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IL RACCONTO DELL’ANELLO, di Frank Stiffel (le prime pagine del libro)

gennaio 25, 2014

In occasione del “Giorno della memoria 2014“, in esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del volume IL RACCONTO DELL’ANELLO, di Frank Stiffel, pubblicato dalle edizioni e/o (traduzione dall’inglese di Maria Grazia Cappugi)

Una vita salvata dalla tragedia giorno per giorno, grazie a una speranza inesauribile e alla forza della scrittura: parole strappate alla morte scritte fortunosamente su avanzi di sapone e sugli stracci dei prigionieri destinati alla camera a gas, talvolta pezzetti di carta barattati al mercato nero del campo con un pezzo di pane

Frank Stiffel è nato in Polonia, a Lvov, il 23 novembre 1915. Ha studiato medicina in Francia, in Belgio (dove ha diretto un circolo di poesia) e in Italia. É stato internato nel campo di Treblinka e, dopo la fuga, in quello di Auschwitz. Scampato allo sterminio, incontra in Italia la donna dell’anello, Ione Sani, che sposerà nel 1946. Nel 1950 raggiunge il fratello Max a New York dove intraprenderà la sua carriera letteraria. “Il racconto dell’anello” vincitore dell’Editor’s Book Award, è il suo primo romanzo. Frank Stiffel è morto a Flushing, New York, nell’ottobre del 2011, questa è la sua storia.

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La scheda del libro
Frank è un poeta, un idealista, l’ultimo di quattro figli di un agiato commerciante ebreo di Lvov, in Polonia. Studia medicina e sta ultimando il suo tirocinio quando nel settembre del 1939 le prime bombe tedesche lo sorprendono presso l’ospedale ebraico della sua città. Da un giorno all’altro la situazione precipita: prima l’invasione russa, poi quella tedesca, il trasferimento nel ghetto di Varsavia e, infine, la deportazione a Treblinka dove perderà tutti i suoi cari. Frank riesce a fuggire, ma viene nuovamente catturato e deportato ad Auschwitz. Sopravvivrà e incontrerà una donna cambierà per sempre la sua vita, la stessa donna che accompagna i suoi sogni dai giorni terribili di Treblinka, lo stesso volto incastonato nell’anello da cui non si separerà fino alla fine dei suoi giorni. Questo libro è la sua testimonianza, una vita salvata dalla tragedia giorno per giorno, grazie a una speranza inesauribile e alla forza della scrittura: parole strappate alla morte scritte fortunosamente su avanzi di sapone e sugli stracci dei prigionieri destinati alla camera a gas, talvolta pezzetti di carta barattati al mercato nero del campo con un pezzo di pane.

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Il primo capitolo de IL RACCONTO DELL’ANELLO, di Frank Stiffel – edizioni e/o (traduzione dall’inglese di Maria Grazia Cappugi)

