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LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (brani del libro)

novembre 4, 2013

La Sentinella del PapaIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo alcune pagine tratte dal romanzo LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (Todaro, 2013)

Il libro
Un nuovo affascinante personaggio fa il suo esordio nel giallo italiano. Roma 1506: il vescovo Burcardo viene torturato e ucciso mentre è in compagnia di una cortigiana. Le indagini vengono affidate a Julius von Hertenstein, ufficiale della Guardia Svizzera pontificia, valoroso soldato, uomo di lettere, ma soprattutto abile investigatore. I delitti continuano e gli indizi sembrano indicare degli omicidi rituali. Anche la famiglia di papa Giulio II è minacciata e, per proteggerla, “la sentinella del papa” von Hertenstein dovrà ricorrere a tutta la sua astuzia e alle sue capacità deduttive. Fanno da cornice al romanzo numerosi personaggi storici, tra i quali: Cesare Borgia, Niccolò Machiavelli, Alessandro Farnese e la divina cortigiana Imperia.

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Dal romanzo LA SENTINELLA DEL PAPA, di Patrizia Debicke van der Noot (Todaro, 2013)

18 maggio, sera

Hertenstein divorò con piacere minestra di fave e ceci, focaccia e ricotta fresca che veniva da Subiaco, accompagnate da un vinello delle tenute pontificie, poi tornò a sdraiarsi e dormì ancora fino alle sei passate.
Quando si risvegliò, gli consegnarono il biglietto portato da un servitore di Agostino Chigi. L’aprì e lo scorse rapidamente: il potente banchiere era tornato a Roma e l’invitava a cena nella sua residenza alle otto. Non aspettava altri ospiti. Potevano parlare mentre mangiavano.
Si prese il tempo necessario per lavarsi e vestirsi: il Vaticano offriva agli svizzeri il lusso del’acqua calda su richiesta. Dopo si sentì meglio. Nella sala di guardia trovò solo un sottufficiale e due soldati, il comandante e Jurgens avevano accompagnato il pontefice a San Giovanni in Laterano. Nascose la fasciatura sotto il basco e alle sette e mezzo, scortato dagli Stiller, impassibili e imponenti, partì a cavallo, diretto a via de’ Banchi. Imboccarono al passo la Spina del Borgo, affollata a quell’ora dalla colorita fauna locale della Città Leonina, superarono Piazza Scossacavalli, il Ponte Sant’Angelo incrociando una lunga processione di pellegrini, presero via de’ Banchi ed entrarono nella piazza che ormai veniva chiamata da tutti Cortile Chigi. Il banco, con i suoi cinque sporti e la grande facciata a lunette sostenuta da tre pilastri di pietra, occupava buona parte della piazza. La casa del Chigi, bella e grandiosa, era di fianco. Pianterreno e due piani.
I servitori trattennero gli Stiller al piano terra e avviarono l’ufficiale per la scala che portava al piano nobile. In alto era pronto ad accoglierlo un compassato maggiordomo in livrea che l’introdusse in una saletta affrescata mirabilmente dove si fronteggiavano un grande camino di marmo e un possente stipo cassaforte intarsiato. Due file di seggioloni affiancavano di lato il camino.
Hertenstein si tolse il cappello e attese, studiando la composizione mitologica del soffitto che si rifaceva alle glorie di Alessandro Magno e, quando l’orologio di bronzo che adornava il camino scandì otto rintocchi, il suo anfitrione, alto, vestito di nero, un uomo nel pieno della vigoria fisica, fece il suo ingresso dicendo: – Sua Santità ha mandato a dire che lei desiderava parlarmi e chiedeva un incontro riservato. – E, mentre l’ospite salutava chinando la testa e rispondeva garbatamente: – Sì e la ringrazio per avermi voluto ricevere con sollecitudine – lo guardò esterrefatto con i suoi acuti occhi scuri e dichiarò: – L’hanno conciata bene.
– I lividi spariranno presto ma il mio amor proprio è abbastanza acciaccato – rispose lui toccandosi la testa.
Il grande banchiere sorrise. – Sua Santità ha grande fiducia in lei e, evidentemente, è nel giusto. Un uomo intelligente ammette i suoi errori e riconosce i propri limiti.
– E tenta di ovviare alle sue debolezze. La presunzione fa fare poca strada. Ho scioccamente sottovalutato il rischio. Chi ha ucciso finora è molto abile e l’ha dimostrato facendo tabula rasa dietro di sé. Ma se, e io lo credo, ci troviamo di fronte a una vendetta, sono certo che colpirà ancora. Tuttavia finché non appuro perché lo fa e non riesco a individuare i suoi bersagli, non potrò prevenirlo».
Un discreto bussare alla porta annunciò l’arrivo del maggiordomo che chiese: – Posso servire? – e al consenso del padrone dettò ordini a bassa voce.
In un attimo i servitori drizzarono una tavola su cavalletti e, dopo averla coperta con una tovaglia immacolata di lino, apparecchiarono rapidamente con vasellame piatti e bicchieri d’argento. E avvicinarono due seggioloni.
