deux Mondes”.  Balzac resuscita magistralmente i più diversi sfondi storici, ma rivaleggia anche con Hoffmann nel creare atmosfere intrise di ambiguo mistero. La Pelle di zigrino  rappresenta l’apogeo di questa maniera,  che i critici di allora definiscono “fosforica”, quasi si presentasse aureolata dalla luminosità sinistra di certi mostri degli abissi o dei fuochi fatui guizzanti nella notte dei cimiteri.  Contemporaneo nella stesura della Pelle di zigrino , in quanto redatto nella primavera del 1821, I Proscritti contrappone alla Parigi rigorosamente attuale di quel romanzo la Parigi medioevale di Dante Alighieri e di Sigieri di Brabante.  (…)

Il dato di partenza del racconto è la nostalgia per la patria lontana che affratella, nella Parigi del 1308, due stranieri messi al bando dalla terra natale: un poeta fiorentino, che incarna l’energia dominatrice del pensiero, e Godefroid, angelico adolescente proveniente dalle Fiandre, la cui fragile sensibilità non sembra in grado di resistere ai colpi dell’avversa fortuna. Alloggiati nella dimora borghese del gendarme Tirechair, la cui moglie contribuisce al bilancio familiare affittando qualche camera e lavorando come lavandaia per i canonici della vicina chiesa di Notre Dame, i due non tardano a suscitare i sospetti del padrone di casa.  Corpi estranei al tessuto sociale, dalla collocazione mal definita, evocano in lui il ricordo di un’eretica bruciata in place de la Grève, Margherita Poretta.
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GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE 2013

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IMPARA A ESSERE FELICE – intervista a Paolo Crepet

Impara a essere feliceIMPARA A ESSERE FELICE – intervista a Paolo Crepet

di Massimo Maugeri

Che cos’è la felicità? Cosa significa, oggi, essere felici? Si tratta di un dono, o dell’esito di una condizione che è possibile raggiungere? E ancora: è possibile essere felici in quest’epoca che – in un Paese come il nostro – pare dominata dalla tristezza, dalla rabbia e dalla frustrazione?
A queste e ad altre domande risponde il nuovo libro di Paolo Crepet: psichiatra, sociologo e – dal 2004 – direttore scientifico della Scuola per Genitori . Il titolo fornisce già un’indicazione chiara sul contenuto del testo: “Impara a essere felice” (Einaudi Stile Libero).
Ne abbiamo discusso con l’autore…

– Professor Crepet, per prima cosa credo sia importante provare a spiegare il concetto stesso di felicità. Cosa significa essere felici? E ritiene che oggi il concetto di felicità sia stato in qualche modo travisato?
Parto dalla seconda parte della domanda. La risposta è sì. Purtroppo, sì. Nel senso che molto spesso si tende a confondere la felicità con qualcosa che potremmo definire come “gioia effimera”. Ma la gioia effimera non ha nulla a che vedere con la felicità; altrimenti, se così fosse, potremmo arrivare ad affermare che anche una striscia di cocaina potrebbe dare la felicità… mentre così non è.
Il concetto di felicità è qualcosa di più complicato. Ha a che vedere con una visione sentimentale della vita e assai poco materiale. Oggi, purtroppo, molta gente pensa che per essere felici basti comprare un vestito nuovo al supermercato. Va bene anche questo, ma non chiamiamolo felicità. Sarebbe come considerare amicizia vera quella che oggi si raccoglie su Facebook.
Cos’è allora la felicità? In definitiva, è una ricerca. Non è avere qualcosa, e nemmeno essere felici in senso stretto… semmai è tentare di esserlo tenendo presente il fatto che, nel momento stesso in cui siamo riusciti a essere felici, abbiamo già cessato di esserlo. Ecco, la felicità è una ricerca continua. È un anelito. È qualcosa che ha a che vedere con la filosofia, più che con il materialismo.

