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ELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE, di Marco Piscitello (le prime pagine)

gennaio 29, 2014

ELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE  coverELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE (Tullio Pironti editore) di Marco Piscitello (le prime pagine del libro). Ieri abbiamo pubblicato “l’autoracconto d’autore

Voglio essere chiaro con il lettore. Questo è un Elogio, ma non ha proprio niente di una sviolinata. A me non interessa innalzare altari, solo far emergere la verità attraverso i fatti lasciando a chi legge il compito di decidere da che parte stare. Un cronista non ha altro dovere.

Come ho premesso all’Editore all’atto di presentargli il testo, la mia formazione stilistica va fatta risalire al 1965, anno di uscita di A sangue freddo. La mia idea di letteratura risente cioè dell’influenza di autori come Truman Capote, Tom Wolfe e Norman Mailer, padri fondatori di quel New Journalism che nel 1972, con il caso Watergate, avrebbe portato la scarna notizia, nella sua accezione più alta, al potere. Chiamatelo romanzo- verità, reportage, nonfiction novel o come volete, per me conta solo che sia la secca e precisa ricostruzione degli eventi, non paroloni privi di serio riscontro, a convincere chi se le troverà davanti agli occhi che queste pagine sono dedicate a un uomo di valore. Tirare l’acqua al suo mulino altrimenti, a mio avviso, non avrebbe alcun senso.

Lo spirito di alcuni uomini oltrepassa il tempo delle loro esistenze terrene. Il senso delle loro vite anzi, a dir meglio, oltrepassa il concetto stesso di temporalità. Questo libro è dedicato alla vita di un uomo di cui il tempo pare aver smarrito la memoria, ma cui proprio il passaggio degli anni sembra destinato a rendere oggi giustizia. Questo libro è dedicato ad Arthur von Hofmannsthal, lo studioso che si era posto l’obiettivo di cambiare i destini del mondo attraverso un mutamento interiore di tutti noi. Il ricercatore visionario cui un fato iniquo ha tolto dal capo l’alloro della gloria. Il rivoluzionario dai mille pseudonimi figli della fantasia popolare (e qui cito testualmente i giornali e la vox populi, cioè quei soprannomi che gli aveva spontaneamente dato la gente della strada): Professor Inverso, Professor Unione, Professor Uguaglianza, Professor Cupido, Amorino, San Valentino, Genesi, Arcadia, Paciere, Mediamore, Conciliamore, Pacificamore, Sintesi, Casablanca, Doppiosesso, Unisex, Paceamore, Unisesso, Rivoluzionamore, Evadamo. Io, che ho avuto la ventura di conoscerlo forse meglio di tutti nel suo momento di maggior fulgore intellettuale, scelgo di aprire questo Elogio ricordandolo con il nome che, all’ascolto, più di ogni altro gli disegnava in viso un sorriso di soddisfazione: il Professor Bellamore.

Conobbi Arthur von Hofmannsthal ai primi di maggio del 1969 in un bar di Via Mezzocannone (per la precisione Lo Sciuscià) a Napoli. Anzi fu lui, se così può dirsi, a conoscere me. Curvo sul tavolino, una mano alla fronte l’altra stretta alla penna, anche quella mattina stavo cercando parole capaci di ricostruire in una lettera tutto l’amore che nei puri fatti provavo per Lisa Krauss, un’incantevole fanciulla tedesca che avevo conosciuto l’estate precedente ad Amalfi invaghendomene, devo ammetterlo perché corrisponde al vero, perdutamente. Lisa non mi rispondeva da ormai otto mesi (cioè, in effetti, non mi aveva mai risposto), ma io confidavo che lo studio indefesso della sua lingua che conducevo presso la signora Gargiulo (ex amante di un caporale della Wehrmacht ai tempi dell’occupazione) avrebbe finito per convincerla dello stato delle cose nel mio animo e a tornare nella nostra regione  già nel corso dell’estate che stava per sopraggiungere (magari stavolta senza i genitori!). Arthur von Hofmannsthal, mi accorsi d’un tratto, era curvo dietro di me con quella sua caratteristica aria pensosa. Indossava un abito scuro e pareva stesse spulciando una delle sue lunghe basette (un gesto che avrei imparato a riconoscere). Al mio muto interrogativo, esclamò:
“Ah, tu scrive tedesco! Permette?”
Poi si sedette e mi parlò. Fu così che di lì a pochi giorni un misconosciuto studente di letteratura e aspirante giornalista ventiduenne, qual ero, sarebbe diventato assistente personale e amico dell’uomo che più di ogni altro si avviava ad incarnare quell’epoca di cambiamento e rivoluzione dei costumi: il Professor Bellamore.

