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OLTRE IL VASTO OCEANO, di Beatrice Monroy (un estratto del libro)

dicembre 18, 2013

https://i0.wp.com/www.avaglianoeditore.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Oltre-il-vasto-oceano.pngIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto del volume “Oltre il vasto oceano” di Beatrice Monroy (Avagliano editore)

Il libro
“Oltre il vasto oceano – Memoria parziale di bambina” è il titolo del nuovo romanzo di Beatrice Monroy, appena pubblicato per Avagliano editore. È la grande epopea di una famiglia aristocratica. Figlia di due scienziati che spostavano la loro residenza in riferimento al loro lavoro scientifico, la protagonista, assieme alle sorelle, cresce con strane regole e con la sensazione di essere ovunque straniera e nello stesso tempo abitatrice di ogni mondo. Al centro c’è Palermo. Luogo di partenza e luogo di approdo. Intorno a questa città, c’è stata quindi la misteriosa storia aristocratica della famiglia, i Monroy, con avventure fanfarone, racconti mitici da ascoltare nel silenzio del grande cerchio famigliare. Da Masaniello a Luchino Visconti, dai Mille al terremoto del Belice, sono molti i personaggi e i fatti noti evocati nel libro. Vi ritroviamo anche molti luoghi, la Spagna, l’America, le Galapagos, Bergamo, Milano, Napoli. Il libro ha una struttura originale e mescola narrazione storica a memoria personale.

* * *

Un estratto del volume “Oltre il vasto oceano” di Beatrice Monroy (Avagliano editore)

3. Mille! Vi rendete conto?

“Mille! Vi rendete conto?”

E segna le sue dita a dieci a dieci, poi le mani tornano sul grembo odoroso di cucina a legna, di mattoni caldi, di salsa di pomodoro.

“C’erano una volta, in una terra lontana ma vicina, dei ragazzi segnati dalla speranza, dal sogno e dall’esilio. Cercavano un nuovo cielo e una nuova terra. Tra questi il nonno Gilberto aveva solo quattordici anni, tanto che non lo volevano prendere e lui allora alla stazione di Bergamo, in una ressa incredibile, si era nascosto nel treno in partenza per Genova. Riuscì a scivolare sotto la panca di legno di un vagone. I treni? Esistevano solo da pochi anni, chi c’era mai salito sopra? Eppure quei ragazzi vi scivolarono dentro come se già fosse casa loro. Quando poi lo scoprirono non c’era più niente da fare, indietro non lo potevano mandare. Era lì e lì rimase. Già si vedevano le palme e lui per questo aveva messo il naso fuori dal nascondiglio. Aveva sentito gli altri stupirsi, guarda un po’ che razza di alberi e non aveva saputo resistere.

«E tu chi sei?» gli chiese un anziano prendendolo per la collottola.

«Sono Gilberto Boraschi.»

«Ehi! Qui c’è un altro imboscato.»

Era arrivato il Nullo.

«Ti conosco, a te.»

Sì mi conosci, perché il Nullo lo sapeva bene da che famiglia coraggiosa e antiaustriaca era venuto fuori il ragazzo, così Gilberto rimase.

Questa è una storia di piedi perché a piedi e che male, credetemi, percorsero tutta quella strada e con quel caldo. Negli zaini, poverine le mamme, i mariti se ne erano andati all’altro mondo nel ’48 e loro ci avevano quel peso dei figli di farne degli eroi, insomma le mamme che di laggiù non ne sapevano proprio un bel niente, negli zaini ci avevano ficcato in fretta e furia, si parte, si parte, via mamma, via lasciami andare, ma dove vai che hai solo quindici anni? Vanno tutti, allora to’, portati almeno due calzerotti di lana, neh, non si sa mai e un maglione per la traversata, non si sa mai e chi l’ha visto il mare? Insomma si ritrovarono a patire un caldo e portarsi appresso la lana che qui di lana ne serve poca.

Incontravano strane persone che parlavano una lingua difficile da capire. Si era tutti italiani? Neh?

Una campagna da impazzire di bellezza. Con le rocce rosse, gli agrumeti con la zagara fiorita. Limoni, aranci e nespoli. Raccoglievano i frutti dagli alberi. Camminavano e camminavano, stavano andando a Palermo con la vittoria in pugno. Già c’era stata Calatafimi. Erano spaventati, prendere Palermo era decisivo. Si nascosero tra le montagne e, da lassù, d’improvviso videro Monte Pellegrino, il sole batteva feroce sulle loro teste, brillando sull’enorme lago del mare di Palermo.

