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Archive for novembre 2013

LA COMMEDIA UMANA DI BALZAC – estratto della prefazione del 3° vol. Meridiani Mondadori

La commedia umana vol.3In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto della prefazione de La commedia umana vol. 3″ di Honoré de Balzac (Mondadori, I Meridiani), firmata da Mariolina Bongiovanni Bertini che ne è la curatrice

Si conclude l’edizione nei Meridiani dei testi più significativi della Commedia umana: dopo gli otto romanzi che hanno decretato il successo di Balzac narratore pubblicati nel primo volume e i due capolavori proposti nel secondo, qui la curatrice Mariolina Bongiovanni Bertini ha selezionato opere che illustrano i più diversi interessi di Balzac, tanto vari da sconcertare i suoi lettori.
Si va dal celebre Cugino Pons, storia di un colto e sfortunato collezionista di opere d’arte e della sua imponente raccolta, di cui la ricchissima annotazione di Claudia Moro scopre per la prima volta le sorprendenti affinità con quella appassionatamente riunita da Balzac stesso, al Giglio nella valle, romanzo d’amore e morte, di virtù e di passione contrapposte sullo sfondo di un paesaggio le cui descrizioni sono veri e propri pezzi di bravura; da Una passione nel deserto, racconto lungo sull’amicizia fra un ufficiale perso nel deserto e una pantera, non priva di risvolti sensuali che fecero rabbrividire la critica contemporanea, ai Proscritti che vedono protagonista Dante Alighieri, esule a Parigi e seguace di un singolare Sigieri di Brabante molto vicino a Balzac; dalla vicenda fantastica delCapolavoro sconosciuto i cui personaggi si fanno portavoci delle teorie balzachiane sull’arte, al non meno fantastico e misteriosoLa pelle di zigrino di cui non è escluso si ricordi Wilde per il suoRitratto di Dorian Gray; si approda infine al filosofico Séraphîta, dove le teorie mistiche di Swedenborg rielaborate da Balzac trovano forma romanzesca fra abbaglianti panorami norvegesi.

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Dall’introduzione a “I Proscritti” – La commedia umana vol. 3″ di Honoré de Balzac (Mondadori, I Meridiani)

di Mariolina Bertini

Nel 1831 Balzac non è ancora, agli occhi dei contemporanei, né il prototipo del romanziere né l’iniziatore di quello che una ventina d’anni dopo si comincerà a definire “realismo”. Il talento per cui le riviste se lo contendono è quello del conteur, dell’autore di narrazioni, per lo più brevi, di folgorante e caleidoscopica modernità.  E’ la sua scintillante versatilità che seduce i lettori della “Revue de Paris” e della “Revue des Deux Mondes”.  Balzac resuscita magistralmente i più diversi sfondi storici, ma rivaleggia anche con Hoffmann nel creare atmosfere intrise di ambiguo mistero. La Pelle di zigrino  rappresenta l’apogeo di questa maniera,  che i critici di allora definiscono “fosforica”, quasi si presentasse aureolata dalla luminosità sinistra di certi mostri degli abissi o dei fuochi fatui guizzanti nella notte dei cimiteri.  Contemporaneo nella stesura della Pelle di zigrino , in quanto redatto nella primavera del 1821, I Proscritti contrappone alla Parigi rigorosamente attuale di quel romanzo la Parigi medioevale di Dante Alighieri e di Sigieri di Brabante.  (…)

Il dato di partenza del racconto è la nostalgia per la patria lontana che affratella, nella Parigi del 1308, due stranieri messi al bando dalla terra natale: un poeta fiorentino, che incarna l’energia dominatrice del pensiero, e Godefroid, angelico adolescente proveniente dalle Fiandre, la cui fragile sensibilità non sembra in grado di resistere ai colpi dell’avversa fortuna. Alloggiati nella dimora borghese del gendarme Tirechair, la cui moglie contribuisce al bilancio familiare affittando qualche camera e lavorando come lavandaia per i canonici della vicina chiesa di Notre Dame, i due non tardano a suscitare i sospetti del padrone di casa.  Corpi estranei al tessuto sociale, dalla collocazione mal definita, evocano in lui il ricordo di un’eretica bruciata in place de la Grève, Margherita Poretta.
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GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE 2013

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IMPARA A ESSERE FELICE – intervista a Paolo Crepet

Impara a essere feliceIMPARA A ESSERE FELICE – intervista a Paolo Crepet

di Massimo Maugeri

Che cos’è la felicità? Cosa significa, oggi, essere felici? Si tratta di un dono, o dell’esito di una condizione che è possibile raggiungere? E ancora: è possibile essere felici in quest’epoca che – in un Paese come il nostro – pare dominata dalla tristezza, dalla rabbia e dalla frustrazione?
A queste e ad altre domande risponde il nuovo libro di Paolo Crepet: psichiatra, sociologo e – dal 2004 – direttore scientifico della Scuola per Genitori . Il titolo fornisce già un’indicazione chiara sul contenuto del testo: “Impara a essere felice” (Einaudi Stile Libero).
Ne abbiamo discusso con l’autore…

– Professor Crepet, per prima cosa credo sia importante provare a spiegare il concetto stesso di felicità. Cosa significa essere felici? E ritiene che oggi il concetto di felicità sia stato in qualche modo travisato?
Parto dalla seconda parte della domanda. La risposta è sì. Purtroppo, sì. Nel senso che molto spesso si tende a confondere la felicità con qualcosa che potremmo definire come “gioia effimera”. Ma la gioia effimera non ha nulla a che vedere con la felicità; altrimenti, se così fosse, potremmo arrivare ad affermare che anche una striscia di cocaina potrebbe dare la felicità… mentre così non è.
Il concetto di felicità è qualcosa di più complicato. Ha a che vedere con una visione sentimentale della vita e assai poco materiale. Oggi, purtroppo, molta gente pensa che per essere felici basti comprare un vestito nuovo al supermercato. Va bene anche questo, ma non chiamiamolo felicità. Sarebbe come considerare amicizia vera quella che oggi si raccoglie su Facebook.
Cos’è allora la felicità? In definitiva, è una ricerca. Non è avere qualcosa, e nemmeno essere felici in senso stretto… semmai è tentare di esserlo tenendo presente il fatto che, nel momento stesso in cui siamo riusciti a essere felici, abbiamo già cessato di esserlo. Ecco, la felicità è una ricerca continua. È un anelito. È qualcosa che ha a che vedere con la filosofia, più che con il materialismo.

– Come epigrafe del libro ha scelto questa frase di Amedeo Modigliani: “Il tuo dovere reale è di preservare il tuo sogno”. Che rapporto c’è tra il sogno (e la capacità di sognare) e la possibilità di essere felici?
Modigliani è stato un genio. Una figura che ho molto amato: un uomo che è stato felice, ma anche molto sofferente. Credo che il sogno non abbia solo il gusto del dolce. Il sogno, in verità, è anche amaro. Esattamente come la vita, che è al lordo di tutto… anche della morte e degli abbandoni. Quella frase è importante, e credo che non ci sia nulla di più bello che pronunciarla ai ragazzi per invitarli a preservare i sogni… che significa, non calare mai la testa, non abbassarsi a essere uno Yes Man. Basta guardarsi intorno per vedere quanta mediocrità c’è, oggi, in questo nostro mondo. Siamo pieni di gente che pensa che per andare avanti bisogna arrangiarsi, fare i furbetti. Sembra quasi che non ci sia più dignità, né la capacità di fare grandi sogni. E questo non è accettabile. Per questo credo che, oggi più che mai, ciascuno di noi abbia il dovere di preservare il proprio sogno.

– Lei sostiene che per molti lagnarsi è più che un vezzo, una difesa: qualcosa che si è imparato fin dall’infanzia. Dunque l’incapacità di essere felici è qualcosa che si acquisisce da bambini?
Immagini un bambino che, tornando a casa, sente il papà che si lamenta del lavoro, la mamma che si lagna di un’altra cosa, il nonno che impreca contro il maltempo… Come vuole che cresca quel bambino? Crescerà pensando che l’unica forma espressiva possibile è quella della lamentela. Io non sopporto i lamentosi. Nemmeno in un periodo di crisi come questo. È vero, viviamo un periodo duro… difficile. Ma proprio per questo, anziché lamentarci, dovremmo impegnarci a tirar fuori il nostro talento. È il momento giusto per farlo, per giocarci la nostra partita. E per giocarla in grande. A me piace vedere un incontro di calcio dove gioca il Barcellona… non una squadretta di terza categoria. A me piacere vedere il bello delle cose. Non dobbiamo accontentarci.
Ecco, bisogna insegnare soprattutto ai ragazzi che non bisogna accontentarsi. Non si tratta di superbia, ma dell’indicazione di un cammino.
Perché accontentarsi? È una domanda che vale per ogni aspetto della vita: nell’amore, nel lavoro, all’università. Oggi possiamo fruire di nuove opportunità. Pensiamo alla Rete. Già oggi, per esempio, è operativo il mercato delle stampanti a tre dimensioni con cui possiamo costruirci qualsiasi cosa.
Cerchiamo di inventarci qualcosa di più, allora. Qualcosa di nuovo. È possibile. Bisogna puntare sulla creatività senza lamentarci. Su una nuova creatività… che non è andare a X Factor a cantare una cover.

– Puntare su una nuova forma di creatività. È questo che intende, quando sostiene che per combattere questo atteggiamento “negativo” dilagante è necessario elaborare una nuova grammatica quotidiana?
Esatto. È proprio quello di cui stavamo parlando. Dobbiamo imparare a diventare imprenditori, a fare impresa… e non necessariamente nel senso commerciale del termine. E questo dipende non dal colpo di fortuna che può arrivare vincendo la Sisal o perché abbiamo ereditato qualcosa dallo zio che è morto, ma da una grammatica quotidiana che è fatta di piccoli passi, piccoli gesti, piccole ambizioni, piccole conquiste. Come preciso in un capitolo del libro, la felicità è anche l’esito di piccoli gesti quotidiani. L’importante è che vadano in quella direzione.
Mi viene in mente Tonino Guerra, un uomo che ho tanto ammirato per il modo che aveva di vivere, di sognare e di farci sognare. Ecco, a volte basta anche il profumo di un fiore secco, uno sguardo su una collina. L’importante è che sia qualcosa di originale. È questo il senso: bisogna essere innovativi e originali. E l’originalità, la visionarietà, sono qualità che dobbiamo coltivare dentro di noi. Non a livello esteriore. Essere originali non significa tingersi i capelli di viola, per intenderci.

– C’è un capitolo del libro il cui titolo colpisce particolarmente. È il seguente: “Il lavoro non rende liberi. E nemmeno felici”. Cosa significa? Leggi tutto…

Diego Agostini ci racconta LA FABBRICA DEI CATTIVI

Diego Agostini ci racconta il suo romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI (Giunti, 2013)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

di Diego Agostini

“Dunque fai lo scrittore, adesso?” Mi chiede spesso la gente da quando è stato pubblicato La fabbrica dei cattivi. “No”, rispondo, “Faccio quello che ho sempre fatto: il narratore”. Mi piace raccontare storie, ma non storie qualsiasi. Storie vere. Ho scoperto, nella mia lunga attività di formatore, che raccontare fatti di vita è molto più utile dello spiegare per ore concetti e teorie. L’esperienza vera colpisce, insegna, fa cambiare. Perché è proprio in questo modo che si cresce, nella realtà dei tutti i giorni. Così ho pensato semplicemente di mettere su carta ciò che mi riesce meglio quando parlo alle persone: trasferire direttamente l’esperienza umana. Giunti era la casa editrice perfetta per questo progetto, partendo dalla sua solida tradizione nella saggistica di psicologia, con la quale io stesso mi sono formato, e arrivando alla sua nuova e vitale collana di narrativa italiana. Mettiamoci un po’ di fiducia e di coraggio da parte di chi la gestisce, ed ecco il volume in libreria. Di fatto avevo già pubblicato dei saggi, scientifici e divulgativi. Ma qualcosa, col tempo, è cambiato. Ultimamente mi trovavo troppo spesso a riempire i miei taccuini di riflessioni ed esperienze personali, ritardando la realizzazione dell’ultimo manuale di management. Appunti che si accumulavano, almeno fino a quando… si sono impadroniti prepotentemente del computer. E da quel momento, più nessuno è riuscito a fermarli. Leggi tutto…

LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (un estratto del libro)

Copertina La fabbrica dei cattiviIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

La scheda del libro
Stati Uniti: andata e ritorno. Dove si può imparare che in nome della giustizia un innocente diventa colpevole. Una sosta in un centro commerciale per comprare una maglietta pulita e asciutta dopo l’ennesimo acquazzone perché d’estate in Florida piove in continuazione. Intanto la figlia più piccola, Giulia, si è appena addormentata: è scatenata e iperattiva e i suoi sonni così profondi le servono per ricaricare le energie che brucia ed esaurisce da sveglia, così, come suggerisce il pediatra, è meglio lasciare che si svegli da sola. L’auto è parcheggiata proprio davanti alla vetrina del negozio, è questione di un attimo, non può succedere nulla. E invece di colpo tutto precipita perché, senza saperlo, Alex e Mara hanno contravvenuto a una legge dello Stato. Il detective Strate prende le cose talmente sul serio da alterare prove e testimonianze. Si scatena il finimondo. Un’assistente sociale porta via i loro due bambini. I genitori rischiano una pesante condanna per abbandono di minore e la conseguente perdita della potestà genitoriale. Cosa succede quando un “buono”, un padre e un marito affettuoso, un professionista responsabile e, soprattutto, un uomo innocente, sperimenta l’impotenza di fronte a un meccanismo repressivo incomprensibile? Il travolgente racconto di Alex si trasforma nella personale esperienza di come, in una perversione giuridica compiuta in nome della giustizia, la società abbia bisogno di una “fabbrica dei cattivi”.

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La fabbrica dei cattiviUn estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

Le sue domande sono incalzanti, aggressive. E me ne pone molte senza aspettarsi una risposta perché il loro scopo è un altro, non la raccolta d’informazioni. «Lo sai che temperatura c’era?», «Lo sai quanto ci vuole per morire sotto il sole?», «Lo sai cosa può succedere se lasci un bambino da solo in un centro commerciale?»
In psicologia della comunicazione vengono definite domande chiuse orientate perché prendono arbitrariamente una parte della realtà e richiedono semplicemente una conferma, senza alcuna elaborazione. In breve, la risposta è già compresa nella domanda. E una volta messe insieme le risposte parziali, quella che emerge è una lettura distorta, falsata e manipolata della situazione. Non sono domande che vengono utilizzate per cercare la verità, per fare chiarezza, per capire – servono solo per mettere l’altro con le spalle al muro. Non sai neanche se rispondere o meno, perché vieni messo in una situazione paradossale. Dare una risposta, che comunque è del tutto ovvia, significa avvalorare la tesi dell’accusatore. E se invece rispondi in modo diverso, dai all’altro l’occasione di correggerti. In un modo o nell’altro, tu hai perso e lui ha vinto in partenza. Già, perché la persona che fa le domande può imporre la sua visione dei fatti. In psicologia della relazione si chiama situazione a doppio legame, la più terribile che si possa creare fra due interlocutori. In sostanza è una trappola da cui non hai scampo: qualsiasi tua mossa è perdente, qualunque risposta è sbagliata. Perché il vero scopo non è la ricerca d’informazioni, ma piuttosto l’affermazione di un ruolo, la dimostrazione del potere indiscutibile di chi pone le domande. E qui le domande le può fare solo lui, perché lui è il detective. È il suo lavoro. Lui si prende il ruolo del gatto, e dunque a me non rimane che assumere quello del topo.
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Cultura e libri a Motta Sant’Anastasia: il “Gruppo di lettura Nino Puglisi” e “Stasera libro”

gruppodiletturaNasce il Gruppo di lettura “Nino Puglisi”

venerdì 29 novembre, il primo appuntamento

di Vito Caruso

Il Comune di Motta Sant’Anastasia, assessorato alla Cultura, per aderire a una sentita esigenza diffusa tra i cittadini, istituisce il Gruppo di lettura “Nino Puglisi” (indimenticato storico bibliotecario), che si riunirà ogni ultimo venerdì del mese (primo appuntamento, dunque, venerdì 29 novembre), dalle 18,30 alle 19,30, nella Biblioteca comunale “A. Emanuele”, via Roma, 52, tel. 095-309590.
Posto che la lettura di un libro è un’esperienza individuale che in ognuno suscita sensazioni, considerazioni, riflessioni diverse, il Gruppo di lettura offre un’occasione d’incontro per condividere una passione ma anche per scambiarsi informazioni e far girare sempre più libri, per esprimere le proprie opinioni e ascoltare quelle degli altri e dà la possibilità di scoprire le molteplici chiavi di lettura di uno stesso testo. Anche se la lettura è un’avventura meravigliosamente solitaria, c’è sempre il bisogno nel lettore di far conoscere agli altri il “tesoro” che si è scoperto. Il Gruppo di lettura è il cerchio magico, perfetto, avvolgente, per lettori, ex lettori, neolettori, lettori nostalgici, impazienti, frementi, disincantati, delusi, stanchi, lettori indefessi e lettori aspiranti tali. Leggi tutto…

MASSIMO VENTURIELLO in BARBERIA

Foto Teatro BrancatiMASSIMO VENTURIELLO in BARBERIA: “barba, capiddi e mandulinu” di Gianni Clementi
Con l’orchestra “da barba” siciliana

Da novembre, al Teatro Brancati di Catania

Regia di Massimo Venturiello

Massimo Venturiello è ‘u varveri’ (il barbiere), il protagonista di questo spettacolo ambientato in una barberia siciliana d’altri tempi, abitata da personaggi obsoleti, depositari di una cultura antica, narratori eccezionali, anziani cantastorie, suonatori per diletto di mandolini, fisarmoniche …
Una piccola orchestra di autentici vecchi barbieri siciliani interagisce con lui suonando, talvolta dialogando, cantando, accompagnando il suo racconto (a metà tra Andrea Camilleri e Buena vista social club) attraverso brani tipici della tradizione siciliana delle barberie, ma anche di un’intera epoca che ha visto ‘il barbiere’, ancora ragazzo, emigrare a New York e poi, per motivi oscuri, scappare in Sicilia, sua terra d’origine, dove ha continuato a vivere.
A volte basta una voce, uno sguardo per riavvolgere il nastro registrato di una vita, per avere la sensazione di gustare antichi sapori, di annusare dimenticati odori. Quando poi quegli odori profumano di brillantina e quei sapori ti riempiono la bocca di pinoli, uva passa e sarde, allora ti puoi trovare solo in un luogo: una barberia siciliana. In un angolo, quasi dimenticati, un tamburello, un mandolino e una fisarmonica sono in attesa dei loro padroni. Braccianti, falegnami, pastori, gente semplice che non ha studiato, ma che, per uno strano, oscuro destino, conosce la musica.
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COOPERATIVA LETTERARIA – intervista a Caterina Arcangelo

logotypeCOOPERATIVA LETTERARIA – intervista a Caterina Arcangelo

di Massimo Maugeri

Sono molto lieto di poter segnalare questa bella realtà culturale sorta nella città di Torino attorno al progetto di una cooperativa letteraria che ha al suo centro l’idea della condivisione della passione per la lettura e per la cultura. Una realtà che ho avuto modo di conoscere personalmente e di cui posso dare testimonianza di serietà e genuinità. Ne ho discusso con la fondatrice e presidente di “Cooperativa Letteraria“, Caterina Arcangelo.

– Cara Caterina, come nasce il progetto “cooperativa letteraria”?