La vicenda che mi appresto a riportare alla luce, un tempo assurta agli onori caduchi delle cronache e oggi del tutto dimenticata, si svolse, per ciò che più direttamente riguarda me e più globalmente, può dirsi, tutti noi,  tra i primi di maggio e la metà di luglio del 1969.
Erano i tempi di Butch Cassidy, del Vietnam, di Nixon, degli scioperi contro le gabbie salariali, dei cortei, delle università occupate, degli sgomberi della polizia, della seconda generazione del Movimento Femminista, ma anche di Lisa dagli occhi blu (la canzone di Mario Tessuto che tanto mi ricordava la mia Lisa), di Mario Merola e del Festival della Canzone Napoletana trasmesso della Rai (quello del 1969, il diciassettesimo guarda caso, si tenne dal 17 al 19 luglio al Teatro Politeama di Napoli proprio nei giorni della triste conclusione di questa storia).
Il 16 luglio sarebbe partito  da Cape Canaveral l’Apollo 11, e il 21 di quel mese memorabile Amstrong e poi Aldrin, mentre Collins restava in orbita, sarebbero stati i primi uomini  a scendere sulla Luna. A Woodstock, nella contea di Ulster, stato di New York, dal 15 al 18 agosto tre giornate di pace e musica avrebbero segnato la storia del rock, e, appena dieci giorni dopo, l’atto di attraversare le strisce pedonali di Abbey Road da parte dei Beatles sarebbe rimasto per sempre cristallizzato nella celeberrima foto di copertina del loro album che da quella strada prese nome (un’immagine tra l’altro scattata solo poche ore prima dell’uccisione dell’attrice Sharon Tate ad opera dalla demoniaca setta di Charles Manson). Il bene e il male si inseguivano, in quei mesi. A marzo il Bed-In di John Lennon e Yoko Ono all’Amsterdam Hilton Hotel aveva chiarito al partito dei guerrafondai che la pace mondiale si fa a letto e attribuito un significato sessual-amoroso, che sarebbe poi rimasto indelebile, a un anno apertosi nel segno del sangue con il sacrificio dello studente praghese Jan Palach – scomparso tra le fiamme del suo amore per la libertà il 19 gennaio –  e destinato a chiudersi con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre.
J.F. Kennedy e Marthin Luther King erano ancora “morti caldi”, come si diceva allora. Ma  Give peace a chace faceva intanto da onnipresente sottofondo musicale al caldo maggio carico di contraddizioni e promesse che segnava il passaggio tra la primavera e l’estate di quel mitico 1969 in cui conobbi  il Professor von Hofmannsthal.

ELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE  coverArthur von Hofmannsthal era nato trentanove anni prima nella cittadina di Feldkirchen in Kärnten nel verde cuore della Carinzia, non lontano dunque dai confini dell’Italia e dalla Slovenia. Particolare non di secondo piano, proveniva da una famiglia di farmacisti da cinque generazioni. Laureatosi in medicina all’Università di Vienna (Medizinische Universität Wien) e conseguita la specializzazione in psichiatria, esercitò diversi anni con buoni risultati la professione  a Salisburgo, per poi trasferirsi “in apparenza” improvvisamente a Napoli nel dicembre 1968, cominciando subito a condurre misteriose sperimentazioni con erbe officinali che andava a cercare alle pendici del Vesuvio in lunghe gite solitarie. Ma questo è un Elogio basato su dei dati, non una sterile biografia; lo dirò dunque senza troppi giri capziosi di parole: dopo pochi mesi di esperimenti, in quel caldo mese di maggio il professore aveva ormai scoperto e cominciato a sperimentare con successo un farmaco capace di annullare le differenze tra l’Uomo e la Donna, rendendo i due Sessi emotivamente compatibili, se non addirittura uguali, nella percezione della realtà e soprattutto nelle reazioni ad essa. La sua scelta di trasferirsi a vivere, studiare e condurre test alle pendici del Vesuvio, lì dove Maschi e Femmine sono prototipo ed archetipo dei loro sessi, e delle relative differenze, alla massima potenza – come soleva dire –, era stata in realtà a lungo meditata. Lo intuii fin da quel nostro primo frettoloso colloquio al tavolino di un bar affollato di studenti della vicina Università Federico II:  si era all’alba di un caso da tenere d’occhio. Ed io non esitai un attimo a accettare quanto la sorte aveva deciso di fornirmi: un buon punto di osservazione.