– Siediamo – disse il banchiere. Dette l’esempio e spiegò: – Come scritto, saremo solo noi: sarà una cena semplice. – Si voltò verso il maggiordomo, ostentando il suo profilo deciso da sparviere, e ordinò: – Ponete tutto in tavola e lasciateci. Il leutnant e io dobbiamo parlare. Suonerò quando dovrete tornare.
E, quando restarono soli, dichiarò immediatamente: – Come vi avrà anticipato Sua Santità, non sono io l’A. C. di Burcardo. Ho finanziato anche le guerre di Cesare Borgia, non lo nego, sono un banchiere e il mio mestiere è fare prestiti ai potenti. Ma intrighi e ricatti non fanno per me. Ho altro a cui pensare.
– Non ne dubitavo Signore, Sua Santità infatti ha fatti i nomi del cardinale Castellesi e del cardinale d’Aragona… Ma lei saprà, per ora si è lasciato filtrare che il decesso del vescovo sia stato causato…
– Eccessi, fornicazione con una cortigiana, e zac. Bella morte, parli pure.
– Esatto e finora, a parte lei, nessun altro è stato messo a conoscenza del fatto che l’uccisione della tenutaria, o zia come si faceva chiamare, della cortigiana Lavinia Sabina sia collegata al primo delitto. E quando si troverà il corpo della detta Lavinia si avallerà un assassinio per rapina.
– Si troverà presto, caro leutenant. Se ho ben capito, non avete preso particolari precauzioni e sappiamo che il Tevere nasconde per poco. Forse qualcuno farà un collegamento, magari si metterà paura…
– E magari sarà troppo tardi, vedremo. Intanto le chiedo: lei avrebbe qualche idea da suggerire?
Chigi rifletteva, poi si servì di focaccia ripena, di pasticcio di cacciagione e consigliò
distrattamente all’ufficiale: – Prenda anche del cappone arrosto farcito è la specialità del cuoco.
Hertenstein lo fece e il banchiere dichiarò: – Mio caro leutnant: Cesare Borgia è in Navarra, Ascanio Sforza è morto. Ma Michele Corella è raggiungibile. E Sua Santità, che per concedergli la grazia, ha accettato l’avviso di Niccolò Machiavelli, può chiedere al gonfaloniere fiorentino di costringerlo a parlare.
– Mi riprometto di recarmi a Firenze tra un giorno o due, ma prima vorrei sondare la pista delle cortigiane. Vede eccellenza, la prego di considerare quello che sto per dirle con la massima riservatezza. Ho motivo di pensare…- e gli riferì senza mezzi termini quanto sentito dal maggiordomo Mazzi.
– Messa nera alla vigna…, sacrificio della vergine per la vita… già l’Ankh… Il papa mi aveva parlato di quel simbolo a sfregio del cadavere – ripeté Chigi supinamente, ma macinava idee e infine ingiunse: – Castellesi, il cardinale di Corneto, ha una villa con vigna, fu là che i Borgia si sentirono male, dovete interrogarlo!
– Lo faremo tra pochi giorni, appena torna da Spoleto dove si trova. Mi è stato detto che sarà a Roma prima per il matrimonio di Madonna Felice.
– E lei, Hertenstein sospetta che la storia della vergine, immolata per Ankh, insomma che Lucia Trezzi, la tenutaria di Lavinia Sabina, la cortigiana, avesse qualcosa a che vedere con la vittima del sacrificio?
– Sissignore e questo mi costringe a chiederle il favore di fare il mio nome alla signora Imperia Cognati.
– Imperia è una gemma preziosa» mormorò il Chigi – È risaputo che mi sia cara, quattro anni fa mi ha dato una figlia, cosa che mia moglie Margherita non riesce a fare, ma non accetta vincoli. Sceglie di sua testa e ormai fa ciò che vuole. – Il suo tono si era fatto amaro. Poi batté la mano sul tavolo, rise e confidò: – Ma accetta doni ed essendo un suo protettore, posso chiederle il favore di riceverla. – Prese in mano il campanello che il maggiordomo aveva lasciato sul tavolo, suonò e, quando l’uomo comparve, chiese: – Carta, penna e inchiostro.
Quando li ebbe, scrisse poche parole, chiuse il biglietto e ordinò: – Fallo portare subito alla signora Imperia Cognati, aspetto la risposta.
Ripresero la cena. Mentre mangiavano, lo svizzero domandò al Chigi della villa con vigna del cardinale di Corneto.
– È alle pendici del Palatino.
– La ringrazio, vede l’Ankh mi costringe a pensare… Mi chiedevo se la villa della messa nera del Burcardo fosse vicina a qualche antico tempio…
– Antichi templi. Che dire? A Roma sono dappertutto, ma io sono il meno adatto a darle notizia. Forse Sua Santità… o meglio il cardinale Alessandro Farnese che fa fare scavi, ama gli antichi, le statue – ciò detto, il banchiere prese una ciotola d’argento piena di una specie di biscotti ovaleggianti e li offrì allo svizzero dicendo:
– Sono dolci di Siena, la mia città: mandorle e canditi, li provi!
Hertenstein ne prese uno, l’assaggiò, dichiarò veritiero: – Eccellenti». Ne mangiò un paio con piacere, poi si lavò le dita nella coppetta d’argento. La cena era finita.
Agostino Chigi suonò ancora il campanello e, mentre il suo prezioso orologio tedesco sul camino cominciava a battere il primo di dieci bronzei rintocchi, ricomparve il maggiordomo, si avvicinò al padrone e chinando la testa con rispetto gli porse il biglietto di risposta.
Il banchiere l’aprì per leggerlo e disse all’ufficiale svizzero: – Imperia la riceverà domattina. L’aspetta, ma non prima di mezzodì…

