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VIA GLI EDITORI, MA NON PER VENDETTA! – INTERVISTA A DAVID LLOYD (speciale Lucca Comics and Games 2013)

novembre 11, 2013

Lloyd 1David Lloyd alla ‘rivoluzione digitale dei comics’: una missione speciale svelata a Lucca Comics&Games 2013

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte V)

Intervista a David Lloyd

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

L’acclamato disegnatore di V for Vendetta, Kickback, War Story, Hellblazer, Doctor Who, Night Raven e altre storie, ci parla della sua nuova “creatura”, la rivista digitale Aces Weekly, delle sue idee sul futuro (rivoluzionario) dei comics, dei suoi “amori” italiani a nuvolette, del suo rapporto con il suo enfant terrible della contestazione globale.

– Mr. Lloyd, ha appena presentato al pubblico italiano la sua web-zine autoprodotta, Aces Weekly, promossa da una speciale edizione di lancio italiana, cartacea. Quale è il senso e lo scopo della sua ultima attività, ossia la creazione, promozione e autopubblicazione di una collana di fumetti fruibile solo via web come Aces Weekly?
Ho creato questa rivista antologica perché volevo realizzare qualcosa di semplice da fare, e ho voluto utilizzare il computer. Non è mia intenzione realizzare dei motion comics, non mi piacciono, ma ho voluto riunire un gruppo di artisti, raccogliere i loro lavori, autoprodurre una rivista, distribuirla su una piattaforma semplice e diffonderla via web. Un lavoro di pubblicazione facile, completamente differente dall’editoria tradizionale, cartacea. La pubblicazione a stampa è un’impresa enorme, richiede molto danaro, devi creare i fumetti, inviarli a una redazione, stamparli, distribuirli e venderli al dettaglio… un lavoro enorme e costoso. Io ho scelto di fare la stessa cosa, creare e vendere comics, ma in formato esclusivamente digitale. Distribuire fumetti da visualizzare sullo schermo, per il web, via internet, è molto più semplice e economico. La ragione per cui ho fatto tutto questo, ripeto, è perché è semplice da realizzare. La cosa di cui sono realmente convinto e consapevole è che credo che questa sia la strada migliore per fare fumetti, credo che sia il futuro del fumetto e il miglior modo per ricavare il massimo profitto vendendo il prodotto della propria creatività. Un tempo un creativo aveva bisogno della stampa, ora no, ora è tecnicamente possibile creare un fumetto, raccontare una storia, diffonderla e rendere fruibile all’istante tramite il computer e la rete. Senza intermediari in mezzo, semplificando la catena produttiva, direttamente dal produttore al consumatore, al lettore. Tutto il guadagno ci torna indietro, e possiamo dividerlo tra gli autori di ogni numero di Aces Weekly. L’unica cosa che chiedo in cambio agli autori è l’esclusiva per due anni, in modo che il prodotto, in lingua inglese, sia disponibile solo sulla nostra rivista. Perché l’inglese? Perché alcuni paesi fanno più resistenza di altri nell’accettare questa rivoluzione, il fumetto digitalizzato e distribuito nel web. In Italia per esempio c’è un vivacissimo mercato del fumetto, penso a testate come Dylan Dog (e tutta la produzione Bonelli), o Diabolik… qui forse abbiamo ancora bisogno di appoggiarci a un’edizione cartacea per far conoscere al pubblico italiano il nostro lavoro [Ndr: così è stato fatto col lancio dell’edizione “tradizionale” di due storie di Aces Weekly dalla Nicola Pesce Editore, presentata a Lucca Comics&Games quest’anno].

