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VIA XX SETTEMBRE, di Simonetta Agnello Hornby (le prime pagine del libro)

novembre 16, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine di VIA XX SETTEMBRE, di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli editore)

di Simonetta Agnello Hornby

Mimì è una ragazza d’oro

Credevo che sarebbe stato difficile mettere mano a questo libro dopo la morte di mia madre. Completare i ricordi della mia infanzia e introdurre quelli dell’adolescenza era un lavoro strettamente legato a lei.
Mamma aveva perduto la memoria e questo mi era stato chiarissimo nell’inverno del 2012, quando aveva trascorso due mesi in casa mia, a Londra. Aveva ripreso a colorare e lavoravamo sedute a metà del tavolo da pranzo – le mie orchidee a un’estremità, l’altra estremità libera per apparecchiare –, ciascuna intenta al proprio compito. Mamma creava una sinfonia di colori sui disegni geometrici islamici, io scrivevo. Ogni tanto la guardavo: avrei voluto chiederle una conferma, una spiegazione. Lei mi sorrideva, come se fosse d’accordo e mi spronasse ad andare avanti. “Simonetta, aspetta che le cose si mettano a posto,” mi avrebbe detto in
altri tempi. E così è stato. Sei mesi dopo, il ricordo di mamma e quello di sua sorella, zia Teresa, morta da tempo e sempre presente nei miei pensieri, mi incoraggiavano a scrivere. Quando le cercavo era come se fossero vicine a me; piccoline, ambedue svanite ma sempre composte, collana di perle e ticchettio di tacchi mentre vagavano per casa. Rivedevo mamma nel mio soggiorno, davanti al quadro di Monte Pellegrino; in corridoio, davanti al busto di bronzo Liberty appartenuto a suo padre, nonno Gaspare; e più spesso nel bagno, la testa piegata di lato davanti alla cornice rettangolare con alcune fotografie di famiglia. La prima è di zia Teresa giovanissima, gli occhi brillanti e il sorriso dolce, splendida in una cuffietta argentata anni trenta. “È mia sorella Teresa,” mi diceva ogni volta mamma indicandola, senza ricordarsi chi fossi io. Non riconosceva la fotografia di papà, né quella del matrimonio di zio Piero e zia Tina. E nemmeno la sua con me piccola. Guardava attenta la foto di nonna Maria con lei minuscola in braccio.
“È mia madre,” diceva. “Si chiama Maria, come la figlia di Giovanni. Maria…” Poi rimaneva assorta, la mano sulla bocca, come se frugasse nella mente vuota. “Mimì,” diceva a un tratto chiamandola con il suo vezzeggiativo, “è buona come mamma.”
Dietro di lei, zia Teresa mi sembrava che sorridesse, a conferma. “Mimì è una ragazza d’oro.” Da lì in poi mi è stato facile continuare a scrivere. Le sorelle Giudice hanno passato il testimone a Maria.
La bontà, la discrezione, la prudenza, la tolleranza, la generosità, la dignità e la saggezza della nonna di cui porta il nome sono arrivate fino a lei attraverso quelle due zie che la amavano come una figlia: ecco perché questo libro non poteva non essere dedicato a lei, a Maria.