Si fidavano del loro comandante. Garibaldi, nella sua camicia di flanella rossa, con un fazzoletto e il suo consunto cappello a larghe tese. C’era chi diceva che volava sul cavallo perché era fatato e chi diceva che era il fratello di Santa Rosalia, patrona di Palermo.

Ma prima però, prima di tutto questo, prima di arrivare qui giù, il nonno Gilberto e gli altri avevano attraversato il mare.

Il cinque maggio, la partenza da Quarto, era luna piena, bella gita per mare.

Il sei era l’alba ed era il mal di mare, su e giù per le onde.

Poi Talamone, i limoni e i biscotti. Gilberto prese un limone, la scorza morbida e bucherellata, annusava. E anche il rum, ma solo per i più grandi. Diceva Bixio che lui ne aveva provati di rum con Peppino laggiù in Sud America, altro che questo. Poi? Poi era mare aperto a perdita d’occhio. Adesso c’erano solo quelle onde che si alzavano e facevano oscillare le due navi. I ragazzi avevano paura. Bixio gridava, sdraiatevi! Che razza di pappamolla ci siamo portati appresso. Lui se ne stava con l’aria impettita. Non era certo simpatico. Gilberto era finito sotto il suo comando, non era riuscito a salire sulla nave comandata dal Generale. Ora, con la scusa della nausea, s’affacciava a prendere un boccata d’aria e a familiarizzare con la massa liquida, intanto però spiava l’altra nave e il Generale con il suo bel fazzoletto rosso al collo.

oceanoSi andava lenti, carbone ne avevano poco, appena c’era un refolo di vento si aprivano le vele e così si risparmiava. Ma non dovevano distribuire delle camicie rosse uguali per tutti? Avrete una sorta di divisa, avevano detto loro nella lunga serata sugli scogli di Quarto quando quel ragazzo davanti a lui era scivolato a mare facendosi un bel bagno. Le alghe facevano slittare i loro scarponi da montanari, altro che ghiaccio, era molto peggio. Sì, sì avremo tutti una bella camicia rossa ma ce ne sono poche, adesso, quando si arriva, si vede di rimediare. Ma dove si arriva? Il generale vuole sbarcare al sud dell’isola. Verso l’Africa? A un passo. Dai, vedremo pure quella? Chissà. Ma una mappa dell’isola, il Generale a Genova non l’aveva trovata, allora si era affidato alla memoria dei siciliani, al Ciccio Crispi che ricordava qualcosa ma era esule da tanto e confondeva un po’ le cose. Comunque si andava verso Sud, un po’ di vento spingeva sotto la Sardegna, non si sta andando troppo a occidente? Chissà e chi le riconosce queste stelle? Tutto era nuovo.

Poi d’improvviso, terra! Terra! Era la Sicilia quell’ombra laggiù?

Partirono da Quarto e arrivarono a Marsala.

Maggio fiorito. Le Egadi a un passo, a toccarle con la mano. Un caldo morbido, un sole pieno e, nelle divise di lana, i garibaldini ebbero qualche problema. Prurito certo e fastidio per la luce accecante.

Gilberto, che da grande voleva fare il letterato, in cuor suo componeva versi di cui un po’ si vergognava:

Pietre poggiate a formare

ombre.

Ombre come luoghi

oscuri, plumbei e di sangue.

Scese − fu l’unico −

per caso dal brigantino che galleggiava sotto la montagna.

I gabbiani gridavano: chi sono questi?

Le femmine avevano deposto le uova.

Scese per caso

e per caso si trovò sulla spiaggia di sassi.

Per caso guardò le isole attorno.

Poggiò i piedi

− così bianchi − sui sassi scomodi.

Una medusa gli bruciò la caviglia

lui si ritrasse

e non capì da dove gli veniva quel dolore acuto.

Guardò la splendida bestia,

l’ombrello rosa.

Il sole lentamente sparve dietro l’isola

lì dove il mare si faceva Africa.

Il cielo incendiato

il mare nero

di sangue.

Barche si staccavano dall’isola solitaria, circondavano il brigantino, si levavano applausi:

«Viva Talia!» gridava qualcuno.

I gusci ondeggiavano sul mare.

Alto, gonfio, volgeva a tempesta.

I montanari, impauriti, scrutavano il mare e poi il cielo.

I pescatori, dai loro gusci, s’accorsero degli sguardi incerti, delle paure non dette.

I vecchi e i bambini sorrisero: questi come ci sono capitati sul mare?

Ecco i garibaldini, disse un altro. Adesso tutto cambia.

E tutto cambiò.

Il dieci fu Marettimo.