– Come epigrafe del libro ha scelto questa frase di Amedeo Modigliani: “Il tuo dovere reale è di preservare il tuo sogno”. Che rapporto c’è tra il sogno (e la capacità di sognare) e la possibilità di essere felici?
Modigliani è stato un genio. Una figura che ho molto amato: un uomo che è stato felice, ma anche molto sofferente. Credo che il sogno non abbia solo il gusto del dolce. Il sogno, in verità, è anche amaro. Esattamente come la vita, che è al lordo di tutto… anche della morte e degli abbandoni. Quella frase è importante, e credo che non ci sia nulla di più bello che pronunciarla ai ragazzi per invitarli a preservare i sogni… che significa, non calare mai la testa, non abbassarsi a essere uno Yes Man. Basta guardarsi intorno per vedere quanta mediocrità c’è, oggi, in questo nostro mondo. Siamo pieni di gente che pensa che per andare avanti bisogna arrangiarsi, fare i furbetti. Sembra quasi che non ci sia più dignità, né la capacità di fare grandi sogni. E questo non è accettabile. Per questo credo che, oggi più che mai, ciascuno di noi abbia il dovere di preservare il proprio sogno.

– Lei sostiene che per molti lagnarsi è più che un vezzo, una difesa: qualcosa che si è imparato fin dall’infanzia. Dunque l’incapacità di essere felici è qualcosa che si acquisisce da bambini?
Immagini un bambino che, tornando a casa, sente il papà che si lamenta del lavoro, la mamma che si lagna di un’altra cosa, il nonno che impreca contro il maltempo… Come vuole che cresca quel bambino? Crescerà pensando che l’unica forma espressiva possibile è quella della lamentela. Io non sopporto i lamentosi. Nemmeno in un periodo di crisi come questo. È vero, viviamo un periodo duro… difficile. Ma proprio per questo, anziché lamentarci, dovremmo impegnarci a tirar fuori il nostro talento. È il momento giusto per farlo, per giocarci la nostra partita. E per giocarla in grande. A me piace vedere un incontro di calcio dove gioca il Barcellona… non una squadretta di terza categoria. A me piacere vedere il bello delle cose. Non dobbiamo accontentarci.
Ecco, bisogna insegnare soprattutto ai ragazzi che non bisogna accontentarsi. Non si tratta di superbia, ma dell’indicazione di un cammino.
Perché accontentarsi? È una domanda che vale per ogni aspetto della vita: nell’amore, nel lavoro, all’università. Oggi possiamo fruire di nuove opportunità. Pensiamo alla Rete. Già oggi, per esempio, è operativo il mercato delle stampanti a tre dimensioni con cui possiamo costruirci qualsiasi cosa.
Cerchiamo di inventarci qualcosa di più, allora. Qualcosa di nuovo. È possibile. Bisogna puntare sulla creatività senza lamentarci. Su una nuova creatività… che non è andare a X Factor a cantare una cover.

– Puntare su una nuova forma di creatività. È questo che intende, quando sostiene che per combattere questo atteggiamento “negativo” dilagante è necessario elaborare una nuova grammatica quotidiana?
Esatto. È proprio quello di cui stavamo parlando. Dobbiamo imparare a diventare imprenditori, a fare impresa… e non necessariamente nel senso commerciale del termine. E questo dipende non dal colpo di fortuna che può arrivare vincendo la Sisal o perché abbiamo ereditato qualcosa dallo zio che è morto, ma da una grammatica quotidiana che è fatta di piccoli passi, piccoli gesti, piccole ambizioni, piccole conquiste. Come preciso in un capitolo del libro, la felicità è anche l’esito di piccoli gesti quotidiani. L’importante è che vadano in quella direzione.
Mi viene in mente Tonino Guerra, un uomo che ho tanto ammirato per il modo che aveva di vivere, di sognare e di farci sognare. Ecco, a volte basta anche il profumo di un fiore secco, uno sguardo su una collina. L’importante è che sia qualcosa di originale. È questo il senso: bisogna essere innovativi e originali. E l’originalità, la visionarietà, sono qualità che dobbiamo coltivare dentro di noi. Non a livello esteriore. Essere originali non significa tingersi i capelli di viola, per intenderci.

