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L’ETÀ DELL’ORO. LA MIA VITA RACCONTATA A PAZ – di Gianluca Morozzi (un brano del libro)

dicembre 16, 2013

Image of Gianluca Morozzi, “L’età dell’oro. La mia vita raccontata a Paz”In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal volume L’ETÀ DELL’ORO. LA MIA VITA RACCONTATA A PAZ, di Gianluca Morozzi (Italica edizioni)

Il libro
Gianluca Morozzi, nato a Bologna nel 1971, si è imposto nell’ultimo decennio come uno degli autori più fantasiosi, prolifici e stimati della narrativa nazionale.
Seguito da uno zoccolo duro di lettori che ne adorano le pubblicazioni ravvicinate, la grande disponibilità umana e l’attitudine rock ’n’ roll nei confronti della scrittura, “Moroz” ci regala con L’età dell’oro una prova dal sapore unico: un’autobiografia scanzonata e sincera, condotta in forma di dialogo con il fantasma del suo idolo giovanile Andrea Pazienza, “l’unica rockstar del fumetto italiano”.
A Paz – e a noi – Morozzi racconta tutto senza inutili pudori: dagli anni verdi, illuminati dall’amore per la fantascienza, gli scacchi e l’irrinunciabile Bologna FC, ai primi tentativi come narratore.
La ridda di partecipazioni ai concorsi letterari, i primi contatti con l’editoria e il drammatico bivio dei trent’anni (“O diventi uno scrittore vero, o vai a fare il benzinaio”) fluiscono in un racconto in egual misura epico e umoristico. I momenti-chiave della formazione, integrati dai retroscena della società letteraria che accoglie il protagonista ormai adulto, compongono la storia di una vita speciale e, al contempo, una leggiadra lezione: val sempre la pena di inseguire i sogni, sembra suggerirci “Moroz”, e di vivere la propria esistenza con coerenza, passione e autoironia.

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Un brano tratto dal volume L’ETÀ DELL’ORO. LA MIA VITA RACCONTATA A PAZ, di Gianluca Morozzi

