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PERCHÉ IL MONDO ESISTE?, di Jim Holt (le prime pagine del libro)

dicembre 11, 2013

Holt_coverIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del volume “PERCHÉ IL MONDO ESISTE? Una detective-story filosofica“, di Jim Holt (Utet, traduzione di Luca Fusari): Tra i 10 migliori libri del 2012 per “The New York Times

La scheda del libro
Perché esiste il mondo, e perché ne facciamo parte? Perché c’è qualcosa anziché il nulla? Da secoli se lo chiedono in tanti, tra filosofi e scienziati, teologi e scrittori, ed è sorprendente scoprire quanto singolare, articolata e avvincente si possa rivelare, ai nostri giorni, una ricerca che prende le mosse da un interrogativo così semplice e potente; una vera e propria indagine, personale ed emozionante, condotta come una detective-story da un brillante divulgatore scientifico con un debole per i grandi misteri dell’esistenza.
In Perché il mondo esiste? Jim Holt indossa i panni del segugio cosmico e interroga, punzecchia, mette alle strette (o ascolta, rapito e incredulo) una schiera di intellettuali di rango assoluto: Nobel per la fisica come Steven Weinberg, giganti della letteratura contemporanea come John Updike, matematici innamorati delle forme platoniche come Roger Penrose, teorici del multiverso e della realtà virtuale. Ogni colloquio è un viaggio in mondi nuovi, un confronto con prospettive sconvolgenti, un’immersione nelle teorie più argute, avventurose e geniali del sapere contemporaneo, spiegate al lettore senza indulgere in tecnicismi e con grande affabilità, quasi come in un romanzo di formazione.
Perché il mondo esiste? chiama in causa Dio, il Big Bang, la fisica classica e quantistica e altri cardini del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo, ma il filo conduttore rimane la curiosità: la curiosità instancabile, la lungimiranza e l’ingegno di una specie come la nostra, che da millenni non è mai stanca di porsi domande su se stessa e sul mondo in cui vive.

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Le prime pagine del volume “PERCHÉ IL MONDO ESISTE? Una detective-story filosofica“, di Jim Holt (Utet, traduzione di Luca Fusari)

di Jim Holt

Prologo

Veloce dimostrazione del perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla, per gente moderna e parecchio impegnata.

Supponiamo che non ci sia nulla. Se non ci fosse nulla non esisterebbero le leggi: le leggi, in fin dei conti, sono qualcosa. Se non ci fossero leggi, tutto sarebbe lecito. Se tutto fosse lecito, nulla sarebbe proibito. Quindi, se non ci fosse nulla, nulla sarebbe proibito.
E dunque, se “nulla” è proibito, dev’esserci qualcosa. CVD.

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1. Davanti al mistero

Con l’anima esperta ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Alfred Tennyson, Ulisse

In tutta franchezza vi sconsiglio di cercare un motivo e una spiegazione a tutto […] Andare alla ricerca delle ragioni di ogni cosa è assai pericoloso e non genera che delusione e insoddisfazione, turba la mente e finisce per riempirci di infelicità.
Lettera della regina Vittoria a sua nipote, la principessa Vittoria di Hesse, 22 agosto 1883

[…] chi è stato il primo nell’universo prima che ci fosse qualcun altro che ha fatto tutto chi ah non lo sanno e nemmeno io […]
Monologo di Molly Bloom, Ulisse di James Joyce