– C’è un capitolo del libro il cui titolo colpisce particolarmente. È il seguente: “Il lavoro non rende liberi. E nemmeno felici”. Cosa significa? Leggi tutto…

Diego Agostini ci racconta LA FABBRICA DEI CATTIVI

Diego Agostini ci racconta il suo romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI (Giunti, 2013)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

di Diego Agostini

“Dunque fai lo scrittore, adesso?” Mi chiede spesso la gente da quando è stato pubblicato La fabbrica dei cattivi. “No”, rispondo, “Faccio quello che ho sempre fatto: il narratore”. Mi piace raccontare storie, ma non storie qualsiasi. Storie vere. Ho scoperto, nella mia lunga attività di formatore, che raccontare fatti di vita è molto più utile dello spiegare per ore concetti e teorie. L’esperienza vera colpisce, insegna, fa cambiare. Perché è proprio in questo modo che si cresce, nella realtà dei tutti i giorni. Così ho pensato semplicemente di mettere su carta ciò che mi riesce meglio quando parlo alle persone: trasferire direttamente l’esperienza umana. Giunti era la casa editrice perfetta per questo progetto, partendo dalla sua solida tradizione nella saggistica di psicologia, con la quale io stesso mi sono formato, e arrivando alla sua nuova e vitale collana di narrativa italiana. Mettiamoci un po’ di fiducia e di coraggio da parte di chi la gestisce, ed ecco il volume in libreria. Di fatto avevo già pubblicato dei saggi, scientifici e divulgativi. Ma qualcosa, col tempo, è cambiato. Ultimamente mi trovavo troppo spesso a riempire i miei taccuini di riflessioni ed esperienze personali, ritardando la realizzazione dell’ultimo manuale di management. Appunti che si accumulavano, almeno fino a quando… si sono impadroniti prepotentemente del computer. E da quel momento, più nessuno è riuscito a fermarli. Leggi tutto…

LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (un estratto del libro)

Copertina La fabbrica dei cattiviIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

La scheda del libro
Stati Uniti: andata e ritorno. Dove si può imparare che in nome della giustizia un innocente diventa colpevole. Una sosta in un centro commerciale per comprare una maglietta pulita e asciutta dopo l’ennesimo acquazzone perché d’estate in Florida piove in continuazione. Intanto la figlia più piccola, Giulia, si è appena addormentata: è scatenata e iperattiva e i suoi sonni così profondi le servono per ricaricare le energie che brucia ed esaurisce da sveglia, così, come suggerisce il pediatra, è meglio lasciare che si svegli da sola. L’auto è parcheggiata proprio davanti alla vetrina del negozio, è questione di un attimo, non può succedere nulla. E invece di colpo tutto precipita perché, senza saperlo, Alex e Mara hanno contravvenuto a una legge dello Stato. Il detective Strate prende le cose talmente sul serio da alterare prove e testimonianze. Si scatena il finimondo. Un’assistente sociale porta via i loro due bambini. I genitori rischiano una pesante condanna per abbandono di minore e la conseguente perdita della potestà genitoriale. Cosa succede quando un “buono”, un padre e un marito affettuoso, un professionista responsabile e, soprattutto, un uomo innocente, sperimenta l’impotenza di fronte a un meccanismo repressivo incomprensibile? Il travolgente racconto di Alex si trasforma nella personale esperienza di come, in una perversione giuridica compiuta in nome della giustizia, la società abbia bisogno di una “fabbrica dei cattivi”.

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La fabbrica dei cattiviUn estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

Le sue domande sono incalzanti, aggressive. E me ne pone molte senza aspettarsi una risposta perché il loro scopo è un altro, non la raccolta d’informazioni. «Lo sai che temperatura c’era?», «Lo sai quanto ci vuole per morire sotto il sole?», «Lo sai cosa può succedere se lasci un bambino da solo in un centro commerciale?»
In psicologia della comunicazione vengono definite domande chiuse orientate perché prendono arbitrariamente una parte della realtà e richiedono semplicemente una conferma, senza alcuna elaborazione. In breve, la risposta è già compresa nella domanda. E una volta messe insieme le risposte parziali, quella che emerge è una lettura distorta, falsata e manipolata della situazione. Non sono domande che vengono utilizzate per cercare la verità, per fare chiarezza, per capire – servono solo per mettere l’altro con le spalle al muro. Non sai neanche se rispondere o meno, perché vieni messo in una situazione paradossale. Dare una risposta, che comunque è del tutto ovvia, significa avvalorare la tesi dell’accusatore. E se invece rispondi in modo diverso, dai all’altro l’occasione di correggerti. In un modo o nell’altro, tu hai perso e lui ha vinto in partenza. Già, perché la persona che fa le domande può imporre la sua visione dei fatti. In psicologia della relazione si chiama situazione a doppio legame, la più terribile che si possa creare fra due interlocutori. In sostanza è una trappola da cui non hai scampo: qualsiasi tua mossa è perdente, qualunque risposta è sbagliata. Perché il vero scopo non è la ricerca d’informazioni, ma piuttosto l’affermazione di un ruolo, la dimostrazione del potere indiscutibile di chi pone le domande. E qui le domande le può fare solo lui, perché lui è il detective. È il suo lavoro. Lui si prende il ruolo del gatto, e dunque a me non rimane che assumere quello del topo.
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Cultura e libri a Motta Sant’Anastasia: il “Gruppo di lettura Nino Puglisi” e “Stasera libro”