CAPITOLO PRIMO
Patriota polacco

La mia storia ha inizio il 1° settembre del 1939, poco dopo
che le prime bombe naziste erano cadute su Lwów, in
Polonia, e il primo carico di vittime, ferite e uccise su un
tram che passava per ulica Sloneczna, era stato portato all’Ospedale
ebraico, dove io stavo terminando il mio tirocinio estivo
da medico. Con l’odore del sangue caldo ancora nelle narici e
l’immagine dei corpi massacrati nella mente, stavo in mezzo alla
folla che si era ammassata intorno alla statua del poeta e patriota
dell’Ottocento Adam Mickiewicz. Intonammo il vecchio inno:
«Non consegneremo la terra che ci ha generato; non permetteremo
che la nostra lingua sia sepolta; noi siamo la Nazione
polacca, il Popolo polacco, i discendenti del regno dei Piast; noi
ci metteremo in marcia al richiamo del corno d’oro – e che Dio
onnipotente ci aiuti». Quando arrivammo alla strofa «e che Dio
ci aiuti» tutte le mani destre si alzarono in un giuramento so –
lenne. Le lacrime mi soffocavano mentre continuavo a pensare:
“Così, questa è la guerra. Questa è la patria, e io e tutti gli altri,
polacchi ed ebrei, siamo suoi figli. Siamo tutti fratelli. Abbiamo
una causa comune”.
Intanto la folla si era trasformata in un immenso esercito di
persone che marciavano prima verso il Consolato francese, poi
verso quello inglese, per spingere i consoli a chiedere ai rispettivi
governi di dichiarare guerra alla Germania. E, mentre marciava,
la folla cantava: «Su Hitler, su, appeso al palo della luce,
che il miserabile perda la sua anima dannata».
Mentre marciavo con la folla cercavo di immaginarmi quale
contributo avrei potuto dare in quella guerra, una guerra in cui
molti eroi sarebbero nati e molti sarebbero morti. Nella società
in cui ero cresciuto, il culto dell’eroe era enorme. Da bambino
sentivo forte dentro di me il desiderio di diventare io stesso un
eroe quando fossi stato grande. Ma a quel punto gran parte di
quel sentimento era svanito, spazzato via dagli anni di ostilità da
parte della componente polacca della società. Su trentuno
milioni di persone, gli ebrei erano tre milioni e mezzo. Ci veniva
detto giorno dopo giorno che eravamo dei codardi, che non eravamo
polacchi, che avremmo dovuto lasciare la Polonia e an –
dare in Palestina – con il risultato che eravamo diventati come
loro avevano scelto di vederci.
Il giorno successivo mi unii a tre miei amici, Adam, Salek e
Pentsak. Salek e Pentsak, come me, avevano studiato all’estero.
Io avevo studiato medicina, prima in Italia, poi in Belgio e in
Francia, a causa delle restrizioni relative all’ammissione di studenti
ebrei nelle facoltà di medicina in Polonia. Questo valeva
anche per le facoltà di farmacia e di ingegneria, ed è per questo
che Salek e Pentsak avevano studiato architettura all’estero,
prima a Milano e poi, dopo l’introduzione in Italia delle leggi
razziali da parte di Mussolini, a Grenoble, in Francia.
Avevamo tutti ventitré anni e tutti provenivamo da agiate
famiglie di commercianti ebrei. Mio padre, un esportatore di
mobili e cesti di vimini in America, nonché comproprietario del
più moderno cinema della città, quattro anni prima aveva tentato
di tutto per farmi accettare in una facoltà di medicina
polacca. Per aiutarmi aveva anche cercato di corrompere un
influente professore universitario, ma il suo sforzo era fallito il
giorno in cui il primo maresciallo Józef Piłsudski era morto. Era
il maggio del 1935, stavo per sostenere gli esami di maturità; e
il professore che aveva preso il denaro, uomo di Piłsudski, aveva
perso in una notte tutta la sua influenza.
Comunque ormai non faceva più molta differenza. La Po –
lonia, sebbene governata dal partito politico di Piłsudski, era di
fatto retta dai nazional-democratici fascisti, i radicali antisemiti
Endek, che volevano gli ebrei spoliati, espulsi, o addirittura
sterminati.
Mio padre, che si era recato a New York nella tarda primavera,
tornò per liquidare i suoi affari a Lwów e trasferirli negli
Stati Uniti.
Intanto aveva mandato mio fratello Max, avvocato trentenne,
a New York per curare l’ufficio vendite che egli aveva aperto
durante la sua visita all’Esposizione Universale a Flushing Meadows.
L’altro mio fratello, Gustav, di un paio di anni più grande,
viveva in Palestina dal 1933; un idealista, un pioniere, un Halutz,
come era chiamato nei circoli sionisti.
Mio fratello maggiore Martin, di trentasette anni, era sposato
da due e aveva un ottimo impiego a Złoczów, una cittadina
a est di Lwów, dove era direttore dell’ufficio contabilità della
più grande fabbrica di pancetta in Polonia. La moglie di Martin,