Ricordo ancora bene il mio primo incontro con il mistero dell’esistenza. Erano gli inizi degli anni settanta, abitavo nella Virginia rurale e covavo un sacco di velleità da giovane ribelle. E da buon giovane aspirante ribelle avevo cominciato a interessarmi all’esistenzialismo, una filosofia che sembrava in grado di risolvere alcune mie insicurezze adolescenziali. O di nobilitarle, perlomeno. Un giorno, nella biblioteca della scuola, mi ritrovai a sfogliare un paio di bei mattoni: L’essere e il nulla di Sartre e l’Introduzione alla metafisica di Heidegger. Fu quest’ultimo, promettente già dal titolo, a mettermi senza troppi preamboli di fronte alla domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? Un interrogativo così netto, puro e potente mi travolse. Era il perché assoluto, quello che si cela dietro ogni altro perché umano. Possibile che durante la mia vita (una vita intellettuale ancora breve, va detto) non mi ci fossi mai imbattuto? Qualcuno sostiene che la domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? sia così profonda che soltanto un metafisico può concepirla e, allo stesso tempo, così semplice che può porsela soltanto un bambino. All’epoca delle mie prime letture ero ancora troppo giovane per essere un metafisico. Ma allora, perché da bambino mi era sfuggita? Con il senno di poi la risposta è ovvia: colpa dell’educazione religiosa che aveva soffocato la mia innata curiosità metafisica.
Sin dalla prima infanzia, tutti – mia madre, mio padre, le suore alle elementari, i francescani del convento sopra la collina – mi avevano spiegato che il mondo esiste per una ragione molto semplice: lo ha creato Dio dal nulla. Quanto alla ragione dell’esistenza di Dio, la spiegazione restava sempre un po’ vaga. A differenza del mondo finito che Egli ha creato, Dio è eterno. È anche onnipotente e infinitamente perfetto in ogni suo attributo. Perciò, in fondo, non è strettamente necessario che qualcuno ne spieghi l’esistenza. Se è onnipotente, può darsi che il primo passo verso l’esistenza l’abbia fatto da Sé. Per dirla in latino, Dio è causa sui.
Questa la versione che mi fecero imparare da piccolo, la stessa a cui oggi crede la stragrande maggioranza degli americani. Per questo tipo di fedeli non esiste alcun “mistero dell’esistenza”. Se chiediamo loro perché esiste l’universo, risponderanno che c’è perché l’ha creato Dio. E se chiediamo perché esiste Dio, la risposta dipenderà dal grado di raffinatezza teologica dell’interlocutore. Vi potranno dire che Dio è causa di se stesso, il fondamento del proprio essere, che esistere è un requisito necessario della Sua essenza. Oppure che se continuerete a fare queste empie domande brucerete all’inferno.
Ma supponiamo di porre gli stessi quesiti a un non credente. Sarà arduo ottenere una risposta che soddisfi appieno. I difensori della fede religiosa nelle attuali “controversie divine” sono soliti brandire il mistero dell’esistenza come un randello contro gli avversari neo-atei. Richard Dawkins, biologo evoluzionista e ateo militante, è stanco di sentir parlare di questo presunto mistero. «I miei amici teologi» dice Dawkins «sono tornati più volte sul punto che è più sensato postulare l’esistenza di qualcosa anziché del nulla.» Anche Christopher Hitchens, altro instancabile paladino dell’ateismo, si sentiva spesso rivolgere domande del genere. «Se non ammette che c’è un Dio, come spiega l’esistenza del mondo?» chiese a Hitchens un conduttore televisivo di destra, con una certa brutalità e fare un po’ borioso. La sua collega, il tipo “bionda belle gambe”, rilanciò: «Da dove viene l’universo? L’idea che tutto questo sia spuntato dal nulla… sembra sfidare la logica e la ragione. Cosa c’era prima del Big Bang?». E Hitchens: «Ah, non sa cosa darei per saperlo».
Una volta scartata l’ipotesi di Dio, quindi, quali strade percorrere per risolvere il giallo dell’esistenza? Intanto possiamo presumere che prima o poi la scienza sarà in grado di spiegare non soltanto come funziona il mondo ma anche perché esiste. Questa perlomeno è la speranza di Dawkins, convinto che la risposta possa arrivare dalla fisica teorica: «Forse, quando sarà meglio compresa, l’“inflazione”, l’espansione esponenziale che, secondo i fisici, avrebbe contrassegnato le prime frazioni di nanosecondo dell’esistenza dell’universo, risulterà essere una gru cosmologica non troppo diversa da quella biologica di Darwin».
