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IL DEMONE STERMINATORE, di Vincent Spasaro (un brano del libro)

novembre 13, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio brano tratto dal romanzo IL DEMONE STERMINATORE. Cronache del fiume senza rive” di Vincent Spasaro (Anordest edizioni)

[Ieri abbiamo pubblicato un post dove l’autore racconta il suo libro]

* * *

CANTO DEI SERPENTI

L’alba restava sospesa sul fiume, lattiginosa e incantata, e i due compagni preparavano la loro pesca. Era l’alba dei presagi funesti, pensava Iwah. Gli spiriti parlano poche volte e, quando accade, l’uomo deve decidere se dare loro ascolto.

“Cosa ti ha detto? Vi ho udito discutere.” Oro svolgeva le pelli sul guscio e infilava sottili costole di azzannatore nei risvolti.

Gli occhi erano bassi. Iwah non avrebbe voluto rivangare quei discorsi bui, Oro avrebbe volentieri evitato di ascoltare. Ma era accaduto e negare la realtà non li avrebbe aiutati. Bisognava dirlo.

“Ha augurato una buona pesca.”

L’altro parve sollevato.

“Ma ha consigliato di non tuffarsi.”

Il silenzio che seguì ispessì la nebbia e pesò sui cuori.

Poi Oro rise piano, timidamente, e ben presto contagiò l’amico. “Se lui caccia per noi, allora non ci tufferemo.” Finirono per scherzarci sopra.

Ma l’alba era sospesa e la nebbia non voleva andar via, e il fiume tanto silenzioso. Non parlarono più dell’accaduto e vollero pensare al lavoro.

“Hai notato tracce di coccodrilli, remando?”

“No. Neanche il guercio che abita le mangrovie al largo si è fatto vivo.”

“Il guercio non attacca gli uomini, a meno che non si vada a nuotare sotto la sua tana. Non aver incontrato coccodrilli mi sembra buon auspicio.” Iwah lavorava tranquillo. Sistemò i pesi a poppa dove il guscio terminava in una punta sottile e slegò le pelli che l’armatura di grandi costole tendeva come una vela. Con le mani unite gettò fuori l’acqua che si era accumulata sul fondo. Quando finì, la nebbia si era diradata e Oro, osservando il grande ramo sospeso che si allontanava verso la laguna, lo sollecitò: “tira la corda. A quest’ora il vecchio si sarà addormentato.”

“Da che sono al mondo non ho mai visto il vecchio dormire,” sorrise Iwah. Sull’albero esterno non si scorgeva alcun movimento ma, quando tirò con forza la lunga corda, uno strattone giunse prontamente in risposta.

“Vado prima io,” s’impose Oro ostentando una sicurezza che non provava. Legò la sua imbarcazione alla spessa fune e saggiò la tenuta dell’imbracatura, poi si sdraiò nel guscio e svolse sopra di sé la pelle. Le costole di azzannatore la tendevano donando al guscio la forma di un grosso uovo. Iwah vide le pelli allungarsi dove le mani di Oro lavoravano velocemente per sigillare le aperture. Poi il ragazzo spinse di colpo tutto il suo peso a prua e il guscio si impennò in perfetta verticale. Per un attimo rimase sospeso in quella curiosa posizione, come se dovesse ancora decidere il da farsi, e infine sparì tra i flutti neri in un vortice di schiuma. Il vecchio dava corda dal lontano albero esterno e schizzi di grasso cadevano a pioggia dall’estremità del ramo. La fune precipitava velocemente nel fiume.

Iwah remò lentamente nei dintorni per cercare eventuali tracce di coccodrillo ma nulla turbava le acque. In lontananza due draghi infuocati volarono bassi, probabilmente dietro a una sfortunata libellula, e sparirono forando la nebbia. Iwah allora fu felice perché il mondo era meraviglioso anche nei giorni d’immersione. Salutò l’ombra di Isa che, come a volte capitava, gli sembrò avanzasse nella nebbia lontana camminando lenta sulle acque. L’ombra è ombra e neanche quel mattino pronunciò parola, ma Iwah le sorrise e indicò i draghi infuocati che ancora lasciavano tracce luminose nella distanza. Isa si voltò, vide le scie rosse disperdersi nella nebbia e sorrise a sua volta. Il mondo era bello anche dopo la morte di Isa.

L’ombra s’incamminò lentamente verso il fiume aperto e il ragazzo sentì il cuore farsi leggero. All’orizzonte la laguna era quasi del tutto nascosta dal grande albero esterno. Iwah immaginò il vecchio, invisibile, muoversi febbrile nella sua foresta di funi e carrucole. Nel vicino orizzonte delle nebbie mattutine, un cigno si levò verso le nubi e qualche scroscio lontano avvertì dell’esito di una battaglia. Un rettile furioso si immergeva da qualche parte nel fiume e il cigno lo sbeffeggiava volando alto.