Cooperativa Letteraria è un’associazione culturale che si propone di diffondere la  cultura all’interno del territorio, soprattutto nelle zone periferiche e negli strati sociali che maggiormente risentono di quell’alienazione metropolitana che caratterizza  le grandi città. Creare  un numeroso gruppo di lettori, eterogeneo per età e provenienza sociale e unito dall’interesse e la passione per il mondo del libro e della cultura, generare aggregazione e senso di appartenenza sono i nostri principali obiettivi.  Le presentazioni, i convegni e le mostre sono i mezzi che ci permettono di realizzare tutto questo. Ma tutto ben si tiene grazie all’aiuto degli editori che sostengono il nostro progetto, che ci inviano le novità del momento mettendo  a disposizione il frutto del loro lavoro: i libri.  L’associazione è nata alla fine del 2011. Il numero di soci è in grande crescita: è passata dai 60 di fine 2012 agli oltre 180 del 2013. Cooperativa Letteraria si avvale soprattutto della collaborazione di volontari, di intellettuali (scrittori, studiosi ed artisti), di case editrici, di istituzioni locali (la V Circoscrizione del Comune di Torino) , di altre associazioni (Detenzioni) e di sponsor economici (tra i quali si distingue il gruppo bancario Intesa Sanpaolo). Il cospicuo numero di  interventi volontaristici e le sinergie con le istituzioni permettono  la realizzazione di quattro  attività principali:

La gestione di un PUNTO LETTURA: un luogo che nasce con l’intento di condividere esperienze in cui il denominatore comune è la promozione della lettura con la presenza di riviste e libri in consultazione gratuita.

LETTURE DI TRAVERSO: Un programma di incontri con autori (il gruppo incontra l’autore dopo la lettura del testo.  Del gruppo fanno parte tutti i soci di Cooperativa Letteraria. Ogni socio sceglie di volta in volta  a quale incontro partecipare.)

LABirinti  FESTIVAL: occasione  di confronto tra critici, scrittori (sia affermati che esordienti), artisti, ed editori.

Il PROGETTO SCUOLE: un lavoro di approfondimento con gli studenti di alcune classi che partendo da un tema, attraverso l’analisi di un testo, sfocia in un incontro con l’autore.

Scuola Intorno propone anche una serie di laboratori  che permettono ai ragazzi di arricchire-attraverso esperienze di laboratorio, incontri, visite  guidate-la loro esperienza formativa .

La rivista FuoriAsse, un periodico bimestrale online che ospita interventi di professionisti del campo editoriale.

– Quali sono gli obiettivi?
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LIDIA RAVERA VINCE IL PREMIO ASTI D’APPELLO 2013

Premio Asti dAppello 2013E’ Lidia Ravera la vincitrice dell’edizione 2013 del Premio Asti d’Appello con il romanzo edito da Bompiani Piangi Pure.

Con un’arringa coinvolgente e convincente Lidia Ravera ha conquistato la giuria togata e il pubblico di circa 700 persone che ha accolto con un lunghissimo applauso la proclamazione della sua vittoria il 24 novembre presso il teatro Alfieri di Asti.
Ha iniziato la sua arringa confessando di provare un timore  che da anni non provava “da quando nel 1976 sono entrata in un salotto letterario con il vestito sbagliato”, si è rivolta al pubblico strappando risate ed applausi a scena aperta “Ma guardate i giudici! (Carlo Federico Grosso, Cristiana Maccagno Benessia, Marcello Maddalena, Carlo Nordio, Mario Barbuto, Luciano Violante, Giorgio Vitari, Paolo Rampini ). Li ho studiati durante le arringhe degli altri scrittori: rimangono impassibili, non muovono un muscolo! Ed io, una donna, sola, qui , davanti a loro!”
Piangi pureProtagonista di Piangi pure Iris, una donna di ottant’anni che si innamora.
Ravera ha spiegato come nel suo romanzo ha capovolto gli stereotipi nel dare vita ad un personaggio che nei tempi supplementari della vita si rimette in gioco mettendo in discussione i cliché che le donne ad una certa età si trovano, malgrado loro, ad indossare e di cui la scrittrice ha spogliato Iris come “vuoti a perdere”o “nonna cosmica che spazza le briciole di emozioni altrui”.
Ha invocato così la benevolenza della Corte del Premio Asti d’Appello con la stessa diretta ironia che traspare dalla sua scrittura “ Votate Piangi pure, fate un’opera immunitaria, sopravvalutatelo, diffondetelo!”
Dopo l’incanto del concerto della pianista Jin Ju è arrivata la sentenza consegnata in busta chiusa dal notaio Giorgio Amici e dal Presidente del Premio Piero Ghia e letta al pubblico dall’Assessore della Cultura di Asti Massimo Cotto che ha magistralmente presentato la serata.

La motivazione del Premio assegnato data dai togati: Leggi tutto…

I numeri di BOOKCITY MILANO 2013

I numeri di BOOKCITY MILANO 2013

BOOKCITY Milano – 21/24 novembre 2013

Il programma in pdf

La seconda edizione ha riportato un successo di pubblico di ogni età, decretato dal dato straordinario di partecipazione: più di 130.000 persone.

Incontri con gli autori, presentazioni di libri, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, reading spettacolarizzati, seminari sono stati seguiti da un numeroso e attento pubblico, confermando la capacità di BOOKCITY MILANO di coinvolgere il mondo dell’editoria, dell’imprenditoria, degli enti pubblici, delle associazioni, e ponendosi come aggregatore di proposte tutte rivolte alla promozione della lettura e della cultura.

I luoghi di BOOKCITY MILANO sono stati distribuiti in modo capillare nella città; molti sono stati veri e propri poli tematici, destinati al dialogo su temi specifici, come: Mestieri del libro, Sport, Design, Bambini, Filosofia e spiritualità, Narrativa e saggistica, Economia e Lavoro, Scienze, Storia, Giustizia, Poesia, Musica, Noir e fantasy, Autunno Americano, Moda, Spettacolo, Cibo e cucina, Musica, Verde.
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GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE – 25 novembre 2013

Ricordiamo che oggi è la GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE, designata ogni 25 novembre dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Segnaliamo i siti: Nazioni UniteD.i.ReControViolenzaDonne Lipperatura

Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.
L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.
Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. L’assassinio delle sorelle Mirabal è ricordato come uno dei più truci della storia dominicana.
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L’ESTATE DI SGT. PEPPER – L’introduzione di GEORGE MARTIN

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione del volume L’ESTATE DI SGT. PEPPER (La Lepre edizioni), firmata dallo stesso GEORGE MARTIN (autore del libro)

di George Martin

Quando incontrai i Beatles per la prima volta, nel 1962, pensai che la loro musica non fosse un granché: mi sem­brava troppo elementare e ritenevo le loro canzoni di scarso spessore. D’altra parte mi resi immediatamente conto che quei ragazzi avevano un enorme carisma, emanavano un fascino istintivo del quale a quanto pare­va non erano affatto consapevoli. Ognuno aveva qualco­sa di particolare. Erano diversi da qualsiasi altro gruppo che avessi mai incontrato. Erano divertenti, sfrontati senza mai essere volgari; insomma, non si poteva fare a meno di farseli piacere.
A me piacquero moltissimo, e quindi pensai: “Così come sono piaciuti a me, piaceranno anche al pubblico, se soltanto riuscirò a trovare una canzone adatta…”. Fu sull’onda di quella sensazione a pelle che li scritturai per la Parlophone, l’etichetta della emi che dirigevo. Tutti noi sappiamo com’è andata poi a finire, e ovviamente quella decisione cambiò radicalmente sia la mia vita che la loro.
Oggi, a mezzo secolo di distanza, i Beatles sono conosciuti in ogni angolo del mondo. Sono diventati le icone della loro generazione, il simbolo dell’ingegno e della creatività britannici.
Il carisma e il fascino che avevo intravisto quel gior­no hanno toccato il cuore praticamente di tutti, in tutto il mondo, e la loro musica è andata crescendo in bellez­za e in complessità oltre ogni previsione. Quello che avevano raggiunto era genio puro; e quando il mondo se lo trovò di fronte, quel disco, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, venne unanimemente riconosciuto come il portavoce della rivoluzione sociale che fu poi definita Summer of Love. L’intera nazione britannica ha cavalcato quell’onda di gioia ed esuberanza, con Mary Quant e Carnaby Street che hanno dettato uno stile in seguito copiato ovunque.
I giovani di tutto il mondo scoprirono che non erano più costretti ad uniformarsi allo stile di vita dei propri genitori. Il Flower Power indicava la strada da seguire, e tutti scoprirono che era possibile scrollarsi di dosso gli ultimi rigurgiti dell’epoca vittoriana, piena di bacchet­toni e di ipocrisie sessuali. La terribile minaccia dell’Aids era ancora di là da venire. Ma a dire la verità, personal­mente di tutto questo non mi accorsi minimamente: ero troppo indaffarato.
Per me il 1967 fu un anno di lavoro, di duro lavoro, ma pieno di soddisfazioni incredibili. Un anno di gioia, un anno di tristezze, un anno che non dimenticherò mai. Persi mio padre, che morì appena finito Pepper. Persi un grande amico, Brian Epstein, che morì troppo giovane e lasciò i Beatles senza una guida. In compenso io e mia moglie avemmo una bella bambina, Lucie, la nostra primogenita, indubbiamente una figlia dell’Estate dell’Amore.
Fu allora, in quel 1967, che i Beatles capirono di avere realmente la possibilità di fare tutto quello che volevano. Lavoravano intensamente sulle loro canzoni, sperimentando cose che non si erano ancora mai senti­te, spingendosi sempre oltre il limite. Tutti i miei dubbi iniziali svanirono, man mano che le loro canzoni diven­tavano sempre più complesse e mature, senza che i Beatles perdessero mai l’amore dei propri fans. Leggi tutto…

L’ESTATE DI SGT. PEPPER – La prefazione di STEFANO BOLLANI

L’ESTATE DI SGT. PEPPER – La prefazione di STEFANO BOLLANI

di Stefano Bollani

Nessuno prima del disco-capolavoro Sgt. Pepper aveva giocato così tanto in uno studio di registrazione, preten­dendo da se stesso e dai propri collaboratori qualcosa di “diverso” ogni santissima giornata passata insieme a inventare musica.
Il gioco che i Beatles hanno portato avanti, incarnan­do così la voglia di gioia e rivoluzione di molte genera­zioni, non si è svolto però senza rete.
A proteggerli dal rischio di pubblicare un minestrone colmo di informazioni, un piatto con troppi sapori che finisce per essere stomachevole, un romanzo con troppi personaggi, incapace di tenere costante l’ attenzione del pubblico, a proteggerli da tutto questo c’ erano due uti­lissimi paracadute: il loro enorme talento e Sir George Martin, autore di questo libro.
Attraverso il suo ricordo osserviamo i nostri quattro eroi proprio come avremmo sempre voluto tutti noi fans: da vicino, scoprendo i loro dubbi e i loro entusia­smi, i loro continui esperimenti.
Manca qualcosa in questo libro? Sì, manca un picco­lo tassello: un qualche riferimento a Love, il disco che George Martin, insieme al proprio figlio Giles, ha crea­to nel 2006 per dare una colonna sonora ad uno spettacolo del Cirque du Soleil.
Un grandissimo atto d’ amore.
In quel caso George Martin è riuscito a “riunire” i Beatles smontando e rimontando tracce cui solo lui poteva avere accesso (col permesso di Paul, Ringo e delle due vedove di George e John). In quel disco la batteria e il basso di un brano suonano insieme al sitar che viene da un altro e magicamente, misteriosamente, tutto funziona e i Beatles suonano più attivi e reattivi che mai. Un nuovo disco dei Beatles messo insieme con cura e enorme sapienza da colui il quale è sempre stato considerato il “quinto” del gruppo.
Un gruppo di persone così diverse tra loro, al punto che il grande scrittore Tom Robbins in un suo libro sentenziava che i “tipi umani” si suddividono in quattro grandi categorie e che queste sono rappresentate perfet­tamente da John, il rivoluzionario; Paul, il bravo ragazzo; Ringo, il simpaticone e George, il mistico.
Questo libro è largamente consigliato non solo agli ap­passionati di questi quattro geniacci ma ancor più a chi è curioso di entrare in una delle officine creative più bril­lanti del secolo scorso e a chi crede ancora che sia bello “fare gruppo” per creare sperimentando e divertendosi.
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L’ESTATE DI SGT. PEPPER (la recensione)

L’ESTATE DI SGT. PEPPER. Come i Beatles e George Martin crearono Sgt. Pepper’s lonely hearts club band” di George Martin (La Lepre edizioni, 2013 – prefazione di Stefano Bollani – traduzione di Paolo Somigli)

[Domani, su LetteratitudineNews, pubblicheremo la prefazione di Stefano Bollani e l’introduzione di George Martin]

recensione di Massimo Maugeri

Qual è l’album più importante della storia della musica pop/rock? Quello che è stato capace di tracciare una netta linea di demarcazione tra «un prima» e «un dopo» come nessun altro LP è mai più riuscito a fare? Sono domande ricorrenti, tra gli appassionati di musica. La risposta non è difficile e attraversa ogni singola pagina di “L’estate di Sgt. Pepper” di George Martin (La Lepre edizioni, p. 252, € 14,90). Per capire di cosa stiamo parlando è sufficiente riportare il sottotitolo del libro: “Come i Beatles e George Martin crearono «Sgt. Pepper’s lonely hearts club band»”. Sir George Martin, (Londra, 1926) è una delle personalità più poliedriche del mondo artistico contemporaneo. Oltre a essere musicista di formazione classico/barocca, è stato anche compositore, arrangiatore, produttore discografico, attore, sceneggiatore e scrittore; ma nel mondo è famoso per il contributo determinante che diede alla musica del più celebre quartetto rock di tutti i tempi (soprattutto in termini di arrangiamenti orchestrali) e che gli valse l’appellativo di «quinto Beatle». Stiamo parlando dell’uomo che – come manager della EMI – mise sotto contratto i quattro ragazzi di Liverpool che avevano appena incassato un rifiuto dalla Decca. Nel libro (arricchito da una bella prefazione di Stefano Bollani e ben tradotto da Paolo Somigli, direttore del mensile “Chitarre”) George Martin racconta la storia dei Beatles concentrandosi soprattutto in quella estate (siamo nel 1967) che diede la luce a “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”: un album che avrebbe venduto più di 32 milioni di copie, travolgendo e scompaginando il concetto stesso di realizzazione artistica nell’industria musicale. Per dare un’idea dell’influenza che questo disco esercitò anche nei decenni che seguirono, basti pensare che nel novembre 2003 la celebre rivista musicale “Rolling Stone” decise di stilare un elenco dei 500 migliori album di tutti i tempi; per farlo, coinvolse una giuria composta da 273 importanti musicisti, critici, storici e persone dell’industria musicale. Inutile precisare che fu proprio “Sgt. Pepper” ad aggiudicarsi la prima posizione tra i 1600 titoli votati in totale. Leggi tutto…

È morto Roberto Cerati

È morto Roberto Cerati: storico presidente della casa editrice Einaudi

È morto ieri sera (22 novembre 2013), nella sua casa di Milano, all’età di 90 anni, è morto Roberto Cerati, storico presidente della casa editrice Einaudi (che guidava dal 1999).

Qui, sul sito della Einaudi, potete leggere una sua intervista rilasciata in occasione del centenario della nascita di Giulio Einaudi.

Approfondimenti su: la Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Sole24Ore
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PREMIO MARTOGLIO 2013

Premio Martoglio 2013

Si svolgerà sabato 30 novembre, con inizio alle ore 18, al Teatro Comunale di Belpasso la cerimonia di consegna del Premio Letterario Internazionale Nino Martoglio – XXVII edizione, organizzato dal Circolo Athena e dal Comune di Belpasso, con la collaborazione scientifica dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano. La giuria, presieduta da Sarah Zappulla Muscarà (Università di Catania) e composta da Anna Maria Spataro (presidente del Circolo Athena),  Carlo Caputo (Sindaco del Comune di Belpasso), Domenico Tempio (editorialista de “La Sicilia”), Vicente Gonzalez Martin (Università di Salamanca), ha assegnato il Martoglio 2013 nelle sue diverse sezioni: Letteratura: Simona Lo Iacono per il romanzo Effatà (Cavallo di Ferro Editore, 2013); Giornalismo: Giuseppe Di Fazio; Editoria: Associazione Siciliani Editori; Athena: Marcello Perracchio; Letteratura per ragazzi: Viviana Mazza per il volume Storia di Malala (Mondadori, 2013); Martoglio Internazionale: Alessandro Castro; Premio Speciale: Corrado Bonfanti; Opera Prima: Leonardo Lodato per il volume Storie di Uomini e di Navi (Editrice La Mandragora). Leggi tutto…

LA EINAUDI COMPIE 80 ANNI

LA EINAUDI COMPIE 80 ANNI: il video/regalo di Letteratitudine

Il 15 novembre 2013 la casa editrice Einaudi ha compiuto ottant’anni (la data di riferimento è quella dell’atto notarile che costituì la società). Sono giorni di festeggiamenti e celebrazioni per il mitico marchio editoriale dello “struzzo”.
Aggiungo, ai tanti messaggi pervenuti, le mie personali felicitazioni, ringraziando di cuore per le bellissime letture che Einaudi mi ha offerto in questi anni nell’ambito di un catalogo di enorme prestigio e che, ancora oggi, rimane di assoluto valore. Grazie. Grazie di cuore.

Questo è il mio regalo.

Massimo Maugeri

P.s. di seguito, segnalo alcuni degli auguri, pensieri, ricordi, riflessioni, aforismi e poesie che sono pervenuti all’editore da parte dei più noti autori stranieri.
L’elenco completo è disponibile cliccando qui. Leggi tutto…

REBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA – INTERVISTA A ZEROCALCARE (speciale Lucca Comics and Games 2013)

File:Zerocalcare - Lucca Comics and Games 2012.JPGREBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA

Intervista a Michele aka Zerocalcare, anche sulle sue paure e su un libro che ha da tempo in testa

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte VI)

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Michele Rech, noto come “Zerocalcare” è un fumettista cresciuto nell’underground, e esploso prima sul web e poi sulla stampa dal 2011, anno del suo primo vero successo: La Profezia dell’Armadillo. Oggi a Lucca presenta Dodici, il suo ultimo fumetto (per i tipi Bao) che porta l’apocalisse zombi a Rebibbia, quartiere caro all’autore.
– Innanzi tutto grazie per l’intervista. Per cominciare: nel tuo ultimo fumetto, Dodici, hai trasformato il tuo quartiere, Rebibbia, in una delirante edizione nostrana di The Walking Dead. Ora ti chiediamo: te la sentiresti adesso di buttarti in un fumetto che non parli del quotidiano, in particolar modo del tuo quotidiano?
No. O meglio: non del tutto. Sì e no. In realtà tutto quello che sto facendo adesso riguarda esperimenti, banchi di prova, in vista di un libro che sto preparando da un mucchio di tempo. Un libro che riguarda in parte il mio quotidiano autobiografico, in parte no, ossia riguarda un pezzo della mia famiglia, incluse le generazioni che mi hanno preceduto, mia nonna nello specifico. Quello che ho in testa adesso è quel libro, che attinge in parte ancora al mio quotidiano e in parte no. Dopo di quello non ho nessuna idea di che cosa farò anche perché quest’ultimo progetto venturo è un poco la fine di un ciclo per me.

– Ti autorizziamo a menarci se saltiamo fuori con l’espressione “impegnato nel sociale”, ma il tuo lavoro ha un componente politica molto forte e in parte è piaciuto proprio perché molti ci si ritrovano concretamente. Che peso ha avuto la tua attività di grafico per le locandine e i volantini dell’area antagonista e dei centri sociali?
È stato importante nel senso in cui disegnare quelle locandine è stata una palestra di vita. Nel senso che disegnare una locandina nel senso di quello che è il mondo degli spazi occupati con tutte le mille sensibilità che stanno all’interno di quel circuito, significa disegnare una locandina mettendo d’accordo venti persone, un’assemblea in cui ognuno ha in mente una cosa diversa, desidera qualcosa di differente dall’altro. In realtà quindi è qualcosa che più di qualsiasi scuola di fumetti e più di qualsiasi cosa in generale ti insegna proprio la velocità, la sintesi. In quel senso è un’esperienza irrinunciabile. Dal punto di vista professionale vero e proprio, no; ma io non ho mai inteso questo aspetto del mio lavoro come un trampolino di lancio. Per me era una parte della mia vita, insomma.

