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INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

novembre 19, 2013

INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

di Massimo Maugeri

Questo 2013 è stato un anno molto impegnativo, dal punto di vista editoriale, per Loredana Lipperini: scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica italiana (voce storica della trasmissione Fahrenheit di Radio3), creatrice di Lipperatura. Sono state ben tre, le uscite a sua firma: “Di mamma ce n’è più d’una” (Feltrinelli), “L’ho uccisa perché l’amavo” (Laterza, scritto con Michela Murgia); “Morti di fama” (Corbaccio, scritto con Giovanni Arduino).

[Potete leggere le prime pagine di “Di mamma ce n’è più d’una”, cliccando qui. La prefazione a “Morti di fama”, è disponibile qui].

Ne ho discusso con l’autrice…

Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web– Cara Loredana, come accennavo in premessa quest’anno è stato molto proficuo per te dal punto di vista editoriale: ben tre libri pubblicati (due dei quali scritti a quattro mani con altri autori). Partiamo dal più recente, intitolato “Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web”, edito da Corbaccio (e scritto a quattro mani con Giovanni Arduino). Premesso che il titolo mi pare geniale, ti chiedo di raccontarci qualcosa sulla genesi del libro. Come è nato? Da quale idea, spunto o necessità?
Gli spunti sono stati molteplici, direi. Per quello che riguarda la mia esperienza, già durante la stesura di “Di mamma ce n’è più d’una”, mi colpiva l’utilizzo delle mamme blogger come “brand ambassadors”, pubblicità viventi di prodotti per l’infanzia. Mi è tornato in mente un libro che ho molto amato, e di cui ormai si parla relativamente poco: “No logo” di Naomi Klein. Ho pensato che tredici anni dopo siamo andati ancora più avanti: non solo il nostro corpo fisico è veicolo di un marchio, ma anche la nostra presenza immateriale. Nella maggior parte dei casi, senza averne consapevolezza. Quanto a Giovanni, è presente in rete dai tempi pionieristici, e ha avuto modo di osservarne la trasformazione. Tutti e due ci occupiamo di libri e scriviamo (lui traduce ed è editor, in più), e abbiamo dato visibilità maggiore ai cambiamenti avvenuti in ambito editoriale.

– Come vi siete suddivisi il lavoro con Giovanni Arduino?
Per gruppi di capitoli e tematiche. Abbiamo scritto separatamente e rivisto ognuno la parte dell’altro, così come è avvenuto con Michela Murgia per “L’ho uccisa perché l’amavo”.

– Entriamo un po’ nei temi trattati dal libro: come è cambiato il concetto di “fama” ai tempi della Rete?
Si è diffuso e reso manifesto, e fin qui siamo nell’ovvio. E’ divenuto fugacissimo, inoltre, restringendosi rispetto ai famigerati quindici minuti warholiani. E soprattutto è, nella maggior parte dei casi, indotto. E’ Amazon (con il suo corredo di cantori in buona o in pessima fede) che ci dice che autopubblicarsi su Kindle è non un modo per rendere pubblico e condividere quel che si ha da raccontare ma la via per il successo. Sono Facebook e Twitter a suggerire che molti amici o seguaci sono una premessa o una conferma della nostra microfama. E’ Google, ovvero YouTube, a farci partecipi degli incassi pubblicitari (in quale percentuale? Ah, saperlo) se i nostri video superano un certo numero di visualizzazioni. Cosa diamo ai giganti del web? Molto. I nostri dati, per cominciare. E soprattutto la nostra presenza, a conferma che quel tipo di socialità funziona ed è desiderabile. Cosa riceviamo? Un piatto di lenticchie in cambio della continua produzione di “bene cognitivo”. Lavoriamo quasi gratis, insomma. Come scrivono gli amici di Nexusmoves, “nell’universo mediatico in cui viviamo, non siamo individui se non interiorizziamo una certa dose di self-marketing. E questo è inquietante, perché lega la produzione di capitale alla produzione del Sé”.

– In che modo la Rete ha cambiato il concetto stesso di identità?
Condizionandolo alla visibilità e al consenso altrui. Consenso che è, per di più, poco quantificabile, dal momento che Facebook ti rende visibile solo una piccola parte degli “amici” e che sugli algoritmi di Amazon cala il mistero più assoluto. E aprendo un mercato che soddisfa questi bisogni: venditori di pacchetti di finti followers e finti “mi piace”, e così via.

– Che cosa determina, con riferimento ai social network, la logica dei «tanti “mi piace”» (oppure, «tanti “followers”») quindi esisto?
E’ la stessa logica, esasperata, dell’apparizione televisiva di un tempo. E’ una logica che viene da lontano, dalla frantumazione in tanti “io” che ci accompagna da una trentina d’anni. Ma molto più rapida, anzi, sempre più rapida e sempre più effimera. Digeriamo webstar, polemiche, successi e tragedie con una rapidità sconcertante. Uso la seconda persona plurale perché sia ben chiaro che Arduino e io non puntiamo il dito verso nessuno, non siamo “luddisti” o apocalittici, non riteniamo la rete il lato oscuro della forza, non difendiamo misteriosi interessi editoriali tradizionali. Tutt’altro, direi. Ma è importante poter esercitare una critica dall’interno al web: invece, soprattutto in Italia, sembra faccenda impossibile. Chi analizza un meccanismo diventa automaticamente “contro” Internet, e vai con la solfa delle primavere arabe e degli strumenti di libertà. Ma quale libertà, se non conosco il funzionamento delle classifiche di Amazon, per dirne una?