Pola, unico membro acquisito della nostra famiglia, proveniva
da una ricca famiglia di importatori di tè e caffè di Lwów e
aveva portato in dote a Martin, fra l’altro, la metà di un grande
condominio. Quest’ultimo era il motivo per cui Martin era
ancora in Polonia, invece di trovarsi a dirigere l’ufficio contabilità
di New York, incarico che il suo capo gli aveva offerto e
che lui aveva rifiutato poiché il condominio non si poteva
esportare e il denaro che si sarebbe potuto ricavare dalla sua
vendita sarebbe stato congelato nel paese a causa delle rigide
restrizioni governative.
Mia madre, che era stata una bella donna dall’aspetto florido,
con occhi azzurri e lunghissimi capelli biondi, aveva allora
sessant’anni e soffriva di vari disturbi della menopausa che la
facevano sentire indisposta, infelice e depressa.
In realtà la mia famiglia, io, i miei amici, non avevamo affari
che ci trattenessero in Polonia all’epoca in cui si stava preparando
un così globale sovvertimento. Alcuni degli altri studenti ebrei si
trovavano in Francia o in Belgio, avendo deciso che, se ci fosse
stata una guerra, si sarebbero arruolati nella Legione straniera.
Ma noi quattro eravamo patrioti polacchi. Volevamo combattere
sotto la bandiera bianca e rossa della Polonia.
Analizzammo rapidamente la situazione e prendemmo una
rapida decisione. Dopotutto, eroi o non eroi, eravamo tornati
in Polonia dall’estero proprio per questa ragione: arruolarci e
combattere Hitler.
Ci recammo in centro, all’affollato ufficio reclutamento.
Vedevamo gli altri giovani arrivare con la cartolina precetto in
mano e ci sentivamo in imbarazzo. Poi individuammo un tenen –
te. Adam aveva l’aspetto e il comportamento di un vero polacco.
Fece un passo avanti, attirò l’attenzione dell’ufficiale e gli si
rivolse con piglio militare: «Signore, chiediamo rispettosamente
di essere arruolati». Il tenente ci chiese perché non avevamo
ricevuto le nostre cartoline precetto e Adam spiegò che eravamo
studenti universitari e quindi non eravamo soggetti alla leva
obbligatoria. Aggiunse che gli altri studiavano all’estero.
«Quindi siete ebrei» disse il tenente. Sapeva bene quale
fosse la parte della popolazione polacca che mandava i propri
figli a studiare presso università straniere.
Il tenente si fermò in cima alle scale, Adam un gradino più giù,
e Salek, Pentsak e io ancora più sotto. Il tenente ci sembrava un
dio dell’Olimpo e noi mortali stavamo umilmente aspettando la
sua decisione. Un capitano raggiunse il tenente. Chiese che cosa
stesse succedendo e il tenente rispose: «Ebrei, signor capitano.
Vogliono arruolarsi nell’esercito». Ora c’erano due dèi sull’Olimpo.
Il capitano ci osservò attentamente. Poi decise; chiamò un
sergente e gli ordinò di darci l’equipaggiamento. A ognuno di noi
furono consegnati una cintura e un berretto militari e ci fu ordinato
di presentarci a rapporto appena possibile al comando generale
dell’esercito a Złoczów. Fortunatamente eravamo stati
arruolati.
Mio fratello maggiore, Martin, viveva a Złoczów. Il suo era
stato il tipico matrimonio ebraico combinato tramite un sensale.
Non capirò mai come mio padre, che osservava strettamente
le più importanti ricorrenze religiose ma per il resto era
senz’altro più polacco che ebreo, possa essersi affidato a un sensale
per il matrimonio del suo primogenito, il figlio prediletto.
Deve averlo fatto per assecondare mia madre, che lo desiderava
fortemente.
Mamma era stata in visita da Martin e Pola per qualche
tempo così, quando scoppiò la guerra, lei si trovava lontano da
casa. Ciò si rivelò in seguito una benedizione. La notte del 3 settembre
i miei tre fratelli, pochi amici di Martin, mio padre e io
ci riunimmo a casa nostra alle nove di sera, in modo da poter
partire tutti insieme per Złoczów.
Złoczów era settanta chilometri a est di Lwów, lontano dall’esercito
tedesco che si stava avvicinando, ed era là che i co –
mandi militari dell’esercito polacco avevano organizzato la loro
base strategica.
Gli anziani volevano andare a Złoczów per evitare di finire
sotto l’occupazione tedesca; i giovani vi si recavano con la speranza
di essere arruolati e mandati al fronte.
Mio padre aprì la credenza di noce dove custodiva i vini e i
liquori pregiati. Tirò fuori una bottiglia di armagnac vecchio di
settant’anni che gli avevo portato in regalo dalla Francia, la
stappò e servì ognuno di noi. «Non sappiamo cosa sta per accadere
» disse. «Questa potrebbe essere la nostra ultima bevuta
come si deve».
Chiamò Marynia, la nostra domestica da tempo immemorabile,