– Che cosa cambieresti se potessi cambiare qualcosa del tuo stile dall’oggi al domani?
Sicuramente, vorrei saper fare le anatomie e gli acquerelli, le “robbe poetiche….” ste cose qua!

– Quanto te la sentiresti di sperimentare sul web un modo nuovo di raccontare una storia, uscendo dal discorso “gabbia grafica-vignetta-nuvolette”?
Zero. Ma perché io non sperimento niente sul web. Per me il web è solo un surrogato della carta. Io addirittura non lavoro sul computer ma su carta, sul formato che si adopera per la stampa, A3, A4, non ce l’ho proprio la lavorazione per il formato web. Ti dirò: se uno guarda le mie tavole nota subito l’assenza di quel formato verticale “a scrollare” tipico delle cose nate per il web. Confesso che da quel punto di vista io sto proprio indietro indietro… devo però dire che mi trovo molto bene anche perché poi io comunque continuo a amare la carta come tipo di supporto, per cui voglio che le mie cose che escono sul web possano essere poi stampabili su carta senza alcuna perdita o adattamento.

– Ti sei ispirato a qualcuno degli autori italiani? Leggi tutto…

MASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian

https://i1.wp.com/www.edizionilalinea.it/wp-content/uploads/2013/10/Masticando-umani_cover-sito.jpgMASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian (Edizioni La Linea – traduzione di Angela Masotti)

[le prime pagine del libro]

recensione di Claudio Morandini

Masticando umani”, del brasiliano Santiago Nazarian (La Linea, 2013), è il racconto in prima persona di un caimano che ha imparato il linguaggio umano decifrando simboli e lettere che gli si presentavano davanti agli occhi – una dote, come scopriremo, tutt’altro che rara, in un romanzo in cui tutti, proprio tutti parlano, anche gli scarafaggi, anche i bidoni sfondati. A spingere il giovane ed eloquente caimano via dalle paludi della foresta verso le fogne di una grande e non nominata città del Brasile è il desiderio di cambiare e di capire, l’aspirazione a praticare l’arte e la filosofia, una curiosità profonda per l’uomo, inteso sia come modello a cui ispirarsi sia come cibo maggiormente appetibile. La vita del caimano raccontata da lui stesso diventa, pagina dopo pagina, l’applicazione di un principio ovvio ma vero: siamo ciò che mangiamo – principio che il ragionare del caimano declina anche così: diventiamo ciò che mangiamo, o, ancora, vogliamo mangiare ciò che vogliamo essere.

Bene, si diceva delle fogne: anche qui, un incessante via vai, un continuo tracimare di porcherie dal mondo di sopra, un gran daffare di legioni di topi burocrati, e il conforto della compagnia di altri tipini con cui il caimano fa conoscenza – un rospo fumatore accanito, un cane troppo magro per rappresentare qualcosa di allettante, un ragazzino del sottoproletariato urbano che scende per farsi di colla e magari tentare di leccare il rospo a cui attribuisce proprietà allucinogene. Tutti parlano, parlottano, litigano, minacciano, si raccontano storielle, mentono, fanno e disfano in una sorta di frenetica e perfida parodia del sopramondo. Sono animali opportunisti e doppiogiochisti, ingordi di cibo spazzatura gettato dalla gente di sopra, ottusi – potremmo dire – come molti degli umani di scarse qualità che ci capita di incontrare ogni giorno. In mezzo a loro il caimano scivola con un umore fluttuante tra la delusione, l’impulso a ribellarsi e il desiderio di integrazione; a distinguerlo dalle altre bestie, oltre alla stazza e all’apertura delle fauci, è lo spirito contemplativo, il ragionare sui propri atti e sulle conseguenze che potranno avere, il porsi domande che restano prive di una risposta soddisfacente – ecco, in questo è davvero molto umano. Non è come le altre bestie che inscenano una dissennata scimmiottatura dell’umanità, e nemmeno come quegli esseri umani che sembrano voler recuperare, anche qui con mezzi insensati, una sorta di animalità perduta. A intrigarlo, in particolare, è la doppiezza della sua indole, la dicotomia tra natura e cultura, tra bestialità e umanità. In questo ragionare riesce a essere sottile e tutt’altro che banale: in mezzo a tante creature viventi che vogliono solo “provare la miseria della razza umana” imitandola alla meno peggio, il caimano vuole invece “dominare la bellezza della selvatichezza animale”, circoscriverla in una sistema filosofico che metta insieme il fulmineo e irreparabile azzanno mortale con il senso di solidarietà, con una humanitas che ci verrebbe da definire terenziana.
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SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (la recensione)

SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (Edizioni Il Foglio)

[un ampio stralcio del libro è disponibile qui]

recensione di Maria Lucia Riccioli

Novembre di qualche anno fa, meglio non specificare.
La mia prima lezione alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università degli Studi di Catania.
Un pugno di libri nello zaino, speranze e paure, aspettative e timori in un groviglio che si arravuglia allo stomaco.

Novembre 2013. Leggo e rileggo “Se avessi previsto tutto questo” di Luca Raimondi (Edizioni Il Foglio, Piombino 2013) e di colpo ripiombo in Piazza Università, tra Palazzo Sangiuliano e Palazzo Centrale, Piazza Stesicoro e Piazza Dante, mi rivedo sfogliare manuali di letteratura e spulciare golosa tra i nuovi arrivi di edicole e bancarelle, alla ricerca dei mitici tascabili di Newton Compton e Stampa Alternativa, quando un classico costava mille lire.
Non c’era ancora il telefonino, o meglio c’era ma i “… giovani sfaccendati peripatetici animali tipici di fine millennio” lo usavano solo per le comunicazioni di servizio e grezze grigie e figuracce si vivevano de visu e non su attraverso uno schermo.
“Ragazzi inconsapevoli della tristezza del futuro e trentenni fuori corso: moltitudini di vuote larve che attraversano il fine millennio tanto per passare il tempo. “Che cosa abbiamo fatto oggi?” mi chiedo ad alta voce. “Abbiamo attraversato la piazza” risponde qualcheduno. “Che faremo domani?” mi chiedo. La risposta non arriva, forse è già stata detta”.

Il romanzo di Luca Raimondi è a metà tra un amarcord e un diario di bordo degli anni Novanta, una capsula del tempo che ci restituisce intatti il senso di smarrimento, di sperdimento, di inutilità che è così facile provare nel limbo tra diploma e laurea, tra l’utero protetto della città natale, di casa, della famiglia, degli amici – ma chi e cosa sono i veri amici, cos’è l’amore, quel sentimento che s’interseca a turbinii e voglie adolescenziali e non ancora adulte? Queste le domande di Carlo Piras, il nostro protagonista alle prese con la sua personale ricerca di una Weltanschauung, di una propria visione del mondo attraverso lo studio di quelle altrui, dei filosofi che ha scelto di studiare non troppo coscientemente dopo l’Alberghiero.
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EMERGENZA SARDEGNA

Emergenza alluvione Sardegna

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INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

di Massimo Maugeri

Questo 2013 è stato un anno molto impegnativo, dal punto di vista editoriale, per Loredana Lipperini: scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica italiana (voce storica della trasmissione Fahrenheit di Radio3), creatrice di Lipperatura. Sono state ben tre, le uscite a sua firma: “Di mamma ce n’è più d’una” (Feltrinelli), “L’ho uccisa perché l’amavo” (Laterza, scritto con Michela Murgia); “Morti di fama” (Corbaccio, scritto con Giovanni Arduino).

[Potete leggere le prime pagine di “Di mamma ce n’è più d’una”, cliccando qui. La prefazione a “Morti di fama”, è disponibile qui].

Ne ho discusso con l’autrice…

Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web– Cara Loredana, come accennavo in premessa quest’anno è stato molto proficuo per te dal punto di vista editoriale: ben tre libri pubblicati (due dei quali scritti a quattro mani con altri autori). Partiamo dal più recente, intitolato “Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web”, edito da Corbaccio (e scritto a quattro mani con Giovanni Arduino). Premesso che il titolo mi pare geniale, ti chiedo di raccontarci qualcosa sulla genesi del libro. Come è nato? Da quale idea, spunto o necessità?
Gli spunti sono stati molteplici, direi. Per quello che riguarda la mia esperienza, già durante la stesura di “Di mamma ce n’è più d’una”, mi colpiva l’utilizzo delle mamme blogger come “brand ambassadors”, pubblicità viventi di prodotti per l’infanzia. Mi è tornato in mente un libro che ho molto amato, e di cui ormai si parla relativamente poco: “No logo” di Naomi Klein. Ho pensato che tredici anni dopo siamo andati ancora più avanti: non solo il nostro corpo fisico è veicolo di un marchio, ma anche la nostra presenza immateriale. Nella maggior parte dei casi, senza averne consapevolezza. Quanto a Giovanni, è presente in rete dai tempi pionieristici, e ha avuto modo di osservarne la trasformazione. Tutti e due ci occupiamo di libri e scriviamo (lui traduce ed è editor, in più), e abbiamo dato visibilità maggiore ai cambiamenti avvenuti in ambito editoriale.

– Come vi siete suddivisi il lavoro con Giovanni Arduino?
Per gruppi di capitoli e tematiche. Abbiamo scritto separatamente e rivisto ognuno la parte dell’altro, così come è avvenuto con Michela Murgia per “L’ho uccisa perché l’amavo”.

– Entriamo un po’ nei temi trattati dal libro: come è cambiato il concetto di “fama” ai tempi della Rete?
Si è diffuso e reso manifesto, e fin qui siamo nell’ovvio. E’ divenuto fugacissimo, inoltre, restringendosi rispetto ai famigerati quindici minuti warholiani. E soprattutto è, nella maggior parte dei casi, indotto. E’ Amazon (con il suo corredo di cantori in buona o in pessima fede) che ci dice che autopubblicarsi su Kindle è non un modo per rendere pubblico e condividere quel che si ha da raccontare ma la via per il successo. Sono Facebook e Twitter a suggerire che molti amici o seguaci sono una premessa o una conferma della nostra microfama. E’ Google, ovvero YouTube, a farci partecipi degli incassi pubblicitari (in quale percentuale? Ah, saperlo) se i nostri video superano un certo numero di visualizzazioni. Cosa diamo ai giganti del web? Molto. I nostri dati, per cominciare. E soprattutto la nostra presenza, a conferma che quel tipo di socialità funziona ed è desiderabile. Cosa riceviamo? Un piatto di lenticchie in cambio della continua produzione di “bene cognitivo”. Lavoriamo quasi gratis, insomma. Come scrivono gli amici di Nexusmoves, “nell’universo mediatico in cui viviamo, non siamo individui se non interiorizziamo una certa dose di self-marketing. E questo è inquietante, perché lega la produzione di capitale alla produzione del Sé”.

– In che modo la Rete ha cambiato il concetto stesso di identità? Leggi tutto…

FESTA PER LA GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DEL FANCIULLO – BIBLIOTECA DI LAMPEDUSA

Datemi un libro!

La Biblioteca di Lampedusa muove i primi passi.

“Datemi un libro!!!”: questo è quello che i bambini hanno chiesto ai volontari che hanno aperto questa mattina, a Lampedusa, la sede della Biblioteca Ragazzi che verrà.

 “La Biblioteca è stata letteralmente presa d’assalto” dice la presidente di  IBBY Italia, Silvana Sola.

I volontari ancora assonnati si sono trovati in difficoltà: si deve essere sparsa la voce tra i bambini! L’associazione IBBY Italia è a Lampedusa, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, per le prove generali della futura biblioteca per bambini dell’isola. Oltre 40 volontari – tra bibliotecari, scrittori, insegnanti, librai, operatori del settore, appassionati – stanno mettendo a disposizione le loro competenze, il loro lavoro, il loro tempo, per animare un inteso programma di iniziative in biblioteca e a scuola, per incontrare tutti i bambini e ragazzi che vivono sull’isola, oltre 600.

La nostra volontà è anche quella di sottolineare la necessità di difendere il diritto di tutti i minori italiani e di passaggio sul suolo italiano, ad accedere a parole e pensieri utili a determinare una nuova qualità della vita, mettendo a loro disposizione biblioteche, librerie e personale aggiornato e appassionato. Per sottolineare questo imprescindibile diritto, domani 20 novembre celebreremo a Lampedusa Ia Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia con una festa che coinvolgerà bambini, ragazzi e insegnanti di ogni ordine e grado.

Tra le iniziative previste:  Leggi tutto…

SE POTESSI TORNARE INDIETRO (intervista a Marc Levy)

Se potessi tornare indietroSE POTESSI TORNARE INDIETRO (intervista a Marc Levy sul nuovo romanzo pubblicato in Italia da Rizzoli)

di Francesco Musolino

Con oltre 28 milioni di copie vendute nel mondo, Marc Levy è lo scrittore francese contemporaneo più letto al mondo. Ha dedicato tutta la sua vita alla scrittura eppure per diversi anni ha diretto uno studio di architettura fra Parigi e New York, oltre ad aver lavorato per la Croce Rossa e Amnesty International. Il suo romanzo d’esordio, “Se solo fosse vero” (pubblicato in Francia nel 2000), è stato tradotto in 42 lingue, un sorprendente risultato peraltro costante nel tempo, grazie alla cura con cui costruisce le trame e i personaggi, partendo da un severo lavoro di documentazione. Nel suo ultimo romanzo “Se potessi tornare indietro” (Rizzoli, pp. 324 €18), porta in pagina Andrew Stilman, reporter del New York Times, con una grande passione per il proprio lavoro; ma sarà proprio la sua dedizione nella ricerca della verità a condurlo in una spinosa indagine sul traffico degli orfani cinesi negli States prima, e sul dramma dei desaparecidos argentini poi. Dei suoi tredici romanzi (ricordiamo il successo de “I figli della libertà” e “Quello che non ci siamo detti” sempre editi da Rizzoli) quest’ultimo ha la più forte costruzione thrilleristica, firmando una trama che sembra offrire al protagonista una seconda chance per tornare indietro e salvarsi la vita. Una chance di cui tutti, ad un certo punto nella nostra vita, avremmo voluto usufruire.

Monsieur Levy, com’è nato “Se potessi tornare indietro”?

«L’idea per questo libro è sbocciata mentre stavo guardando un documentario su un giornalista del New York Times. Pur non avendolo mai incontrato, sentivo già una sorta di complicità con lui. Mi ha commosso l’umanità e la completezza che quest’uomo comunicava: era diventato un alcolizzato ma era stato salvato dalla sua passione, dalla sua dedizione per il lavoro. L’etica giornalistica gli ha dato la forza di combattere la sua dipendenza e di sconfiggerla. Proprio questo è il punto di partenza per creare il personaggio di Andrew Stilman. Per quanto riguarda la storia in sé, avevo letto un articolo sul traffico di bambini in Cina e ho deciso che volevo scrivere un intrigo in cui i personaggi avrebbero avuto la possibilità di evolversi rapidamente, in una trama che sotto certi aspetti può apparire sconcertante. E, ultimo ma non meno importante, si tratta di un romanzo su una seconda possibilità…».

In tutti i suoi romanzi, lei spazia fra diversi registri stilistici. In particolare qui ci troviamo fra un libro d’avventura, un thriller e una commedia romantica. È stato arduo trovare l’equilibrio in pagina?

«Amo tutti i tipi di generi letterari, del resto la lista delle mie letture è davvero eclettica. E lo stesso vale per la scrittura, un territorio senza limiti. Ho spesso cambiato genere, passando da commedie romantiche a romanzi d’avventura, ma a volte mi piace mescolare i generi all’interno di un unico libro. Non ho nessuna intenzione di annoiarmi o, peggio, di stancare i miei lettori scrivendo e riscrivendo la stessa storia più e più volte, diciamo che continuo ad esplorare nuovi orizzonti narrativi. Rispetto agli altri, questo libro ha una componente thrilleristica più forte che mi ha davvero coinvolto durante il processo di scrittura. Ma in tutti i miei tredici romanzi sono i personaggi – le loro vite, i loro amori e la ricerca di un’identità – ad essere al centro di tutto e per ciascun titolo ho cercato la “voce” più adatta per narrarli».

Saranno proprio le indagini condotte, le verità rivelate, a segnare il destino di Andrew. A suo avviso un giornalista deve perseverare nella ricerca della verità ad ogni costo, senza aver remore di nessun tipo?

«Per essere onesto, penso che sia difficile rispondere categoricamente a questa domanda. Da un punto di vista giornalistico, sì, la ricerca della verità è il cuore della professione. Ma non bisogna dimenticare che la realtà può comportare conseguenze e danni collaterali. Ad esempio, prenda il caso del traffico di bambini in Cina. I bambini cinesi venivano rapiti in modo che le famiglie americane potessero adottarli. Ovviamente è uno scandalo orribile che doveva essere rivelato al mondo in modo che i responsabili fossero arrestati e le famiglie cinesi potessero riavere i propri figli. Ma che dire di quelle famiglie americane che pensavano di adottare un orfano legalmente? Li hanno amati e cresciuti come fossero figli propri, sinché un giorno gliel’hanno portati via. Come si saranno sentiti? Per non parlare del trauma subito dagli stessi bambini…».

In un dialogo molto interessante, un suo personaggio afferma: “La democrazia è fragile”. Lo pensa anche lei?
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MAGIE, MASCHERE ED EPIFANIE NELLA SCRITTURA PIRANDELLIANA

Galleria RomaCOME AGLI ORLI DELLA VITA: MAGIE, MASCHERE ED EPIFANIE NELLA SCRITTURA PIRANDELLIANA
Giovedì, 21 novembre 2013 – h. 18:30 – Galleria d’arte contemporanea Roma – piazza San Giuseppe 2, Siracusa
Conversazione curata dal semiologo prof. Salvo Sequenzia

IL TEATRO, ULTIMA DIMORA DEL MITO

di Salvo Sequenzia

Il nesso fra sogni, desideri e realtà, le identità delle persone e la necessità della libertà, la violenza schiacciante dei regimi totalitari, la durezza della società di massa, la crisi perenne del teatro e dei ‘teatranti’, sono alcuni fra i temi cogenti dell’opera di Luigi Pirandello.
Se è vero che nella produzione teatrale pirandelliana realismo analitico e visionarietà si alternano – ma spesso convivono anche – succedendosi con una regolarità quasi ciclica, è altrettanto vero che nell’ultima fase della vicenda creativa dello scrittore agrigentino si coglie un incremento dell’irrazionale.
Questo percorso riassume i momenti salienti di un lavoro di indagine sul rapporto tra l’opera di Pirandello ed il mito nel confronto più ampio con la cultura del primo Novecento.
Rapporto complesso, stratificato, spesso enigmatico e polisemico, non solo per la ‘portata’ del messaggio che lo scrittore agrigentino ha consegnato al mito e ai ‘miti’ all’interno della sua produzione poetica, novellistica, narrativa e teatrale – e perciò non attestabile e non esauribile, in modo esclusivo, soltanto all’ultimo periodo della produzione del Nostro – bensì anche per le implicazioni che la ‘funzione mito’ assume all’interno della riflessione pirandelliana sulla vita, sull’arte, sulla società e sul destino della storia dell’Occidente. Pirandello analizza approfonditamente – e, direi, dolorosamente – le ragioni della morte del mito nella modernità, valutandone con lucidità critica le numerose implicazioni.
E il nodo fondamentale di questa riflessione va a mio parere individuato nel primo decennio del secolo Novecento, negli anni della ideazione del “Fu Mattia Pascal” e della composizione del saggio su “L’umorismo”.
L’interesse per il mito, frequente in molti autori del primo Novecento (dagli espressionisti ai surrealisti, da Kokoshka a Cocteau fino al Brecht dell’Antigone, da D’Annunzio a Thomas Mann fino a Cesare Pavese) consiste, nella stragrande maggioranza dei casi, in una ‘riscrittura’ della tragedia classica o della mitologia ellenica o altro; oppure, in una ‘attualizzazione’ a fini propagandistici diretti o indiretti – Kèrenyi ha definito tale operazione come “tecnicizzazione” – del mito svuotato del suo carattere genuino originario.
Pirandello non appartiene alla categoria dei ‘rifacitori’, bensì a quella dei creatori di miti (nonché a quella dei ‘distruttori’ di miti, come ha ben messo in luce Rössner; e qui valga ancora una volta l’esempio del ‘Serafino Gubbio’, opera demolitrice del mito cinematografico allora in ascesa). Leggi tutto…

UN CALCIO ALLA SLA

Un calcio alla SLA. Marco Scelza: la mia storiaSegnaliamo con grande piacere il volume “Un calcio alla SLA. Marco Scelza: la mia storia” di Gabriella Serravalle, edito da Ananke, con prefazione di Gianluca Vialli. Un libro importante, dedicato alla lotta contro questa terribile malattia. Appuntamento a Torino, Domenica 24 novembre alle ore 17.30

di Gabriella Serravalle

Quando qualcuno mi chiede: “Perché si occupa di una cosa triste come la Sla?” rispondo: “Sono una portatrice sana. Mi sono ammalata di Sla (anche se non fisicamente) quando l’ho incontrata per la prima volta a casa di un mio caro amico”. Ciò che voglio raccontare attraverso questo libro è che anche la più terribile delle malattie non è in grado di cancellare le persone, il carattere, le emozioni, la famiglia, sebbene tutti questi aspetti vengano inevitabilmente “toccati” dal male. Auguro che, leggendo queste pagine, il lettore trovi la voglia di fermarsi a riflettere seguendo il giusto ritmo del tempo, il proprio battito del cuore, riuscendo ad apprezzare il valore e il potenziale della propria vita.