Nel corso del nostro secondo colloquio,  avvenuto il giorno seguente nella sua casa studio di Piazza Nicola Amore 12, il Professor von Hofmannsthal fu più prodigo di particolari sul suo lavoro. Tre, voglio ora sintetizzare, gli elementi da cui era scaturito il suo progetto: la traumatica separazione dei suoi genitori quando il Professore era in tenera età, l’esperienza acquisita sul campo negli anni di esercizio della professione medica a Salisburgo affrontando casi clinici a suo parere indubbiamente legati alle differenze emotive genetiche dei sessi, l’innata capacità – certo ereditata dalla sua particolare genia di farmacisti – di riconoscere le erbe, combinarne gli effetti e infine ottenerne preparati inediti alla medicina generalista. Così stava nascendo quella scoperta. Sento già le prime voci alzarsi: ebbene no – desidero chiarirlo subito –  il Professor Arthur von  Hofmannsthal non era un drogato, né un piccolo Timothy Leary della Carinzia. Il Professor Arthur von  Hofmannsthal aveva già conseguito importanti risultati clinici di attestata guarigione in patria attraverso l’uso delle erbe officinali austriache (ne conservava documentazione, pur se in austriaco, che mi mostrò). Eppure sapeva di poter ottenere di più. I suoi studi approfonditi della flora particolare della regione vesuviana lo comprovavano (soprattutto mi parlò di certi licheni). Questo, unitamente al suo amore per il progresso e la pace mondiale, diceva, lo aveva condotto in quella parte di mondo che storia, mitologia e pensiero filosofico (basti citare il Nietzsche di Umano, troppo umano) attestano essere paradigmatica per la definizione esatta dei diversi sessi: il napoletano.
In breve, ecco il senso del nostro incontro: dopo mesi di ricerche e test empirici, il Professore aveva iniziato da qualche tempo a sperimentare la sua scoperta su alcuni soggetti e ora gli era indispensabile l’aiuto di qualcuno capace di scrivere in corretto italiano (lingua che lui era solo in grado di parlare) per creare un archivio documentale dei risultati ottenuti. E quel qualcuno, se lo volevo – mi disse – avrei potuto essere io. Scendeva ormai la sera, una tiepida sera arieggiata da brezze marine che giungevano a noi attraverso al finestra del suo studio, quando Arthur von Hofmannsthal  pronunciò queste parole:
“Faremo delle interviste, anzi: sarai tu a condurle. Registrerai e stenograferai. Abbi fede: il mondo sta per cambiare.”
Pensai a Lisa.  Poi a Truman Capote. Un pizzicorino alle narici mi fece sentire come un cane all’inizio della caccia. C’era la storia. Ero sul pezzo. Eravamo, tutti, nell’occhio di un ciclone enorme chiamato 1969.