Holt_coverStephen Hawking, fisico e cosmologo, ha un approccio diverso. Secondo il suo modello teorico l’universo è finito nel tempo, mentre nello spazio sarebbe completamente autonomo e privo di un inizio o una fine. Questo modello “senza confini” potrebbe fare a meno di un creatore, divino o di altro genere. Ma persino Hawking dubita che le sue equazioni possano fornire una risposta definitiva al mistero dell’esistenza. «Che cos’è che soffia il fuoco vitale nelle equazioni?» domanda rassegnato. «Perché mai l’universo si dà la pena di esistere?»
A quanto pare, il problema dell’approccio scientifico è proprio questo: l’universo include tutto ciò che esiste, e non c’è spiegazione scientifica che sia slegata, in un modo o nell’altro, da un fenomeno fisico concreto. Ma se un fenomeno è concreto fa necessariamente parte dell’universo da spiegare. Pertanto, qualunque spiegazione dell’universo è condannata alla circolarità. Anche se il punto di partenza è qualcosa di molto piccolo – un uovo cosmico, un minuscolo frammento di vuoto quantistico, una singolarità – esso comincia da qualcosa, non dal nulla. La scienza può seguire l’evoluzione dell’universo a partire da una realtà concreta di ordine diverso da quella attuale, oppure ripercorrerla a ritroso fino al Big Bang, ma prima o poi va a sbattere contro un muro. Non sa, o non saprebbe, giustificare come dal nulla sia sorto uno stato fisico primordiale. Questo, perlomeno, è ciò su cui insistono i difensori più strenui dell’ipotesi di Dio.
Nel corso della storia, ogni volta che la scienza è sembrata incapace di spiegare questo o quell’altro fenomeno naturale, i credenti sono accorsi a invocare un Artefice Divino che colmasse le lacune, salvo restare con un palmo di naso quando a riempirle, infine, ci pensava la scienza. Newton, per esempio, era convinto che ci fosse bisogno di Dio per dare qualche aggiustatina periodica alle orbite dei pianeti e impedire che si scontrassero. Nel giro di un secolo, tuttavia, Laplace dimostrò che con i soli mezzi della fisica si poteva descrivere la stabilità del sistema solare (lo scienziato, interpellato da Napoleone riguardo al ruolo di Dio nello schema celeste, gli diede la celebre risposta: «Je n’avais pas besoin de cette hypothèse»). Più di recente, i credenti hanno sostenuto che la cieca selezione naturale non può spiegare da sola la nascita di organismi complessi, e che soltanto un Dio può “guidare” il processo dell’evoluzione – tesi respinta in maniera molto netta (e appassionata) da Dawkins e altri darwiniani.
Quando riguardano problemi specifici di biologia o astrofisica, argomentazioni di questo genere – che chiamano in causa un presunto “Dio delle lacune” – si rivelano una zappa sui piedi per gli stessi che le sbandierano. Ma i credenti pensano di essere su un terreno ben più sicuro quando la domanda diventa: Perché c’è qualcosa anziché il nulla?
«Sembra proprio che non esista teoria scientifica in grado di colmare la distanza tra il nulla assoluto e un universo completamente sviluppato» scrive Roy Abraham Varghese, filosofo, difensore della religione ma amante della scienza. «Quello dell’origine prima è un problema metascientifico: su tale questione, la scienza può interrogarsi, ma senza mai raggiungere una risposta». Con lui concorda Owen Gingerich, insigne astronomo di Harvard (e devoto mennonita). Nel 2005, durante la conferenza dal titolo L’universo di Dio tenuta presso la Memorial Church di Harvard, Gingerich dichiarò che il perché più grande è una domanda di tipo «teleologico», con la quale «è meglio che la scienza non si cimenti».
Solitamente, l’ateo che si vede proporre questo genere di argomentazioni fa spallucce e ribatte che il mondo «esiste e basta». Forse c’è perché è sempre esistito. Forse è spuntato dal nulla senza motivo. In ogni caso, la sua esistenza non è che un “fatto bruto”.
In base a quest’ultimo punto di vista, non c’è necessità di una spiegazione per l’esistenza dell’universo. E se non è indispensabile rispondere alla domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? non lo è nemmeno presupporre una realtà trascendentale come Dio. Peccato che dal punto di vista intellettuale sia come gettare la spugna. Un conto è accettare un universo senza scopo né significato – ci siamo passati tutti, in una notte dell’anima particolarmente buia. Ma cosa dire di un universo senza spiegazione? Troppo assurdo, troppo drastico, soprattutto per una specie come la nostra, invariabilmente a caccia di risposte: volenti o nolenti, l’istinto ci porta sempre ad adeguarci al Principio di Ragion Sufficiente formulato dal filosofo Leibniz nel XVII secolo. Secondo questo principio, ogni cosa o idea ne spiega un’altra, e ne ha una che la spiega. Qualcuno lo snobba riducendolo a una banale “esigenza metafisica”, ma non la scienza, che lo ha trovato tanto efficace da ritenerlo, in termini pragmatici, valido. E il motivo è semplice: funziona. Si direbbe un principio inerente alla ragione stessa, perché qualunque tentativo di confermarlo o confutarlo ne deve presuppone la validità. E se il Principio di Ragion Sufficiente è valido, una spiegazione all’esistenza del mondo dev’esserci, a prescindere dal fatto che siamo in grado di scoprirla o no.