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presentazione del libro

Un calcio alla SLA

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CI LASCIA DORIS LESSING: Premio Nobel per la Letteratura nel 2007

Oggi, 17 novembre 2013 si è spenta a Londra, all’età di 94 anni, la scrittrice britannica Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007. Era nata a Kermanshah il 22 ottobre 1919.

Il Nobel per la Letteratura le era stato tributato con la seguente motivazione: «cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».
Avevamo avuto modo di discuterne insieme all’interno di questo forum di Letteratitudine dedicato ai Premi Nobel per la Letteratura.

Per ricordare Doris Lessing, vi proponiamo una nota biografica e questo video di RaiNews24 (di seguito, link con approfondimenti dai più importanti quotidiani italiani)

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TUTTI I LIBRI DI DORIS LESSING

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« Mi rendo conto di aver vissuto momenti della storia che sembravano immortali. Ho visto il nazismo di Hitler e il fascismo di Mussolini, che sembravano destinati a durare mille anni. E il comunismo dell’Unione Sovietica, che si credeva non sarebbe finito mai. Ebbene tutto questo oggi non esiste più. E allora perché mi dovrei fidare delle ideologie? »
(Doris Lessing)

Il padre, un ufficiale britannico reduce della prima guerra mondiale, dove aveva sofferto diverse amputazioni, aveva sposato la madre di Doris, un’infermiera, e si era trasferito in Persia, l’attuale Iran, dove lavorava come impiegato di banca. La sua famiglia si trasferì nella colonia britannica della Rhodesia del Sud (l’odierno Zimbabwe) nel 1925, conducendo la difficile vita dei coltivatori di mais. Sfortunatamente i mille acri di bush africano non divennero sufficientemente fecondi, ostacolando il desiderio della madre di vivere il sogno vittoriano delle “terre selvagge”.

Doris Lessing frequentò una scuola cattolica femminile, sebbene la sua famiglia non fosse cattolica. Anche come manifestazione del suo conflitto con la severità materna, lasciò la scuola all’età di quindici anni, divenendo da quel momento autodidatta. Nonostante le difficoltà e un’infanzia infelice, le sue opere sulla vita nell’Africa britannica sono piene di compassione sia per le infruttuose vite dei coloni venuti dal Regno Unito sia per le sfortune degli indigeni.
Si è sposata due volte (entrambe seguite dal divorzio) e ha tre figli. Il secondo marito fu Gottfried Lessing, un emigrante tedesco. Il suo primo romanzo, L’erba canta, fu pubblicato a Londra nel 1950 (anno del secondo divorzio), dopo il suo trasferimento in Europa, dove ha vissuto da allora. Nel 2001 fu premiata con il Premio Príncipe de Asturias nella categoria Letteratura per le sue opere in difesa della libertà e del Terzo Mondo e il Premio Grinzane Cavour. Ha ricevuto inoltre il David Cohen British Literature Prize. Nel 2007 ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura.

Le opere di Doris Lessing sono comunemente divise in tre periodi: Leggi tutto…

Intervista a SIMONETTA AGNELLO HORNBY (su Via XX Settembre)

Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine di “VIA XX SETTEMBRE”, il nuovo libro di Simonetta Agnello Hornby. Oggi incontriamo l’autrice.

di Massimo Maugeri

Sappiamo che Via XX Settembre si trova poco lontano dal teatro Politeama, nel cuore di Palermo. E sappiamo che è proprio in questa via che, nel 1958, lasciata Agrigento, la giovane Simonetta Agnello Hornby (all’epoca tredicenne), viene a vivere con tutta la famiglia.
La storia di questi suoi anni, a partire da quel 1958, fino al momento in cui Simonetta decide di trasferirsi in Inghilterra, è raccontata tra le pagine di questo volume che ha per titolo lo stesso nome della via che abbiamo citato.
Ne parliamo con l’autrice.

– Cara Simonetta, raccontaci qualcosa sulla genesi del libro. Come nasce “Via XX Settembre”? Da quale idea, necessità o fonte di ispirazione?
Direi che nasce dal desiderio di onorare la memoria di mia madre e di mia zia Teresa, e di raccontare ai miei nipotini come era diversa la vita di un ragazza nella Palermo degli anni ’60. E dall’amore per Palermo.

– Che tipo di esperienza hai vissuto, anche dal punto di vista emotivo, nell’intraprendere questo viaggio della memoria?
Il ricordare è sempre dolce e triste allo stesso tempo. Più dolce che triste. E mi ha avvicinato ancora di più a mia sorella Chiara, e ai miei cugini Silvano e Maria. Loro tre hanno letto il manoscritto, togliendo e aggiungendo altre storie, e censurandone altre. Ho voluto che fossero loro a decidere se quanto scritto da me era esatto o appropriato, e ad aggiungere altro. Abbiamo riso tanto, e ci siamo commossi ricordando i nostri genitori. È stato pesante scrivere su mio padre, che spuntò sulla stampa italiana per una orribile storia di donne in cui lui era rimasto coinvolto.

– Che tipo di città è la Palermo del 1958 che si presenta agli occhi della giovanissima Simonetta? Leggi tutto…

PISA BOOK FESTIVAL 2013: la rivincita dei piccoli, all’ombra dei Grandi

PISA BOOK FESTIVAL 2013: la rivincita dei piccoli, all’ombra dei Grandi

pisa bookfest 2013

dal nostro inviato a Pisa, Furio Detti

Oggi in anteprima nazionale a Pisa, Maurizio De Giovannni: il “giallo” targato Einaudi.

Il Pisa Book Festival ospita la Germania e sale a quota 40mila per la sua undicesima edizione.

Venerdì scorso, si è aperta l’edizione 2013 del Pisa Book Festival, evento dedicato da anni all’editoria indipendente [1] con qualche incursione dei grandi nomi della carta stampata. Il cartaceo domina ancora la scena, nonostante tutto e nonostante le risate agrodolci dei tanti editori che lamentano come previsto l’esiguità degli introiti, in un paese di scrittori compulsivi e lettori deboli. Da quest’anno è stato purtroppo introdotto l’ingresso a pagamento nei giorni di ieri (Sabato) e oggi. L’organizzazione regge il carico e l’atmosfera è realmente familiare e piacevole, un salotto molto diverso dal Salone del Libro di Torino, il Palacongressi di Pisa ospita i suoi 150 editori e i suoi 200 eventi in tre giorni (15-16-17 novembre) in un ambito più intimo forse, e, di certo, in paradosso, vibrante ma rilassato.

Il Paese ospite di questa edizione è la Germania. Fatto sottolineato dall’accompagnamento musicale a cura dell’Orchestra dell’Università di Pisa, di brani di Wagner e Verdi. La direttrice dell’evento, Lucia Della Porta, ripercorre la strada fatta sin qui, percorso che ha visto triplicare il numero degli editori presenti dai primi 56 delle origini (2003): «Il Pisa Book Festival si è confermato come una fiera di importanza nazionale. Grazie a questo grande evento Pisa è stata inserita nella lista delle 66 “Città del Libro”, un coordinamento che punta a dare ai festival del libro lo status di bene culturale. A partire dal 2007 è stato introdotto il Paese ospite, che ha dato al festival un’impronta internazionale. In questi anni si sono alternati a Pisa la Romania, la Norvegia, il Belgio, il Portogallo, la Francia e i Paesi Bassi. Questo anno il Pisa Book Festival ospita la Germania ma saranno presenti anche la Francia e l’Olanda con i loro autori, perché il rapporto con il Paese ospite continua, anche nel corso dell’anno con iniziative per le scuole. Lo slogan che abbiamo scelto questo anno è “Libri senza frontiere”»

Peter Von Wesendok, Console generale aggiunto della Repubblica Federale di Germania, ha portato i saluti agli ospiti italiani rammentando i legami secolari fra le culture letterarie tedesca e italiana, a partire da Goethe. Per il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, il festival «E’ un festival del libro e della libertà della cultura e promuove un’impresa culturale essenziale. Di piccole dimensioni ma di grandissima importanza. Dà spazio a culture diverse e a espressioni innovative. Pisa è arricchita da un evento che ha una solida dimensione nazionale e che ogni anno apre una finestra sull’Europa e sul mondo. La città sta dalla parte degli editori, di quelle imprese che nella crisi hanno ancor più bisogno d’attenzione. Il libro vale e deve valere ancora nei cambiamenti profondissimi portati dalla rivoluzione digitale e dal web.»
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VIA XX SETTEMBRE, di Simonetta Agnello Hornby (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine di VIA XX SETTEMBRE, di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli editore)

di Simonetta Agnello Hornby

Mimì è una ragazza d’oro

Credevo che sarebbe stato difficile mettere mano a questo libro dopo la morte di mia madre. Completare i ricordi della mia infanzia e introdurre quelli dell’adolescenza era un lavoro strettamente legato a lei.
Mamma aveva perduto la memoria e questo mi era stato chiarissimo nell’inverno del 2012, quando aveva trascorso due mesi in casa mia, a Londra. Aveva ripreso a colorare e lavoravamo sedute a metà del tavolo da pranzo – le mie orchidee a un’estremità, l’altra estremità libera per apparecchiare –, ciascuna intenta al proprio compito. Mamma creava una sinfonia di colori sui disegni geometrici islamici, io scrivevo. Ogni tanto la guardavo: avrei voluto chiederle una conferma, una spiegazione. Lei mi sorrideva, come se fosse d’accordo e mi spronasse ad andare avanti. “Simonetta, aspetta che le cose si mettano a posto,” mi avrebbe detto in
altri tempi. E così è stato. Sei mesi dopo, il ricordo di mamma e quello di sua sorella, zia Teresa, morta da tempo e sempre presente nei miei pensieri, mi incoraggiavano a scrivere. Quando le cercavo era come se fossero vicine a me; piccoline, ambedue svanite ma sempre composte, collana di perle e ticchettio di tacchi mentre vagavano per casa. Rivedevo mamma nel mio soggiorno, davanti al quadro di Monte Pellegrino; in corridoio, davanti al busto di bronzo Liberty appartenuto a suo padre, nonno Gaspare; e più spesso nel bagno, la testa piegata di lato davanti alla cornice rettangolare con alcune fotografie di famiglia. La prima è di zia Teresa giovanissima, gli occhi brillanti e il sorriso dolce, splendida in una cuffietta argentata anni trenta. “È mia sorella Teresa,” mi diceva ogni volta mamma indicandola, senza ricordarsi chi fossi io. Non riconosceva la fotografia di papà, né quella del matrimonio di zio Piero e zia Tina. E nemmeno la sua con me piccola. Guardava attenta la foto di nonna Maria con lei minuscola in braccio.
“È mia madre,” diceva. “Si chiama Maria, come la figlia di Giovanni. Maria…” Poi rimaneva assorta, la mano sulla bocca, come se frugasse nella mente vuota. “Mimì,” diceva a un tratto chiamandola con il suo vezzeggiativo, “è buona come mamma.”
Dietro di lei, zia Teresa mi sembrava che sorridesse, a conferma. “Mimì è una ragazza d’oro.” Da lì in poi mi è stato facile continuare a scrivere. Le sorelle Giudice hanno passato il testimone a Maria.
La bontà, la discrezione, la prudenza, la tolleranza, la generosità, la dignità e la saggezza della nonna di cui porta il nome sono arrivate fino a lei attraverso quelle due zie che la amavano come una figlia: ecco perché questo libro non poteva non essere dedicato a lei, a Maria.

* * *

1.
Il trasloco a Mosè

Il trasloco a Mosè del giugno 1958 aveva un sapore diverso dagli altri. La gioia di rivedere i cugini palermitani – Silvano, figlio di zia Teresa, la sorella maggiore di mamma, e zio Peppino Comitini, che a Palermo era sempre vissuto; Maria, Gaspare e Gabriella, figli di zio Giovanni Giudice, il fratello maggiore di mamma, e zia Mariola, che a Palermo abitavano da nove anni – era offuscata da un velo di malinconia: il nostro appartamento, la sola casa di cui avessi memoria, era stato affittato al Banco di Sicilia, che anni prima aveva preso in affitto quello di zio Giovanni al piano di sotto. A fine agosto anche noi ci saremmo trasferiti a Palermo, dove avrei frequentato il liceo statale Garibaldi.
I preparativi procedevano come al solito. Nella nostra stanza da letto Giuliana, la bambinaia ungherese, riordinava le matite colorate con Chiara; Paolo, l’autista, sovraintendeva mentre Filippo il portiere e suo cognato Deco, chiamato ad aiutare, portavano a spalla gli scatoloni con le provviste per il riposto e quelli con i detersivi, insieme a valigie con borchie potenti e ceste piene di tovaglie e lenzuola da riportare a Mosè. Leggi tutto…

MORTI DI FAMA. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web (la prefazione del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo la prefazione del volume “MORTI DI FAMA. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web” (Corbaccio, 2013) di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini

Morti di fama


Se non si diffonde, è morto.
Henry Jenkins, accademico e saggista

La rabbia e l’indignazione dei fruitori sono
la base per il successo di molte operazioni
commerciali.
Ryan Holiday,
scrittore e social media strategist

La microfama non è una fama in piccolo:
è l’unica, triste notorietà di chi è Schiavo
dei Tempi Della Rete.
Neil Strauss, scrittore e giornalista

Il nostro non è esattamente un saggio sulla rete, anche se forse ne ha l’aspetto. Sembra una frase degna di Cocteau. Una volta, parlando con un’agente letteraria americana, la parte maschile del dinamico duo che sta testé scrivendo si sentì porre la domanda: « Sai perché i saggi sul porno e Internet in genere vendono poco? » Scrollata di capo. Poco dopo la risposta: « La gente guarda il porno e usa Internet. Perché dovrebbe anche leggerne? »
Memori di questa obiezione, e porno a parte (anche se qui entrerà di straforo), il nostro è un libro che parla del web anche se in realtà tocca bisogni fondamentali da sempre: la necessità di appartenenza, accettazione, riconoscimento e approvazione. E di Internet ricalca quasi solo, se così si può dire, la struttura: un flusso denso, ricco di informazioni, proteiforme, talvolta caotico e in continuo divenire, in continuo essere, disseminarsi, propagarsi, confermarsi e negarsi. Una specie di nastro di Möbius o di frattale.
Ecco perché non è un saggio: il saggio dà l’idea di immobilità, di qualcosa di fi n troppo stabile, che esiste solo per essere consultato, di muschio che cresce sugli alberi, di muffa che macchia le pagine. Ed ecco perché talvolta avrete l’idea di una sorta di sdoppiamento: a parte il fatto che gli autori sono due (il « noi » nasconde in parte le singole identità, ma le esperienze raccontate spesso si toccano per poi allontanarsi anni luce), la schizofrenia della rete non è una novità, per chiunque ci bazzichi da un po’ (o navighi o surfi , per fare i vecchioni della situazione). Perché ci sei tu e l’avatar. Perché ci sei tu e lo pseudonimo. Perché ci sei tu e l’eteronimo. Perché c’è Loredana e c’è Giovanni. E se non si gioca sporco, se dietro la maschera non si nasconde la Morte Rossa, non c’è niente di male.
Morti di fama non si ferma qui. Ecco perché il sito abbinato, mortidifama.tumblr.com. Perché tutto continui a scorrere. Allora, se le cose stanno così (non è un saggio, non è esattamente su Internet, non è fatto per essere consultato…), a cosa diavolo mi serve? Per quale motivo dovrei leggerlo e ancor meno comprarlo? Leggi tutto…

GIORGIO SCERBANENCO primeggia nella collana “Il giallo italiano” del Corriere della Sera

GIORGIO SCERBANENCO - VENERE PRIVATAPer gli appassionati del giallo, segnaliamo questa iniziativa promossa dal “Corriere della Sera”

Corriere della Sera – “Il giallo italiano”

Alcuni titoli del maestro del giallo italiano Giorgio Scerbanenco e di altri autori propongono una panoramica sul genere

Corriere della Sera presenta la collana di libri “Il giallo italiano”, una raccolta di alcuni tra i più avvincenti titoli di Giorgio Scerbanenco e dei più apprezzati autori del genere, dal 16 novembre in edicola. Il primo numero sarà il romanzo “Venere privata“.

La collana raccoglie gialli di grande qualità letteraria di Giorgio Scerbanenco tra i quali: Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano al sabato, Milano calibro 9, Al mare con la ragazza, Ladro contro assassino, La sabbia non ricorda, Dove il sole non sorge mai, Europa molto amore, I sette peccati capitali e le sette virtù capitali, Racconti neri, Il centodelitti, e Le spie non devono amare per conoscere o riscoprire un grande scrittore che ha rivoluzionato il genere noir e poliziesco grazie a una scrittura cruda ed efficace.

Il racconto disincantato di un mondo contradditorio in cui la legalità fatica ad affermarsi ed è difficile distinguere tra criminale ed eroe è stato apprezzatissimo dal pubblico e dalla critica, che gli assegnò nel 1968 l’ambito Grand Prix de Littérature Policière con il libro Traditori di tutti. É intitolato a lui il più importante premio italiano per il genere noir, il Premio Scerbanenco.

La collana continua poi con altri titoli di affermati giallisti, dall’1 marzo in edicola.

I libri, degli eleganti volumi brossurati con alette di formato 12×19, sono in edicola settimanalmente a 6,90 euro, oltre il prezzo del quotidiano.
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IL PARADISO DEGLI ORCHI (il film tratto dal romanzo di Pennac)

Pubblichiamo il trailer de IL PARADISO DEGLI ORCHI: il film tratto dal romanzo di Pennac che è uscito in Italia ieri, 14 novembre 2013 (distribuito da Koch Media)

 

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In un’Italia in crisi, un annuncio di lavoro per un posto di capro espiatorio in un grande magazzino riceve più di 200 candidature in pochi giorni.

Il film Il Paradiso degli Orchi è uscito in Italia il 14 novembre distribuito da Koch Media. Tratto dal romanzo di successo di Daniel Pennac, racconta la storia del protagonista Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio presso i grandi magazzini “Au Bonheur Parisien”.

