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DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (le prime pagine del libro)

novembre 5, 2013

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

[Ulteriori informazioni sul libro, disponibili su Lipperatura]

Il libro
Il Palazzo d’Inverno di Pechino era luogo di meraviglie e splendore. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era prigioniero del suo palazzo, proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un Palazzo d’Inverno: dove è splendido aggirarsi ma da dove non si può uscire. Per secoli è stato l’unico potere concesso alle donne, e oggi torna a essere prospettato come il più importante: l’irrinunciabile, anzi. Lo ribadiscono televisione, giornali, libri, pubblicità, blog. Alle donne, in nome del nuovo culto della Natura, si chiede di allattare per anni e di dedicare ogni istante del proprio tempo ai figli: si dice loro che tornando a chiudersi in casa, facendo il sapone da sole e lasciando libero il proprio posto di lavoro salveranno il paese, e forse il mondo, da una crisi economica devastante. Oppure, se proprio vogliono lavorare, devono diventare “mamme acrobate” in grado non solo di conciliare lavoro e famiglia, ma di farlo con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta, magari per raccontarsi su blog che sono il territorio di caccia preferito per tutte le aziende che producono passeggini e detersivi. Nell’Italia dove il mito del materno è potentissimo per le madri si fa assai poco sul piano delle leggi, dei servizi, del welfare, dell’occupazione, dell’immaginario. Ma invece di unirsi, le donne si spaccano: le fautrici dei pannolini lavabili contro le “madri al mojito”, madri totalizzanti contro le madri dai mille impegni, femminismi contro femminismi.

* * *

Le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

0.1. Di muffin e di polli

Dove eravamo rimaste, e rimasti, tutti quanti? Me lo
chiedo il primo giorno del 2012, davanti a un cesto
foderato di tovaglioli rossi e traboccante di muffin. Due
gusti, vaniglia e cioccolato. I muffin sono al centro del
tavolo, illuminati dalle candele. Guardo i volti delle altre
donne chini sul cesto, con gli occhi brillanti di ammirazione
e invidia per chi ha preparato il dono. “Ancor che
falso, il dono / è reale e lo accetto,” scriveva Pessoa. Non
ha senso interrogarsi, mi dico ancora: sono solo dolcetti.
È stata una mamma a cucinare i muffin. Una mamma:
è così che si presenta e questo soltanto saprò di lei.
Sto bevendo un bicchiere di vino a casa di amici, nelle
Marche, per festeggiare un anno che si annuncia – e sarà
– difficilissimo. Gli amici hanno invitato i compagni
di scuola del figlio e i loro genitori, per non farlo sentire
solo, come spesso avviene ai figli unici. Dunque, le donne
che siedono con me al tavolo, davanti al cesto, alle candele
e alle briciole del panettone, sono presenti in quanto
madri di bambini che condividono la stessa sezione di
una scuola elementare romana. Questo è lo status che le
caratterizza in quel momento e che non si dissolverà nel
corso dell’intera serata. Né della cuoca, né delle altre, conoscerò
nulla: non il loro lavoro, non i loro gusti, i loro
sogni, i loro desideri. Non ne conoscerò neanche il no-
me: da frammenti di conversazione, saprò solo che sono
la mamma di Gianluca, la mamma di Paola, la mamma
di Francesco. Mentre Gianluca, Paola e Francesco si rincorrono,
litigano e giocano per le scale della grande casa
di campagna, le mamme esibiscono alla tavolata i propri
segni di riconoscimento e le proprie medaglie: una teglia
di lasagne, un torrone fatto in casa, il vassoio dei muffin.
È tutto normale, cosa c’è che non va?
Continuo a ripetermelo, guardando i dolci – perfetti e
rotondi – sotto la pellicola trasparente che ricopre il cesto.
Normale. È il primo giorno del 2012, e in una bella casa
calda si commenta l’evoluzione di una crisi economica
che rischia di spazzare via anche la parvenza di quello
che è stato fin qui il welfare italiano: un welfare a metà, o
a un quarto, da sempre basato sul lavoro volontario delle
donne. Solo che quelle donne, al momento, sembrano non
interessare più a nessuno. Normale. Pochi giorni prima,
durante le feste di Natale, un’inchiesta dell’“Espresso” ci
ha ricordato che sette ginecologi su dieci sono obiettori
di coscienza e che la legge sull’aborto è stata vanificata
dall’interno, in silenzio, giorno dopo giorno. Normale.
Prima ancora, all’inizio di dicembre il governo Monti è
intervenuto sull’indicizzazione delle pensioni, colpendo
le povere fra i poveri: le donne, la cui pensione media si
aggira sui 400 euro mensili. A Bari, centinaia di chilometri
dalla bella casa in cui mi trovo, un uomo di 74 anni si
sta preparando a morire: si getterà dal balcone il 2 gennaio,
terrorizzato perché doveva restituire cinquemila euro
all’Inps. Il 3 aprile lo seguirà Nunzia, 78 anni, saltando
dalla terrazza di casa, a Gela: le erano stati decurtati 200
euro dalla pensione. Aveva, come tanti, paura.
Ma in quel momento non lo sappiamo ancora, e il fuoco
del camino riscalda e tutto appare normale. Normale,
certo. L’occupazione femminile resta ben sotto il 50%
(significa che più della metà delle donne italiane è disoccupata),
nonostante tutti gli studi di settore dimostrino
che esiste un legame fra impiego femminile e natalità.
Ovvero, meno si lavora, meno figli nascono. E ancora:
meno le donne lavorano, più l’Italia si impoverisce, e infatti
si impoverirà di molto, nelle settimane che seguono
quel Capodanno.
Invece, quel che si comincia già allora a sussurrare
dopo le promesse di lacrime e sangue è che sarebbe meglio
che le donne facessero un passo indietro. Del resto,
le giovani lavoratrici che restano incinte continuano a
essere licenziate, certo indirettamente, con contratti non
rinnovati, o mancanza dei medesimi. Ad alcune i datori
di lavoro chiedono la data dell’ultima mestruazione
prima di assumerle. Normale. In un ultimo colpo di coda
postberlusconiano, Ryan Air cerca, proprio in quei
giorni natalizi, di tornare ai fasti carnali che hanno contraddistinto
gli ultimi quindici anni: lo fa, tristemente e
in sordina, con una pubblicità che esibisce una bionda
in bikini e lo slogan “Tariffe piccanti, hostess bollenti”.
Normalissimo. Infine, e non potevo certo saperlo in quel
pomeriggio di pigrizia e canditi, il numero delle donne
uccise dagli ex compagni avrebbe subìto un’accelerazione
impressionante nel 2012. In quello stesso momento,
anzi, proprio mentre noi sgranocchiamo il torrone autoprodotto
e chiediamo, per favore, un caffè, il corpo di Sarah
Judith Micolta Marquez, 28 anni, si sta raffreddando
in un miniappartamento di Trento. È stata uccisa a colpi
di bottiglia – prima una di liquore, poi una di spumante
– da un uomo cordiale, un imbianchino separato da pochi
mesi. “L’amavo,” ha detto. Sarah era una prostituta:
le sono spettate solo poche righe in cronaca.
Normale, appunto.
Non stiamo forse ripetendo le stesse cose, da cinque,
sei, dieci anni a questa parte?

(Riproduzione riservata)

© Giangiacomo Feltrinelli editore Milano

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