La corda ebbe uno strattone e, come per magia, venne tirata su da argani invisibili. Dopo un tempo infinito il guscio di Oro emerse dalle acque. Iwah si avvicinò e sciolse i nodi che l’ancoravano alla fune, lasciando che andasse alla deriva. Già una fessura era aperta: in poco tempo Oro venne fuori respirando a fatica e tossendo.

“Il branco?” Iwah cercava con gli occhi qualcosa sotto la superficie nera.

“C’erano molti piccoli e anche qualche adulto. Nessun problema…” Oro respirava lentamente, sdraiato a pancia in su sul suo guscio.

L’acqua intorno alla corda era piatta e impenetrabile ma gli occhi di Iwah la scrutavano attenti. Senza preavviso, trainato dalla fune che si riavvolgeva sul ramo, balzò fuori un groviglio di fili da cui pendevano code e rami. Oro lesse la sorpresa sul volto di Iwah e balzò a sedere sul guscio. Quando vide i resti della rete, pagaiò veloce verso la corda. Sollevò i lembi strappati ed esaminò alcuni pezzi di serpente.

“Era grosso,” sospirò.

È grosso.” Iwah continuò a osservare l’acqua plumbea.

“E ora che si fa?”

“Non possiamo tornare a mani vuote.”

Non potevano davvero. La fame, spettro più eloquente di tutti.

E lo spirito di passaggio li aveva avvertiti. Bisognava ascoltarlo. Eppure Iwah riandò al volto sereno di Isa quando i draghi avevano acceso il cielo. Anche quello era un presagio, in fondo.

“Proverò io.” Iniziò a lavorare alacremente con le costole di azzannatore. “Ormai sarà sazio. Dobbiamo approfittarne.”

Oro non rispose nulla perché nulla, in fondo, poteva aggiungere: le cose sarebbero andate come dovevano andare. Il cuore dell’inverno alle porte, la pesca scarsa dell’estate. Non sarebbero tornati a mani vuote. Fu così che Iwah si chiuse nel suo guscio e s’inabissò nelle profondità del fiume.

Il mondo perdeva luce. Iwah si spostò verso la prua e si appoggiò agli stracci che vi erano sistemati. Tutt’a un tratto l’imbarcazione s’inclinava e affondava. Iwah recitò la prima orazione, contò fino a dieci e recitò la seconda. Altre due orazioni, poi liberò uno dei pesi, stabilizzando il guscio. Lavorò al buio, accompagnato dal ronzio sordo della pressione intorno a sé. Quando ebbe finito coi cavi rimase in attesa, seduto sul mucchio di stracci sul fondo del guscio, passando il tempo a cercare di riconoscere i rumori del fiume profondo.

Forse un grosso coccodrillo nuotava due pertiche più in alto perché percepì un lento snodarsi di muscoli nell’acqua. Il fiume era freddo e l’imbarcazione si agitava nella corrente. Iwah contò sei orazioni nel buio ribollente del suo sarcofago. Tutt’intorno, silenzio. Iwah attese ancora. Non prestò fede ai movimenti beffardi e alle carezze dell’oscurità: erano sicuramente degli spiritelli burloni. Si fece invece attento ai primi sintomi del cambiamento. Il branco sarebbe passato di lì a poco: il ruggito lontano non poteva mentire. Era il momento di muoversi.

Aprì gli sfiatatoi laterali e il fiume scrosciò dentro il guscio. I piedi s’inzupparono. Iwah si alzò in piedi. L’acqua raggiunse velocemente le ginocchia, salì a lambire il bacino e inghiottì il petto. Il ragazzo non attese oltre, prese una gran boccata d’aria e si tuffò.