In anticipazione dell’uscita del film, Koch Media ha deciso di osservare se, in un mercato del lavoro in crisi come quello italiano, esistono candidati pronti ad assumersi il ruolo di capro espiatorio nella realtà. E’ stato pubblicato un finto annuncio di lavoro per un ipotetico ruolo di Assistente Reclami e Riparazioni presso una catena di Grandi Magazzini a Milano e Roma. Secondo l’annuncio, la mansione principale del candidato consisterebbe “nell’assumersi la responsabilità di qualunque guasto agli oggetti difettosi in modo da impietosire a tal punto l’acquirente insoddisfatto da costringerlo a ritirare il reclamo.” Le qualità richieste sono “grande umiltà, presenza poco curata, capacità di recitazione, dissimulazione, carattere indeciso e iniziativa limitata”.
Oltre ogni attesa, in pochi giorni, l’immaginaria Paradiso Recruitment ha ricevuto più di 200 candidature, a testimonianza ulteriore delle difficoltà di trovare un lavoro di questi tempi.
Una grande maggioranza di candidature erano serie come quella di Mario che ha “un carattere umile e sa riparare qualsiasi cosa” o
Tullio e la sua “capacità di adattamento e di assorbire stress e lamentele sembrando svampito e umiliato”. Oppure quella di Giada, che scrive che “umiltà e indecisione sono tratti fondamentali del mio carattere”, di Filippo, “anche se le sue esperienze non hanno niente a che vedere con la vostra descrizione, vorrebbe comunque candidarsi per la mansione in oggetto” e di Guido, “zerbino al punto giusto” e “paziente, umile, disposto a grandi sacrifici, assertivo e mediamente succube tanto da mandare una candidatura ad un’inserzione come questa”. Andrea conclude con filosofia: “se ben pagato posso recitare qualsiasi parte”.

Ci sono anche state risposte più dubitative o divertite, Leggi tutto…

BOOKCITY Milano – 21/24 novembre 2013

BOOKCITY Milano – 21/24 novembre 2013

Il programma in pdf

Torna BOOKCITY MILANO: un’iniziativa voluta dal Comune di Milano e dal Comitato Promotore (Fondazione Rizzoli “Corriere della Sera”, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri), a cui si sono affiancati la Camera di Commercio di Milano e l’AIE (Associazione Italiana Editori), in collaborazione con l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e l’ALI (Associazione Librai Italiani).

BOOKCITY MILANO si articola in una manifestazione di tre giorni (più uno dedicato alle scuole), durante i quali vengono promossi incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, seminari sulle nuove pratiche di lettura, a partire da libri antichi, nuovi e nuovissimi, dalle raccolte e biblioteche storiche pubbliche e private, dalle pratiche della lettura come evento individuale, ma anche collettivo.

L’iniziativa, che si inserisce negli eventi promossi dalla città di Milano per rinnovare la propria immagine e offerta culturale in vista dell’Expo, oltre all’evento cardine di novembre, prevede attività di promozione della lettura durante l’anno, che daranno continuità alle strategie culturali del Comitato Promotore, come il progetto per le scuole realizzato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia.

È possibile consultare il programma di BOOKCITY dal sito http://www.bookcitymilano.it seguendo diversi criteri e percorsi.

IL CALENDARIO Leggi tutto…

PISA BOOK FESTIVAL 2013: dal 15 al 17 novembre

Il Pisa Book Festival ritorna al Palazzo dei Congressi dal 15 al 17 novembre 2013 con tante novità e ospiti internazionali. Paese Ospite d’Onore la Germania, sotto i riflettori la letteratura tedesca

PROGRAMMAEDITORI 2013CONTATTI

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scrittorincittà – Cuneo: dal 13 al 17 novembre 2013

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scrittorincittà – Cuneo: dal 13 al 17 novembre 2013

PROGRAMMAAUTORICONTATTI
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IBBY CAMP LAMPEDUSA: 15-22 novembre 2013

Ibby Camp Lampedusa

seconda edizione, 15-22 novembre 2013

Per celebrare la Giornata Internazionale dei Diritti del Fanciullo (20 novembre), IBBY Italia promuove la seconda edizione di IBBY Camp Lampedusa, settimana di volontariato e attività che si terrà sull’isola dal 15 al 22 novembre 2013.

L’iniziativa si inserisce nel progetto per la realizzazione a Lampedusa e Linosa di una moderna biblioteca per ragazzi italiani e migranti, alla quale IBBY lavora dal 2012, e segue di qualche mese il primo IBBY Camp che si è tenuto dal 22 al 29 giugno. In quell’occasione, numerosi volontari hanno dato impulso al progetto portando i libri raccolti grazie al coinvolgimento della rete internazionale di IBBY, organizzando laboratori e attività di promozione della lettura, preparando il terreno per un’ulteriore fase di avanzamento.

La seconda edizione dell’IBBY Camp sarà il fulcro di una settimana di eventi e attività organizzate in collaborazione con Amnesty International, AITR (Associazione Italiana del Turismo responsabile), Legambiente, ARCI, Terre Des Hommes e Libera, che, assieme ad IBBY Italia, stanno sostenendo le scelte coraggiose e le radicali idee di cambiamento della nuova amministrazione di Lampedusa.
In particolare, lavoreremo per ottenere che i minori ospiti del Centro di Prima Accoglienza possano uscire dalla struttura e partecipare con i bambini isolani alle attività previste per la Giornata internazionale dei Diritti del Fanciullo.

Il programma è in via di definizione. Per aggiornamenti, cliccare su bibliotecasalaborsa.
Invitiamo tutti coloro che sono interessati, come singoli o come associazioni, a venire a Lampedusa tra il 15 e il 22 novembre e a dedicare parte della permanenza sull’isola per dare un contributo al progetto.

Cosa è possibile fare: Leggi tutto…

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Lorenzo Bracco parla di ANORESSIA. I VERI COLPEVOLI

Lorenzo Bracco
A Lorenzo Bracco per “Anoressia. I veri colpevoli”, BookSprintEdizioni è stato assegnato il Premio Cesare Pavese 2013, Medici Scrittori Saggistica, con la seguente motivazione: “fa un’approfondita ricerca dei veri colpevoli e indica nuove prospettive per conoscere e curare un profondo malessere esistenziale”. Vi proponiamo, di seguito, il video della premiazione (con un intervento di Bracco).

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato l’intervista che Lorenzo Bracco ha rilasciato a Dario Voltolini.

© Letteratitudine

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LA STANZA ACCANTO

Pubblichiamo un video, corredato dall’articolo di Simona Lo Iacono, dedicato a La stanza accanto un’associazione che ha lo scopo di offrire un sostegno morale, spirituale e psicologico ai genitori che hanno prematuramente perso un proprio figlio (l’anno scorso avevamo dedicato all’iniziativa questo post). Ringraziamo anticipatamente tutti coloro che ci daranno una mano a far circolare questo post via email e social networks.


di Simona Lo Iacono

La stanza accanto è a pochi passi da noi, così vicina e così lontana. Se allunghiamo la mano è lì, possiamo quasi sentire lo scricchiolio della porta aprirsi, consentirci di entrare, guardarli in viso un attimo appena, i nostri angeli.
Loro hanno perduto questo nostro peso gravoso, questo corpo ingombrante e colmo di ostacoli, questa nostra umanità disordinata e piena di difetti, spesso senza pace. Sorridono, ma non perdono la voglia di mescolarsi a noi, di farci capire che da quella stanza accanto alla nostra possono ancora tendere la mano, sfiorarci, darci una carezza.
“La stanza accanto” è un’associazione nata dal coraggio di poche madri che hanno perduto i propri figli. Allude metaforicamente a quella stanza che ospita i loro ragazzi, una stanza attigua, cui i genitori riescono ad accedere con una chiave misteriosa: il loro amore.
Non si limita però a ricordare, ma rielabora il lutto in modo creativo e partecipativo, offrendo occasioni di cultura, di bellezza e di condivisione che hanno lo scopo di sostenere progetti umanitari, famiglie in difficoltà, situazioni di disagio.
Il 16 novembre prossimo, ad esempio, “La stanza accanto” offre alla città di Firenze un concerto del fisarmonicista ventiquattrenne Pietro Adragna. L’evento si terrà a San Miniato in occasione della presentazione del calendario realizzato dalla associazione stessa e i cui proventi finanzieranno un progetto umanitario.
Tra le ideatrici, mia zia, Loredana Blasi, madre di Tommaso, un angelo della stanza accanto
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È ONLINE SCRIVO.ME

Facciamo tanti in bocca al lupo a Edoardo Brugnatelli e a tutto lo staff di Scrivo.me, un portale che ci ha colpito positivamente per i molteplici stimoli che offre

La PalestraL’OfficinaIl Salotto

La redazione di Scrivo.me

Scrivo.me  è il portale del pop-publishing del Gruppo Mondadori dedicato alla scrittura e alla pubblicazione digitale.
L’idea di Scrivo.me nasce dall’esplosione delle occasioni di scrittura innescata dal web e dai social network. La crescita del self-publishing è stata altrettanto esplosiva, ma ha spesso trascurato gli standard minimi di qualità, sia per chi scrive che per chi legge.
Abbiamo pensato: gli autori e tutte le persone che lavorano con le case editrici del gruppo Mondadori (Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling &Kupfer, Electa) rappresentano un patrimonio di conoscenze editoriali inestimabile. E se provassimo a rendere disponibili queste conoscenze a chiunque stia lavorando a un progetto di scrittura e  pubblicazione?
L’abbiamo fatto: Scrivo.me è il luogo dove chiunque voglia scrivere e pubblicarsi troverà stimoli, idee, suggerimenti, esercizi e tanto altro per rendere più ricca la propria esperienza.
Scrivo.me non è un’agenzia di servizi editoriali e non vende alcun tipo di servizio. Non siamo alla ricerca di nuovi autori o nuove voci. Vogliamo  testare un modo nuovo di fare quello che da sempre fa l’editoria, e cioè assistere gli autori nella creazione di opere di qualità. In questo modo tanti potranno scoprire l’affascinante mondo di questa forma molto sofisticata di artigianato, accompagnati da chi lavora con e per Mondadori, a garanzia dei due elementi che stanno alla base dell’editoria di qualità: professionalità e passione. Leggi tutto…

VITTORIO SGARBI RACCONTA LA SICILIA DELLE MERAVIGLIE

LA STORIA DELL’ARTE DELLA SICILIA RACCONTATA DA VITTORIO SGARBI ATTRAVERSO I GRANDI CAPOLAVORI E GLI ARTISTI MENO NOTI.

LA LEZIONE DEL CRITICO FERRARESE SARÀ TENUTA MARTEDÌ 19 NOVEMBRE, ALLE ORE 18, NELL’AULA MAGNA DEL MONASTERO DEI BENEDETTINI (CON INGRESSO DA VIA BIBLIOTECA), DOVE FEDERICO DE ROBERTO AMBIENTÒ IL SUO CAPOLAVORO «I VICERÈ».

La Sicilia delle meraviglie (invitosgarbi)

La Sicilia è un Paese ricchissimo. Ha un tesoro d’inestimabile valore, un tesoro diffuso, capillare, ma scarsamente conosciuto nella sua ricchezza e varietà. Vittorio Sgarbi ne comporrà, nella lezione rivolta agli allievi dell’Università di Catania, ma non solo, una mappatura attenta, precisa, accurata, con il suo consueto stile, elegante e chiaro, personale, persino diaristico, sempre e comunque avvincente. Ne scaturirà una “cartografia siciliana del cuore”.
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IL DEMONE STERMINATORE, di Vincent Spasaro (un brano del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio brano tratto dal romanzo IL DEMONE STERMINATORE. Cronache del fiume senza rive” di Vincent Spasaro (Anordest edizioni)

[Ieri abbiamo pubblicato un post dove l’autore racconta il suo libro]

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CANTO DEI SERPENTI

L’alba restava sospesa sul fiume, lattiginosa e incantata, e i due compagni preparavano la loro pesca. Era l’alba dei presagi funesti, pensava Iwah. Gli spiriti parlano poche volte e, quando accade, l’uomo deve decidere se dare loro ascolto.

“Cosa ti ha detto? Vi ho udito discutere.” Oro svolgeva le pelli sul guscio e infilava sottili costole di azzannatore nei risvolti.

Gli occhi erano bassi. Iwah non avrebbe voluto rivangare quei discorsi bui, Oro avrebbe volentieri evitato di ascoltare. Ma era accaduto e negare la realtà non li avrebbe aiutati. Bisognava dirlo.

“Ha augurato una buona pesca.”

L’altro parve sollevato.

“Ma ha consigliato di non tuffarsi.”

Il silenzio che seguì ispessì la nebbia e pesò sui cuori.

Poi Oro rise piano, timidamente, e ben presto contagiò l’amico. “Se lui caccia per noi, allora non ci tufferemo.” Finirono per scherzarci sopra.

Ma l’alba era sospesa e la nebbia non voleva andar via, e il fiume tanto silenzioso. Non parlarono più dell’accaduto e vollero pensare al lavoro.

“Hai notato tracce di coccodrilli, remando?”

“No. Neanche il guercio che abita le mangrovie al largo si è fatto vivo.”

“Il guercio non attacca gli uomini, a meno che non si vada a nuotare sotto la sua tana. Non aver incontrato coccodrilli mi sembra buon auspicio.” Iwah lavorava tranquillo. Sistemò i pesi a poppa dove il guscio terminava in una punta sottile e slegò le pelli che l’armatura di grandi costole tendeva come una vela. Con le mani unite gettò fuori l’acqua che si era accumulata sul fondo. Quando finì, la nebbia si era diradata e Oro, osservando il grande ramo sospeso che si allontanava verso la laguna, lo sollecitò: “tira la corda. A quest’ora il vecchio si sarà addormentato.”

“Da che sono al mondo non ho mai visto il vecchio dormire,” sorrise Iwah. Sull’albero esterno non si scorgeva alcun movimento ma, quando tirò con forza la lunga corda, uno strattone giunse prontamente in risposta.

“Vado prima io,” s’impose Oro ostentando una sicurezza che non provava. Legò la sua imbarcazione alla spessa fune e saggiò la tenuta dell’imbracatura, poi si sdraiò nel guscio e svolse sopra di sé la pelle. Le costole di azzannatore la tendevano donando al guscio la forma di un grosso uovo. Iwah vide le pelli allungarsi dove le mani di Oro lavoravano velocemente per sigillare le aperture. Poi il ragazzo spinse di colpo tutto il suo peso a prua e il guscio si impennò in perfetta verticale. Per un attimo rimase sospeso in quella curiosa posizione, come se dovesse ancora decidere il da farsi, e infine sparì tra i flutti neri in un vortice di schiuma. Il vecchio dava corda dal lontano albero esterno e schizzi di grasso cadevano a pioggia dall’estremità del ramo. La fune precipitava velocemente nel fiume.
Leggi tutto…

LA MORTE NUDA (la prefazione del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo la prefazione dell’antologia di racconti LA MORTE NUDA, curata da Simona Castiglione e Caterina Falconi (Galaad Edizioni, 2013 – pagg. 404 – euro 15)

Il libro
Come ripete il verso del corvo di Edgar Allan Poe, il suo gracchiante nevermore, ogni uomo convive con il sentimento del mai più, leit motiv che lo chiama a interrogarsi sul finis vitae, a immaginare l’appuntamento finale con “la signora vestita di nulla”. Ma misurarsi con la dipartita non è facile, a meno che non si provi a scandagliare gli abissi scrivendo storie, o ascoltandole. Non è forse narrando mille e una volta che si allontana la fine, in una notte lunga intessuta di parole? Ecco, allora, che la morte qui si fa bella, si denuda, si mostra, si svela in una danza, un velo dopo l’altro, un racconto dopo l’altro: in ventitré storie di autori italiani che hanno le tinte del poliziesco o del fantascientifico, che trascolorano nell’horror o virano verso il grottesco, in cui il sesso sfrenato si muta in magia nera e il terrore si ribalta in umorismo. Un’antologia irresistibile, un viaggio per accarezzare la morte nella sua nudità, per corteggiarne il profilo che si staglia netto all’orizzonte, come tratto del paesaggio in cui si muove il viandante quando costeggia la linea che lo separa dall’ultimo confine.

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La prefazione di LA MORTE NUDA, a cura di Simona Castiglione e Caterina Falconi (Galaad Edizioni)

di Simona Castiglione e Caterina Falconi

Quando si parla della morte si parla, soprattutto, della vita. Tale dialettica non è eludibile. Noi viventi, se non evitiamo l’argomento per motivi scaramantici, siamo spesso molto interessati al finis vitae, vogliamo conoscere le verità escatologiche e soteriologiche che quest’evento può racchiudere in sé. Siamo ansiosi di raccogliere informazioni su cosa avviene prima, durante e dopo (una tripartizione tipica della descrizione dell’atto amoroso, a riprova che eros e thanatos fanno coppia fissa).
Le curatrici de La morte nuda, Simona Castiglione e Caterina Falconi, hanno voluto trattare questa tematica non sub specie aeternitatis – per quello ci sono la filosofia, la poesia, la religione – ma con l’apparente leggerezza e con il comfort che offre la narrativa. Quest’antologia presenta una girandola di racconti noir, gialli, horror, esistenziali, fantascientifici, erotici, umoristici e così via. La prova cui ogni autore ha sottoposto se stesso è stata forzare i vincoli del genere letterario, per ottenere uno «squarcio nel velo di Maya» e intravvedere bagliori e riflessi della coscienza umana a cavallo fra la vita e la morte.L’intento che sta alla base della raccolta è che ogni scrittore e ogni lettore si senta – come scrive il filosofo Martin Heidegger – un «viandante diretto nelle vicinanze dell’essere». Dell’essere vivi, morti o a metà strada. Un viandante per definizione è sempre in cammino, non è giunto né può giungere alla meta, non ha dunque verità ultimative da comunicare e trasmettere: può soltanto indicare paesaggi sorprendenti, valichi inattesi, itinerari alternativi. Leggi tutto…

Vincent Spasaro racconta IL DEMONE STERMINATORE

Vincent Spasaro racconta a Letteratitudine il suo romanzo “IL DEMONE STERMINATORE. Cronache del fiume senza rive” (Anordest edizioni) – domani pubblicheremo uno stralcio del libro –

di Vincent Spasaro

Si tratta di un’opera composta anni fa e che ho pubblicato sfrondata di alcuni capitoli rispetto alla prima stesura ma per il resto sostanzialmente identica.
All’epoca avevo appena terminato quello che poi sarebbe stato il mio primo romanzo edito (Assedio, Mondadori Segretissimo 2011 e Edizioni Anordest 2014), una storia molto cupa, un hard boiled paranormale che sfociava in un romanzo dell’orrore ambientato nella Sarajevo dell’assedio. In Assedio, che è parte integrante della mia ricerca di un crossover fra generi, a sua volta una costante della mia produzione narrativa, avevo esplorato il romanzo d’azione e guerra mescolato con orrori cosmici e utilizzando uno stile che definirei cinematografico, veloce e pieno d’immagini.
Subito dopo ho quindi avvertito l’esigenza di spostarmi su uno stile di scrittura più epico e magniloquente, qualcosa di completamente diverso. Avevo anche desiderio di sceneggiare il tutto in maniera più approfondita: laddove Assedio era un romanzo in cui agivo quasi con la telecamera in spalla, qui volevo invece descrivere con dovizia di particolari quel che avrei narrato.
Inoltre sentivo di dover cambiare completamente genere e ambientazioni. Questa è una cosa che mi viene naturale -con quali esiti ovviamente non spetta a me dire- e in qualche modo anche necessaria. Non amo ripetermi bensì spiazzare il lettore come da lettore sono contento quando vengo preso in contropiede. Capiterà di sicuro coi prossimi romanzi che saranno ben diversi per stile e storie sia da Assedio che dal Demone sterminatore. Leggi tutto…

IL TRENO, di Domenico Trischitta

1999IL TRENO, di Domenico Trischitta

racconto tratto dalla raccolta “1999” (Il Garufi)la recensionela prefazione

La porta si chiuse. Scese le scale di corsa ed incrociò il vicino che gli augurò buon anno con la faccia da ebete. La macchina stentò a partire, poi si avviò percorrendo le strade illuminate a festa. Qualche botto anticipatore lo fece sussultare e gli ricordò confusamente il motivo della fuga. Che lei vada a farsi fottere!

Con il borsone pieno di mutande e calzini entro alla stazione, acquisto il biglietto solo andata, destinazione…non so…esito un attimo e poi dico Roma. Guardo l’albero di Natale che illumina ad intermittenza l’ufficio delle informazioni. 21.45, un quarto d’ora alla partenza, l’esplosione di un petardo fallito e mi intrufolo nel convoglio deserto.