gruppodiletturaNasce il Gruppo di lettura “Nino Puglisi”

venerdì 29 novembre, il primo appuntamento

di Vito Caruso

Il Comune di Motta Sant’Anastasia, assessorato alla Cultura, per aderire a una sentita esigenza diffusa tra i cittadini, istituisce il Gruppo di lettura “Nino Puglisi” (indimenticato storico bibliotecario), che si riunirà ogni ultimo venerdì del mese (primo appuntamento, dunque, venerdì 29 novembre), dalle 18,30 alle 19,30, nella Biblioteca comunale “A. Emanuele”, via Roma, 52, tel. 095-309590.
Posto che la lettura di un libro è un’esperienza individuale che in ognuno suscita sensazioni, considerazioni, riflessioni diverse, il Gruppo di lettura offre un’occasione d’incontro per condividere una passione ma anche per scambiarsi informazioni e far girare sempre più libri, per esprimere le proprie opinioni e ascoltare quelle degli altri e dà la possibilità di scoprire le molteplici chiavi di lettura di uno stesso testo. Anche se la lettura è un’avventura meravigliosamente solitaria, c’è sempre il bisogno nel lettore di far conoscere agli altri il “tesoro” che si è scoperto. Il Gruppo di lettura è il cerchio magico, perfetto, avvolgente, per lettori, ex lettori, neolettori, lettori nostalgici, impazienti, frementi, disincantati, delusi, stanchi, lettori indefessi e lettori aspiranti tali. Leggi tutto…

MASSIMO VENTURIELLO in BARBERIA

Foto Teatro BrancatiMASSIMO VENTURIELLO in BARBERIA: “barba, capiddi e mandulinu” di Gianni Clementi
Con l’orchestra “da barba” siciliana

Da novembre, al Teatro Brancati di Catania

Regia di Massimo Venturiello

Massimo Venturiello è ‘u varveri’ (il barbiere), il protagonista di questo spettacolo ambientato in una barberia siciliana d’altri tempi, abitata da personaggi obsoleti, depositari di una cultura antica, narratori eccezionali, anziani cantastorie, suonatori per diletto di mandolini, fisarmoniche …
Una piccola orchestra di autentici vecchi barbieri siciliani interagisce con lui suonando, talvolta dialogando, cantando, accompagnando il suo racconto (a metà tra Andrea Camilleri e Buena vista social club) attraverso brani tipici della tradizione siciliana delle barberie, ma anche di un’intera epoca che ha visto ‘il barbiere’, ancora ragazzo, emigrare a New York e poi, per motivi oscuri, scappare in Sicilia, sua terra d’origine, dove ha continuato a vivere.
A volte basta una voce, uno sguardo per riavvolgere il nastro registrato di una vita, per avere la sensazione di gustare antichi sapori, di annusare dimenticati odori. Quando poi quegli odori profumano di brillantina e quei sapori ti riempiono la bocca di pinoli, uva passa e sarde, allora ti puoi trovare solo in un luogo: una barberia siciliana. In un angolo, quasi dimenticati, un tamburello, un mandolino e una fisarmonica sono in attesa dei loro padroni. Braccianti, falegnami, pastori, gente semplice che non ha studiato, ma che, per uno strano, oscuro destino, conosce la musica.
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