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L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO

gennaio 21, 2014

Ricordiamo lo scrittore Vincenzo Consolo (scomparso il 21 gennaio di due anni fa) pubblicando questo articolo inviatoci dal critico letterario Giuseppe Giglio.

Ne approfittiamo altresì per segnalare il post OMAGGIO A VINCENZO CONSOLO pubblicato su LetteratitudineBlog e ancora “aperto” per eventuali nuovi contributi

L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO: ITACA SENZA PROCI

di Giuseppe Giglio

«La mia ideologia, o se volete la mia utopia, consiste nell’oppormi al potere, nel combattere con l’arma della scrittura – che è come la fionda di David, o meglio come la lancia di don Chisciotte – le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo». Così Vincenzo Consolo – l’ultimo dei tre grandi scrittori siciliani (insieme a Leonardo Sciascia, il suo maestro; e a Gesualdo Bufalino), scomparso il 21 gennaio 2012 – chiudeva quell’autobiografica intervista che è Fuga dall’Etna (1993), nel segno della responsabilità morale dello scrittore: che gli veniva dall’autore de I promessi sposi e della Storia della colonna infame. A lui che avrebbe cesellato l’epigrafe del suo ultimo romanzo, Lo spasimo di Palermo (1998), su queste parole di Prometeo: «Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore». A lui che (fin dal libro d’esordio del ’63: La ferita dell’aprile, dal titolo emblematico, e nel quale molto aveva creduto il grande Nicolò Gallo, sciamanico inventore di scrittori) aveva voluto essere narratore di memorie perdute, obbedendo ad una ferrea volontà di smascheramento delle imposture della storia e della politica. A lui che – oscillando tra Piccolo e Sciascia, Pasolini e Buttitta, e sulla scia del barocco Daniello Bartoli – quelle memorie ha sciolto nel canto della sua prosa razionalista e barocca, forgiata in una peculiare officina: dove, da finissimo artigiano qual era, in una sorta di felice complicità tra incanto e ragione, era scivolato  (da scrittore, più che da filologo) lungo l’antica e feconda verticalità della nostra lingua, tra le pieghe del dialetto, gli innesti stranieri, gli esempi letterari della tradizione. Per invenire parole ancora dotate di intrinseca purezza, ancora non consumate, non mercificate; e sedurre così verità nascoste, nel tentativo di restituire il senso delle azioni degli uomini.
E ne ha trovate tante, di parole, Consolo, nel corso di quell’indimenticabile viaggio che fino alla fine dei suoi giorni ha compiuto: a mostrare l’uomo continuamente oltraggiato e ferito, a dar corpo e sangue alle tante vite avvilite, mortificate, disfatte, dimenticate. Da infaticabile viandante sempre a disagio, che ogni tappa reinventava nel sortilegio di una narrazione originalissima, di un’irrinunciabile utopia. Da inquieto e letteratissimo Ulisse, che, dopo aver ascoltato, senza fermarsi, l’ennesima sirena, continuava a sognare un’Itaca senza Proci: per affidarla a quel brulichio di alchimie sintattiche, di fermentazioni lessicali, di eccitazioni prosodiche che è la sua scrittura. Nel segno di un abbandono al primato del giudizio conoscitivo e morale della letteratura, di quel «varco verso la genuina esperienza dell’esistenza umana», oltre e contro la lingua del potere, dei poteri, per dirla con Max Frisch (il grande narratore, diarista e drammaturgo svizzero). Una finzione, la letteratura, che smaschera altre finzioni. Una menzogna, avrebbe detto Manganelli, che inventa le verità che mancano alla realtà: laddove la scrittura diventa una «legittima difesa contro l’esperienza dell’impotenza», per citare ancora Frisch, che mai ha smesso di credere nel sogno, nell’utopia della letteratura, ovvero «l’utopia secondo la quale la condizione umana potrebbe essere diversa». E Consolo la sua menzogna, la sua utopia, le ha affidate ad una prosa che ha spesso i toni e la cadenza della tragedia; ad una «metrica della memoria» (come ha detto una volta lo stesso scrittore). Da cui non di rado affiora un ironico sottofondo: ora grottesco, ora parodistico.
Una metrica, una cantilena: piacevolmente udibile in un capolavoro come Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), o in Nottetempo, casa per casa (1988), che con Lo spasimo di Palermo forma una splendida trilogia romanzesca. Per non dire di Lunaria: una fiaba del 1985, che significò il rifiuto della forma romanzo: l’abbandono della storia per il mito, della prosa per la poesia. O di Retablo (1987) e di Le pietre di Pantalica (1988). Un romanzo ed un volume di racconti, questi ultimi: un viaggio fisico e insieme metafisico, per ridare un necessario ordine al caos. E ne Lo spasimo di Palermo (la vicenda di uno scrittore che rischia di non scrivere più, nell’Italia delle stragi di mafia), Consolo racconta il capitolo forse più vero e attuale del nostro Paese: che sempre di più somiglia a una sorta di «materno confessionale di assolvenza», in cui tanti fanno peccato, ma nessuno è colpevole. Sarebbe poi venuta quella straordinaria partitura di saggi – sui miti e le memorie del Mediterraneo, ma soprattutto sulla Sicilia e i suoi scrittori – che è Di qua dal faro (1999). Dopo – a parte due titoli, entrambi del 2009: Nerò metallicò. Un racconto con dodici finali (Gremese Editore) e Il corteo di Dioniso (La Lepre) – il silenzio: perché anche Consolo, come l’ultimo Sciascia, oramai temperava una matita dalla punta sempre più fine, ma che non scriveva più. È stato però un silenzio attivo, per così dire; che suonava (e suona) quale dolorosa, ineludibile denuncia della barbarie incalzante.
