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DAVI’, di Barbara Garlaschelli

novembre 9, 2013

https://i2.wp.com/www.camelozampa.com/images/upload/libri/0094_cover%20dav%C3%AC%20LR.jpgDAVI’, di Barbara Garlaschelli (Camelozampa editore, 2013)

[alla fine del post, uno stralcio del libro in esclusiva per Letteratitudine]

recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Il piccolo principe veniva da un mondo minuscolo, non aveva da fare altro che guardare i tramonti, tagliare  alberi infestanti e osservare le stelle. Non gli pareva strano che tra le migliaia di rose della terra ci fosse la sua, unica e profumatissima, né che in un disegno in tutto simile a un cappello si nascondesse un elefante ingoiato da un boa.
Era perspicace, il piccolo principe, e Davì non gli sarebbe sembrato né eccentrico né stravagante. Anzi. Avrebbe approvato la cresta verde che svettava sulla sua testa, gli orecchini, l’aria ondeggiante e mansueta. Perché stupirsi. Ognuno di noi viene da un piccolissimo pianeta, e impara silenziosamente a osservare il cielo.
Davì sorride. Tra tutti i libri che ha letto forse “Il piccolo principe” gli è sfuggito. Ma che importa. Somigliamo a libri che non leggeremo mai perché li abbiamo già scritti, siamo personaggi che altri hanno inventato perché la realtà è popolata di poesia e di fantasmi, e – infine – possiamo vagare per la città senza rabbia, solo perché qualcuno ci ha fatto del male, e invece che condannarlo abbiamo preferito fare un altro viaggio.
Se c’è qualcosa che i libri gli hanno insegnato è proprio questa mancanza di giudizio, questo osservare con pietà e solitudine, cercando risposte altrove, negli incontri sbalestrati che la realtà sa offrire, nei visi della gente che lo sfiora, indifferente e distratta.
C’è gente di ogni genere, in strada: donne innamorate, donne senza sogni, donne lumaca persino… scrutano Davì e restano arrotolate nei loro pensieri,a tutti sembra allampanato e un po’ tocco, ma poi tornano alla vita di sempre, alle martellate del cuore, alle illusioni perdute e al gusto della vita fuggito lontano.
Davì lo sa. La gente non fa fatica ad allontanare le domande, lo stupore, persino le rare ipotesi di gioia. Preferisce macinare i giorni e assembrarsi negli autobus della città, o sotto veli sinistri di pulviscolo che sciamano dai lampioni. Lui invece continua a conservare una benevolenza pacifica verso tutti, una curiosità senza guerra, nonostante sua madre abbia lasciato la famiglia e suo padre impigrisca davanti alla tv.
E’ stato facile anche per lui andar via, sgattaiolare come un gatto che decide di esplorare il mondo. Nessuno forse se ne è accorto, e Davì pensa ancora che – se tornasse – troverebbe suo padre nella stessa posizione, o forse addormentato con la testa inclinata, il naso gocciante e poche lacrime appiccicate ai lati degli occhi.
Gli dispiace, ma sa anche che allontanarsi è la soluzione migliore, e che nel cammino potrebbe capitargli di tutto, bibliotecarie generose, lavoretti occasionali, centri commerciali accoglienti come case e forse, forse, anche qualcuno come Nicla…
Scritto come un meraviglioso  e potente flusso della coscienza,  “Davì” è il racconto di una crescita scandita da difficoltà, assenze e scoperte. Il piccolo diario di bordo di un esploratore ferito da mancanze, ma che affronta la marcia con candore e senso del viaggio.
L’autrice vola con leggerezza e malinconia sulle ombre dell’adolescenza, lo spasmo dell’anima, il bisogno di essere amati e accolti.
 
Barbara, Davì è stato dato alle stampe dopo tredici anni dalla prima uscita, perché è sempre attualissimo e struggente, un vero gioiello sul senso della crescita e della solitudine, delle assenze, delle paure e dei desideri dei ragazzi. Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Molto tempo fa, quando vivevo ancora a Milano, ero un’assidua frequentatrice della biblioteca del mio Quartiere, il quartiere Gallaratese. Lì, ho conosciuto donne speciali: le bibliotecarie, tra le quali spiccava la allora responsabile, Grazia Draisci. Ho passato molto tempo con loro. Mi hanno aiutato quando mi sono laureata (facendosi dare dalla biblioteca Sormani gli originali del giornale Il Secolo. Immagina una montagna di meravigliosi volumoni rilegati in seta rossa e polverosi. Per me era impossibile visionarli attraverso i microfilm dal momento che non riuscivo ad avvicinarmi allo strumento per via della mia sedia a rotelle. Così, la mia biblioteca di quartiere se li è fatti mandare in sede. Credo di essere stata la sola a sfogliarli dopo decenni in cui se ne sono stati acquattati nell’ombra del sotterraneo della Sormani). Un giorno, Grazia mi ha raccontato di questo strano ragazzo che frequentava la biblioteca e leggeva moltissimo, che era scappato di casa da ragazzino e che loro avevano “agganciato” per proteggerlo (all’epoca delle parole di Grazia era ormai maggiorenne). Io ero rimasta colpita dalla sua storia, ma soprattutto dalla personalità che emergeva dal racconto di Grazia e delle altre sue colleghe: un ragazzo punk, dall’aspetto un po’ minaccioso che, invece, era dolcissimo e generoso.
Come capita spesso con le storie che scrivo e con i miei personaggi, questo ragazzo (che non si chiama Davì nella realtà) è rimasto per un bel po’ nella mia testa. Non era possibile incontrarlo, perché se n’era andato via già da un po’, e allora in parte – in molta parte – me lo sono inventato, colmando con la fantasia gli aspetti della sua personalità e della sua vita che mi erano sconosciuti. Ho immaginato come potesse essere, quali pensieri avrebbero potuto accompagnarlo. Un ragazzo che decide di andarsene da casa, pur essendo molto giovane, e che non viene cercato dalla famiglia, ma nello stesso tempo, viene accolto da un’altra famiglia, quella della biblioteca, il luogo che lui ama frequentare e in cui trascorre, in compagnia dei libri, tanta parte della giornata. Ed è venuto fuori Davì. Le mie amiche bibliotecarie, una volta letto il libro, mi hanno guardata stupefatte, dicendomi che “era davvero così come l’ho descritto”.
E c’è anche un aspetto magico in questa storia: a un certo punto io  faccio partire Davì. Non sapendo dove fosse davvero ho chiamato una cara amica chiedendole: “Se tu dovessi fare un viaggio, dove ti piacerebbe andare?”. Lei rispose: “In Irlanda”. E così lo feci andare lì. La magia sta nel fatto che, un giorno, è arrivata in biblioteca una cartolina dall’Irlanda. Era di Davì. Il punto è che lui non ha mai saputo del libro, né allora, né oggi, credo. Nessuna delle bibliotecarie, prima dell’arrivo della cartolina sapeva dove fosse, né lo hanno saputo dopo. Nessuno, a quanto mi risulta, gli ha mai detto di aver ispirato un piccolo romanzo. Ma lui era in Irlanda, proprio come il mio Davì.  
 