Il porto in lontananza, con le sue navi e luci, sembrava immobile come il presepio di casa sua. Sotto, il mare, assopito come un lago. Di passeggeri neanche uno, solo il marciare annoiato del controllore, che gli vistò il biglietto indicandogli la sua cuccetta, anche lui gli fece gli auguri con un tono di disprezzo, per colui che osava ricordargli che era di turno mentre tutti si apprestavano a festeggiare l’arrivo del 2000.

Il treno si muove incerto, come se tentennasse nella partenza, pian piano raggiunge un’andatura normale ed io chiudo gli occhi. Chi l’avrebbe mai detto che sarei stato l’unico protagonista e spettatore di un viaggio surreale, che si sarebbe lasciato alle spalle un millennio, si azzera tutto come il contachilometri di un’auto che raggiunge i centomila.

Alla stazione di Acireale non salì nessuno, neanche in quella di Giarre. A Taormina il controllore scese un attimo e sputò più volte a terra prima di accendersi una sigaretta. Si vedevano fuochi d’artificio in prossimità del mare. Si preparava un veglione per i turisti tedeschi e francesi. L’uomo delle ferrovie risalì ed il treno proseguì la sua marcia.

Accendo una sigaretta, ho brividi di freddo, mi alzo il bavero del giubbotto e mi accorgo che non mi rado da alcuni giorni. Mi stendo un po’ ma non resisto più di due minuti, guardo l’orologio, le 23.00. Sarà a Messina che comincerò a stare male, quando l’apoteosi di scoppi e luci avrà il sopravvento. Non potrò nascondermi, né turarmi le orecchie, né chiudere gli occhi, sarà tutto inutile perché l’unica scena che mi si presenterà sarà quella della fine.
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VIA GLI EDITORI, MA NON PER VENDETTA! – INTERVISTA A DAVID LLOYD (speciale Lucca Comics and Games 2013)

Lloyd 1David Lloyd alla ‘rivoluzione digitale dei comics’: una missione speciale svelata a Lucca Comics&Games 2013

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte V)

Intervista a David Lloyd

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

L’acclamato disegnatore di V for Vendetta, Kickback, War Story, Hellblazer, Doctor Who, Night Raven e altre storie, ci parla della sua nuova “creatura”, la rivista digitale Aces Weekly, delle sue idee sul futuro (rivoluzionario) dei comics, dei suoi “amori” italiani a nuvolette, del suo rapporto con il suo enfant terrible della contestazione globale.

– Mr. Lloyd, ha appena presentato al pubblico italiano la sua web-zine autoprodotta, Aces Weekly, promossa da una speciale edizione di lancio italiana, cartacea. Quale è il senso e lo scopo della sua ultima attività, ossia la creazione, promozione e autopubblicazione di una collana di fumetti fruibile solo via web come Aces Weekly?
Ho creato questa rivista antologica perché volevo realizzare qualcosa di semplice da fare, e ho voluto utilizzare il computer. Non è mia intenzione realizzare dei motion comics, non mi piacciono, ma ho voluto riunire un gruppo di artisti, raccogliere i loro lavori, autoprodurre una rivista, distribuirla su una piattaforma semplice e diffonderla via web. Un lavoro di pubblicazione facile, completamente differente dall’editoria tradizionale, cartacea. La pubblicazione a stampa è un’impresa enorme, richiede molto danaro, devi creare i fumetti, inviarli a una redazione, stamparli, distribuirli e venderli al dettaglio… un lavoro enorme e costoso. Io ho scelto di fare la stessa cosa, creare e vendere comics, ma in formato esclusivamente digitale. Distribuire fumetti da visualizzare sullo schermo, per il web, via internet, è molto più semplice e economico. La ragione per cui ho fatto tutto questo, ripeto, è perché è semplice da realizzare. La cosa di cui sono realmente convinto e consapevole è che credo che questa sia la strada migliore per fare fumetti, credo che sia il futuro del fumetto e il miglior modo per ricavare il massimo profitto vendendo il prodotto della propria creatività. Un tempo un creativo aveva bisogno della stampa, ora no, ora è tecnicamente possibile creare un fumetto, raccontare una storia, diffonderla e rendere fruibile all’istante tramite il computer e la rete. Senza intermediari in mezzo, semplificando la catena produttiva, direttamente dal produttore al consumatore, al lettore. Tutto il guadagno ci torna indietro, e possiamo dividerlo tra gli autori di ogni numero di Aces Weekly. L’unica cosa che chiedo in cambio agli autori è l’esclusiva per due anni, in modo che il prodotto, in lingua inglese, sia disponibile solo sulla nostra rivista. Perché l’inglese? Perché alcuni paesi fanno più resistenza di altri nell’accettare questa rivoluzione, il fumetto digitalizzato e distribuito nel web. In Italia per esempio c’è un vivacissimo mercato del fumetto, penso a testate come Dylan Dog (e tutta la produzione Bonelli), o Diabolik… qui forse abbiamo ancora bisogno di appoggiarci a un’edizione cartacea per far conoscere al pubblico italiano il nostro lavoro [Ndr: così è stato fatto col lancio dell’edizione “tradizionale” di due storie di Aces Weekly dalla Nicola Pesce Editore, presentata a Lucca Comics&Games quest’anno].

Volume 3 cover– Il medium digitale di fatto “rompe” la convenzione dell’impaginazione, sostituisce un formato video alla gabbia delle vignette, del baloon, della sequenzialità fissa… perché non vuole approfittare di questa enorme libertà evitando di introdurre spezzoni audio, animazioni, forme alternative di lettura e/o visualizzazione? In effetti Aces Weekly replica la struttura del comic tradizionale, in tavole, su schermo: qual è il problema?
Il problema è che, se fai una cosa del genere, stai facendo altra roba, non fumetti! Il lavoro e l’impresa che voglio realizzare è portare la grande arte del fumetto dalla stampa su carta al computer, tramite la distribuzione digitale. È quello che facciamo in Aces Weekly; comunque una delle sperimentazioni più spinte nel digitale è stata proprio Return of the human di Jeff Vaughn e Mark Wheatley in cui la storia è narrata per grandi immagini (all frame) di cui cambiano continuamente le didascalie o vi sono effetti di transizione luminosa… e questo è rivoluzionario, piuttosto straordinario, e modifica il senso di ogni tavola. Stiamo ancora lavorando sull’ultimo episodio. Ognuno, come autore o in “redazione”, cerca di dare il massimo. Tendiamo a portare avanti le storie numero dopo numero. Comunque non intendiamo realizzare comics animati o in sequenze motion, sarebbe come vendere animazione e non fumetti, un altro prodotto. Per me la forma d’arte incarnata dai comic è la capacità di raccontare una storia attraverso delle vignette, sempre e comunque. Per questo sono già così contento nel portare sullo schermo del computer e non su carta grande comic art. In termini più formali portiamo una grafica in formato landscape [NdR: orizzontale] su ogni piattaforma (anche Android), perché è l’“impaginazione” più flessibile, invece della pagina verticale. E i lettori, specialmente quelli che non sono abituati a questa grafica, trovano che vi sia in essa qualcosa di liberatorio, mentre il formato portrait [Ndr: verticale] tende a comprimere il contenuto grafico. Il formato orizzontale piace anche alla maggior parte dei nostri autori. Questo è il nostro lavoro, utilizzare tutti gli strumenti espressivi specifici del fumettista.

– Avete avuto difficoltà nella portabilità su vari apparecchi (device)?
Non particolarmente. Quello che per me comunque è importante è che l’arte del fumetto non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità raggiungendo davvero la totalità del pubblico, secondo la mia opinione. Il fumetto è una cosa meravigliosa, uno strumento fantastico per raccontare ogni tipo di storia, può servire ogni scopo, mentre il punto di vista del pubblico è che quando gli dici “fumetto” pensa o ai supereroi o ai funny animals, questo almeno mi pare il punto di vista generale sulla nostra arte; così tutti rischiano di perdersi la straordinaria gamma di storie che possiamo raccontare loro. Ecco che un altro dei miei scopi principali con Aces Weekly è proporre una varietà di stili, storie, argomenti, tratti, autori: andiamo dalla fantascienza all’orrore, dal romantico al documentaristico, dal sociale all’autobiografico; ogni genere di storie. Voglio immergere il pubblico in questa estrema varietà.

– Fantastico. Questo ci porta a due altre domande. La prima: cosa pensi si possa fare nelle scuole per promuovere la cultura e la lettura del fumetto sin dai primi gradi di istruzione? La seconda: realizzeresti una storia per bambini dopo tutto il tuo fumetto hard-boiled, full-action e decisamente dark?
Leggere fumetti sicuramente potenzia la capacità di leggere libri. I ragazzi, anche quelli che hanno problemi di apprendimento scolastico, si divertono molto col fumetto che è sicuramente una delle strade migliori per promuovere la conoscenza, la cultura e la lettura in genere. Ma questo lo sanno ormai tutti. Personalmente ho collaborato a un sito che promuoveva la cultura nelle classi scolastiche in Inghilterra, perché uno dei servizi che offriva era fornire fumettisti come tutors nelle scuole, artisti che insegnassero nelle classi. L’esperienza che mi è stata riferita da queste persone era che ogniqualvolta un ragazzo avesse difficoltà a esprimere sé stesso o la sua creatività nel normale curricolo scolastico, una via d’uscita era proporgli di creare storie col fumetto. Allora vedevi alunni completamente bloccati rifiorire di colpo! Questa forma d’arte popolare è una cosa che i ragazzi amano e adorano mettersi alla prova con essa. Il fumetto è un grande strumento anche per l’insegnamento accademico: libera l’immaginazione degli alunni. Dal mio punto di vista è profondamente utile. Penso che la grande industria buttandosi soprattutto nel campo videoludico abbia perduto una grande fetta di giovani lettori, specialmente negli ultimi decenni, trasformandoli in videogamers: hanno proprio trasformato dei lettori in giocatori. Questo mi pare abbastanza triste, anche se così va il mondo. Comunque credo fortemente che messi di nuovo davanti a un fumetto anche questi “ragazzi perduti” ritrovino facilmente tutto l’interesse, per quanto io non abbia scritto certo storie per bambini!

– Le ultime due domande. La prima riguarda l’Italia. Pensi di collaborare con qualche autore (o sceneggiatore) italiano? Che storia potresti o vorresti realizzare? Leggi tutto…

ORO, TRADIZIONE E MANGA POP: INTERVISTA A YOSHIYASU TAMURA (speciale Lucca Comics and Games 2013)

TamuraSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte IV)

Intervista a Yoshiyasu Tamura

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Yoshiyasu Tamura, giapponese, è ospite di Ochacaffé e di Lucca Comics&Games con la sua antologica al Padiglione “Japan Palace”. Mangaka (autore fumettista), pittore e docente, diventa a 15 anni assistente di un fumettista, a 20 anni esordisce con un’opera propria su Shonen Jump e pubblica in seguito il manga Fudegami per la stessa rivista. Dal 2008 intraprende la carriera di autore indipendente illustratore e pittore, partecipa a convegni in tutto il mondo come esperto e docente di manga. Ha esposto alla Zona Maco International Contemporary Art Fair di Città del Messico e a Hidari Zingaro di Tokyo.
Segnaliamo, come riferimento web, il sito della Associazione culturale Ochacaffé.

– Grazie mille per averci concesso questa intervista. Traduce gentilmente per noi dal giapponese all’italiano il signor Naoyoshi Itani.
Grazie a voi.

– Qual’è il legame delle sue opere con l’arte pittorica tradizionale, a partire per esempio da quella del periodo Heian – una delle epoche d’oro del “medioevo” giapponese?
Unire il simbolismo tra arte medievale giapponese, ma anche europea, è proprio il tentativo delle mie opere. La tradizione europea più vicina a questo mio concetto è quella delle icone, ma esiste tutta una simbologia comune alla mia e vostra cultura artistica, anche quella italiana medievale. L’attenzione al simbolo è la cifra del mio tentativo.

– Quali sono gli autori pop o ritrattisti manga a cui ti sei ispirato? E c’è un autore della stampa tradizionale, come l’Ukiyo-e, penso a Hokusai o Hiroshige, che ti ha ispirato?
In particolare per la pop art contemporanea giapponese devo fare senza dubbio il nome di Takashi Murakami, se non come ispirazione esplicita, o come generazione, almeno come influenza; Akira Yamaguchi è un altro artista, più giovane di Murakami, che mi viene in mente. Parlando di artisti storici, senz’altro Hokusai e anche Utamaro e la cosiddetta scuola Kano [ndr epoca Muromachi]. Però parlo per lo più di pittori di epoca Edo, artisti che trovo interessanti e affascinanti anche per il contesto del periodo, interessante e simile al nostro momento presente. Io sto cercando di prendere qualcosa dalla loro opera.

Tamura 2– E quanto a “prendere qualcosa” dall’arte europea?
Raffaello Sanzio, sicuramente, ma anche tutti gli artisti dell’Italia prerinascimentale, più strettamente medievale. Probabilmente mi interessano di più l’epoca gotica e la pittura delle icone, che potete trovare anche agli Uffizi, realizzate da artisti ignoti. Se devo fare un nome del contemporaneo occidentale, parlerei di Mark Ryden, artista che è uscito dall’altra parte del contesto artistico, citerei anche l’esperienza dell’art brut. Queste correnti e personalità mi affascinano molto.

– Veniamo al suo stile, che ricerca la nitidezza della linea e la magnificenza del colore rispetto al volume e alla prospettiva; sta cercando nuove modalità espressive o desidera mantenere la sua ricerca in questo alveo?
Vorrei svolgere proprio una sperimentazione: per esempio io uso sempre l’acrilico ma in modo che abbia il carattere della tempera; le tecniche che preferisco sono la tempera e l’acrilico applicate a una tecnica tradizionale della pittura a china giapponese chiamata tarashikomi in cui si aggiunge al tratto denso di pigmento una quantità d’acqua prima dell’asciugatura, direttamente sul supporto pittorico o altrimenti dipingendo con gocce di pigmento molto diluite in acqua per ottenere sfumature assai particolari. Per questo uso anche l’acquerello. Un altro elemento imprescindibile dalla mia pittura è l’uso della foglia d’oro – altro legame con la tradizione nipponica e occidentale. Utilizzo anche la pittura spray a aerografo. In ogni mia opera cerco di sperimentare almeno più di una tecnica differente e sempre originale.

– Vorremmo farle le ultime tre domande: una dedicata al metodo di lavoro, l’altra alla sua committenza o pubblico, e la terza legata alla sua poetica. Le chiederemmo: che metodo di lavoro preferisce: pittura dal vero (l’abbiamo vista poco fa realizzare un ritratto dal vivo) o in studio? Quale prevale? Leggi tutto…

L’ECO DEL CORAGGIO, di Gianmarco Tomaselli

L' eco del coraggioL’ECO DEL CORAGGIO, di Gianmarco Tomaselli

recensione di Alessandro Russo

L’eco del coraggio di Gianmarco Tomaselli (Ed. Altromondo, pp.401, € 21) è romanzo incentrato sul valore assoluto dell’amicizia. Ambientato nel Quebec della guerra dei sette anni, è pieno zeppo di cenni storici che danno una mano al lettore. Il testo assume i contorni fantastici tipici dell’eterna lotta tra bene e male, epperò è intenso e avvincente. Somiglia a una favola western senza castelli e draghi ma con dentro pellerossa a bizzeffe, una combriccola di brutti ceffi e una massa di perditempo. In scena, quatti quatti, parimenti si affacciano un oste con i baffi da tricheco, un branco di piccole trote e un avanzo di galera spietato come il demonio. E financo un drappello di signorine dalle prorompenti scollature e una principessa dalla carnagione chiara come la luna. Protagonista delle vicende è Tom, un tipo ascetico e scontroso ma d’indole nobile e generosa. Questi ha con sé un buon cavallo e le armi sempre cariche, la schiena scolpita e i fianchi senza un filo di grasso. Svelto come un rettile, si guadagna da mangiare dando la caccia ai fuorilegge. La sua mente galoppa veloce più delle gambe e un guscio di ghiaccio riveste un’anima appesantita da malinconiche cicatrici. Non ama chiacchiere e plausi e meno ancora la gloria. Ogni dì si preoccupa egli solo di raccattar dati su un mucchio di canaglie ma si scontra con il passato alle sue spalle. Leggi tutto…

GUARIRE IL DISORDINE DEL MONDO, di Maria Panetta

Guarire il disordine del mondo. Prosatori italiani tra Otto e Novecento, di Maria Panetta
Mucchi Editore, 2012

di Claudio Morandini

In “Guarire il disordine del mondo – Prosatori italiani tra Otto e Novecento” (Mucchi, 2013), Maria Panetta ha raccolto saggi di diversa ampiezza, molti dei quali già apparsi su riviste o miscellanee. A dare unità e compattezza alla raccolta, oltre ai limiti temporali e di genere precisati nel sottotitolo, c’è un’idea umanistica di letteratura, che risuona forte e costante presso autori anche molto diversi ma accomunati da un’ansia di ricerca e insieme dalla rivendicazione di una libertà intellettuale – una libertà che può diventare impegno personale ma anche isolarsi in una sorta di atemporalità che non è mai indifferenza. Sta in questa tensione di chiara impronta etica, in questo procedere per tentativi attorno alle domande più pressanti dell’uomo (e “tentativo”, assieme a “ricerca”, è parola che ricorre spesso nelle pagine di Panetta, sin dalla Premessa, e che va letta in chiave positiva), il senso della letteratura per gli autori scelti da Panetta. Tutti loro “tentano” di tracciare la profondità di un paesaggio sociale, interiore, personale o ambientale – e lo fanno attraverso una scrittura in prosa che è phàrmakon, ovvero, come ricorda la stessa Panetta nella Premessa, veleno (dell’inganno, del depistaggio) e medicina (della Verità, almeno di una possibile verità).
Nel metodo di Maria Panetta, nell’instancabile interrogare autori che a loro volta si sono a lungo interrogati, nel fornire risposte impreviste, si sente risuonare una concezione della critica come dialogo a distanza con gli autori, anche e soprattutto con quelli apparentemente inattuali, sempre con maestri di libertà intellettuale. Certo, accanto a questo c’è sempre lo scavo erudito nei testi, l’esplorazione filologica, l’indagine metacritica: ma a contare è soprattutto, nello sguardo critico come nell’oggetto di tale sguardo, che siano narratori o critici a loro volta, il senso della ricerca.
Vediamo più da vicino come Maria Panetta interroga i suoi autori e le loro opere. Leggi tutto…

LA SICILIA DELLE MERAVIGLIE (far dell’arte economia)

DAVI’, di Barbara Garlaschelli

https://i0.wp.com/www.camelozampa.com/images/upload/libri/0094_cover%20dav%C3%AC%20LR.jpgDAVI’, di Barbara Garlaschelli (Camelozampa editore, 2013)

[alla fine del post, uno stralcio del libro in esclusiva per Letteratitudine]

recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Il piccolo principe veniva da un mondo minuscolo, non aveva da fare altro che guardare i tramonti, tagliare  alberi infestanti e osservare le stelle. Non gli pareva strano che tra le migliaia di rose della terra ci fosse la sua, unica e profumatissima, né che in un disegno in tutto simile a un cappello si nascondesse un elefante ingoiato da un boa.
Era perspicace, il piccolo principe, e Davì non gli sarebbe sembrato né eccentrico né stravagante. Anzi. Avrebbe approvato la cresta verde che svettava sulla sua testa, gli orecchini, l’aria ondeggiante e mansueta. Perché stupirsi. Ognuno di noi viene da un piccolissimo pianeta, e impara silenziosamente a osservare il cielo.
Davì sorride. Tra tutti i libri che ha letto forse “Il piccolo principe” gli è sfuggito. Ma che importa. Somigliamo a libri che non leggeremo mai perché li abbiamo già scritti, siamo personaggi che altri hanno inventato perché la realtà è popolata di poesia e di fantasmi, e – infine – possiamo vagare per la città senza rabbia, solo perché qualcuno ci ha fatto del male, e invece che condannarlo abbiamo preferito fare un altro viaggio.
Se c’è qualcosa che i libri gli hanno insegnato è proprio questa mancanza di giudizio, questo osservare con pietà e solitudine, cercando risposte altrove, negli incontri sbalestrati che la realtà sa offrire, nei visi della gente che lo sfiora, indifferente e distratta.
C’è gente di ogni genere, in strada: donne innamorate, donne senza sogni, donne lumaca persino… scrutano Davì e restano arrotolate nei loro pensieri,a tutti sembra allampanato e un po’ tocco, ma poi tornano alla vita di sempre, alle martellate del cuore, alle illusioni perdute e al gusto della vita fuggito lontano.
Davì lo sa. La gente non fa fatica ad allontanare le domande, lo stupore, persino le rare ipotesi di gioia. Preferisce macinare i giorni e assembrarsi negli autobus della città, o sotto veli sinistri di pulviscolo che sciamano dai lampioni. Lui invece continua a conservare una benevolenza pacifica verso tutti, una curiosità senza guerra, nonostante sua madre abbia lasciato la famiglia e suo padre impigrisca davanti alla tv.
E’ stato facile anche per lui andar via, sgattaiolare come un gatto che decide di esplorare il mondo. Nessuno forse se ne è accorto, e Davì pensa ancora che – se tornasse – troverebbe suo padre nella stessa posizione, o forse addormentato con la testa inclinata, il naso gocciante e poche lacrime appiccicate ai lati degli occhi.
Gli dispiace, ma sa anche che allontanarsi è la soluzione migliore, e che nel cammino potrebbe capitargli di tutto, bibliotecarie generose, lavoretti occasionali, centri commerciali accoglienti come case e forse, forse, anche qualcuno come Nicla…
Scritto come un meraviglioso  e potente flusso della coscienza,  “Davì” è il racconto di una crescita scandita da difficoltà, assenze e scoperte. Il piccolo diario di bordo di un esploratore ferito da mancanze, ma che affronta la marcia con candore e senso del viaggio.
L’autrice vola con leggerezza e malinconia sulle ombre dell’adolescenza, lo spasmo dell’anima, il bisogno di essere amati e accolti.
 