* * *

1.
Il trasloco a Mosè

Il trasloco a Mosè del giugno 1958 aveva un sapore diverso dagli altri. La gioia di rivedere i cugini palermitani – Silvano, figlio di zia Teresa, la sorella maggiore di mamma, e zio Peppino Comitini, che a Palermo era sempre vissuto; Maria, Gaspare e Gabriella, figli di zio Giovanni Giudice, il fratello maggiore di mamma, e zia Mariola, che a Palermo abitavano da nove anni – era offuscata da un velo di malinconia: il nostro appartamento, la sola casa di cui avessi memoria, era stato affittato al Banco di Sicilia, che anni prima aveva preso in affitto quello di zio Giovanni al piano di sotto. A fine agosto anche noi ci saremmo trasferiti a Palermo, dove avrei frequentato il liceo statale Garibaldi.
I preparativi procedevano come al solito. Nella nostra stanza da letto Giuliana, la bambinaia ungherese, riordinava le matite colorate con Chiara; Paolo, l’autista, sovraintendeva mentre Filippo il portiere e suo cognato Deco, chiamato ad aiutare, portavano a spalla gli scatoloni con le provviste per il riposto e quelli con i detersivi, insieme a valigie con borchie potenti e ceste piene di tovaglie e lenzuola da riportare a Mosè.
Nel salone fervevano altri preparativi. Con il nastro adesivo mamma aveva appiccicato su mobili, lampade, oggetti, tappeti, cartellini con sopra scritto PALERMO O MOSE’: gli uomini della ditta di trasporti avrebbero caricato sul camion la roba destinata a Mosè. Tutto quello che doveva andare a Palermo sarebbe stato messo in deposito, in attesa dell’indirizzo per la consegna: non avevamo ancora la casa adatta, vicino a quella degli zii e con un affitto abbordabile. Con Rosalia la portinaia e la cameriera Antonella – che aveva sostituito Filomena, tornata in famiglia, e Francesca, andata sposa a un fornaio –, mamma controllava che tutto fosse a posto e si accertava di non aver dimenticato nulla. “Ci servono questi portacenere, signurì?” chiedeva Rosalia indicando con un sospiro la pila di portacenere di metallo a incastro sulla mensola del camino di marmo grigio. “Puoi prenderli, Rosalì,” rispondeva mamma, anche lei con il cuore gonfio. La lontananza da Rosalia, che l’aveva vista nascere e la amava come una figlia, era per lei un dolore grandissimo. Antonella passava tra le poltrone e i divani accatastati per destinazione e nel controllare i pizzini si abbassava a carezzare lentamente la tappezzeria; poi si tirava su e, tutta speranzosa, scuoteva la coda di cavallo riccioluta: andare a Palermo era un’avventura nel mondo moderno, e lei, appena ventenne, era più che pronta.
Destinato a Palermo era il tavolo da canasta – rotondo, ripiano di panno verde e portacenere avvitati lungo il bordo – su cui mamma giocava con le amiche: la signora Laura, sempre di buonumore e priva di malizia, un raro esemplare di donna ciarliera ma mai pettegola; la signora Titì, seria e impettita, che in tutte le stagioni indossava abiti con il colletto abbottonato come quello delle camicie maschili, ma vezzoso: con bordini colorati, i volant, ricamato (si murmuriava che avesse una cicatrice da nascondere: lei venne a saperlo e un’unica volta, per rispondere alle malelingue, esibì un décolleté perfetto e candido; poi ritornò ai collettini in cui si sentiva a proprio agio); la signora Maria, occhi di falco, capelli tinti e magrissima, con una bella pettorina che metteva in vista cautamente. Mai più mi sarei seduta accanto a loro, concentrate nel gioco, ad ascoltare e osservare. Ma non ero triste di lasciare le amiche di mamma, le avrei riviste ogni estate in visita a Mosè.
Quando due anni prima era morto nonno Cocò avevo pensato che papà ci avrebbe portato a Palermo, nell’appartamento di via Libertà dove lui era vissuto con la famiglia, e che lo avremmo condiviso con nonna Benedetta e zia Annina, la figlia nubile: la famiglia della figlia minore, zia Giuseppina, che viveva con loro dall’inizio della guerra, si sarebbe trasferita in un appartamento tutto per loro. Ma papà preferiva rimanere ad Agrigento, la città di mamma, e si era impuntato.
Nel frattempo era sopravvenuta una grossa lite tra lui e le sorelle; anche nonna vi aveva preso parte, e madre e figlio non si parlavano più.
Completata la scuola media avrei frequentato il ginnasio a Palermo, dove la famiglia si sarebbe trasferita per la buona educazione mia e di Chiara. A Palermo c’erano le scuole migliori e l’università; avremmo goduto di tutto ciò che offriva la città: teatri, concerti, e la compagnia dei parenti e dell’ampia rete di amicizie delle nostre famiglie. Con pochissime eccezioni, tutti i nostri parenti avevano casa a Palermo. Le famiglie di zia Teresa e di zio Giovanni vivevano addirittura sullo stesso pianerottolo. Per me, andare a Palermo significava essere vicina agli adorati cugini, e questo era tutto quello che volevo. Ero malinconica, non triste.

(Riproduzione riservata)

© Giangiacomo Feltrinelli editore Milano

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Simonetta Agnello HornbySimonetta Agnello Hornby è nata a Palermo e vive dal 1972 a Londra, dove svolge la professione di avvocato dei minori ed è stata per otto anni presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal. La Mennulara, il suo primo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2002 e tradotto in tutto il mondo, ha vinto i premi Alassio 100 libri, Forte Village, Stresa e Novela Europea Casino de Santiago. Con Feltrinelli ha pubblicato anche La zia marchesa (2004), Boccamurata (2007), Vento scomposto (2009), La monaca (2010), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati; 2012), Il veleno dell’oleandro (2013),  Il male che si deve raccontare (con Marina Calloni; 2013) e Via XX Settembre (2013). Ha inoltre pubblicato: Camera oscura (Skira, 2010), Un filo d’olio (Sellerio, 2011) e La pecora di Pasqua (Slow Food, 2012).

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