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IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO, di Giovanni Parlato (le prime pagine del libro)

gennaio 23, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO di Giovanni Parlato (Felici edizioni). Ieri abbiamo pubblicato “l’autoracconto d’autore“…

I – LA TELEFONATA

La veste a fiori su sfondo azzurro era smossa da un tiepido scirocco quando la sua mano forte afferrò il manico della zappa poggiato sbilenco sul tronco di un carrubo. I suoi capelli bianchi erano avvolti in una crocchia, il suo ovale era tondo come i suoi occhi, mentre sulle gambe appena scoperte s’intravedevano i segni dei tanti figli che aveva avuto. Camminava con i sandali fra la terra umida della notte. Poi, si fermò e guardò il cielo e la zappa fece un ampio giro sopra la sua testa per poi affondare nella terra. Una, due, tre volte. Fino a quando la lama andò a cozzare contro qualcosa. Quindi, l’anziana donna si piegò sulle ginocchia e cominciò a scavare con le mani. Là sotto era nascosta una cassetta di legno. Da una tasca della veste prese una chiave e aprì quel piccolo forziere pieno di soldi. Prese due banconote e ripose la cassetta là dov’era ricoprendola di terra. Si avvicinò al carrubo dove mise la zappa al suo posto e uscì. Andò dal pescivendolo e, sulla strada di ritorno, comprò anche due bottiglie di birra. Quando mi sedetti a tavola trovai un vassoio di gamberoni e un vassoio di triglie. E la birra, fresca di frigorifero.
Appena un attimo e mi sveglio quando la luce del sole comincia a filtrare dalle imposte.
Ho sognato mia nonna.
Mi trovo a casa di mio padre, a Livorno, mentre mia madre è in Sicilia. Sento squillare il telefono. Forse per questo mi sono svegliato. «Pronto» dice debolmente la voce di mio padre. Una lunga pausa di silenzio e me ne sto in attesa fino a quando sento mormorare: «Su, Mariuccia» e capisco che mia nonna è morta. Me lo aspettavo. Ho lasciato mia moglie, la casa editrice, Milano per stare due giorni con mio padre. E, ora, quella telefonata giunta alle prime luci del mattino. Non sono sconvolto, non piango, rifletto solamente se sia il caso di scendere in Sicilia per i funerali. In fondo, sono qui per questo. Dapprima penso al lavoro e alla fatica del viaggio e credo di avere buoni motivi per non andare, ma c’è quel sogno come se mia nonna avesse voluto farmi un ultimo dono. Il ricordo dell’immagine di lei che non mi saluta più all’arrivo del treno fa sbandare la mia memoria: la ricordo a San Leone quando mi faceva trovare la colazione pronta, la ricordo quando venne a Livorno per il giorno della mia laurea, penso a tutto quello che non ho fatto, avrei voluto parlare con lei e farmi raccontare i ricordi importanti della sua vita. Mi  vedo davanti  a  lei con un registratore, mentre lei parla e il nastro gira. E, ora, immagino di tirare fuori del cassetto i colloqui di ore e ore, premo un tasto e la sua voce mi racconta di quando conobbe nonno, del giorno indimenticabile in cui avvenne il fidanzamento. Il mio dolore è non avere fatto tutto questo, non avere la sua voce da ascoltare. Ora, non resta che scendere per l’ultimo abbraccio.
Sullo smartphone cerco i voli. Ma non ci sono più posti liberi sugli aerei per la Sicilia. Il  mezzo più veloce è il treno del sole. Io e mio padre dovremmo essere ad Agrigento domani alle 15. Prima di prendere il taxi per la stazione, ho telefonato a mia moglie a Milano e le ho detto di nonna, della partenza, le ho dato appena il tempo di salutarmi.

* * *

II – ODORE DI STALLA

Il grano in Sicilia è già maturo. Campi e colline sono ricoperti da un giallo caldo e dorato, il vento smuove il colore, la cromatura compatta del giallo si spezza, strisce di spighe ondeggiano, dal finestrino del treno arriva l’aria calda, un po’ fiacca, come il treno che stanco costeggia il  monte di Cammarata. Una motrice in testa con tre vagoni che da quando è partita da Termini Imerese sembra abbandonata al suo destino. Il tempo e lo spazio, dopo la traversata, hanno un’altra dimensione, il treno non corre più, si sposta lento su un binario. Hanno tolto la luce e quando entriamo nelle gallerie il buio è totale, lo sferragliare un rumore assordante. Non si può leggere, non si può parlare, non si può fare niente perché improvviso arriva il buio: ti lascia solo e ti costringe a pensare.  Quel treno sembra dirmi che così è la vita, un alternarsi fra il giorno e la notte. E fra una galleria e un’altra, quando il sole si sparge sul grano e sugli olivi, sui tetti di solitarie case di campagna, penso a mia nonna che seduta all’ombra schiacciava con un sasso le mandorle e le fave secche.
Alla stazione di Agrigento, ad aspettare me e mio padre, trovo uno dei miei trenta cugini:  dice che nonna è già stata portata in chiesa e che la funzione sarebbe iniziata fra solo dieci minuti. Sulla scalinata vecchia di secoli che porta alla chiesa di Santa Croce al Rabato, nel quartiere arabo di Agrigento, sento odore di stalla, di strame, di campagna. Qualcuno si era preso cura di spazzare la pietra, liscia e consumata, che luccica al sole. Ma  nell’aria è rimasto l’odore come un aroma. Abbraccio qualche mio zio e mia madre sul sagrato. Davanti l’altare, c’è mia nonna ricoperta da un manto di rose rosse, la rivedo dietro quelle rose quando mi chiamava per darmi l’uva, quando comprava il pesce dall’ambulante con le mosche che le ronzavano attorno e poi comprava la birra e la metteva in tavola, bella fresca, solo per me. Ricordo l’ultima volta che mi strinse al suo petto e mi disse: «Anche se ora ti sei fatto grande, dovete venire tu e tua moglie, almeno un mese, qui in Sicilia».
Ora, dietro il buio che se l’era presa, non c’era solo il nero, ma il rosso delle rose e del sole caldo che bruciava i muri, l’azzurro del cielo, il giallo del grano e il verde dei limoni, i colori vivi dei disegni che adornano gli affreschi della chiesa stracolma di gente composta e ordinata. Aveva mandato avanti otto figli, guidato trenta nipoti, governato cinquecento conigli, mille galline e curato pomodori, patate, insalate e alberi da frutta. Mentre mio nonno guardava le stelle e sognava, nello sperduto casello numero 120 lungo la linea ferroviaria fra Caltanissetta e Palermo, mia nonna impastava la farina per preparare il pane pensando ai figli che dovevano arrivare.

(Riproduzione riservata)

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