In fremente attesa davanti al palchetto della premiazione, c’erano “gli altri”. I miei rivali/amici-nemici/colleghi/compagni di sventure. Gli altri partecipanti al concorso, aspiranti scrittori.
C’erano i minimalisti tondelliani, timidi, silenziosi, vestiti con pulloverini di lana, con gli occhiali, un po’ tesi.
Sudavano molto.
C’erano i bukowskiani, che urlacchiavano: «Dai che dopo si va a prendere una fottuta birra! Dai che andiamo a berci una fottuta birra!»
C’erano le silvieballestre, tipo studentessa fuorisede, tipo 99Posse, tipo punkabbestia.
Da un certo punto in poi c’erano anche le isabellesantacroci, darkettone, un po’ stravolte, tutte in nero.
C’erano i pazzi generici.
Puzzavano tantissimo.
E poi, se il concorso era aperto alla poesia, c’erano i poeti.
Nessuno parlava con loro. Loro non parlavano con nessuno. Se ti azzardavi per errore a domandare: «Tu che poeti leggi?», la risposta standard era: «Io la poesia non la leggo, io la faccio».
A parte i pazzi e i poeti, cercavo di comunicare con ognuna di queste categorie. In fondo avevo letto tutto Tondelli, tutto Bukowski, tutta la Ballestra, quasi tutta la Santacroce.
Conversavo pacato e a bassa voce con i minimalisti commentando Ballo di famiglia, Generazione X e Altri libertini.
Andavo a bere una fottuta birra con i bukowskiani.
Intortavo le silvieballestre più carine e le isabellesantacroci meno inquietanti. Per far colpo, buttavo lì: «Sai, ho già pubblicato quattro racconti su Starmagazine», se eravamo nella prima metà degli anni novanta, o: «Sai, ho già pubblicato quattro racconti su Starmagazine e uno sulla prestigiosa rivista Storie», se
eravamo nella seconda metà e il mio curriculum si era già ampliato con La vendetta del ragioniere, pubblicato, appunto, sulla prestigiosa rivista Storie.
Queste orgogliose dichiarazioni non mi procuravano simpatia né particolare ammirazione. Ma io, lì per lì, mi sentivo molto meglio.
I miei racconti, c’è da dirlo, non erano un granché. Ma diventavano sempre di più ogni anno che passava, convivendo nel tascapane, i più vecchi e i più recenti. Dagli antichi Dio e Re del silenzio, scritti a macchina in una fase litfibiana, a Le ombre e gli alberi alti, Rosa gialla e Curve, usciti da una stampante ad aghi a manovella, a Lobo e Nosferatu, figli di una periferica a getto d’inchiostro, a Lui e lei sul sentiero a spirale o Dea, frutto di una mitologica e non mia stampante laser.
Dal mazzetto, nel ’95, avevo tolto La vendetta del ragioniere.
Quello pubblicato sulla prestigiosa rivista Storie.
Quello di sfilare per sempre un racconto dal tascapane maledetto era stato un gesto molto bello.
Ma un gesto unico.
Purtroppo.
A un certo punto, in quelle sale e quegli auditorium dalla luce innaturale, la premiazione cominciava. Spesso, accanto ai giurati che annunciavano i verdetti, c’era un attore incaricato di leggere i testi vincitori.
L’attore, in quel momento, avrebbe voluto essere morto. Chiunque ricevesse il primo premio, il secondo premio, la menzione speciale, chiunque venisse segnalato come esordiente meritevole, veniva guardato con odio supremo da tutti gli altri.
Il brusio che correva tra gli sconfitti voleva dire: “Eh, ma questa l’ha data di certo al presidente della giuria”, “Eh, ma questo è il nipote dell’assessore alla cultura”, cose così, molto sportive.
Su ottanta concorsi letterari a cui ho partecipato, di me nessuno ha potuto dire mai niente.
Sono cose che fortificano, nevvero?
A premiazione finita, le silvieballestre e le isabellesantacroci erano sempre le prime a fuggire via borbottando. I vincitori, circondati dall’odio collettivo, se ne andavano imbarazzati con il
loro attestato nascosto per vergogna.
I bukowskiani ti davano una pacca sulla spalla urlando: «Ma chi se ne fotte di questo premio del cazzo, andiamo a cercare un fottuto whisky!»
Tu andavi a bere il fottuto whisky, i tondelliani vi seguivano timidi, senza dire una parola.
Alla fine vi congedavate per ritornare alle vostre città, sconfitti e delusi.
Sai, ogni tanto leggo le interviste a certe grandi rockstar, quelle del tipo: “Sì, certo, ora suono davanti a migliaia di persone e vengo pagato tantissimo per fare la musica che mi piace, ma quanta nostalgia per i bei vecchi tempi in cui suonavo in una bettola puzzolente davanti a quattro ubriachi”. Di fronte a queste
interviste, dovrebbe comparire il folletto degli schiaffi nella nuca a urlare: «Ma va’ là, ma che dici, deficiente?»
Quando mi capita di entrare in una copisteria per ricavare qualcosa di cartaceo dalla mia chiavetta, l’odore di fotocopiatrice mi catapulta a quegli anni novanta, a tutti i racconti che stampavo e mandavo in giro, stampavo e mandavo in giro. A quando ritornavo a casa da quelle tristi premiazioni, attraversavo l’hinterland e le superstrade cercando di ritrovare la stazione, con la forte tentazione di aprire il tascapane verde e rovesciare tutto il suo contenuto in un ruscello dalle acque corrosive, telefonare al mio amico Gabriele,
dirgli: «Senti, quel sogno che avevi di aprire una piadineria e chiamarla Il socmel, ti ricordi? Ecco, io ho cambiato idea, ci sto».
In qualche universo parallelo – su Terra-24, tipo – magari l’ho fatto davvero.
Chissà.

(Riproduzione riservata)

© Italica edizioni

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Gianluca Morozzi esordisce nel 2001 con il romanzo Despero e raggiunge la notorietà tre anni più tardi con il “thriller claustrofobico” Blackout, dal quale è stato tratto un film per la regia del messicano Rigoberto Castañeda.
La sua scrittura vira dal noir più classico a testi di stampo autobiografico, non di rado apertamente esilaranti, nelle trame dei quali trovano spazio le passioni personali dell’autore: l’arte del flirt, la musica – Moroz è un irriducibile della chitarra elettrica, che suona con i Lookout Mama – la fantascienza, i fumetti e la gloriosa maglia rossoblù del Bologna.
Tra i suoi lavori ricordiamo L’era del porco (2005), L’abisso (2007), Colui che gli dei vogliono distruggere (2009), Cicatrici (2010), Chi non muore (2011) e Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen (2011).

© Letteratitudine

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