e le versò da bere dicendo: «Ora sarai tu a capo di questa
casa».
Si guardò intorno. Era un accogliente appartamento borghese:
la stanza da letto dei miei genitori con i bei mobili di vecchio legno
di cedro; la vasta sala da pranzo in noce per le occasioni speciali,
dove ora stavamo bevendo il bicchiere dell’addio; uno studio, che
fungeva anche da camera da letto per me; un grazioso piccolo
tinello che serviva per l’uso quotidiano; la cameretta di Marynia;
un’ampia cucina; due bagni; un terrazzo sul fronte della casa; il
balcone della cucina, con in fondo un’uscita secondaria.
Marynia singhiozzò.
«Non è tempo per le lacrime ora» disse mio padre. «Nessuna
guerra può essere terribile come la Grande guerra. Ab biamo un
governo solido, e con l’aiuto dei nostri buoni amici francesi e
inglesi la prossima primavera questa guerra sarà finita. L’of –
fensiva tedesca si fermerà non appena cominceranno a cadere
le piogge autunnali. Si impantaneranno nelle buone vecchie
strade fangose della Polonia. All’inizio della primavera ci sarà
una massiccia controffensiva e poi una vittoria totale».
Vuotammo solennemente i bicchieri. Era ora di andare.
«Lasceremo tutto così com’è» disse mio padre a Marynia.
«Prenderemo con noi giusto un po’ di argenteria. Potrebbe servire».
Poiché i treni erano gremiti di truppe, tutti i cavalli erano
stati requisiti e le poche automobili giacevano abbandonate
ai lati delle strade con i serbatoi vuoti, dovevamo andare a
piedi.
Nella fitta oscurità, lasciammo la città passando attraverso la
foresta della Pohulanka e poi ci dirigemmo verso est, cercando
di raggiungere l’arteria principale. Non ci misi molto a capire
che portare con noi l’argenteria era stato un errore capitale.
Appendemmo la pesante valigia a un bastone e per primi la portammo
io e Adam, poi Salek con Pentsak, poi io con Salek, poi
Pentsak con Adam, poi di nuovo io con Adam. Non avremmo
mai raggiunto la strada.
Ero stufo, e lo dissi a mio padre. Mi aspettavo che reagisse.
Volevo quasi che si arrabbiasse, che si mettesse a farmi la predica
ricordando il sudore che gli era costato guadagnare i soldi
con i quali aveva comprato l’argento. Dopotutto, non avevo
ancora guadagnato un centesimo in tutta la mia vita.
Mio padre mi sorprese. «Avrei dovuto pensare a tutto questo
peso» disse. «Non ha senso. Lascia la valigia. Lasciala qui,
subito. Non è la fine del mondo. Quando la guerra sarà finita
guadagnerò altri soldi e comprerò della nuova argenteria».
Ero confuso. I miei tre amici non riuscivano a nascondere la
loro gioia. Da quel momento il nostro cammino si fece molto
più agevole e marciammo di buon passo per cinque ore.
All’alba gli aerei tedeschi cominciarono a mitragliare la
strada, due volte ogni ora. Ogni volta che gli incursori apparivano
all’orizzonte, noi correvamo nei campi di patate o dentro
i fossati, nascondevamo la testa dentro la Madre Terra e la
coprivamo con le nostre giacche arrotolate. I tedeschi si divertivano
con questi raid, per loro era un gioco. Non c’era nessuno
che sparasse contro di loro. I pochi soldati lungo la strada correvano
nei campi di patate anche più velocemente di noi. Le
squadre della Luftwaffe volavano basso, quasi sfiorando le cime
degli alberi, e mitragliavano la strada, gli alberi, i campi. Di
tanto in tanto gettavano una bomba su un camion abbandonato
o su un carro agricolo.
A causa dell’andatura lenta imposta da queste incursioni non
raggiungemmo Złoczów prima delle tre del pomeriggio. Il bell’appartamento
di Martin da quel momento sarebbe diventato
una sorta di stazione di passaggio dove i suoi amici, e gli amici
degli amici, si sarebbero fermati per la notte, prima di riprendere
il viaggio. Qui, per la prima volta, ho saputo che molte di queste
persone si dirigevano verso il confine con la Romania, sperando
di attraversare di nascosto il fiume Dnestr e lasciarsi così alle
spalle la guerra, la patria, e gli scrupoli patriottici.
Non trovammo il comando dell’esercito a Złoczów. Se volevamo
raggiungere l’esercito, suggerì qualcuno, avremmo fatto
meglio a continuare in direzione est, verso la successiva grande
città che era Zborów.
I miei genitori, Martin e Pola cercarono di dissuaderci dal
seguire l’esercito. Volevano che restassimo con loro ad atten-
dere l’evolversi degli eventi. Eppure, sentivamo ancora questa
cosa dentro di noi. Eravamo tornati in Polonia dall’estero per
combattere Hitler e lo avremmo combattuto. Anche Adam, l’unico
che non veniva dall’estero, voleva combattere per la sua
patria. E così dicemmo addio alla famiglia, prendemmo dei