Barbara, Davì è stato dato alle stampe dopo tredici anni dalla prima uscita, perché è sempre attualissimo e struggente, un vero gioiello sul senso della crescita e della solitudine, delle assenze, delle paure e dei desideri dei ragazzi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Leggi tutto…

Una nuova collana dedicata agli INTRAMONTABILI della letteratura

Le edizioni e/o presentano il progetto di una nuova collana dedicata agli INTRAMONTABILI della letteratura

Si tratta di una nuova collana volta a ospitare storie che a distanza di anni dalla loro prima apparizione continuano a parlare di noi e a dirci sempre qualcosa di nuovo. Ne faranno parte grandi autori contemporanei: uomini e donne profondamente innamorati della vita, che hanno vissuto e raccontato il mondo in lungo e in largo; volti che hanno segnato la storia della letteratura ma le cui voci negli anni sono state ingiustamente dimenticate. Si parte con “Bella di giorno” di Joseph Kessel.

Gli autori
saranno scelti fra i più grandi nomi della letteratura: a novembre sarà la volta di Joan Didion, Joseph Kessel e Anaïs Nin a cui faranno seguito alcuni dei migliori scrittori dei nostri anni, da ogni parte del mondo.

Il progetto
La grande letteratura deve durare nel tempo. Ecco perché proprio in un momento come quello che stiamo attraversando, in cui la caccia frenetica alla novità rischia di farsi cieca più che mai, abbiamo deciso di varare un nuova collana dedicata al recupero della letteratura senza tempo. La nuova collana degli Intramontabili è unica nel panorama contemporaneo: ospiterà opere di sicuro valore, autori ingiustamente dimenticati e storie senza tempo in un’ottica di collana dove ogni titolo sarà una nuova lettura della nostra epoca e una rilettura di quella in cui ha fatto la sua prima apparizione. Non più exploit casuali come quello di Stoner o recuperi di opere minori di grandi nomi, ma un progetto continuato e coerente di lettura della nostra società attraverso opere del passato che solo oggi spiegano le ali in tutto il loro significato. E’ il caso di Bella di giorno di Kessel, per esempio, il cui erotismo del ‘29 risulta oggi più attuale e raffinato che mai. O di Joan Didion, autrice straordinaria ma negletta nell’Italia degli anni ‘70 e oggi dimenticata a favore della memorialista.

La nuova grafica
Le nuove copertine saranno molto fotografiche: vogliamo che questi recuperi siano percepiti in tutta la loro dirompente modernità e l’uso esteso della fotografia risponde all’esigenza di dargli una maggiore corporeità. Classici contemporanei, in tutta la loro vitalità. Leggi tutto…

LA CULTURA CHE… A UMBRIA LIBRI 2013

UMBRIA LIBRI 2013 – Perugia: 7/10 novembre – Terni: 15/17 novembre 

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dal sito di Umbria Libri

Per la prima volta, diminuzione della lettura e calo dei consumi culturali convergono a decretare un disagio profondo della cultura nel nostro Paese. Spettacolo dal vivo, cinema, musica, editoria vedono per la prima volta intaccata la soglia del proprio pubblico e dei lettori forti, che finora preferivano sacrificare altro al piacere di leggere e vedere uno spettacolo.

A questa condizione diffusa si aggiunge la riduzione di finanziamenti pubblici, tra Ministero, Regioni e Enti Locali. Tutto questo avviene pur sapendo, come si legge nel rapporto 2013 di Symbola, che “la cultura vanta, per dirla tecnicamente, un moltiplicatore pari a n1,7: per ogni euro di valore aggiunto ne attiva – nel commercio, nel turismo, nei trasporti, ma anche in edilizia e agricoltura – altri 1,7. Gli 80,8 miliardi prodotti nel 2012 dal sistema culturale nel suo complesso, quindi, ne mettono in moto altri 133, arrivando, tra diretto e ‘indotto’, a 214,2 miliardi. Il 15,3% dell’economia nazionale”.

Questo dato evidenzia come sia difficile non comprendere il valore aggiunto della cultura come fattore di sviluppo economico, ma crediamo altrettanto importante sottolineare il suo valore intrinseco, che quanto più si sviluppa liberamente tanto più esprime la sua forza vivificante in altri ambiti e comparti produttivi.

Nei periodi in cui la crisi economica è tanto profonda siamo stati abituati a veder ridurre spesa e investimenti in cultura, considerata un lusso per momenti di agio, mentre il comportamento nei consumi rivela che la spesa per la fruizione della cultura resiste più di altri beni considerati indispensabili. La riduzione dei consumi culturali arriva al crepuscolo di una crisi e segnala, in qualche modo, il suo compiersi, ma anche, forse, l’annuncio di una possibile ripresa.

“La cultura muore, viva la cultura”, verrebbe da dire.
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In memoria di Ciro Paglia

Oggi, 7 novembre 2013, è scomparso il giornalista e saggista italiano Ciro Paglia (nato a Salerno il 3 novembre 1940).
Condividendo il dolore della moglie e dei familiari, Letteratitudine domani osserverà un “giorno di silenzio” (sui blog e sui social network)

da Il Mattino

È morto Ciro Paglia, cronista di razza, maestro per generazioni di giornalisti

Aveva raccontato gli anni di piombo della camorra, sfidando a viso aperto Raffaele Cutolo che dal carcere gli indirizzò una lettera di minacce.
Ciro Paglia, giornalista del Mattino, è morto all’età di 73 anni. Aveva iniziato nel 1965 e dieci anni dopo era diventato il più giovane capocronista del maggior quotidiano del Mezzogiorno; negli anni della sua guida la Cronaca del Mattino, nel suo insieme, vinse per diversi edizioni il Premio cronista dell’anno per le inchieste pubblicate.
Maestro per generazioni di cronisti, Paglia, dopo il pensionamento da redattore capo del Mattino, era stato attivamente impegnato nel volontariato. I suoi funerali si svolgeranno domani a Bettona, in Umbria.
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VENGA PURE LA FINE, di Roberto Riccardi (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo “VENGA PURE LA FINE” di Roberto Riccardi (edizioni e/o, collezione Sabot/age)

Il libro
Al tenente dei carabinieri Rocco Liguori arriva inatteso un ordine del Comando Generale: dovrà recarsi all’Aia, a disposizione del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. Il colonnello Dragojevic, condannato per la strage di Srebrenica, caduto di recente in depressione, è in coma per aver ingerito una massiccia dose di farmaci. Il procuratore Silvia Loconte, non credendo al tentato suicidio, chiama a indagare Liguori, che sette anni prima in Bosnia aveva arrestato Dragojevic. L’indagine lo riporta indietro nel tempo, facendogli ritrovare anche Jacqueline, la giovane funzionaria della Croce Rossa con cui aveva intrecciato una storia d’amore mai risolta. Liguori dovrà misurarsi ancora una volta con le trame più oscure e gli intrighi degli ambienti coinvolti nella guerra. Sullo sfondo la politica, con le sue vecchie figure e le nuove alleanze. Con i suoi retroscena difficili da decifrare, celati dietro l’eterna maschera delle versioni ufficiali.

* * *

1.
Bosnia-Erzegovina, 1995

Rumori, dal fitto della boscaglia. Samira volge di scatto
gli occhi al suo compagno, nel suo sguardo c’è una ri –
chiesta di aiuto. Lei e Sefer sono le staffette avanzate
della banda di irregolari che ha osato sfidare il temibile esercito
serbo. Una follia, l’aveva detto dal primo momento. Trenta soldati
improvvisati, male armati, contro un intero reggimento
attestato a difesa. Un attacco suicida. Li hanno fatti a pezzi,
sono rimasti in sette. Due di loro sono feriti, Ismet non arriverà
alla notte. La sera allunga la sua ombra nel cielo e col buio
aumenterà la paura. Quella che già adesso le attanaglia la gola.
Samira sente il pericolo nel fruscio sottile delle foglie. Sarebbe
bello che a muoverle fosse il vento del Nord, anche se tante
volte lo ha maledetto, quando all’alba usciva di casa e la sua
sferza impetuosa le gelava il sangue. Sarebbe bello se tornasse
quel tempo, quando la vita era lavoro duro, la mattina a scuola
e il pomeriggio ad aiutare la mamma nelle faccende di casa.
Ma Samira una casa non ce l’ha più. L’ha barattata con un
fucile e due scarponi incrostati di fango, per un uomo che l’ha
trascinata in una lotta disperata, a perseguire un obiettivo
privo di senso. Non ci saranno vincitori, alla fine di quel dolore
avranno perso tutti. I pochi che scamperanno alla mitraglia, ai
cecchini, alle mine disseminate nei campi, riceveranno in
premio un Paese dilaniato, dove nulla sarà più come prima.
Croati, serbi, bosniaci musulmani, quando il massacro si sarà
fermato resteranno nemici. Nei pensieri della gente, nelle
anime ferite la guerra non finirà. Prima erano tutti mescolati:
in seno ai villaggi, alle famiglie nate senza badare troppo alle
origini. Era il komšiluk, il codice non scritto della reciproca
tol leranza. Dopo, sarà tutto un guardarsi con rancore. «Il tuo
esercito bastardo ha ucciso mia madre». «Brutta puttana, cosa
vuoi? Sono stati i tuoi a incominciare». Saranno questi i di –
scorsi fra chi si era giurato eterno amore, se qualcuno avrà
ancora voglia di parlare.
Ma Samira non vedrà tutto questo, perché nel bosco avanza
la milizia del colonnello Dragojevic´, il macellaio venuto da
Gracˇa nica. L’uomo che conduce la pulizia etnica in quell’angolo
di Bosnia. Non avrebbero dovuto affrontarlo, sono condannati,
nessuno di loro sfuggirà a quegli uomini addestrati a
scovare i nemici nel cuore della foresta. Li sente più vicini,
adesso, tanto da fiutarne l’odore. Per Sefer è lo stesso, glielo
legge negli occhi.
«Cosa facciamo?» chiede.
«Non parlare, potrebbero sentirci».
Il suo compagno ha ragione. Hanno bisbigliato, ma nel
silenzio di un bosco fa rumore anche il respiro. Samira però
non sa tacere.
«Non vedo più gli altri. Forse dovremmo…».
«Tornare indietro? Fallo tu se vuoi. Io non muovo più un
passo».
Sefer scuote la testa, è fuori di sé. Nello scontro appena
avvenuto è caduto l’ultimo dei suoi fratelli. Il grosso della famiglia
si era dissolto nell’attacco al villaggio, ingoiato da una fossa
comune. Samira non riuscirà a calmarlo e lo sa, ma deve provarci.
«Cosa vuoi fare, aspettarli? Pensi che quell’albero ti riparerà
dai loro proiettili?».
Ha alzato appena il tono di voce. Basta quel tanto e il re –
siduo equilibrio del suo compagno va a perdersi chissà dove. Il
ragazzo cresciuto in una storia più grande di lui si lancia nel
fitto della boscaglia senza pensare a niente. Prima della guerra
tagliava la legna, come suo padre e suo nonno. Era in gamba,
con un colpo di scure buttava giù un piccolo fusto. La sua abilità
non gli servirà a strappare alla morte un solo minuto.
Samira lo vede sparire fra gli alberi, una corsa disperata che
porterà solo a farli scoprire, ma tanto la loro fuga non sarebbe
durata. Anche senza sentire i colpi lei sa che il suo Sefer, che in
una sera lontana le rubò il primo bacio e sparì per lasciare il
posto a un nuovo amore, se n’è andato per sempre. Leggi tutto…

L’EROE, L’ANTIEROE, LO “SPOGLIARELLO”: INTERVISTA A DAVID RUBIN (speciale Lucca Comics and Games 2013)

david rubinSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte III)

Intervista “epica” a David Rubin

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

David Rubin, autore spagnolo di grande interesse, dallo stile crudo ma irrinunciabilmente onirico, già letto in Italia con Dove nessuno può arrivare (2007, premio Migliore autore rivelazione al Salone Internazionale del fumetto di Barcellona) La sala da té dell’Orso malese (2009, premio Autore rivelazione a Barcellona) presenta a Lucca Comics 2013 il suo cofanetto speciale in edizione limitata, per l’edizione italiana de L’Eroe, con Tunué. Un ritorno alle storie epiche con “uomini duri” e nemici terribili. Abbiamo fatto un’intervista-lampo approfittando della giornata di sole (senza nubi): che Zeus ce la mandi buona.

– Grazie mille per averci concesso questa intervista.
Grazie a voi.
– La prima domanda: il tema di quest’anno a Lucca Comics&Games è Questione di stile. Cos’è lo stile per te, il tuo stile e lo stile degli autori che hai ammirato?
Lo stile è la “voce” dell’autore. È la tua personalità come fumettista. Come per le persone: diciamo che da bambini ci si forma una personalità; crescendo questa personalità si rafforza, prende le sue direzioni, libere… Accade esattamente lo stesso per l’aspetto grafico di un autore. Tu lavori e lavori, disegni e disegni, pagina dopo pagina, fumetto dopo fumetto, e la tua personalità grafica affiora, cresce, si fa sempre più forte.
– Hai cominciato la tua carriera ispirandoti a un autore o hai semplicemente iniziato a disegnare seguendo la tua personale idea?
Io non ho studiato alcun autore, sono completamente autoditatta, la mia scuola è stato il mio stesso fumetto; però ho alcuno autori presenti alla mente, per me molto importanti, che hanno in qualche modo influito sul mio lavoro, penso per esempio a Osamu Tezuka, Jack Kirby, Frank Miller, Guido Crepax, José Muñoz e Carlos Sampajo, e infine Paul Pope.
– Hai dedicato gli ultimi volumi all’“Eroe”. Chi è l’eroe per te, adesso?
L’eroe è per me il sentimento eroico della persona e al medesimo tempo ho voluto fornire una seconda chiave di lettura sul fumetto superomistico: il mio Eracle è il protagonista di una specie di saggio in chiave di avventura, un fumetto d’azione, e in fin dei conti è una storia di come io vedo il mondo, come penso e spero che debbano andare le cose, come mi auguro che si comportino le persone. Oggi, specialmente, in questa società così corrotta e distruttiva persino una persona buona come Eracle, che cerca di aiutare il prossimo, rischia di essere convertita in un prodotto, un prodotto mediatico, come racconto nel libro. Non si può sapere se l’eroe è puro, pulito fino alla fine. Un’altra cosa che mi interessa molto è la natura duplice dell’eroe: ogni eroe, prima di essere tale è una persona umana, con tutti i suoi difetti. A me interessa proprio mostrare la parte umana, anche debole, fallace dell’eroe.
– Credo che questo modo di vedere le persone sia un po’ la cifra del tuo fumetto: hai sempre trattato con comprensiva ironia questioni estremamente serie e molto umane nei tuoi fumetti. Quanto è importante questo distacco nel progettare un fumetto? Leggi tutto…

I FANTASMI OLTRE LA SIEPE – INTERVISTA A TONY SANDOVAL (speciale Lucca Comics and Games 2013)

Tony SandovalSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte II)

Il “fantasy domestico” di Tony Sandoval e un (quasi) patto col Diavolo

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Tony Sandoval, messicano e attualmente attivo in Francia, viene dalla grafica pubblicitaria e d’agenzia, ha in seguito sviluppato il suo talento narrativo. È edito in Italia da Tunué dal 2011, le sue opere presso questo editore sono: Il Cadavere e il Sofà, Nocturno, Oltre il Muro (con la sceneggiatura di Pierre Paquet) e ora Doomboy (2013), una piccola leggenda doom di morte e amore, tra musica e fantasmi.

Innanzi tutto grazie a Tony per l’intervista qui a Lucca Comics&Games 2013.

Nelle tue opere parli quasi sempre di infanzia e adolescenza, o prima gioventù. Potremmo quasi descrivere i tuoi personaggi come “bambini in un mondo terribile”, anche se non si capisce se la vera angoscia siano loro o la realtà onirica che li circonda connotata dal magico, dal misterioso. Vuoi parlarcene un po’?
Dunque, in realtà ogni volta che penso a una storia, tendo a descrivere in qualche misura le mie esperienze personali, i miei amici, la mia famiglia, il mio ambiente. Vengo dal Messico terra di credenze surrealistiche, di persone che a volte celebrano i fantasmi, altre volte la realtà; proprio l’altra sera spiegavo a degli amici che il mio lavoro consiste in un fantasy domestico [ride].

– Pensi che siano più i maschi o più le femmine delle tue opere a catalizzare la paura o l’imprevisto?
Penso sempre le mie storie come indirizzate a un pubblico ambosesso. Non so se per esempio riscuoto più successo presso le lettrici, in realtà ritengo di lavorare sulle sensazioni proprie di ogni essere umano e per ogni cultura, senza distinzioni di genere o backgroud. In questo senso anche i miei personaggi sono un riflesso di questa logica. Nelle mie opere esistono anche luoghi specifici che hanno una certa forza, ma è un fatto universale. Penso che tutti noi, e quindi anche i miei personaggi, abbiano un po’ di oscurità dentro di sé.

– Nei tuoi lavori il posto d’onore spetta all’esperienza sonora, musicale. Se volessimo azzardare un parallelo con la letteratura, il tuo modo di valorizzare questo mondo ci ricorda i lavori di Haruki Murakami; che peso ha esattamente la musica nel tuo immaginario?
Beh intanto ascolto musica per la maggior parte delle mie sessioni di lavoro, e scelgo brani a seconda dell’umore del momento, non sono legato a un genere specifico. Però trovo che i musicisti siano dei buoni personaggi, io stesso suonavo in una band, e tutto questo – al contrario del fumettista che è tendenzialmente un mestiere solitario: stai da solo e disegni – ti obbliga a entrare in relazione con le persone, a interagire. Questo aggiunge sostanza alla vita, “dramma” all’esistenza, in senso non necessariamente negativo.