Aveva incontrato tanti scrittori e poeti, Consolo. Tra cui Lucio Piccolo. E all’irresistibile fascinazione dell’autore dei Canti barocchi Consolo aveva pagato il suo tributo con Lunaria; ma si era al tempo stesso difeso, dal «barone magico», dalle sue sirene, con la contemporanea frequentazione del maestro di Racalmuto. C’è stato però un poeta, un poeta antropologo, nel quale Consolo (che ne ha lasciato una suggestiva e commovente rievocazione in quel suo libro di grandi crudeltà e dolcezze che è Le pietre di Pantalica) ritrovava uno specialissimo alter ego. Si chiamava Antonino Uccello, quel piccolo e delicato poeta, e ad un uccello, ad un canarino somigliava. Era un «cantore e predatore di memorie, di reliquie di un mondo trapassato di fatica e di dolore, vero, umano». Era di Palazzolo Acreide, dove aveva aperto «la casa dei venti e dei fantasmi», la casa di Icaro. Una casa-museo: per ridare vita alla perduta civiltà contadina, i cui reperti aveva per tutta la vita cercato e raccolto. Per ricordare al visitatore che quegli oggetti erano stati vivi, polemici; che avevano rappresentato una lotta, custodito un sogno: la speranza di una nuova stagione di civiltà.
Oggi l’autore di L’olivo e l’olivastro (uscito nel 1994, è il romanzo del ritorno in una Sicilia devastata, nera e atroce, nella quale però la voce narrante, il canto di Ulisse, esercita ancora la sua malìa) non è più con noi. Ma restano i suoi libri: un peculiarissimo polittico, nel panorama letterario italiano. Si farà forse un Meridiano, a cura di Cesare Segre (assai caro a Consolo) e Gianni Turchetta. E intanto Mondadori ha pubblicato La mia isola è Las Vegas (2012): un’ampia raccolta di racconti, curata da Nicolò Messina e voluta dallo stesso Consolo. E lo scorso anno è uscito – presso Sellerio, a cura di Salvatore Grassia, e con una prefazione di Salvatore Silvano Nigro – Esercizi di cronaca: un volume che raccoglie gli articoli che Consolo scrisse per “L’Ora”, il glorioso quotidiano di Palermo. Per conto del quale il cronista di sant’Agata di Militello aveva viaggiato in lungo e in largo per la sua isola, a narrarne gli scempi, le nequizie: la mafia, il sangue, la corruzione, la distruzione del paesaggio, l’abiezione politica, lo sconvolgimento antropologico. Una ragione in più, questa, per continuare a raccogliere le confidenze che questo grande scrittore ci ha lasciato: in difesa dell’uomo, e della sua dignità. Uno scrittore, ma soprattutto un narratore. Con  quel suo sorriso fuggevole e un po’ amaro, come quello del suo marinaio. Che è certo il sorriso di un Ulisse melanconico, che tante ferite aveva visto: spesso immedicate, quando non mortali. Ma forse è anche il sorriso  di un Ulisse instancabile, che antica confidenza aveva con il proprio arco: a lenire un dolore, a cancellare un’offesa.

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Giuseppe Giglio vive a Randazzo (CT). È scrittore e critico letterario. Si occupa soprattutto di letteratura del Novecento, nel segno di un’idea di critica letteraria come critica della vita. Ha pubblicato articoli e saggi su periodici letterari e quotidiani come “Stilos”, “Polimnia”, “Pagine dal Sud”, “l’immaginazione”, “Il Riformista”.
È tra gli autori del volume miscellaneo Leonardo Sciascia e la giovane critica, uscito nel 2009 presso Salvatore Sciascia Editore. Con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2010,  I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico. Con questo libro ha vinto il premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria.
È una delle firme de “Le Fate”, una nuova rivista siciliana di arte, musica e letteratura. Scrive su “Fuori Asse”, una rivista letteraria torinese on-line. Fa parte della redazione di “Narrazioni. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie”, un periodico nato nel Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Scienze Storiche e Sociali dell’università di Bari, ma fatto da giovani critici non strutturati, e con l’ambizione di porsi come un osservatorio sul romanzo contemporaneo. Scrive anche sulle pagine della cultura del quotidiano “La Sicilia”.

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