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SICILIA ESOTERICA (uno stralcio del libro)

dicembre 2, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del volume SICILIA ESOTERICA –di Marinella Fiume (Newton Compton)

[ieri abbiamo pubblicato un’intervista all’autrice]

* * *

L’ora dei demoni: il diavolo meridiano o Satana bello

Ma qual è l’ora dei demoni, quella in cui è più facile
per loro dare l’assalto all’anima umana, sottrarla a Dio
e possederla?
Nell’antico mondo classico, soprattutto in Grecia,
l’ora dei demoni non era la mezzanotte, ma il mezzogiorno,
ovvero il momento in cui il sole era allo zenit
e divideva il giorno in due parti uguali e contrarie. Anche
nei Salmi si cita un diavolo meridiano che sceglie
le sue vittime fra gli homines religiosi, insinuando nel
loro spirito il peccato dell’accidia, e si raccomanda al
popolo di Dio di non aver paura di questi diavoli sterminatori
che vagano a mezzogiorno.
Nel Medioevo, la prima delle operazioni magiche per
entrare in contatto col diavolo, quella che dava il via a
tutte le altre, era l’evocazione, con cui si forzava Satana,
o qualcuno dei suoi diavoli, a comparire. Era un’operazione
abbastanza semplice, ma pericolosa senza
le opportune cautele. Si svolgeva solitamente di notte,
anzi a mezzanotte in punto; ma poteva farsi anche in
pieno mezzogiorno, essendo quella l’ora in cui ha più
vigore il diavolo meridiano.
La leggenda del diavolo meridiano è piuttosto diffusa
a livello popolare alle pendici dell’Etna. Benedetto
Radice scrive: «Desiderato e temuto a un tempo dalle
ragazze del popolo è il diavolo meridiano, Satana bello,
che nell’afa dei pomeriggi di luglio e agosto circuit
quaerens».
Anche Santo Calì (Leggendario dell’Etna) intitola Il
diavolo meridiano una leggendina, scrivendo che esso
compare «alle ragazze dell’Etna nei mesi di luglio e
agosto, nella calura del pomeriggio, appare alle ragazze
smaniose di marito, di uomo, sotto forme diverse, ora
assumendo l’aspetto di un sagrestano, ora quello di un
parroco, sempre di un uomo di conoscenza, appare improvviso,
mentre la ragazza ha la testa piena di nebbia
e non ha la forza di respingerlo […]; dicono che il diavolo
meridiano scenda dalle grotte dell’Etna e riparta
improvviso, così come è venuto».
La leggendina racconta l’opera di seduzione da parte
della decana delle bizzocche della chiesa di San Martino
a Randazzo nei confronti del sagrestano. Il termine
“bizzocca” o “monaca di casa” si riferisce a delle laiche
consacrate in una sorta di monachesimo domestico, con
un compito specifico all’interno della comunità ecclesiale:
cucire e ricamare, candeggiare e inamidare gli arredi
della chiesa e i paramenti del prete, insegnare alle
ragazze l’arte del ricamo per prepararsi un buon corredo
per il matrimonio e inculcare loro l’attaccamento
alle funzioni sacre, la recita delle preghiere quotidiane,
le particolari devozioni mensili e settimanali. In seguito,
il termine fu usato in funzione dispregiativa, per indicare
lo stato di zitella attempata di una donna nubile
dedita solo alle “cose di chiesa”.
Il motivo del diavolo meridiano è, molto probabilmente,
un adattamento popolare della demonologia del
monaco e teologo Evagrio Pontico (356-399), nato in
Asia Minore e morto in Egitto, discepolo di Macario e
anche lui spesso tentato dalla lussuria, fino a decidere di
ritirarsi in contemplazione e solitudine nel deserto. Tra
i peccati provocati agli uomini dal diavolo, egli inserisce,
con la lussuria, il peccato di accidia, detto anche
“del mezzogiorno”, che tormenta il monaco fra la quarta
e l’ottava ora, ossia tra le dieci e le quattordici. Il demonio
del mezzogiorno ispira l’impressione che tutto si
immerga in un ritmo rallentato, che il sole non si muova
(De octo vitiosis cogitationibus. Patrologia Graeca),
spinge il monaco ad agitarsi impazientemente, gli
instilla l’odio per la vita e per il lavoro, tentandolo ad
abbandonare la cella. È una condizione identificata con
lo stesso Satana. Insomma, una sorta di lascivo taedium
vitae, di abbandono interiore, uno svuotamento e una
noia mortale, peggiore della pigritia, la principale delle
tentazioni diaboliche in quanto, secondo san Tommaso,
consiste in un «rattristarsi del bene divino». Per la correlazione
diabolica tra lascivia, rilassamento dei sensi
e canicola, è interessante notare come un autore etneo
come Giovanni Verga (Catania, 1840-1922) descriva il
ritratto della “Lupa” nell’omonima novella, esemplandolo
sulle costanti della rappresentazione popolare della
maga, dell’indemoniata. E un incantesimo, una fattura
d’amore è quello a cui rimane vincolato il genero; i
suoi «occhi da satanasso», «neri come il carbone» sono
il tramite della fascinazione con cui tiene legato a sé
il giovane Nanni, esercitando su di lui un’irresistibile
«tentazione dell’inferno» e facendogli perdere l’anima
e il corpo. Il cedimento del giovane alla passione
incestuosa della Lupa, innamoratasi nelle ore calde di
giugno, mentre mietevano il grano insieme sotto il sole
cocente, è opera del diavolo meridiano, contro cui nulla
possono, in presenza di circostanze come la calura, il
vino, il momento tra veglia e sonno, né la volontà né
le pratiche superstiziose. «Suo genero – scrive il Verga
– quando ella glieli piantava in faccia, quegli occhi, si
metteva a ridere, e cavava fuori l’abitino della Madonna
per segnarsi», ma invano.
I contadini siciliani, del resto, da sempre hanno sperimentato
la pericolosità dell’esposizione diretta ai raggi
della canicola e sono incappati spesso nelle conseguenze
dell’insolazione, una vera e propria patologia diagnosticata
come u suli ’ntesta, che fa surriscaldare la
testa, provocando emicrania e fitte dolorose, capogiri,
vomito e febbre alta, curata comunemente dai rimedi
della medicina popolare.
Chiamata al capezzale del contadino, la guaritrice
mette in atto la pratica terapeutica detta cogghiri u
suli ‘ntesta per sette giorni e prima dello spuntar del
sole. Come prima cosa, dispone sul capo del paziente
un fazzoletto di colore rosso, poi, versata dell’acqua in
un bicchiere, vi lascia cadere dentro una vera nuziale;
quindi, appoggia il bicchiere sul fazzoletto ripetendo la
pratica per tre volte consecutive e, mentre compie questi
gesti rituali, recita sottovoce l’orazione dal potere
più infallibile di ogni rimedio naturale:

Vitti na funtanedda d’acqua chiara
Siti mi fici e ni vosi bivìri
Ddà cc’era n’erba micrania
Ntesta mi desi e mi fici murìri
Scippu l’erba di la sirpintana
La jettu a mari unni pò spirìri.

(Vidi una fontanella d’acqua chiara / Mi venne sete e ne volli bere / Lì c’era
un’erba emicrania / Mi diede in testa e mi fece morire / Strappo un cespo di
erba serpentaria / La getto a mare dove può scomparire.)

Nell’orazione si fanno i nomi di due erbe: la prima,
la micrània, non corrisponde ad alcuna erba presente in
natura, ma è la personificazione malvagia della malattia
stessa, l’emicrania, ritenuta, come tutte le malattie, manifestazione
del demonio, di uno spirito maligno che,
in questo caso, si annida e si nasconde nell’acqua; alla
seconda, la serpentaria (cactus flagelliformis), vengono
attribuite proprietà terapeutiche e magiche: essa viene
usata in medicina perché fa sanare in tre giorni ferite
recenti e, se tenuta in casa, impedisce a chi vuol nuocere
di varcarne la soglia. Finita la recita dell’orazione,
l’acqua comincerà magicamente a bollire, si vedranno
formarsi nel bicchiere tante bollicine e il dolore man
mano si allevierà, scomparendo del tutto trascorsi i sette
giorni. Per far sì che la malattia non torni più, occorre
gettare l’acqua rimasta nel bicchiere a mare o in un
corso d’acqua o in un pozzo, un luogo situato lontano
da quello dove si è contratta la malattia e da quello deputato
alla guarigione.
La credenza popolare nel diavolo meridiano ha un’a-
scendenza nel mito del dio Pan; la sua sacralità e il timor
panico legato alla sua presenza sono collegati dagli studiosi
alle pericolose alterazioni psicofisiche derivanti
dall’esposizione ai raggi solari nelle ore della canicola.
Ancora il Verga, la cui produzione è ricca di elementi
di questo segno, in quanto attinge spesso direttamente
a un enorme patrimonio popolare nelle sue descrizioni
di vita nei campi, riproduce e rielabora nelle sue Novelle
il carattere di questa antica religione greco-sicula,
fondendola con le superstizioni cattoliche. Abbiamo
accennato prima alla Lupa. Pensiamo ora a Rosso Malpelo,
carusu di miniera, sulfurea creatura degli Inferi,
«fatta per vivere sottoterra», con «il diavolo in corpo»,
tutti elementi che ci rivelano lo spessore e la complessità
dell’ispirazione verghiana.

(Riproduzione riservata)

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