Sarebbe inquietante vivere in un mondo che esiste senza motivo, un mondo irrazionale, accidentale, che “c’è” e basta. Così, perlomeno, dichiarava nel 1933 il filosofo americano Arthur Lovejoy. In una delle lezioni sulla “Grande Catena dell’Essere” che tenne a Harvard, Lovejoy dichiarò che un mondo siffatto «non sarebbe in alcun modo stabile né attendibile; l’incertezza lo contagerebbe; tutto (eccetto forse ciò che di per sé è autocontraddittorio) potrebbe esistere e tutto potrebbe succedere, e nessuna cosa sarebbe più probabile di un’altra».
Siamo quindi condannati a scegliere tra Dio e il profondo, bruto Assurdo?
Da che mi sono imbattuto nel mistero dell’esistenza, questo dilemma non smette di turbare i miei pensieri. E mi ha spinto a riflettere sul significato stesso della parola “essere”. Nel linguaggio dei filosofi, l’elemento costitutivo ultimo della realtà è la “sostanza”. Secondo Cartesio, le sostanze che compongono il mondo sono due: la materia, ossia la res extensa (“sostanza estesa”) e la mente, la res cogitans (“sostanza pensante”). Il punto di vista cartesiano, tutto sommato, è quello che condividiamo ancora oggi. L’universo contiene oggetti concreti: la Terra, le stelle, le galassie, le radiazioni, la “materia oscura”, l’“energia oscura” e via dicendo. E poi c’è la vita biologica, la quale, come dimostra la scienza, è di natura concreta. In più, l’universo contiene la coscienza, gli stati mentali soggettivi come la gioia e la tristezza, l’esperienza visiva del rosso, la sensazione di inciampare (si possono ridurre questi stati soggettivi a processi fisici oggettivi? Al riguardo, la filosofia non ha ancora emesso un verdetto). Una spiegazione non è che un racconto causale i cui elementi appartengono a una delle tre categorie ontologiche appena descritte. L’impatto della palla da bowling ha fatto cadere i birilli. Il timore di una crisi finanziaria ha fatto crollare la borsa.
Se la realtà è tutta qui – ciò di cui è fatta la materia, ciò di cui è fatta la mente, e la ragnatela di relazioni causali tra l’una e l’altra – allora sì, quello dell’esistenza è un mistero irrisolvibile. Ma può darsi che questa ontologia dualistica sia troppo scarna. Io per primo cominciai a sospettarlo quando, chiuso il flirt adolescenziale con l’esistenzialismo, mi innamorai della matematica pura. Le entità al centro delle meditazioni quotidiane dei matematici – non soltanto cerchi e numeri ma anche varietà a n dimensioni, sistemi di Galois e coomologie cristalline – non appartengono alla sfera dello spazio e del tempo. Non sono oggetti materiali, questo è chiaro. E neanche mentali, in fondo: è impossibile, per esempio, che la mente finita di un matematico contenga un’infinità di numeri. Ma allora le entità matematiche esistono davvero? Be’, dipende tutto da cosa si intende per “esistenza”. Platone era convinto che esistessero. Anzi, sosteneva che gli oggetti matematici, infiniti e immutabili, fossero più veri del mondo delle cose che percepiamo tramite i sensi. Altrettanto si poteva dire di idee astratte come il Bene e il Bello. Secondo Platone erano queste “forme” a costituire la vera realtà. Tutto il resto era semplice apparenza.
Ma forse non è il caso di rivedere fino a questo punto la nostra idea di realtà. Il Bene, il Bello, le entità matematiche, le leggi della logica non sono qualcosa, come la sostanza della mente o la sostanza della materia. D’altro canto, non è vero neanche che siano niente. E allora chi ci dice che non possano tornare utili nella spiegazione del perché esiste qualcosa anziché il nulla?
