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IL TRENO, di Domenico Trischitta

novembre 12, 2013

1999IL TRENO, di Domenico Trischitta

racconto tratto dalla raccolta “1999” (Il Garufi)la recensionela prefazione

La porta si chiuse. Scese le scale di corsa ed incrociò il vicino che gli augurò buon anno con la faccia da ebete. La macchina stentò a partire, poi si avviò percorrendo le strade illuminate a festa. Qualche botto anticipatore lo fece sussultare e gli ricordò confusamente il motivo della fuga. Che lei vada a farsi fottere!

Con il borsone pieno di mutande e calzini entro alla stazione, acquisto il biglietto solo andata, destinazione…non so…esito un attimo e poi dico Roma. Guardo l’albero di Natale che illumina ad intermittenza l’ufficio delle informazioni. 21.45, un quarto d’ora alla partenza, l’esplosione di un petardo fallito e mi intrufolo nel convoglio deserto.

Il porto in lontananza, con le sue navi e luci, sembrava immobile come il presepio di casa sua. Sotto, il mare, assopito come un lago. Di passeggeri neanche uno, solo il marciare annoiato del controllore, che gli vistò il biglietto indicandogli la sua cuccetta, anche lui gli fece gli auguri con un tono di disprezzo, per colui che osava ricordargli che era di turno mentre tutti si apprestavano a festeggiare l’arrivo del 2000.

Il treno si muove incerto, come se tentennasse nella partenza, pian piano raggiunge un’andatura normale ed io chiudo gli occhi. Chi l’avrebbe mai detto che sarei stato l’unico protagonista e spettatore di un viaggio surreale, che si sarebbe lasciato alle spalle un millennio, si azzera tutto come il contachilometri di un’auto che raggiunge i centomila.

Alla stazione di Acireale non salì nessuno, neanche in quella di Giarre. A Taormina il controllore scese un attimo e sputò più volte a terra prima di accendersi una sigaretta. Si vedevano fuochi d’artificio in prossimità del mare. Si preparava un veglione per i turisti tedeschi e francesi. L’uomo delle ferrovie risalì ed il treno proseguì la sua marcia.

Accendo una sigaretta, ho brividi di freddo, mi alzo il bavero del giubbotto e mi accorgo che non mi rado da alcuni giorni. Mi stendo un po’ ma non resisto più di due minuti, guardo l’orologio, le 23.00. Sarà a Messina che comincerò a stare male, quando l’apoteosi di scoppi e luci avrà il sopravvento. Non potrò nascondermi, né turarmi le orecchie, né chiudere gli occhi, sarà tutto inutile perché l’unica scena che mi si presenterà sarà quella della fine.

Di Sicilia da percorrere non ne rimaneva più. L’estremità della costa fronteggiava quella del continente e in un attimo cominciarono ad attaccarsi con razzi luminosi ed esplosioni, come se una volesse definitivamente cancellare l’altra. Era questa la sensazione sfocata dell’unico passeggero del vagone fermo alla stazione di Messina.

Ho solo 102.000 lire in tasca, a stento basteranno per trascorrere un giorno a vagare per la capitale. Decido di prendere sonno ma so benissimo che quando chiuderò gli occhi la figura di lei mi tormenterà. E verrà ad insultarmi, a picchiarmi nel sonno, a intimarmi di non farmi più vivo. Ma che importa ormai? Non mi sono accorto che le detonazioni sono finite, che il mezzo corre veloce nella notte, tra innumerevoli gallerie, e per un attimo penso di essere protagonista, assieme al controllore, del film “A Trenta secondi dalla fine”. Lui Jon Voight ed io Eric Roberts. Il sonno mi coglie di sorpresa, nel momento in cui lascio penzolare un braccio nel vuoto.

Il treno arrivò a Roma alle nove del mattino. C’era il sole ma la temperatura era rigida. Quando scese gli scalini nessuno si accorse di lui, nemmeno i quattro mendicanti seduti sulla panchina, nemmeno l’uomo delle bibite, né il controllore compagno di viaggio. Si guardò attorno prima di incamminarsi per il lungo marciapiede e la sola gente che gli si parava davanti era quella che lavorava alla stazione.

C’è un’edicola aperta, guardo le riviste e chiedo il “Corriere della Sera”, nella prima pagina una foto del Papa, leggo la data 31 dicembre 1999. Non mi riesce di azzerare i ricordi, il viaggio surreale, i botti di fine anno e neanche la figura di quella donna da cui scappo.

(Riproduzione riservata)

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