Accanto a Davì, e quasi come controcanto ai suoi pensieri, sfilano le ombre dei passanti, ingrigiti nella propria indifferenza. Uno sguardo esterno che conferisce all’interiorità di Davì ancora più candore e forza. Qual è il motivo di questa scelta narrativa?
Quando mi avevano raccontato di questo ragazzo, mi aveva colpito la discrepanza tra ciò che appariva agli occhi della gente – un punk con la cresta di capelli colorata, sempre vestito di nero, con borchie e piercing – e la dolcezza, il candore che da lui emanava e che aveva trasmesso nelle parole delle bibliotecarie che lo descrivevano. Come spesso accade, noi tendiamo a essere molto influenzati dall’aspetto fisico delle persone, il che è comprensibile, ma molte volte ci si ferma solo lì, all’esteriorità. E, se questa esteriorità la percepiamo fuori dai nostri canoni, la riteniamo minacciosa, la temiamo. E ci perdiamo un sacco di cose belle.

Nel racconto si avverte potentissima la suggestione del viaggio. Viaggio nella città e in se stessi, nelle vite degli altri e persino viaggio nei silenzi. Anche nel tuo recentissimo romanzo “Carola” affronti questo tema. Carola decide infatti di non tornare in famiglia per cercare la sorellina che ha improvvisamente perduto o che le è stata misteriosamente sottratta. Tuttavia – anche se non desiderava quella avventura – comprende che le è quasi necessaria per scoprire se stessa. Dunque il viaggio è necessario?
Sì, io credo che i viaggi –  interiori o “reali” – siano necessari per crescere, per conoscere. A volte per fuggire e poi tornare. I viaggi non solo sono necessari, ma inevitabili. Non lo è il nascere un viaggio “necessario e inevitabile”? Poi, quello che trovi durante il viaggio, o quello che perdi, o abbandoni, o regali, cambia per ciascuno di noi. Ed è quello che crea il terreno fertile delle storie.

 
– Grazie di cuore per avermi donato le tue storie.
Grazie a te di averle lette e amate.

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https://i2.wp.com/www.camelozampa.com/images/upload/libri/0094_cover%20dav%C3%AC%20LR.jpgUno stralcio tratto da DAVI’, di Barbara Garlaschelli (Camelozampa editore, 2013)

Non mi fermo mai, nemmeno quando sto seduto, o sdraiato. Nemmeno quando dormo. La mia mente è sempre in viaggio. Di solito in posti belli, lontani, che non so come sono nella realtà per- ché non mi sono mai allontanato da questa città, non so nemmeno se esistono posti belli come quelli che m’immagino io. Forse sì. Forse no. Non sono certo come quelli che vedo sui poster fuori dalle agenzie di viaggio o nella pubblicità. Tutti palme, spiagge lisce che sembrano pettinate, mare azzurro e calmo. No, i posti che dico io hanno odori forti e vento che ti sfrega le ossa. E il mare è sempre mosso, percorso da onde altissime. I posti che dico io si trovano più sui libri. E dai libri passano direttamente nei pensieri e nei sogni.
Che io non pensavo mica che a leggere si potesse imparare a costruire dei mondi. Lo devo a Beatrice questa magia. È lei che mi presta i libri. E mi ha regalato anche una coperta. E un telo di plastica trasparente e grande che sembra la vela di un galeone spagnolo. Lo devo a lei.
Le parole dei libri mi sembra che riescano a trafiggere il silenzio. Rotolano misteriose e si dispongono in un ordine magico a formare frasi che riescono a farti nascere emozioni che nemmeno sapevi di avere. Ti prendono e ti portano lontano, dentro mondi che non conoscevi e che, forse, non conoscerai mai. […]

Mi chiamo Davide. Ma mia madre mi chiamava Davì. Ora che se n’è andata non c’è più nessuno a chiamarmi così. Ho diciannove anni, ma a volte è come se me ne sentissi molti di meno. A volte, invece, è come se mi sentissi tutti gli anni del mondo. Credo capiti a chiunque, prima o poi. Il tempo è una cosa strana. Si dilata, si restringe, si asciuga, si riempie. Si riempie di tutta la nostra vita e anche di quella degli altri. La contiene. Un’enorme borsa della spesa in cui ficcare dentro desideri, sogni, fantasie. Bello.

(Riproduzione riservata)

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