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20 maggio mattina, Monna Vannozza

La Sentinella del PapaStentò a svegliarsi, anni di disciplina l’avevano avvezzo alle fatiche, ma risentiva ancora della botta in testa di due giorni prima. I lividi persistevano tenaci, anche se avevano cominciato a schiarire. Si lavò, anche se in fretta. L’acqua calda dispensata dalla corte pontificia era un lusso irrinunciabile. Indossò una camicia fresca di bucato e raggiunse il refettorio. Doveva mangiare qualcosa. Si servì della solita focaccia che stava diventando il suo piatto quotidiano e fece per uscire, bloccato bonariamente dal suo comandante.
Kaspar von Silenen sapeva già tutto. Aveva letto il suo biglietto. Jurgens era tornato, il sacerdote era arrivato. I morti erano nelle mani dei Signore. ed era andato a rapporto da lui alle otto.
– L’ho mandato a dormire un paio d’ore. Gli Stiller invece ti aspettano per scortarti – garantì.

Vannozza Cattanei abitava in un bel palazzetto di Piazza Branca che aveva acquistato insieme all’ultimo marito, Carlo Canali, umanista e poeta, morto ormai da sei anni.
Un servo venne ad aprire e una cameriera azzimata la scortò dalla padrona al piano di sopra.
Julius von Hertenstein s’inchinò con garbo e proferì educato: – La ringrazio di aver aderito alla mia richiesta – e si presentò.
Monna Vannozza aveva sessantadue anni. La sua pelle chiarissima, che faceva risaltare il rosa acceso delle guance e delle labbra, mostrava poco le ingiurie del tempo, aiutata da una certa rotondità che le giovava. I capelli, un tempo vistosamente dorati nascondevano bene qualche traccia di canizie. I fianchi erano ampi, il seno ancora piacente spuntava dalla scollatura. Era molto elegante. L’abito di velluto rosso era stretto in vita con nastrini e laccetti. La sua espressione era austera. La donna, che aveva dato quattro figli al Borgia, era rimasta sempre defilata dalla corte papale e aveva sempre continuato a gestire con successo diverse attività commerciali a Roma, tra le quali primeggiava la Locanda della Vacca.
Non intendeva dedicare troppo tempo a quella visita. Restò in piedi quasi a marcare la distanza tra loro, ma studiò l’ufficiale svizzero con evidente e sfacciata curiosità. Era indubbiamente singolare. La colpiva il biondo lino dei suoi capelli messo in risalto dalle sopracciglia molto più scure a paragone, si sorprese, lei alla sua età, a indovinare il colore di altre villosità nascoste e infine disse: – Il suo nome è quasi impronunciabile, leutnant, bisognerebbe leggerlo e sentirlo almeno tre volte – e indagò: – Ha scritto che Sua Santità in persona le ha suggerito di venire a trovarmi. A quale proposito?
– A proposito delle sue vaste conoscenze e delle sue attività commerciali, che in Vaticano hanno definito molto fiorenti, monna Cattanei, lei forse potrebbe aiutarmi».
Il volto della donna si era fatto distaccato, lontano, ma si sforzò lo stesso di chiedere educatamente: – In cosa?