Volume 3 cover– Il medium digitale di fatto “rompe” la convenzione dell’impaginazione, sostituisce un formato video alla gabbia delle vignette, del baloon, della sequenzialità fissa… perché non vuole approfittare di questa enorme libertà evitando di introdurre spezzoni audio, animazioni, forme alternative di lettura e/o visualizzazione? In effetti Aces Weekly replica la struttura del comic tradizionale, in tavole, su schermo: qual è il problema?
Il problema è che, se fai una cosa del genere, stai facendo altra roba, non fumetti! Il lavoro e l’impresa che voglio realizzare è portare la grande arte del fumetto dalla stampa su carta al computer, tramite la distribuzione digitale. È quello che facciamo in Aces Weekly; comunque una delle sperimentazioni più spinte nel digitale è stata proprio Return of the human di Jeff Vaughn e Mark Wheatley in cui la storia è narrata per grandi immagini (all frame) di cui cambiano continuamente le didascalie o vi sono effetti di transizione luminosa… e questo è rivoluzionario, piuttosto straordinario, e modifica il senso di ogni tavola. Stiamo ancora lavorando sull’ultimo episodio. Ognuno, come autore o in “redazione”, cerca di dare il massimo. Tendiamo a portare avanti le storie numero dopo numero. Comunque non intendiamo realizzare comics animati o in sequenze motion, sarebbe come vendere animazione e non fumetti, un altro prodotto. Per me la forma d’arte incarnata dai comic è la capacità di raccontare una storia attraverso delle vignette, sempre e comunque. Per questo sono già così contento nel portare sullo schermo del computer e non su carta grande comic art. In termini più formali portiamo una grafica in formato landscape [NdR: orizzontale] su ogni piattaforma (anche Android), perché è l’“impaginazione” più flessibile, invece della pagina verticale. E i lettori, specialmente quelli che non sono abituati a questa grafica, trovano che vi sia in essa qualcosa di liberatorio, mentre il formato portrait [Ndr: verticale] tende a comprimere il contenuto grafico. Il formato orizzontale piace anche alla maggior parte dei nostri autori. Questo è il nostro lavoro, utilizzare tutti gli strumenti espressivi specifici del fumettista.

– Avete avuto difficoltà nella portabilità su vari apparecchi (device)?
Non particolarmente. Quello che per me comunque è importante è che l’arte del fumetto non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità raggiungendo davvero la totalità del pubblico, secondo la mia opinione. Il fumetto è una cosa meravigliosa, uno strumento fantastico per raccontare ogni tipo di storia, può servire ogni scopo, mentre il punto di vista del pubblico è che quando gli dici “fumetto” pensa o ai supereroi o ai funny animals, questo almeno mi pare il punto di vista generale sulla nostra arte; così tutti rischiano di perdersi la straordinaria gamma di storie che possiamo raccontare loro. Ecco che un altro dei miei scopi principali con Aces Weekly è proporre una varietà di stili, storie, argomenti, tratti, autori: andiamo dalla fantascienza all’orrore, dal romantico al documentaristico, dal sociale all’autobiografico; ogni genere di storie. Voglio immergere il pubblico in questa estrema varietà.

– Fantastico. Questo ci porta a due altre domande. La prima: cosa pensi si possa fare nelle scuole per promuovere la cultura e la lettura del fumetto sin dai primi gradi di istruzione? La seconda: realizzeresti una storia per bambini dopo tutto il tuo fumetto hard-boiled, full-action e decisamente dark?
Leggere fumetti sicuramente potenzia la capacità di leggere libri. I ragazzi, anche quelli che hanno problemi di apprendimento scolastico, si divertono molto col fumetto che è sicuramente una delle strade migliori per promuovere la conoscenza, la cultura e la lettura in genere. Ma questo lo sanno ormai tutti. Personalmente ho collaborato a un sito che promuoveva la cultura nelle classi scolastiche in Inghilterra, perché uno dei servizi che offriva era fornire fumettisti come tutors nelle scuole, artisti che insegnassero nelle classi. L’esperienza che mi è stata riferita da queste persone era che ogniqualvolta un ragazzo avesse difficoltà a esprimere sé stesso o la sua creatività nel normale curricolo scolastico, una via d’uscita era proporgli di creare storie col fumetto. Allora vedevi alunni completamente bloccati rifiorire di colpo! Questa forma d’arte popolare è una cosa che i ragazzi amano e adorano mettersi alla prova con essa. Il fumetto è un grande strumento anche per l’insegnamento accademico: libera l’immaginazione degli alunni. Dal mio punto di vista è profondamente utile. Penso che la grande industria buttandosi soprattutto nel campo videoludico abbia perduto una grande fetta di giovani lettori, specialmente negli ultimi decenni, trasformandoli in videogamers: hanno proprio trasformato dei lettori in giocatori. Questo mi pare abbastanza triste, anche se così va il mondo. Comunque credo fortemente che messi di nuovo davanti a un fumetto anche questi “ragazzi perduti” ritrovino facilmente tutto l’interesse, per quanto io non abbia scritto certo storie per bambini!