Va detto che nelle spiegazioni causali a cui siamo avvezzi non c’è posto per le idee astratte. Sarebbe insensato, per esempio, sostenere che è stato il Bene a “causare” il Big Bang. Non tutte le spiegazioni, però, sono obbligate a rispettare un semplice schema causa-effetto: basti pensare alle mosse degli scacchi. Fondamentalmente, spiegare qualcosa significa renderla intelligibile, comprensibile. Quando una spiegazione è efficace, sentiamo “scattare la serratura”, per dirla con la felice espressione del filosofo americano Charles Sanders Peirce. Esistono tanti tipi diversi di spiegazione, e ognuno implica un genere di “causa” diverso. Per quanto riguarda i fenomeni fisici, per esempio, Aristotele identificava quattro cause, una sola delle quali (la causa “efficiente”) corrisponde alla nozione di causalità che adottiamo ancora oggi, più ristretta. Nello schema aristotelico delle cause, la più stravagante è quella “finale” – lo scopo o il fine per cui qualcosa viene prodotto.
Spesso le cause finali portano a pessime spiegazioni (perché in primavera piove? Per far crescere le piante!). Le spiegazioni “teleologiche” di tal sorta sono il bersaglio del Candido di Voltaire, che ne fa parodia, e quando si è trattato di indagare sulle origini dei fenomeni naturali la scienza moderna, giustamente, le esclude. Ma se in gioco c’è la ragione dell’esistenza nel suo complesso, le si può gettare al vento con altrettanta nonchalance? Nicholas Rescher, un importante filosofo contemporaneo, sostiene che il presupposto per cui le spiegazioni debbano sempre basarsi sulle “cose” sia «uno dei tanti pregiudizi radicatissimi nella filosofia occidentale». Certo, per spiegare un fatto – l’esistenza del mondo, per esempio – non possiamo non ricorrere ad altri fatti. Ma ciò non implica che l’esistenza di una cosa dipenda strettamente da altre cose. Forse la spiegazione del perché esista il mondo va cercata altrove, nella sfera delle “non-cose” come le entità matematiche, i valori oggettivi, le leggi della logica o il principio di indeterminazione di Heisenberg. Non è detto che seguendo la falsariga di una spiegazione teleologica non si possa ricavare almeno un indizio che ci aiuti a risolvere il mistero dell’esistenza del mondo.
Il titolare del primissimo corso di filosofia che seguii alla University of Virginia – un anziano e stimato professore oxoniense dal nome evocativo, A.D. Woozley – ci fece leggere i Dialoghi sulla religione naturale di David Hume. I tre protagonisti dei Dialoghi – Cleante, Demea e Filone – discutono varie dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Demea, il più fedele all’ortodossia religiosa, difende l’“argomento cosmologico” che, in poche parole, spiega il mondo facendolo risalire a una divinità la cui esistenza è necessaria. Per tutta risposta, lo scettico Filone – tra i tre, quello che si potrebbe considerare l’alter ego di Hume – se ne esce con un’argomentazione affascinante. Sì, può darsi che l’esistenza del mondo necessiti di una causa divina, ma forse questa conclusione è figlia della nostra cecità intellettuale. Prendiamo come esempio la seguente curiosità matematica, dice Filone. Dato un qualunque multiplo di 9 (18, 27, 36, ecc.) e fatta la somma delle cifre che lo compongono, (1 + 8, 2 + 7, 3 + 6 ecc.), la somma sarà sempre 9. Agli occhi di un principiante potrà sembrare un caso. L’algebrista consumato, invece, vi riconoscerà immediatamente una necessità. «Non è forse probabile» chiede infine Filone «che l’intera economia dell’universo si regga su una simile necessità, anche se non vi è algebra umana capace di trovare la chiave che ne risolve il problema?»
Nel periodo di massimo fervore per la matematica trovavo irresistibile l’idea di un’algebra cosmica nascosta, un’algebra dell’essere: un’idea che, da sola, sembrava poter ampliare la gamma delle possibili spiegazioni all’esistenza del mondo. Forse, in fondo, la scelta non era più tra Dio e Fatto Bruto. Forse c’era una spiegazione non-teista all’esistenza del mondo, una spiegazione che la ragione umana poteva scoprire. E malgrado tale spiegazione non presupponesse per forza una divinità, non la escludeva neanche, non a priori. Anzi, avrebbe potuto implicare una sorta di intelligenza soprannaturale e in tal modo fornire una risposta alla terribile domanda di un classico bambino precoce: «Mamma, e Dio chi l’ha creato?».
Quanto siamo vicini a scoprire quest’algebra dell’essere? Una volta, durante un’intervista televisiva, Bill Moyers chiese allo scrittore Martin Amis da dove secondo lui fosse spuntato l’universo. «Mancano ancora almeno cinque Einstein alla risposta» ribatté Amis. Mi parve una stima corretta, tutto sommato. Ma è possibile, mi domandai, che uno di questi Einstein sia tra noi, oggi? Non stava certo a me aspirare a diventarlo. Ma se ne avessi trovato uno, o magari due, tre, persino quattro, mettendoli nell’ordine giusto… be’, sarebbe stata una ricerca di prim’ordine.