– A tuo avviso, potrebbe essere utile una sorta di “educazione” all’uso della Rete? (Penso soprattutto al mondo della scuola).
Sarebbe utilissima l’assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Sono un po’ stufa dell’associazione adolescenti e uso maldestro del web. Sono gli adulti a usarlo come sfogatoio e trampolino di lancio, nella strana convinzione che quello che si scrive in rete non venga letto che da una piccola parte di fidatissimi amici. La rete è un luogo pubblico, invece, e le parole permangono molto più a lungo che sulla carta.

– Che tipo di reazione avete registrato, tu e Giovanni, a seguito della pubblicazione di questo libro? Cosa vi dicono (o vi scrivono) i lettori incontrati nel corso delle presentazioni (o in Rete)?
Abbiamo avuto ottimi riscontri e molta attenzione. Certo, anche la reazione violenta (ma spesso aprioristica) di chi ritiene che del web non si debba “parlare male”, come accadeva con il vecchio PCI. In molti casi, si tratta di persone che lavorano nel social digital marketing, e posso capire che siano sentiti toccati sul vivo. Così come alcuni (pochi) self publisher hanno interpretato il saggio come un attacco personale. Semmai è vero il contrario: il nostro tentativo è quello di mettere in guardia gli autori, non certo di scoraggiare l’autopubblicazione. In altre parole: l’idea del libro non è affatto quella di “parlar male della rete con chiacchiere da bar”, come mi è stato rimproverato: bensì quella di provare a capire quali forme di sfruttamento vengono messe in atto oggi, con l’obiettivo – consapevole o meno – di rendere tutti noi un brand, un me-logo, che è destinato a veicolare altri brand per venderli.

Di mamma ce n'è più d'una– Passiamo al primo libro (in ordine di uscita), tra quelli che hai pubblicato quest’anno: “Di mamma ce n’è più d’una” (Feltrinelli). C’è questa metafora con riferimenti al Palazzo d’Inverno di Pechino, che si evince già dalla scheda del libro. “Il Palazzo d’Inverno di Pechino”, leggiamo, “era luogo di meraviglie e splendore. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era prigioniero del suo palazzo, proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un Palazzo d’Inverno…”. Ecco: perché anche la maternità è un Palazzo d’Inverno”?
Perché ogni potere, e soprattutto questo, finisce con l’essere una gabbia. Essere celebrata come madre significa identificarsi esclusivamente con la madre medesima.

– Nel libro metti in evidenza l’esistenza di questa sorta di bipolarismo: da un lato le madri totalizzanti, fautrici di un ritorno alla maternità naturale (o meglio iper-naturale), dall’altro le madri acrobate, che per non rinunciare all’indipendenza economica e al proprio lavoro sono costrette a fare i salti mortali. Secondo te, perché si è venuto a creare questo bipolarismo? E come è possibile uscirne, a tuo avviso?
Dovrebbero esistere tanti modelli quanti sono le madri, nel migliore dei mondi possibili. Ancora una volta, come avviene sempre nei libri che scrivo, non ho alcuna intenzione di tracciare la strada o dare consigli di buona vita. Mi limito a raccontare dove siamo e quel che vedo. A chi legge trarre le proprie conclusioni.

«L'ho uccisa perché l'amavo». Falso!– Passiamo a un altro libro uscito di recente per Laterza e che hai firmato insieme a Michela Murgia. Si intitola: “«L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!”. Come è nato? A chi è venuta per prima l’idea di scriverlo, tra te e Michela? 
L’idea è stata quasi consequenziale a una serie di interventi che abbiamo fatto in varie sedi e che erano tutti “risonanti”. Abbiamo scritto a tempo di record, fra Natale 2012 e gennaio 2013, anche in questo caso, come accennavo, dividendoci i capitoli e rileggendoci vicendevolmente.

– Il libro si sviluppa attorno al tema del femminicidio. La frase del titolo (che è paradossale) riflette – come dire – l’assurdità di una mentalità che cerca comunque di accampare giustificazioni di fronte alla mostruosità di queste uccisioni. Come è possibile che si verifichi qualcosa del genere? E come è possibile liberarsi di questa mentalità?
E’ un lavoro lunghissimo, per il quale non servono certo leggi restrittive: l’unica via per cambiare le cose è cambiare la cultura, dunque agire in ambito educativo, da quando bambine e bambine sono molto piccoli.

– Progetti di scrittura per il futuro?
Ho ancora un libro in uscita, in questo affollato 2013: stavolta è un racconto per ragazzi, una storia (un po’ distopica, un po’ storica, molto affettuosa) che esce per un piccolo e coraggioso editore che pubblica libri bellissimi, Rrose Sélavy. Si chiama Pupa, avrà le illustrazioni di Paolo d’Altan e dovrebbe uscire a dicembre. Poi, sto accarezzando un’idea: non riguarda la questione femminile, né il web. Vediamo.

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