fagotti di cibo e un cambio di camicie datoci da Pola, e andam –
mo a Zborów.
Partimmo il mattino presto e prima che facesse notte raggiungemmo
Zborów, dove trovammo una sinagoga piena di
rifugiati. Qui apprendemmo che il comando dell’esercito non
era più nemmeno a Zborów. Qualcuno ci disse che si stava spostando
rapidamente verso est, in direzione del confine russo.
Altri pensavano che era l’esercito a dirigersi verso la Russia,
mentre il comando era già in Romania. Qualunque cosa si
dicesse, erano soltanto voci. Zborów era una città povera e il
capo della comunità ebraica non aveva nemmeno una radio. A
questo punto non sapevamo veramente cosa fare, così – come
suggeritoci da uno dei rifugiati – decidemmo di aspettare a
Zborów e di stare a vedere.
Aspettammo un giorno. E un altro ancora.
La mattina del terzo giorno ci fermammo nella piazza del
mercato a guardare i contadini ucraini che dalla campagna venivano
in città. Portavano fruste, falci, bastoni, e borse vuote. Il
motivo per cui si raccoglievano nella piazza del mercato non ci
era chiaro, così restammo lì a osservarli. Quella mattina avevo
lavato la mia camicia e mentre si stava asciugando avevo indossato
una bella rubasˇka1 russa di seta che Pola mi aveva dato
quando avevamo lasciato Złoczów.
Arrivò un’autoambulanza dell’esercito. Stranamente, veniva
da est, dalla Russia, ed era diretta a ovest, verso Lwów. Si fermò
nella piazza del mercato e due ufficiali polacchi scesero per
sgranchirsi le gambe. Riconobbi uno di loro, un assistente dell’ospedale
ebraico di Lwów sotto la cui supervisione avevo lavorato
per buona parte dell’estate precedente.
Corsi verso di lui, agitando la mano. «Dottor Rotter! Che
piacere vederla!». Mi strinse la mano cordialmente e mi chiese
cosa facessi a Zborów. Gli dissi che i miei amici e io stavamo
seguendo l’esercito e che ora eravamo in attesa.
L’altro ufficiale si unì alla conversazione. «Così state aspettando!
» disse. «E lei è pronto a dare il benvenuto» aggiunse sarcasticamente,
indicando la mia rubasˇka russa. Imbarazzato,
guardai il dottor Rotter, che si rivolse all’altro ufficiale: «Collega,
si sta sbagliando se pensa questo. Conosco questo giovane
molto bene». Poi, rivolgendosi verso di me, chiese: «Ha ascoltato
la radio?».
«Non ci sono apparecchi radio a Zborów. È da quattro
giorni che non ascoltiamo notizie, da quando abbiamo lasciato
Złoczów».
«Allora è meglio che vi facciate coraggio» disse Rotter.
«Oggi i russi hanno invaso la Polonia. Ho paura che la guerra
sia finita. Si è trattato di una grande, tragica beffa. Il nostro esercito
si è arreso ai russi. Fra breve vedrete i soldati polacchi disarmati
tornare alle loro case. Mi dispiace, collega». Rotter e l’altro
ufficiale tornarono all’ambulanza e partirono.
La piazza del mercato era ormai gremita di contadini ucraini
che brandivano le falci. Alcuni giovani ucraini avevano installato
una grossa mitragliatrice su uno sperone sovrastante il cimitero,
che dominava la città. Era finalmente chiaro il motivo per
cui i contadini si erano raccolti in città. Nonostante fossimo a
conoscenza dei pogrom che avevano avuto luogo in più occasioni
nella storia della Polonia, noi eravamo dei bravi ragazzi di
buona famiglia borghese e non potevamo credere che stavamo
per essere testimoni di un omicidio di massa e della distruzione
di un’intera città. Gli ebrei locali erano meno sofisticati. Avevano
già sentito parlare di ucraini che avevano attaccato un
gruppo di cadetti polacchi, li avevano chiusi in una baracca e
avevano dato fuoco all’edificio. E avevano anche sentito di contadini
che avevano tagliato le dita ad alcune persone per appropriarsi
rapidamente dei loro anelli. Da un solo punto di vista gli
ebrei locali e noi quattro eravamo identici: non avevamo idea di
come difenderci.
Era già pomeriggio, ed era ovvio che gli ucraini stavano
aspettando la notte per agire. Probabilmente avevano bisogno
della copertura del buio.
Poco dopo arrivò in città un carro armato russo. Era enor –
me, dall’aspetto ingombrante, e fu molto bene accolto. Gli corremmo
incontro. Un ufficiale stava nella torretta aperta. Parlava
un po’ di polacco. Gli riferimmo i nostri timori; accennammo
alla mitragliatrice piazzata sul cimitero e lui promise di rimanere
fino a quando l’esercito russo non avesse iniziato a entrare
in città. Non ci volle molto agli ucraini per valutare i nuovi sviluppi
della situazione. La mitragliatrice scomparve e i contadini
si dispersero lentamente, malvolentieri. Avevano perso la loro
occasione.

(Riproduzione riservata)

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