Hertenstein partì deciso con il primo affondo. – Lei ha mai avuto notizia di una setta scellerata con gli adepti che usano il simbolo dell’Ankh e praticano il culto di una divinità antica, Serapide, che pretende giovani vergini in sacrificio?
La domanda la colpì male, ma reagì bene: – Il simbolo dell’Ankh? – interrogò lei, che poco prima aveva dichiarato impronunciabile nome e cognome dello svizzero, ripetendo invece subito Ankh, senza esitare. Ma si rese conto dell’errore e borbottò: – Mi sembra un strano nome. Cosa significa? Forse non ho capito bene.
– No, ha detto giusto – rincarò Hertenstein preciso. – Non se ne conosce l’esatto significato. Dovrebbe essere un simbolo di vita, ma qui a Roma si è trasformato in un apportatore di morte. Sospettiamo che in suo nome siano state sacrificate, dagli adepti della sunnominata setta, almeno quattro giovanette.
– Ma cosa c’entro io? – Vannozza Cattenei era intimorita e attaccava. Rimpiangeva di aver accettato quell’incontro.
Decise di provare a stringere e azzardò: – Le sue attività commerciali monna Cattanei la costringono ad avvicinare molte persone. E molta gente va e viene nelle sue locande. Le è mai giunto all’orecchio il nome Divita?
– No. Mai. – Garantì frettolosa. Troppo. Sincera? Ne dubitava.
La scrutò indagatore, era un’antagonista di razza. Poi: – Vengo a nome di Sua Santità, quello che lei dirà resterà riservato. Lei conosceva la povera signora Lucia Trezzi?
Annuì istintivamente. Il brutale omicidio della tenutaria l’aveva intimorita. Aveva provveduto a far aumentare la sorveglianza. Fissò il suo interlocutore, ma certo, ora rammentava, era lui l’ufficiale ferito dagli assassini.
– La conoscevo – confermò a voce.
– Aveva rapporti di lavoro con lei?
– Li ho avuti, e… sì li avevo ancora di tanto in tanto.
– Pensa che Lucia Trezzi possa aver procurato ragazze agli adepti dell’Ankh?
– È possibile – ammise.
– Può dirmi di più?
– Leutnant lei ha fatto una domanda, ho risposto che è possibile, non so altro. – I suoi occhi fiammeggiavano irati.
– Certo, chiedo venia. Ecco, monna Cattanei mi sarebbe di grande aiuto se potesse darmi una lista di frequentatori abituali della casa di Lucia Trezzi.
– Mi pare compito arduo…
– Sono certo, che lei troverà il modo di aiutarmi… – Il tono era gentile, gli occhi gelidi. Più che una richiesta un ordine.
– Forse vedrò…
– Ho motivo di credere che qualcuno tra loro possa essere riconducibile alla setta.
Monna Vannozza abbassò gli occhi controllandosi e infine esclamò: – Stasera le farò sapere qualcosa – s’impegnò a denti stretti. – Ma ora basta leutnant! Ho finito. Riferisca a Sua Santità che non so altro e quanto ho detto è stato dettato solo dal rispetto nei Suoi confronti. – Poi suonò il campanello.
Attesero insieme in silenzio la venuta della cameriera e, quando entrò, le ordinò secca: – Il leutnant se ne va, accompagnalo.
“Non sbaglia il pontefice. È una donna e un avversario formidabile. Il nome Divita le è noto? Possibile. Altrettanto è evidente che sa qualcosa dell’Ankh. E delle vergini… Non dimenticare che Cesare Borgia è suo figlio” si disse Julius von Hertenstein, ma congedandosi augurò educatamente: – Buona giornata, monna Cattanei.