– Il tuo stile è molto specifico. Lo hai sviluppato gradualmente mano a mano o la tua carriera ha visto svolte più drastiche, scelte più intense, cambiamenti forti?
Avevo all’inizio uno stile abbastanza generico, poi però ho venduto la mia anima al Diavolo per cambiarlo radicalmente… [risate]
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LA FOLLA NELLA CITTÀ DEI SOGNI (speciale Lucca Comics and Games 2013)

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte I)

Lucca Comics&Games supera il record di affluenze: più cinema, musica e cosplay e quattro anniversari da festeggiare. Letteratitudine intervista cinque maestri del fumetto, a partire dall’uomo che ha creato il volto mascherato della contestazione mondiale: David Lloyd di V for Vendetta.

dal nostro inviato Furio Detti

I numeri di un’edizione che batte il record del 2012 con oltre 200mila presenze in 4 giorni (dal 31 ottobre al 3 novembre) parlano da soli e confermano la rilevanza di Lucca come primo festival europeo dedicato al fumetto e al mondo ludico, con lo sviluppo della sezione Movie, al suo secondo anno di vita. Lo sottolineano le parole di Renato Genovese, direttore artistico: «È solo grazie ad uno staff di collaboratori esperti, seri e motivati che si raggiungono certi traguardi, e questo forse sarebbe un modello da imitare nella progettazione e nella realizzazione di altri eventi lucchesi. È una professionalità maturata sul campo, unita ad un intenso bagaglio culturale e ad una dedizione assoluta verso Lucca e i tanti, tantissimi visitatori che vengono a vivacizzarla.» Gli fa eco Francesco Caredio, Presidente: «Un successo anche della città.»

Nei dettagli:

  • 200mila presenze in 4 giorni di manifestazione: giovedì 31 ottobre e venerdì 1° novembre, è stato già replicato il successo delle centomila presenze dei primi giorni dello scorso anno; nel solo terzo giorno di sabato 2 novembre sono arrivati 70mila visitatori! I numeri hanno da subito mostrato che si avevano le carte in regola per superare il record di presenze dello scorso anno (180mila).
  • 5 sezioni tematiche: Comics, Games, Junior, Music&Cosplay e Movie.
  • 20 le aree del centro storico coinvolte per un totale di 25.000 metri quadrati con la presenza di oltre 700 stand, 500 eventi principali, 1.600 cosplayers iscritti alle gare, esclusi centinaia di altri cosplayer non partecipanti alla sfilata, 800 bambini che hanno preso parte alle attività di Lucca Junior; 15mila spettatori hanno festeggiato Cristina D’Avena e i suoi 30 anni di carriera col suo concerto sul palco delle mura, affiancata dalla celebre band demenziale dei Gem Boy.
  • 87.800 “mi piace” su Facebook, 600mila visualizzazioni della photogallery ufficiale, e 800 giornalisti e operatori dei media accreditati per sfondare nel web, social e non.
  • 500 anni delle mura cittadine, i 20 anni di Lucca Games, 10 anni di Lucca Cosplay, e i 30 anni di carriera di Cristina D’Avena sono i quattro anniversari a cinque zeri che il festival ha celebrato quest’anno.

“Questione di stile” è stato il tema di quest’anno, Leggi tutto…

DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

[Ulteriori informazioni sul libro, disponibili su Lipperatura]

Il libro
Il Palazzo d’Inverno di Pechino era luogo di meraviglie e splendore. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era prigioniero del suo palazzo, proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un Palazzo d’Inverno: dove è splendido aggirarsi ma da dove non si può uscire. Per secoli è stato l’unico potere concesso alle donne, e oggi torna a essere prospettato come il più importante: l’irrinunciabile, anzi. Lo ribadiscono televisione, giornali, libri, pubblicità, blog. Alle donne, in nome del nuovo culto della Natura, si chiede di allattare per anni e di dedicare ogni istante del proprio tempo ai figli: si dice loro che tornando a chiudersi in casa, facendo il sapone da sole e lasciando libero il proprio posto di lavoro salveranno il paese, e forse il mondo, da una crisi economica devastante. Oppure, se proprio vogliono lavorare, devono diventare “mamme acrobate” in grado non solo di conciliare lavoro e famiglia, ma di farlo con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta, magari per raccontarsi su blog che sono il territorio di caccia preferito per tutte le aziende che producono passeggini e detersivi. Nell’Italia dove il mito del materno è potentissimo per le madri si fa assai poco sul piano delle leggi, dei servizi, del welfare, dell’occupazione, dell’immaginario. Ma invece di unirsi, le donne si spaccano: le fautrici dei pannolini lavabili contro le “madri al mojito”, madri totalizzanti contro le madri dai mille impegni, femminismi contro femminismi.

* * *

Le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

0.1. Di muffin e di polli

Dove eravamo rimaste, e rimasti, tutti quanti? Me lo
chiedo il primo giorno del 2012, davanti a un cesto
foderato di tovaglioli rossi e traboccante di muffin. Due
gusti, vaniglia e cioccolato. I muffin sono al centro del
tavolo, illuminati dalle candele. Guardo i volti delle altre
donne chini sul cesto, con gli occhi brillanti di ammirazione
e invidia per chi ha preparato il dono. “Ancor che
falso, il dono / è reale e lo accetto,” scriveva Pessoa. Non
ha senso interrogarsi, mi dico ancora: sono solo dolcetti.
È stata una mamma a cucinare i muffin. Una mamma:
è così che si presenta e questo soltanto saprò di lei.
Sto bevendo un bicchiere di vino a casa di amici, nelle
Marche, per festeggiare un anno che si annuncia – e sarà
– difficilissimo. Gli amici hanno invitato i compagni
di scuola del figlio e i loro genitori, per non farlo sentire
solo, come spesso avviene ai figli unici. Dunque, le donne
che siedono con me al tavolo, davanti al cesto, alle candele
e alle briciole del panettone, sono presenti in quanto
madri di bambini che condividono la stessa sezione di
una scuola elementare romana. Questo è lo status che le
caratterizza in quel momento e che non si dissolverà nel
corso dell’intera serata. Né della cuoca, né delle altre, conoscerò
nulla: non il loro lavoro, non i loro gusti, i loro
sogni, i loro desideri. Non ne conoscerò neanche il no-
me: da frammenti di conversazione, saprò solo che sono
la mamma di Gianluca, la mamma di Paola, la mamma
di Francesco. Mentre Gianluca, Paola e Francesco si rincorrono,
litigano e giocano per le scale della grande casa
di campagna, le mamme esibiscono alla tavolata i propri
segni di riconoscimento e le proprie medaglie: una teglia
di lasagne, un torrone fatto in casa, il vassoio dei muffin.
È tutto normale, cosa c’è che non va? Leggi tutto…

IL PENDOLIBRO di Libreriamo

Pendolibro 2013, il primo open e-book scritto dai pendolari italiani è finalmente online! Pendolibro 2013, pendolari, Libreriamo Publishing, lettura, libri libreriamo.it - recensioni libriSegnaliamo l’uscita del primo open e-book scritto dai pendolari italiani edito da Libreriamo Publishing. Introduzione a firma di Paolo Di Paolo

L’Italia legge poco? Sì, ma i treni fanno eccezione. Libri se ne vedono, e per i lettori più curiosi è divertente anche, quando non c’è ressa, attraversare due o tre carrozze in cerca di lettori sconosciuti ma affini. Romanzi fluviali, libri commerciali e libretti sofisticati, libri di viaggio – si vede di tutto, ovviamente, ma negli ultimi anni molte copertine da adocchiare sono state inghiottite dai tablet e dai lettori di ebook. Non importa: un libro resta un libro, e anche questo è il caso di un volume senza volume, ovvero senza carta.
(Paolo Di Paolo)

* * *

E’ online il Pendolibro 2013, il primo open e-book scritto dai pendolari italiani edito da Libreriamo. Dopo la selezione dei racconti, tra i numerosissimi pervenuti alla redazione di Libreriamo, arriva finalmente la pubblicazione online e la distribuzione gratuita. All’iniziativa ha voluto partecipare anche un giovane e importante nome della narrativa italiana, Paolo Di Paolo, finalista al Premio Strega di quest’anno, che ne firma l’introduzione. La prefazione è a cura del direttore di Libreriamo Saro Trovato.

Negli ultimi anni in Italia si è registrato un vero e proprio “boom” di pendolari. Secondo gli ultimi dati Censis, i pendolari nel 2007 erano 13 milioni 149mila, pari al 22,2% della popolazione italiana; oggi sono invece 14 milioni 195mila, pari al 23,4% della popolazione con più di 14 anni, con un incremento di un milione di pendolari negli ultimi cinque anni.
Il libro dà voce ai sogni, gli incontri, le avventure e le disavventure di chi quotidianamente si sposta di città in città per motivi di lavoro e studio. A raccontarci tutto questo sono proprio loro, i pendolari, protagonisti e scrittori della vivace commedia umana qui messa in scena. Ne risulta una galleria di personaggi variegata, strampalata e assurda come solo la realtà può essere – talmente assurda da non poter essere che vera. Il Pendolibro è disponibile per il Download qui nei formati pdf ed epub, quest’ultimo compatibile con tutti gli ereader presenti sul mercato. Leggi tutto…

LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (brani del libro)

La Sentinella del PapaIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo alcune pagine tratte dal romanzo LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (Todaro, 2013)

Il libro
Un nuovo affascinante personaggio fa il suo esordio nel giallo italiano. Roma 1506: il vescovo Burcardo viene torturato e ucciso mentre è in compagnia di una cortigiana. Le indagini vengono affidate a Julius von Hertenstein, ufficiale della Guardia Svizzera pontificia, valoroso soldato, uomo di lettere, ma soprattutto abile investigatore. I delitti continuano e gli indizi sembrano indicare degli omicidi rituali. Anche la famiglia di papa Giulio II è minacciata e, per proteggerla, “la sentinella del papa” von Hertenstein dovrà ricorrere a tutta la sua astuzia e alle sue capacità deduttive. Fanno da cornice al romanzo numerosi personaggi storici, tra i quali: Cesare Borgia, Niccolò Machiavelli, Alessandro Farnese e la divina cortigiana Imperia.

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Dal romanzo LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (Todaro, 2013)

18 maggio, sera

Hertenstein divorò con piacere minestra di fave e ceci, focaccia e ricotta fresca che veniva da Subiaco, accompagnate da un vinello delle tenute pontificie, poi tornò a sdraiarsi e dormì ancora fino alle sei passate.
Quando si risvegliò, gli consegnarono il biglietto portato da un servitore di Agostino Chigi. L’aprì e lo scorse rapidamente: il potente banchiere era tornato a Roma e l’invitava a cena nella sua residenza alle otto. Non aspettava altri ospiti. Potevano parlare mentre mangiavano.
Si prese il tempo necessario per lavarsi e vestirsi: il Vaticano offriva agli svizzeri il lusso del’acqua calda su richiesta. Dopo si sentì meglio. Nella sala di guardia trovò solo un sottufficiale e due soldati, il comandante e Jurgens avevano accompagnato il pontefice a San Giovanni in Laterano. Nascose la fasciatura sotto il basco e alle sette e mezzo, scortato dagli Stiller, impassibili e imponenti, partì a cavallo, diretto a via de’ Banchi. Imboccarono al passo la Spina del Borgo, affollata a quell’ora dalla colorita fauna locale della Città Leonina, superarono Piazza Scossacavalli, il Ponte Sant’Angelo incrociando una lunga processione di pellegrini, presero via de’ Banchi ed entrarono nella piazza che ormai veniva chiamata da tutti Cortile Chigi. Il banco, con i suoi cinque sporti e la grande facciata a lunette sostenuta da tre pilastri di pietra, occupava buona parte della piazza. La casa del Chigi, bella e grandiosa, era di fianco. Pianterreno e due piani.
I servitori trattennero gli Stiller al piano terra e avviarono l’ufficiale per la scala che portava al piano nobile. In alto era pronto ad accoglierlo un compassato maggiordomo in livrea che l’introdusse in una saletta affrescata mirabilmente dove si fronteggiavano un grande camino di marmo e un possente stipo cassaforte intarsiato. Due file di seggioloni affiancavano di lato il camino. Leggi tutto…

TROPEA FESTIVAL LEGGERE e SCRIVERE 2013: 4-10 novembre

TROPEA FESTIVAL

LEGGERE&SCRIVERE 2013

Tropea, Vibo Valentia, Soriano Calabro, Serra San Bruno

4 – 10 Novembre 2013

TropeaFestival Leggere&Scrivere è un festival della letteratura dedicato al tema della lettura e scrittura. Il progetto si propone di offrire uno spazio in cui scrittori, poeti, intellettuali, giornalisti, attori, sceneggiatori, registi, musicisti, possano confrontarsi sulle nuove forme di comunicazione.

I tradizionali confini della testualità, lineare ed orizzontale, confluiscono in un’idea del testo dinamico e mai definitivo. La giustapposizione di notizie e informazioni percorre ininterrottamente la rete e richiede un approccio attivo nello scegliere fonti e punti di vista. Autori e lettori condividono un luogo in cui interagire e in alcuni casi fondersi. Oggi – la rivoluzione del Web- il secolo scorso – il cinema – scandiscono un processo di contaminazione ed evoluzione che arricchisce la letteratura e le trasforma.

Il festival, nell’ottica della multidisciplinarietà, si suddivide in quattro sezioni: “Una Regione per Leggere”, “Carta Canta”, “Calabria fabbrica della cultura”, “Premio Tropea”.
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GESUALDO BUFALINO: Le menzogne della notte

GESUALDO BUFALINO: Le menzogne della notte

di Simona Lo Iacono

La notte scende lentamente. Può quasi sentirla sulla pelle, coi suoi odori umorali e acidi, gli effluvi di gelsomino, pesco, mandorle.
Quando era un bambino la aspettava per leggere sotto le lenzuola, aspirarne il gusto secco e fibroso, sovrapporla alle immagini che il racconto evocava.
Suo padre, anche se faceva il fabbro, aveva una biblioteca sterminata, diceva che i libri erano testimoni audaci, ribelli senza peli sulla lingua. Veri sovversivi.
E’ cresciuto così, Gesualdo Bufalino. Leggendo tra i sassi polverosi di Comiso, sotto tramonti luttuosi e sontuosi, tra le mille e arcane balordaggini della sua Sicilia. Un mondo antico rispetto al resto, inadatto a tutto meno che a se stesso, ai rituali, alle donne ancora in casa che sciacquano tazzine di caffè, ai biscuit fuori moda, alle giocate a carte su tavolini sbilenchi e rappezzati.
Sospira,Gesualdo Bufalino, rassegnato a quell’immobilità ancestrale. Ammicca al buio che scende, che anche questa volta lo ingoierà nei suoi incantesimi, nei suoi misteri. Che celerà mai questa oscurità così seducente? Perchè è da sempre la via per tagliare la soglia fragilissima tra sogno e realtà?
Così immagina: un’isola penitenziaria. Quattro uomini in procinto di morire. E soprattutto, la notte.
Sono l’anziano e colto barone Ingafù, il poeta avventuriero Saglimbene, il soldato Agesilao e lo studente Narciso. Frate Cirillo li istiga a raccontare, a confidare gli eccessi, i rimorsi, le impennate del dolore o dell’amore. E’ suadente, frate Cirillo, ed ecco. I quattro sono a un passo dalla morte, hanno poco da perdere e poi chissà…uno sfogo visionario e abbandonato, un passo indietro a rivedere quella vita che fugge, che domani non sarà più, che dopo l’esecuzione parrà nient’altro che un momento. Ma sì.
E iniziano a raccontare. Leggi tutto…

ALDA MERINI. L’amore in un Dio lontano

alda merini (di erica donzella)ALDA MERINI. L’amore in un Dio lontano, di Erica Donzella (Prova d’autore, 2013)

Erica Donzella (giovane appassionata d’arte, letteratura, musica e fotografia) ci fornisce un’ulteriore buona occasione per ricordare degnamente Alda Merini (celebre poetessa milanese scomparsa nel novembre del 2009). Nata a Ragusa nel 1988, la giovane Erica ha pubblicato, infatti, un delizioso piccolo saggio intitolato “Alda Merini. L’amore di un Dio lontano” (Prova d’Autore, 2013) suddiviso nei seguenti capitoli: “La vita”, “La poesia come fede”, “Poesie religiose, poesie amorose: tra amore e fede”, “Gli angeli di Alda Merini: interviste a G. Grittini e C. D. Damato”.
Come scrive Mario Grasso nella prefazione: “Donzella indaga e colleziona reperti dal diluvio delle produzioni meriniane, quindi analizza e deduce con il suo doppio disporre di acuzie critica e dell’attrazione empatica del poeta che ascolta il cuore dell’altro poeta. Questo ci sia concesso affermarlo, e non solo per un minimo omaggio alla giovanissima voce di Erica, ma perché ci sembra di poter aggiungere una valutazione di merito per quanto, in stimoli nuovi, contiene per la critica futura questo intelligente contributo sul Dio remoto, condotto con stile corrivo, essenziale e definitorio”. 

Pubblichiamo di seguito la nota introduttiva firmata dall’autrice.

* * *

di Erica Donzella

“Alda Merini è una profetessa a cui hanno ammazzato Dio, ma nonostante tutto lei continua nella sua religione: la Madonna sedotta e abbandonata da un Angelo sconosciuto e il Cristo tradito da una intera umanità che lui ha amato alla follia”.
Così Giuseppe D’Ambrosio Angelillo ci introduce alla lettura de “ L’uomo che mangiava i poeti”, edito dalla casa editrice “Acquaviva”, nell’ottobre 2003.
E ci da subito un chiaro contributo di quella che è una delle immagini della poetessa dei Navigli, quella che Pier Paolo Pasolini definì “la ragazzetta milanese.”
Una profetessa e un poeta a cui hanno tolto l’amore, la pace, il denaro e le figlie, ma che non ha mai perduto la fede; una fede che mai cede sotto gli effetti della follia, del manicomio, della morte del marito Ettore, degli elettrochock.
Una fede in un Dio a cui, come lei stessa asserisce, telefona molto spesso con una voce lontana, poiché giunge dal cielo. Una donna, una delle più grandi della letteratura italiana, per cui la poesia è una pistola puntata alla testa.
La poesia è suo sangue, suo turbamento, struggimento, rifugio e amante.
La poesia è la pelle bianca del poeta”.
Ha il piglio superbo di una piccola ape furibonda, che si nutre del nettare della vita, spesso amaro del dolore, ma pur sempre degno d’inchiostro e di confessione. Leggi tutto…

VENT’ANNI DALLA MORTE DI FEDERICO FELLINI

Ieri, 31 ottobre 2013, è ricorso il ventennale della morte di Federico Fellini. Letteratitudine lo ricorda così…

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Approfondimenti su: la Repubblica, Panorama, Il Messaggero, Il Sole24Ore
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Su Halloween e dintorni

Jack-o'-Lantern 2003-10-31.jpgWikipedia ci spiega che Halloween è una festività di origine celtica. Ha assunto le forme con cui oggi la conosciamo negli Stati Uniti e si celebra la notte del 31 ottobre. L’usanza si è poi diffusa anche in altri paesi del mondo e le sue caratteristiche sono molto varie: si passa dalle sfilate in costume ai giochi dei bambini, che girano di casa in casa con la formula del dolcetto o scherzetto. Tipica della festa è la simbologia legata al mondo dell’occulto, così come l’emblema della zucca intagliata, derivato dal personaggio di jack-o’-lantern.

Halloween, ieri, ha certamente attraversato la prima tappa dell’edizione 2013 di Lucca Comics & Games (che durerà fino al 3 novembre): uno tra i più importanti eventi internazionali dedicati al mondo del fumetto, dei giochi, del cinema d’azione (e non solo).

E il fatto che Halloween ha avuto, e avrà, influenza anche sulla narrativa ce lo dimostra l’iniziativa della scrittrice Emanuela Ersilia Abbadessa che, sul suo blog “Lettere dal convento“, sta raccogliendo romanzi inediti in cento parole dedicati appunto alla festa del dolcetto o scherzetto. A Emanuela Abbadessa auguriamo cento di questi Halloween letterari.
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