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L’ESTATE DI SGT. PEPPER – L’introduzione di GEORGE MARTIN

novembre 24, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione del volume L’ESTATE DI SGT. PEPPER (La Lepre edizioni), firmata dallo stesso GEORGE MARTIN (autore del libro)

di George Martin

Quando incontrai i Beatles per la prima volta, nel 1962, pensai che la loro musica non fosse un granché: mi sem­brava troppo elementare e ritenevo le loro canzoni di scarso spessore. D’altra parte mi resi immediatamente conto che quei ragazzi avevano un enorme carisma, emanavano un fascino istintivo del quale a quanto pare­va non erano affatto consapevoli. Ognuno aveva qualco­sa di particolare. Erano diversi da qualsiasi altro gruppo che avessi mai incontrato. Erano divertenti, sfrontati senza mai essere volgari; insomma, non si poteva fare a meno di farseli piacere.
A me piacquero moltissimo, e quindi pensai: “Così come sono piaciuti a me, piaceranno anche al pubblico, se soltanto riuscirò a trovare una canzone adatta…”. Fu sull’onda di quella sensazione a pelle che li scritturai per la Parlophone, l’etichetta della emi che dirigevo. Tutti noi sappiamo com’è andata poi a finire, e ovviamente quella decisione cambiò radicalmente sia la mia vita che la loro.
Oggi, a mezzo secolo di distanza, i Beatles sono conosciuti in ogni angolo del mondo. Sono diventati le icone della loro generazione, il simbolo dell’ingegno e della creatività britannici.
Il carisma e il fascino che avevo intravisto quel gior­no hanno toccato il cuore praticamente di tutti, in tutto il mondo, e la loro musica è andata crescendo in bellez­za e in complessità oltre ogni previsione. Quello che avevano raggiunto era genio puro; e quando il mondo se lo trovò di fronte, quel disco, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, venne unanimemente riconosciuto come il portavoce della rivoluzione sociale che fu poi definita Summer of Love. L’intera nazione britannica ha cavalcato quell’onda di gioia ed esuberanza, con Mary Quant e Carnaby Street che hanno dettato uno stile in seguito copiato ovunque.
I giovani di tutto il mondo scoprirono che non erano più costretti ad uniformarsi allo stile di vita dei propri genitori. Il Flower Power indicava la strada da seguire, e tutti scoprirono che era possibile scrollarsi di dosso gli ultimi rigurgiti dell’epoca vittoriana, piena di bacchet­toni e di ipocrisie sessuali. La terribile minaccia dell’Aids era ancora di là da venire. Ma a dire la verità, personal­mente di tutto questo non mi accorsi minimamente: ero troppo indaffarato.
Per me il 1967 fu un anno di lavoro, di duro lavoro, ma pieno di soddisfazioni incredibili. Un anno di gioia, un anno di tristezze, un anno che non dimenticherò mai. Persi mio padre, che morì appena finito Pepper. Persi un grande amico, Brian Epstein, che morì troppo giovane e lasciò i Beatles senza una guida. In compenso io e mia moglie avemmo una bella bambina, Lucie, la nostra primogenita, indubbiamente una figlia dell’Estate dell’Amore.
Fu allora, in quel 1967, che i Beatles capirono di avere realmente la possibilità di fare tutto quello che volevano. Lavoravano intensamente sulle loro canzoni, sperimentando cose che non si erano ancora mai senti­te, spingendosi sempre oltre il limite. Tutti i miei dubbi iniziali svanirono, man mano che le loro canzoni diven­tavano sempre più complesse e mature, senza che i Beatles perdessero mai l’amore dei propri fans.
E così, questo è il racconto di un anno straordinario della nostra storia, un anno diverso da tutti gli altri che l’hanno seguito o preceduto. Ma, cosa probabilmente ancora più importante, è anche la storia della realizza­zione di un album unico, quello che ha rivoluzionato il modo con cui, da allora, sarebbe stato concepito ogni altro disco.

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