Appena l’ufficiale della guardia pontificia ebbe varcato la porta Vannozza Cattanei sedette davanti allo scrittoio e vergò un biglietto. Quando ebbe finito suonò di nuovo il campanello.
Pochi attimi e un: – Comandi – marcò il ritorno della domestica.
– Fallo consegnare subito al capitano Alteri – ordinò. Aveva scritto che voleva vederlo in giornata.
Il suoi rapporti con Alteri che risalivano ai tempi in cui il capitano era il comandante della guardia pontificia, le garantivano ancor oggi un trattamento di riguardo e di connivenza. Le nuove regole, con l’arrivo della guardia svizzera, avevano ridotto i suoi poteri, ma c’era ancora spazio per fare in società lauti affari nel sottobosco capitolino. Ed era proprio il comandante dei birri a provvedere alla sorveglianza sulle attivita di monna Cattanei.
Le indagini del leutnant Hertenstein rischiavano di inceppare qualche ingranaggio?
Meglio sapere subito dove andare a parare.

(Riproduzione riservata)

© Todaro editore

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default.aspxPatrizia Debicke van der Noot: diventata lussemburghese trent’anni fa, scrive in italiano. Esperienze lavorative molto variegate. Poi, nel 1985, dalla moda approda alle ricerche di mercato. Nel 2000, superata l’età della ragione… comincia a scrivere. La strada è stata lunga, in salita e crede di non aver ancora finito di imparare. Ma, avendo cominciato tardi, ha provato a recuperare e ha all’attivo romanzi, gialli, thriller, storici d’avventura, racconti in antologie e in E-book: “La contessa di Castiglione” e “Il Saint Emilion del colonnello”. Con Corbaccio ha pubblicato “L’oro dei Medici”, “La gemma del cardinale” e “L’uomo dagli occhi glauchi”.
Fa critica letteraria. Collaboratore editoriale di MilanoNera web press (e membro della giuria di qualità del Premio Nebbia Gialla). Collabora anche con Writers Magazine (Lo scaffale della storia) e MenteLocale. Non si tira indietro di fronte a conferenze storiche (FAI, circoli letterari, ecc).
A dicembre 2010 il suo “L’uomo dagli occhi glauchi” ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir. Il 10 marzo 2012, al IX Premio Europa a Pisa per La narrativa gialla e noir al femminile, ha ricevuto il Premio alla carriera.
A settembre 2013 è uscito il suo nuovo giallo storico “La Sentinella del Papa”, Todaro, il primo che vorrebbe di una trilogia dedicata a Julius von Hertenstein, leutnant svizzero della guardia pontificia di Giulio II (1506).

© Letteratitudine

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