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INTERVISTA A TERESA CIABATTI – Tuttissanti

gennaio 19, 2014

Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del romanzo TUTTISSANTI, di Teresa Ciabatti (edito da “Il Saggiatore”). Di seguito, un’intervista all’autrice.

di Massimo Maugeri

È un romanzo attualissimo “Tuttissanti” di Teresa Ciabatti, scrittrice e sceneggiatrice di Orbetello, residente a Roma, di cui ricordiamo la pubblicazione dei romanzi “Adelmo, torna da me” (2002, Einaudi Stile Libero- da cui è stato tratto un film), “I giorni felici” (2008, Mondadori), “Il mio paradiso è deserto” (2013, Rizzoli). Una narrazione, quella di “Tuttissanti“, che indaga su alcune distorsioni della nostra contemporaneità legate all’apparenza, ai sogni effimeri e alle loro strumentalizzazioni. Ne ho discusso con l’autrice…

– Teresa, come sai sono sempre molto incuriosito dal processo che porta alla nascita di un libro. Raccontaci qualcosa sulla genesi di “Tuttissanti”. Come nasce? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte d’ispirazione?
Esco poco di casa. Guardo molta televisione. Nella mia giornata la televisione è più reale della realtà. E questo è un libro patologicamente autobiografico. Come se parlassi della mia famiglia. Lo schermo si è abbattuto, io sono entrata dentro, o forse loro sono usciti fuori. E loro non sono quelli che raccontano i giornali. Sai quando la madre dell’omicida dice: lui non è così come lo descrivete voi, è una persona gentile, educata, non farebbe male a una mosca, vive per Tommy, il suo adorato bassotto? Ecco, diciamo che io in “Tuttissanti” sono questo. La madre dell’assassino che racconta di Tommy.

– Il titolo del romanzo è molto particolare: perché “Tuttissanti”?
Perché le immaginette del televoto, i quadratini delle facce dei concorrenti, ricordano le immagini votive. Votalo è il pregalo dei santini.

– Come epigrafe del libro hai scelto uno stralcio di una lettera che Rosa Rubicondi ha scritto al figlio Riccardo, fratello del più famoso Rossano (pubblicata su DiPiù, giugno 2013). Cos’è che ti ha colpito principalmente di quelle parole?
L’idea di successo e fallimento, dove il successo coincide con l’esistenza stessa, l’esserci.
Si esiste solo sotto la luce dei riflettori, davanti alla lucina rossa della telecamera. Tutto quel che si realizza al di fuori è nulla. Oblio. La frase di Rosa Rubicondi – “Vedi, figlio mio, tu sei sempre stato bellissimo. Negli anni Novanta, quando facevi il modello, lo stilista Enrico Coveri ti aveva definito Dio sceso in Terra per la perfezione del tuo viso e del tuo corpo. Fu così che Rossano, più piccolo ma con tanta voglia di diventare qualcuno nella vita, iniziò a emularti, eri la sua guida in un ambiente, quello della moda, che lui imparò a conoscere grazie a te. (…) Di lì a poco è arrivato il successo per lui e, come madre, sono fiera dei traguardi che ha raggiunto. E tu, cosa hai fatto? Niente.” – questa frase di una madre al figlio è una tragedia greca, Medea, in cinque righe.

– Proviamo a conoscere i personaggi principali, partendo da Luciano Lualdi. Che tipo di persona è? E come vive il suo “status” di noto impresario del cosiddetto star system?
Lucio Lualdi è Lele Mora. E poiché lui ha apprezzato il ritratto, posso parlare senza lo schermo dello pseudonimo. Mora è l’inventore della televisione degli ultimi vent’anni. È Geppetto e Mangiafuoco allo stesso tempo (definizione di Francesca Serafini). Come Geppetto crea (l’unico agente in Italia, Presta e Caschetto lavorano con le star), e come Mangiafuoco distrugge. Quando Mangiafuoco starnutisce sai che si sta commuovendo. Ecco, io ho provato a raccontare lo starnuto del mio Mangiafuoco.

– Poi c’è il giovane Christian Russo, la cui vita e il cui destino di incrociano con quelli di Lualdi/Mora. Parlaci di Christian. Chi è? E cosa vuole dalla vita?
Christian è uno dei tanti. Parlando di lui, racconto Lucio. È l’oggetto d’amore. Una specie di attributo qualificativo per raccontare Lele Mora alias Lucio Lualdi. In un’intervista, parlando di tronisti, Mora mi ha detto: “Sulla spiaggia dove andavo in vacanza coi Coltivatori Diretti – grande invenzione di Mussolini – passava un tizio con questo leoncino in braccio, e chi voleva, pagando, poteva farsi fotografare. È stato il mio rimpianto: non avere foto col leoncino, non c’erano soldi. Nel mio ricordo però il leoncino c’è ancora, è eterno.”

– Teresa, cosa pensi del mondo dello spettacolo italiano di questi ulimi anni? E in che modo “riflette” l’essenza della nostra contemporaneità (ammesso che questo “riflesso” esista)?
Spesso il contrario: la vita riflette la televisione. Pensa ai tronisti. Sono un’invenzione di Maria De Filippi e Lele Mora, poi diventano una categoria antropologica, anche estetica. Persino una professione.

– Quali sono i pro e i contro dei talent show, a tuo avviso?
Non so rispondere.

– Nel 2013 è stato pubblicato, per i tipi di Rizzoli, un altro tuo bel romanzo: “Il mio paradiso è deserto“. Qual è il “filo” che potrebbe unire i due romanzi?
Intanto il bilico tra fiction e non fiction. Lì c’era Malagrotta, la discarica alle porte di Roma. C’era Attilio Bonifazi, il capofamiglia, ispirato a Manlio Cerroni. Qui c’è Lele Mora. E poi certi temi, ossessioni narrative che ogni scrittore ha: lo spettro della dimenticanza, il fallimento come fine di tutto, la condanna all’oblio.

– Cosa bolle nella tua “pentola letteraria”? Puoi anticiparci qualcosa?
Sto scrivendo un nuovo romanzo. E poi non abbandono Lele Mora. Mora per me è quello che Marilyn Monroe è stata per la Oates. “Blonde” è un libro di 1300 pagine. Io su Mora ne ho scritte solo cinquanta. Ne mancano altre mille. Almeno.

Grazie mille, Teresa…

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