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A CAPOTAVOLA CON ERNEST HEMINGWAY

dicembre 5, 2013

A capotavolaIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il capitolo del volume “A capotavola. Storie di cuochi, gastronomi e buongustai” di Laura Grandi e Stefano Tettamanti (Mondadori, 2013), dedicato a Ernest Hemingway

Il libro
“A capotavola” scruta attraverso la lente della passione gastronomica le vite di una galleria di personaggi straordinari – dalla A del copista arabo Muhammad Al-Baghdadi alla Y dello scrittore cinese Yuan Mei, passando per Pellegrino Artusi, André Michelin, Agatha Christie, Georges Simenon, fino ad Ave Ninchi, Elena di Sparta e Margherita di Savoia. Entrare a far parte del firmamento dell’alta cucina è oggi il sogno di tanti aspiranti “master chef”. Ma le storie golose raccolte da Laura Grandi e Stefano Tettamanti ci rivelano come spesso a battezzare ricette, metodi di preparazione e “filosofie” gastronomiche siano stati personaggi che dietro ai fornelli non ci sono mai stati. “A capotavola” è una piccola enciclopedia illustrata – del tutto personale e cosparsa di quei buchi che rendono ottima una buona fetta di groviera – della storia della cucina e, insieme, del mutamento del gusto e del costume, non solo alimentare, attraverso il tempo.

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ERNEST HEMINGWAY
(Oak Park, 1899 – Ketchum, 1961; scrittore)

di Laura Grandi e Stefano Tettamanti

Anche il più distratto dei lettori di Hemingway sa che il suo appetito più vorace, l’ingordigia che lo ha divorato, era nei confronti della vita. Ma anche quello, magari più superficiale, nei confronti di cibi e bevande non scherzava. La fame e la sete che provano i protagonisti dei suoi racconti e romanzi hanno una relazione intima e precisa con la fame e la sete del loro autore.
Hemingway non inventa nulla di ciò che scrive (anche se inventa molto di ciò che vive) e quanto i suoi personaggi vivono sulla carta deve prima passare al vaglio della vita di chi si assume il compito di raccontarlo: è il comandamento fondamentale della poetica vitalistica hemingwayana. In filigrana a tutta la sua opera – neppure troppo mimetizzata – si legge la sua biografia, né più né meno di quanto avviene nell’opera di d’Annunzio, solo che la retorica del Vate è magniloquente ed enfatica, quella di Papa scabra e silente.
Il contributo di Hemingway alla cultura del mangiare e, soprattutto, del bere si diffonde da tutti i suoi scritti ed è certificato da un libro minuzioso di Samuel J. Rogal che se fosse tradotto in italiano potrebbe intitolarsi Per chi suona la campanella della cena. Qui basta ricordare le corrette dosi per la preparazione di un martini cocktail dettate in Di là dal fiume e tra gli alberi (“‘Cameriere’ disse il colonnello che poi chiese: ‘Vuoi anche tu un martini secco?’. ‘Sì’ isse. ‘Volentieri.’ ‘Due martini molto secchi’ disse il colonnello. ‘Montgomery. Quindici a uno.’”
Quindici parti di gin – meglio se Gordon – e una di vermut – meglio se Noilly Prat –, nell’unica proporzione che il generale Montgomery ammetteva per attaccare il nemico: quindici dei nostri contro uno dei loro) o, sul fronte biografico, ricordare gli obiettivi strategici liberati da Hemingway il 25 agosto 1944 quando entra nella Parigi occupata dai nazisti al seguito delle truppe del colonnello Marshall: il Travellers Club, l’Hôtel Ritz, il Nègre de Toulouse e la Brasserie Lipp.
Ma è forse in un altro periodo della vita che si nasconde la chiave per comprendere l’insaziabiltà di Hemingway, quello della prima infanzia e della fanciullezza. Che sia un periodo determinante per lo sviluppo della sua personalità lo attesta un dato: Hem, sempre così esposto (è o no lo scrittore più fotografato del Novecento?), così determinato nel costruire e diffondere la propria immagine fino a farla diventare leggenda, difende con un vigore inusitato gli anni della giovinezza dalla curiosità di biografi e ammiratori. E i primi anni di vita di qualsiasi essere umano sono segnati dal rapporto con i genitori. Clarence Edmonds Hemingway, per tutti Ed, medico ostetrico, un omone grande e grosso fuori e fragile dentro (sarà il primo, nel 1928, a inaugurare un’impressionante sequenza di suicidi in famiglia: Ernest suicida nel 1961, la sorella Ursula suicida nel 1966, il fratello Leicester suicida nel 1982, la nipote Margaux suicida nel 1996, il figlio Gregory probabilmente suicida nel 2001), trasmette al primo figlio maschio l’amore per la caccia, la pesca e la vita all’aria aperta. Gli insegna che si può sparare a tutto quello che si muove ma poi bisogna mangiare ciò cui si è sparato.
Quando Ernest ha quattordici anni, in un’estate a Walloon Lake, insieme all’amichetto Harold Sampson, riesce ad avere la meglio su un temibile porcospino che ha ferito il cane dei vicini. Le spoglie del porcospino vengono offerte al dottor Hemingway, il quale si guarda bene dal ricambiare i ragazzini con lodi ed encomi ma, nel tono inflessibile che gli è proprio, li obbliga a cuocere e mangiare l’animale, che si rivela tenero e gustoso come una suola da scarpe.
Un altro passo indietro, alla ricerca della verità. Ernest nasce il 21 luglio, pesa quattro chili e duecento grammi e sprizza salute da tutti i pori. Ai primi di agosto la sua dieta comprende già carne, pesce, uova e verdure. Il padre è convinto che tali alimenti siano indispensabili per la crescita sana e vigorosa del piccolo e provvede personalmente a somministrarglieli, ci si augura ben tritati. La madre, Grace, che da adulto Hemingway non nasconderà mai di detestare (perché insisteva a vestirlo da femminuccia e a fotografarlo conciato così?), non è d’accordo con il marito e si lamenta della decisione: quando gli portano il bambino da allattare lo allontana disgustata perché il fiato gli puzza orribilmente di cipolla.

(Riproduzione riservata)

© Mondadori editore

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Laura Grandi e Stefano Tettamanti sono soci nell’agenzia letteraria Grandi & Associati. Hanno pubblicato Il calendario del laico (Mondadori 1998); Il calendario goloso (Garzanti 1999), Nuovo calendario goloso (Garzanti 2000), Atlante goloso (Garzanti 2001), Sillabario goloso (Mondadori 2011) e hanno curato l’antologia Racconti gastronomici (Einaudi 2012).

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