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Giovanni Parlato ci racconta IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO

gennaio 22, 2014

parlato3Giovanni Parlato ci racconta IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO (Felici editore)

[Domani pubblicheremo uno stralcio del romanzo]

di Giovanni Parlato

Per quale motivo l’editor di una casa editrice milanese vola a Bonn e suona il campanello di uno scalcinato palazzo di periferia? E chi è Kurt Wielm, l’uomo che gli sta aprendo la porta? E’ un uomo disperato, “una botte di birra sul punto di scoppiare”. Quest’uomo dagli occhi spenti, conserva un segreto. Per questo, l’editor ha bussato a casa sua.
Sotto il lavabo della cucina, dentro una cassetta di legno che un tempo conteneva bottiglie Chardonnay, si trovano fogli sparsi e un vecchio quaderno. Sfregando col polpastrello, affiora una copertina nera e all’interno, sulla targhetta, un nome: Luigi Pirandello. E una data: Agosto 1879. E come l’editor sfoglia il quaderno, riconosce la calligrafia del grande drammaturgo a partire da quella lettera effe “un puledro fra le altre lettere, scalpitante, giovane”.
Così l’editor si ritrova fra le mani la prima novella inedita scritta da Pirandello all’età di 12 anni. Comincia a leggere il racconto ed è come se una luce tenue e fioca diventasse sempre più chiara. In quella novella, c’è qualcosa di familiare, qualcosa di conosciuto che scorre nelle vene di chi sta leggendo. Fofò, il nome del personaggio di Pirandello, è anche il nome della nonna dell’editor, ma non solo: identica la storia. Fofò aveva sposato un carrettiere, Gaetano, divenuto un casellante. Una vita da un casello a un altro nella Sicilia più pietrosa e selvaggia spargendo per il mondo la speranza affidata a otto figli.
Strane coincidenze. In cui la finzione e la realtà cominciano a inseguirsi fin da questa parte iniziale del romanzo. Fino a quando, inaspettatamente, sono bianche le pagine del quaderno  e incompiuta si rivela la prima novella di Pirandello. Dopo l’iniziale smarrimento, l’editor individua la strada. Sarà lui a proseguire la novella e il romanzo è la storia di questa prosecuzione, di una partita che si apre tra il piano della realtà che trova nell’editor il suo protagonista e il piano della finzione che trova il suo protagonista in Pirandello che si fa egli stesso personaggio: ora fanciullo, ora capocomico.
Una partita fra l’editor e il drammaturgo al centro della quale ci sono i personaggi della novella. A chi spetta la paternità di questi personaggi? A colui che con la sua penna li ascolterà e proseguirà la loro storia o allo scrittore dalla cui fantasia sono nati? Una sorta di rovescio della medaglia di “Sei personaggi in cerca d’autore” dove – là – non c’era un autore, mentre qui sono due gli autori a contendersi la paternità.
Di conseguenza, il romanzo è costruito su due piani narrativi, due strade parallele. Abbiamo l’editor che ha deciso di fare, di questa storia, in combutta col cugino Luigi, una truffa letteraria: spacciare tutta la novella come la prima novella di Pirandello e presentarla così al suo nuovo editore in modo da garantirsi una carriera di successo. Ma abbiamo anche Pirandello il quale entra in scena dettando i tempi come al ristorante di Parigi dove ogni commensale diventa un attore, un gioco della finzione in cui resta intrappolato chiunque si muova al suo interno.
In questa contrapposizione fra realtà e finzione (già di per sé un tema pirandelliano) accadono diversi avvenimenti: un suicidio, il ritorno a Bonn, i viaggi a Parigi, la mostra di Modigliani, una cena da sfondarsi lo stomaco, un bagno notturno nel mare di Sicilia. E l’immagine finale del libro è colei (anche un’immagine può avere la forza espressiva di un personaggio) da cui è nato questo libro. Importante è il come, tuttavia sempre preceduto da il quando, quando un libro nasce.  Questo libro è nato la notte stessa del funerale di mia nonna. Quando la notte del 9 giugno 1987, io e mio cugino Luigi (a cui ho dedicato il romanzo) siamo andati sulla torre saracena di Siculiana. Con noi c’era una ragazza di cui non ricordo il nome, dagli occhi azzurri e i capelli castani lunghi, una bella ragazza di Ribera e tutti e tre restammo sulla torre, in silenzio, col vento in faccia e davanti agli occhi la luna piena e argentea che illuminava il mare increspato e le onde che si spezzavano brillando come se le stelle invece di stare in cielo fossero sul mare. La luna era l’occhio di un ciclope che ci aveva ipnotizzato e quella notte sentii il desiderio di descrivere quei colori e quelle emozioni. E di legare quella notte argentata con il sole e la luce forte che aveva accompagnato l’addio a mia nonna.  Scrissi quel racconto – intitolato “La torre saracena” –   costruito sui contrasti di luce. Poi,  seguito da un altro racconto – “Buonanotte Sicilia” – in cui introducevo la storia dei miei nonni. Ma restava una storia familiare. Avevo bisogno di uscire da un racconto chiuso e passare a un racconto aperto  che tutti potessero leggere: la soluzione è arrivata guardando (ancora una volta) il mare, là dove l’occhio incontrava la chioma del pino di Pirandello che ora non c’è più. E quella chioma sembrava dirmi che lo scrittore fosse un vicino di casa, come se lui stesso dicesse a me e a tutti gli agrigentini che guardavano verso il mare: “Io sono qui”.  La soluzione è così arrivata inserendo il personaggio di Pirandello e conservando i veri nomi: nonna Fofò doveva restare nonna Fofò, Luigi doveva restare Luigi.

* * *

Giovanni Parlato è nato ad Agrigento ed è cresciuto a Livorno. Laureato in Lettere all’Università di Pisa, è un giornalista del quotidiano il Tirreno. Nel 2011 ha pubblicato il libro “Lui non dette l’ordine. Il caso Sofri e la memoria” (Edizioni Ets). Questo è il suo primo romanzo.

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