– Le ultime due domande. La prima riguarda l’Italia. Pensi di collaborare con qualche autore (o sceneggiatore) italiano? Che storia potresti o vorresti realizzare?
Oh, devo essere proprio onesto: io non lavoro più con nessuno da tempo. L’ultima volta che ho collaborato con qualcuno è tempo fa con la prima storia di Aces Weekly: Valley of Shadows. Preferisco lavorare sui miei materiali, essenzialmente. Non che mi dispiaccia in teoria collaborare, ma ora… A ogni modo avete dei grandi artisti in Italia, uno fra i tanti che preferisco e che è anche un grande amico è Massimo Carnevale, amo il suo lavoro, splendido; ho incontrato Massimo l’ultima volta che sono stato in Italia. Quanto al lavoro, far funzionare Aces Weekly mi assorbe molto: ora sono l’admin, è tutto il mio lavoro: sono impegnato 24/7 [ride]. Un mucchio di lavoro. E pensare che quando l’ho iniziata, la rivista mi sembrava una cosa semplice da fare…

Lloyd 2– Ora ti assorbe come badare a un figlio, il tuo…
[Ride] È davvero così. Non viaggia ancora sulle sue gambe, adesso va a gattoni, ma è tutto lavoro! Credo che fintanto che non correrà da solo dovrò ancora badare a lui completamente. Una gran cosa che mi prende molto, è un po’ come essere l’apostolo di una rivoluzione: quando cerchi di proporre le tue idee, ossia liberarsi della carta, dei distributori, degli editori… si tratta di una cosa che può essere fraintesa: non è una sorta di “Vendetta” contro chi ha fatto marciare sino a oggi il fumetto tradizionale. Come ho detto il fumetto editato, stampato e distribuito al dettaglio è una formula ormai troppo dispendiosa anche a fronte delle alternative offerte dalla tecnologia. Quello che mi sta a cuore è il welfare dei creativi, sono convinto che i fumettisti dovrebbero vivere direttamente del loro lavoro, senza intermediari fra la loro opera e il pubblico. O perlomeno penso che dovrebbero discutere seriamente in merito alle alternative disponibili. Non abbiamo più bisogno di editori, stampatori o distributori, ma di agenti. Quando un artista inventa un personaggio, un concept, o qualsiasi cosa, ci sono diverse strade da percorrere per sviluppare tutto questo e per metterlo a frutto: tutto quello che crei nel fumetto può diventare un videogame, o un film o merchandise, qualunque cosa! I creativi hanno bisogno di possedere la loro opera per intero, disporne completamente.

– L’ultima domanda verte proprio su questa “disponibilità”. Il personaggio di V, tu l’hai creato, almeno visivamente [NdR: la storia di V for Vendetta è opera di Alan Moore]. Non solo: la maschera che hai disegnato è diventata ormai l’icona di un’epoca e della sua crisi, poiché è stata adottata da milioni di contestatori, rivoltosi e “indignati” in tutto il globo, anche a seguito del film omonimo; questo è noto solo a chi lavora nel fumetto o nell’informazione di settore, e neanche a tutti comunque, pensa che esistono giornalisti italiani [NdR per esempio Marta Serafini del Corriere della Sera] che credono che la maschera di V sia nata col film. Che effetto ti fa vedere questa tua “terribile creatura” girare per il mondo in contesti decisamente questionabili o comunque spinosi, senza che tutti sappiano almeno qualcosa su chi l’ha creata? Non è un aspetto inquietante per un autore?
Beh, non vedo tutto questo come un problema. Sono felice che le cose vadano così, come vanno le cose del mondo. Io sono contento comunque. Abbiamo sin dall’inizio immaginato V come un simbolo, un simbolo appropriato di resistenza all’oppressione. Così V ha dato un non-volto ai contestatori di Occupy Wall Street, ad Anonymous, persino in Cina, Egitto, ovunque. Un simbolo di protesta di cui abbiamo davvero bisogno. Sono comunque felice così, di “essere usato” anche se chi “adopera la faccia” di V non sa probabilmente che sono stato io a disegnarla… Certo, Hollywood ha contribuito a medializzarla, diffonderla globalmente. Il fumetto è stata una cosa, il film un’altra, sicuramente, ma ha diffuso il messaggio. La sola cosa che veramente conta. I film del resto arrivano ovunque.

Un grazie davvero a Lei per l’intervista a nome di tutti i nostri lettori.

[Lucca, venerdì 1 novembre 2013]

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