Intorno a lui il buio era punteggiato di stelle. Nuotò nell’acqua oleosa, lentamente, e si fermò al centro di quel firmamento nascosto. Le stelle lontane gli sfiorarono il viso, curiose, e Iwah vide la luminescenza giallastra di quei piccoli astri riflettersi su occhi ciechi e denti aguzzi. Quando una delle creature avvicinò il suo peduncolo illuminato alle mani del ragazzo, un coltello affilato saettò nel buio e la luce della stella venne offuscata da una nube scura. Ma già il resto del branco si avvicinava e Iwah fece appena in tempo a scansarsi che nelle profondità aveva inizio un banchetto frenetico. La galassia di fioche stelle sembrò contrarsi, poi impazzire, e un fiume rosso inondò i peduncoli illuminati. Negli istanti in cui la frenesia sembrò raggiungere il suo culmine, Iwah slacciò la rete arrotolata ai suoi fianchi e la distese nuotando con precauzione attorno al branco fremente. Davanti a Iwah, invisibile, stava una sfera di corde intrecciate larga quanto cinque uomini. Il giovane tirò allora due funi con forza e la rete si serrò velocemente, imprigionando le stelle infuriate. Nuotò a istinto in quell’olio quando ormai i polmoni erano sul punto di esplodere. Dopo qualche tentativo fallito, toccò la pelle dura e le costole di azzannatore, e, a tentoni, ritrovò la fune che in verticale correva accanto alla piccola imbarcazione. Raggiunse uno dei ganci che erano disseminati lungo tutta la corda e vi fissò la rete col suo prezioso carico. Riuscì a trovare l’apertura nella pelle, s’infilò dentro il guscio, salì fino alla bolla d’aria all’altezza delle spalle, assaporando ossigeno stantio di palude, e lì rimase qualche secondo, stremato. Poi si tuffò in basso, uscendo dal portello solo per metà, quel tanto che bastava per toccare il grosso cavo. Prese la pietra di cuore d’albero dalla tasca del vestito e batté ritmicamente sul cavo per il conto di tre orazioni. Tornò dentro, chiuse il portello e attese ancora, respirando lentamente. Infine si accorse che il guscio aveva iniziato la risalita.

Assaporò felice la sacca di aria sporca. Ancora qualche orazione e tutto sarebbe finito: nessun coccodrillo si era presentato, ospite inatteso, al banchetto dei serpenti. Evidentemente il rettile si era più che saziato con il carico sottratto a Oro. Iwah si rilassò. Per quel giorno era finita.

Lo spostamento d’acqua nacque nel silenzio come un’esplosione. Il guscio si rovesciò e solo i ganci che lo fissavano al cavo del vecchio ne evitarono la deriva. Ma la bolla d’aria sparì dai buchi laterali lasciando Iwah senza fiato. Tutto era accaduto di colpo: il ragazzo stava ancora annaspando in cerca di un ristoro ormai impossibile per i polmoni. Ma c’era qualcosa. Là fuori, nel freddo del fiume, qualcosa avanzava veloce verso di lui. Nei pochi istanti in cui si decideva la sua esistenza in mezzo al buio, Iwah non fece caso alla grossa corda che si piegava sotto la forza dell’acqua ribollente, non cercò un impossibile riparo nelle pieghe delle pelli. Vagamente si rese conto che presto il guscio sarebbe stato la sua trappola sotto la pressione di enormi mascelle. Insieme a quello dei serpenti stella, sangue umano avrebbe percorso le correnti subacquee e, se avesse avuto almeno un po’ di fortuna, tutto sarebbe finito lì. Sperò di non avere il tempo di immaginare da quale parte potesse giungere l’assalto. Pensò invece a Isa e ai draghetti infuocati che volavano verso il nulla, al cigno che s’innalzava beffardo. Poi un corpo gigantesco urtò le pelli all’altezza delle sue gambe. E di nuovo il piccolo guscio sobbalzò, le funi si tesero e infine si ruppero. Iwah naufragò nel fiume dentro pelli e costole spezzate di azzannatore, mentre la sua imbarcazione si afflosciava su di lui, lo costringeva ad agitare le braccia in cerca di un’apertura. Quante orazioni erano passate? Dieci? Venti? Gli sembrò che il guscio si fosse appiccicato direttamente ai polmoni, che dalla libertà dalle pelli dipendesse il suo respiro. Cercò di combattere la frenesia, lottò per zittire polmoni e cuore. Lasciò vagare lontano da sé le pertiche d’acqua che lo sovrastavano, il buio gelido e il sudario di pelle che gli si comprimeva addosso mentre lavorava lentamente sui legacci di quella bara. Quante orazioni? Riuscì a liberarsi del guscio senza neanche capire come: stava armeggiando con calma forzata coi fili e tutto a un tratto la pelle dura non gli premette più sul viso. Era nel fiume. Coccodrilli e tutto ciò che viveva sotto la superficie potevano vederlo, sentirlo, puntarlo. Cercò la corda e non la trovò: probabilmente si era allontanato troppo dall’area di immersione. Ma seguì le ultime bolle che i suoi polmoni in fiamme esalavano protestando. Bevve, forse, e andò su. Immaginando mille fauci poco oltre le dita dei piedi, zanne e artigli sfiorargli il ventre, l’unica cosa che contava era salire. Rumori sordi dalle profondità. Pezzi di serpente lo carezzavano avvertendolo che sotto di lui un nuovo banchetto era in atto. Ma nulla venne a mangiargli i piedi nel buio: d’un tratto l’oscurità si rischiarò e Iwah fu fuori.

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