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ALDA MERINI. L’amore in un Dio lontano

novembre 2, 2013

alda merini (di erica donzella)ALDA MERINI. L’amore in un Dio lontano, di Erica Donzella (Prova d’autore, 2013)

Erica Donzella (giovane appassionata d’arte, letteratura, musica e fotografia) ci fornisce un’ulteriore buona occasione per ricordare degnamente Alda Merini (celebre poetessa milanese scomparsa nel novembre del 2009). Nata a Ragusa nel 1988, la giovane Erica ha pubblicato, infatti, un delizioso piccolo saggio intitolato “Alda Merini. L’amore di un Dio lontano” (Prova d’Autore, 2013) suddiviso nei seguenti capitoli: “La vita”, “La poesia come fede”, “Poesie religiose, poesie amorose: tra amore e fede”, “Gli angeli di Alda Merini: interviste a G. Grittini e C. D. Damato”.
Come scrive Mario Grasso nella prefazione: “Donzella indaga e colleziona reperti dal diluvio delle produzioni meriniane, quindi analizza e deduce con il suo doppio disporre di acuzie critica e dell’attrazione empatica del poeta che ascolta il cuore dell’altro poeta. Questo ci sia concesso affermarlo, e non solo per un minimo omaggio alla giovanissima voce di Erica, ma perché ci sembra di poter aggiungere una valutazione di merito per quanto, in stimoli nuovi, contiene per la critica futura questo intelligente contributo sul Dio remoto, condotto con stile corrivo, essenziale e definitorio”. 

Pubblichiamo di seguito la nota introduttiva firmata dall’autrice.

* * *

di Erica Donzella

“Alda Merini è una profetessa a cui hanno ammazzato Dio, ma nonostante tutto lei continua nella sua religione: la Madonna sedotta e abbandonata da un Angelo sconosciuto e il Cristo tradito da una intera umanità che lui ha amato alla follia”.
Così Giuseppe D’Ambrosio Angelillo ci introduce alla lettura de “ L’uomo che mangiava i poeti”, edito dalla casa editrice “Acquaviva”, nell’ottobre 2003.
E ci da subito un chiaro contributo di quella che è una delle immagini della poetessa dei Navigli, quella che Pier Paolo Pasolini definì “la ragazzetta milanese.”
Una profetessa e un poeta a cui hanno tolto l’amore, la pace, il denaro e le figlie, ma che non ha mai perduto la fede; una fede che mai cede sotto gli effetti della follia, del manicomio, della morte del marito Ettore, degli elettrochock.
Una fede in un Dio a cui, come lei stessa asserisce, telefona molto spesso con una voce lontana, poiché giunge dal cielo. Una donna, una delle più grandi della letteratura italiana, per cui la poesia è una pistola puntata alla testa.
La poesia è suo sangue, suo turbamento, struggimento, rifugio e amante.
La poesia è la pelle bianca del poeta”.
Ha il piglio superbo di una piccola ape furibonda, che si nutre del nettare della vita, spesso amaro del dolore, ma pur sempre degno d’inchiostro e di confessione.
Canta la sua follia con la vertigine poetica dell’amore incondizionato per il mondo viscido e distratto che la confina. Vanta, con il suo ego narciso ma mai presuntuoso, il suo sesso, la passione della sua carne, la sua voce lontana e rauca attraverso cui sillabare, sospirando con anima raffinata. Venera le cicche sparse sul pavimento, il letto che riscalda con la sua solitudine.
Più mi lasciano sola e più splendo”.
La prospettiva autobiografica e sincera del suo conversare con il dolore lacerante, le conferisce un carattere eroico e profetico, per quella parola detta sempre per la vita e per la morte, per quelle note sparse nel tessuto lirico, per quella contemplazione di mitologico e quotidiano, di sacro e profano. Una donna che ama l’amore, il luogo dove si consuma il sacrificio dello scontro tra peccato e desiderio, una dimensione coordinata tra l’estasi e il sogno, dove persino l’anima finisce con il consumarsi e perire, all’improvviso, nel senso del nulla, nel torpore quotidiano, da sopraffare con un grido disumano.
Ma ora lasciami umana quando sarò basso-rilievo al tempo”.
 Versi che trasudano pietà e misericordia, solitudine e malattia, affanno e sospensione, vergogna e seduzione.
La Merini è una donna vestita della sua sola vita, che ha vissuto “ingarbugliando matasse e confini”, dei suoi amori, della povertà: una condizione da lei stessa voluta, paragonandosi ad un San Francesco della poesia, poiché il poeta per sua stessa natura non debba mai esser vanitoso, e spesso deve voler toccare il freddo pavimento a piedi nudi, per avvertire sulla propria pelle la schiettezza della vita, la sua sacralità, e goderne spiritualmente senza che alcuna finzione materializzata s’interponga.

© Letteratitudine

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