E questo è ciò che mi sono proposto di fare. Il mio viaggio alla ricerca di una risposta anche solo parziale alla domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? ha battuto tante piste promettenti. Qualcuna si è rivelata un vicolo cieco. Una volta, per esempio, telefonai a un conoscente, un cosmologo teorico noto per le sue brillanti speculazioni. Lasciai un messaggio alla segreteria telefonica dicendo che avevo una domanda per lui. Lui mi richiamò e mi lasciò a sua volta un messaggio: «Tu registra la domanda, io farò altrettanto con la risposta». Affascinante, come procedimento. Obbedii. Tornato a casa, quella sera, vidi lampeggiare il led della segreteria telefonica. Con una certa trepidazione ascoltai i messaggi. «Okay,» disse la voce registrata del cosmologo «quello di cui parli, in realtà, è una violazione dell’equilibrio tra materia e antimateria…»
In un’altra occasione contattai un noto professore di teologia filosofica. Gli domandai se l’esistenza del mondo si potesse spiegare postulando un’entità divina la cui essenza coincide con l’esistenza. «Ma scherzi?» disse lui. «Dio è così perfetto che non è neanche necessario che esista!»
Un’altra volta ancora, mentre camminavo per il Greenwich Village mi imbattei in uno studioso di buddismo zen che mi avevano presentato a un ricevimento. Si diceva che in materia di cosmologia fosse un’autorità. Esauriti i convenevoli, gli domandai – forse con troppa precipitazione, ora che ci penso – «Perché esiste qualcosa anziché il nulla?». Per tutta risposta, quello cercò di saltarmi in testa. Probabilmente l’aveva scambiato per un kōan zen.
Nel tentativo di fare luce sul giallo dell’essere ho ampliato al massimo il raggio dell’indagine e interpellato filosofi, teologi, fisici delle particelle, cosmologi, mistici e perfino un grandissimo scrittore americano. Ho cercato intelletti che fossero prima di tutto versatili e poliedrici. Per avere un’opinione davvero valida riguardo all’esistenza del mondo non ci si può limitare a una sola competenza. Supponiamo che uno scienziato abbia una particolare sensibilità per la filosofia. Ai suoi occhi, il “nulla” di cui parlano i filosofi potrebbe essere l’equivalente concettuale di qualcosa che si può definire in termini scientifici, per esempio, una varietà di spazio-tempo quadrimensionale chiusa a curvatura tendente a zero. Introducendo nelle equazioni quantistiche dei campi la descrizione matematica di questa realtà nulla, lo scienziato potrebbe dimostrare che un piccolo squarcio di “falso vuoto” ha una probabilità diversa da zero di manifestarsi spontaneamente, e che tale squarcio di vuoto, grazie al meraviglioso meccanismo dell’“inflazione caotica”, potrebbe bastare a mettere in moto un universo in piena regola. Se lo scienziato fosse anche ferrato in teologia potrebbe interpretare questo evento cosmogonico come l’emanazione retroattiva di un “Punto Omega” che, posto nel futuro, condivide alcune delle proprietà tradizionalmente attribuite alla divinità giudeo-cristiana. E così via.
Voli speculativi del genere richiedono una buona dose di vivacità intellettuale. E nella maggior parte dei miei incontri ne ho visto fare ampio sfoggio. Uno degli aspetti più piacevoli del discutere di un argomento profondo come il mistero dell’esistenza insieme a studiosi tanto originali è che li si sente pensare ad alta voce e dire le cose più sorprendenti. In un certo senso ho avuto il privilegio di poter sbirciare nei loro processi mentali, e non nego che la cosa mi ha messo un po’ in soggezione. Ma quando ascolti certi pensatori cimentarsi con il problema dell’esistenza del mondo, capisci che le tue preoccupazioni al riguardo non erano futili come credevi. Nessuno può essere tanto sicuro di sé da rivendicare la propria superiorità intellettuale di fronte al mistero dell’esistenza. Perché in fondo, come osservò William James, «qui siamo tutti mendicanti».

(Riproduzione riservata)

© Utet

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Jim Holt saggista, filosofo e giornalista statunitense, collabora con “The New York Times”, “The New York Review of Books”, “The American Scholar” e “Slate”, oltre a essere da molti anni una firma di punta del “New Yorker”, per cui scrive di argomenti disparati, dalla filosofia alla teoria delle stringhe, dalla fisica einsteiniana alle barzellette. Il suo ultimo libro è Stop Me If You’ve Heard This: A History and Philosophy of Jokes (New York-London, 2008), pubblicato in Italia con il titolo Piccola storia e filosofia della battuta di spirito (Milano, 2009).
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