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CATANIA MEDITERRANEA

gennaio 23, 2014

CATANIA MEDITERRANEA

di Pinella Leocata

Quale ruolo, quale vocazione, quale sviluppo è pensabile per fare di Catania una città euromediterranea, non solo dal punto di vista geografico? In attesa che si definisca la normativa che istituisce le città metropolitane, quali strumenti possono essere utilizzati per rilanciare la nostra città attraverso la gestione del territorio? E quale carattere identitario valorizzarne nell’ottica del rilancio culturale e turistico? E ancora. Cosa fare per mettersi in rete con altre città del Mediterraneo? Come uscire dalla gabbia del tardo Barocco nella quale la città si è rinchiusa sebbene abbia avuto, soprattutto negli anni Venti del secolo scorso, importanti architetti che, con le loro opere, hanno partecipato al dibattito internazionale? E, poi, cosa vuole la città? Cosa chiede la committenza istituzionale e spontanea? Quali strumenti di partecipazione dal basso possono essere utilizzati per fare pesare la propria voce?
Questi gli argomenti al centro dell’incontro che si è tenuto lunedì pomeriggio alla Pinacoteca provinciale, nell’ex chiesa di San Michele minore, promosso da Communitas e da altre associazioni. Ospite d’onore il prof. Ezio Godoli, docente di Storia dell’Architettura e di Lineamenti di Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Da lui, innanzitutto, una premessa. In questa fase di crisi economica si è registrato, anche nel campo dell’architettura, un taglio pesante ai finanziamenti per la ricerca e un cambio di orientamento per cui gli unici fondi stanziati per la cultura sono quelli che hanno risvolti pragmatici e una forte ricaduta sui territori. Non a caso uno dei pochi finanziamenti europei di questi ultimi anni è quello indirizzato allo studio delle architetture e delle città dei regimi totalitari perché nell’Europa dell’Est e nelle disgregate Repubbliche sovietiche è necessario provvedere al riuso, e al ripensamento estetico, dell’immenso patrimonio edilizio realizzato con il sistema della prefabbricazione. Per quanto riguarda Catania, per esempio, si potrebbe puntare sull’Art Dèco di cui la nostra città ha esempi notevoli e che è diffusa in molte capitali del bacino mediterraneo quali Tunisi, Algeri, Casablanca, e poi Valencia e alcune città della Costa Azzurra. Città del Mediterraneo con cui Catania potrebbe mettersi in rete per studiare e ricostruire insieme i reciprici rapporti storici. Anche perché, come a Tunisi, gran parte delle architetture e delle espressioni delle arti decorative di quegli anni sono opera di siciliani e, in particolare, di artigiani e maestranze d’arte provenienti da Ispica, Rosolini, Sortino, Canicattini Bagni. Molti di loro, finito il periodo d’oro nei centri di provenienza, espatriarono in Africa e vi lavorarono con successo.
Un esempio di possibili strade di ricerca e di intervento. Ma la questione di fondo da affrontare è chiarirsi che tipo di città Catania vuole essere nel contesto euromediterraneo, tanto più in questo periodo storico in cui l’Europa ha smesso di guardare a Sud. E ancora. Che ruolo può giocare Catania in un’isola, e un territorio, ridotti sempre più ad essere una base militare nel cuore del Mediterraneo? Lo sviluppo della nostra città è compatibile con la scelta Usa di fare di Sigonella la capitale mondiale dei droni per uso bellico? Ed è compatibile con la presenza del Muos? Per tutto questo i tanti intervenuti al dibattito hanno sostenuto che è poca cosa, e peraltro distorsiva e rischiosa, partire dal regolamento edilizio di città. La sollecitazione e l’impegno, dunque, sono a pensare con più largo respiro.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

Su Catania, segnaliamo questo articolo di Massimo Maugeri

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