L’undici Marsala con un vento forte a strappare le vele. Tanto non servivano più.

Dalle case non s’affacciò nessuno. Attorno a loro solo c’era un gran silenzio.

Poi le strade bianche. Per raggiungere Palermo ci volle un sacco di tempo. Attorno ai Mille, i picciotti si davano da fare a servire, a procurare acqua fresca, frutta appena raccolta.

Il tredici era caldo ed era sete ed era vino con il caciocavallo.

Il dodici era Salemi, che salita, sembrava di essere tornati in montagna, dov’è ’sto paese? Ed erano arance e uova, carciofi e pane.

Era finito lo scirocco perciò veniva giù il diluvio.

«Cu sunnu chisti?»

I contadini fermavano la vanga, le donne poggiavano per terra la quarara colma d’acqua fresca, i bambini correvano incontro e tutti li osservavano con uno sguardo senza lampi. Chinavano la testa. Chinati iuncu ca passa la china.

Ma come? Loro erano venuti fin laggiù a liberarli, a farne un popolo felice e quelli li guardavano indifferenti, se non perfino infastiditi delle loro presenze?

«Cu sunnu chisti?»

Il quindici era il Pianto dei Romani ed era Calatafimi ed era battaglia ma, dopo ancora accaldati per la faticata, era anche il tempio di Segesta con le guide in mano. Se le erano nascoste negli zaini perché, se vado laggiù, debbo vedere le rovine antiche sennò quando si torna e mi chiedono cosa si è visto, cosa rispondo?

E poi era pane a volontà, sfornato fresco nelle case dove non c’era pace, tutte le donne impastavano perché mille sono assai da sfamare.”

La Nonna termina il racconto, per oggi basta così e aggiunge a mo’ di chiusura:

“Ma che Italia è questa? Dove sono finito?, diceva il nonno Gilberto.”

Adesso Nonna è triste, io so perché, perché anche lei si chiede dove mai è finita e che Italia è questa.

Così a Caltavuturo, tra un racconto e i giochi con i cugini, passano le giornate nella luce abbagliante. Gli uccelli volteggiano alti nel cielo, passa un mulo, un richiamo di madre e ogni tanto una macchina, dentro c’è un emigrato moro, i capelli crespi, è appena arrivato da Frankfurt, accanto la moglie bionda e dietro i figli meticci. Il paese morto d’inverno, adesso è vivo, le case sono aperte e si combinano matrimoni.

Poi Nonna scende da casa e viene verso il circolo di sedie delle zie Franca, Rosalia, Peppa: “Salutiamo, ’za Cornelia.”

Tutti portano rispetto alla strana donna che ha scelto di rimanere da loro e non se ne è tornata al suo paese d’origine. Altrettanto rispetto lo portavano al marito di lei:

“Tuo nonno? Un professorone, se ne stette fuori nel Continente ma poi qui in paese se ne vose ritornare.”

Ora è il tempo della passeggiata sullo stradone, nel lungo tramonto estivo, i paesani si vestono per bene, le facce rosse da montanari, camminano avanti e indietro per quella strada asfaltata, vanto e progresso dell’ultimo dopoguerra. Le donne fanno gruppo, le ragazze al centro, occhi bassi, gli sguardi lunghi attraversano il muro dei corpi delle madri, delle zie zitelle − e quante dopo la guerra − arrivano a sbirciare i ragazzi che se ne stanno lì con aria indifferente, la sigaretta americana tra le labbra, il parlare misto, un po’ siciliano, un po’ tedesco. L’estate è il tempo delle scelte. A quella ragazza che ha passato la vita a ricamare dietro una finestra, adesso toccherà fare le valigie e andarsene lassù. C’è un matrimonio combinato con un paesano, si sente solo e ha un buon posto in fabbrica.

Noi, le americane, i fimmini chi causi, come ci chiamano per via dei pantaloni americani, gli shorts a quadretti e le sneakers, stiamo lì in mezzo un po’ stranite, un po’ fuori da quel gioco e nello stesso tempo attrazione del paese.

Torniamo a casa per la cena, per finire la serata in terrazzo dove Nonna spiega le stelle. Una per una. Questa, quest’altra, la via Lattea. E lontano, oltre le montagne, il mare e Palermo, nelle sere d’agosto si vede perfino qualche incendio.

Oltre l’isola da cui Nonna non si vuole staccare, c’è il mondo perso per sempre, la casa di Azzano venduta, perfino i suoi vecchi genitori trasferiti in Sicilia. La tristezza e l’abbandono.

(Riproduzione riservata)

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