Rileggendo quanto riferito fin qui, mi rendo conto che al giudizio del comune lettore questo Elogio potrebbe apparire, allo stato dei fatti, non molto più che la mia parola contro la Storia (che di Arthur von Hofmannsthal non riporta ormai alcuna traccia – e tra non molto spiegherò perché) . Per questo, fin da quando mi sono risolto a portare a compimento questo impegno di cronista biografico-elogiativo, ho deciso che a narrare i fatti più salienti di questa vicenda sia la viva voce dei suoi protagonisti.
Di seguito riporterò dunque alcune testimonianze tratte dalla documentazione relativa al lavoro che svolsi con e per il Professore nella fase iniziale della nostra collaborazione. Nel lasciare la parola ai pazienti, mi limito ad anticipare che quei primi casi clinici riguardarono tutti persone appartenenti al cosiddetto “popolino”, data la difficoltà obbiettiva, in quel frangente di “avviamento”,  di ottenere credibilità presso l’alta borghesia cittadina da parte di un ancora  misconosciuto studioso della psiche.
Ecco dunque, a seguire, alcuni casi.  Tutte le testimonianze sono riportate integralmente.
Sasà Bellavista – tretaquattro anni, barcaiolo per turisti e sanzaro (mediatore) ‘e mare, detto ’O bello
“Io fatico (lavoro, n.d.r.) sempre a Via Caracciolo, sul mare, ove passo quasi tutta la giornata. E, da precisare, sono fidanzato da oltre un anno con Maria Di Lauro, di anni ventidue, bellissima – a mio parere – e figlia di rispettabile pur se umile famiglia che si occupa di portineria per due palazzi adiacenti in zona Quartieri Spagnoli.  Insomma il fatto è, anzi era, che io, visto che, come detto, sono faticatore di mare con frequenti contatti con il turismo nazionale e anche internazionale, a volte, anzi spesso, ho avuto l’abitudine di intrattenermi con altre femmine; che Dio mi perdoni! E questo molto ha fatto soffrire Maria, cui purtroppo, visto che Napoli è ‘nu paese, la gente, per cattiveria e invidia, dico io, raccontava che mi aveva visto una volta con questa – mettiamo a Capri, in gita – una volta con quell’altra – che so, a prendere un caffè da Scaturchio. Insomma ci siamo capiti.    Poi però ho incontrato il Professore Bellamore, che, senza vantarmi, credo avesse sentito già dire in giro di me.  Il Professore è venuto giù al molo e mi ha parlato, poi mi detto di prendere per bocca mattina e sera per circa dieci giorni un certo intruglio liquido che sa di rosmarino, raccomandandomi che non mancassi mai l’orario (anche attraverso mia madre, con la quale sono convivente e alla quale il Professore stesso ha fatto preghiera di persona di ricordarmelo sempre). All’inizio ero scettico e mi sembrava che non succedesse niente (la prima sera che bevvi l’intruglio addirittura mi sono baciato con una milanese che la mattina avevo portato in barca a Procida, ma poi in effetti sono andato a letto; anche se va detto che questa milanese aveva l’alito di aglio, secondo me per la pasta con le vongole). Poi, piano piano, qualcosa è cambiato. Insomma, una notte stavo guardando la luna, indeciso se passare sotto all’Hotel Vesuvio dove sapevo che ci soggiornava una certa stangona norvegese, quando d’un tratto bell’e buono (di botto, n.d.r.) mi sono salite le lacrime agli occhi. Maria, ho pensato, povera Maria mia. Incredibile: avevo il cuore gonfio di pena per tutti i dispiaceri che le avevo dato a causa delle mie frequentazioni di altre femmine! Era come se quel dolore che mi diceva, e che non avevo mai capito veramente, ora lo sentissi sulla mia pelle stessa. Io, Sasà il bello? ‘O sciupafemmine? Eppure è stato così. Me ne sono andato a casa a guardare dalla finestra il cielo scuro scuro, e il giorno dopo sono corso da Maria con i fiori e le ho chiesto scusa di tutto.  Adesso sono contento e a Maria non la voglio più tradire. Ma possibile che è stato il Professore? E che è quell’intruglio?”

Assunta Cannavacciuolo – venticinque anni, venditrice di sigarette di contrabbando

“Da premettere che sono regolarmente coniugata da tre anni con Scognamiglio Agostino, venditore ambulante e solachianiello specializzato (ciabattino, n.d.r.) all’occorrenza, ma che le cose non vanno niente bene. Anzi, non andavano. Ma chiariamo con ordine: fin dai primi mesi di matrimonio mio marito mi ha accusato di essere manipolatrice, bugiarda e fin troppo scetata (furba, n.d.r.), al fine, diceva lui, di fargli fare sempre tutto quello che volevo io e anche per il puro gusto di trattarlo come un cretino.   Da premettere anche che la mia attività mi conduce a stare tutto il giorno in mezzo alla via – vistosi che tengo un banchetto fisso a via Toledo angolo Piazza Dante – e questo, voi mi insegnate, deponeva a mio sfavore, perché secondo lui, mio marito, chi vive all’aria aperta a Napoli finisce per conoscere tutti i trucchi per prendere per i fondelli la gente. E che significa? Anche tu sei sempre in mezzo alla via, gli dicevo. Sì, ma quello è anche carattere, rispondeva. Insomma le cose andavano male, e più lui faceva la vittima più a me mi sembrava fesso. Poi però ho incontrato il Professore, che aveva sentito parlare di me da alcune portinaie capere (pettegole, n.d.r.), e mi sono convinta ad andare al suo studio e a prendere ogni giorno per due volte quella bevanda che tiene il gusto strano. L’altra mattina, poi, mio marito Agostino è arrivato con il carretto, tutto mogio mogio, e ha fatto per darmi i denari che gli avevo chiesto per ricomprare lo scialle che mi aveva regalato, e che io gli avevo raccontato che mi avevano rubato certi scugnizzi. Bè, com’è come non è, da che avevo in faccia un sorriso tutto soddisfazione mi è salito un groppo in gola e all’improvviso, come se fossi stata posseduta, ho abbassato gli occhi gli ho detto queste parole: “Agostino mio, tu mi devi perdonare: non è vero che mi hanno rubato lo scialle, quello l’ho nascosto perché volevo che tu mi davi  soldi e soprattutto perché ci godo a farti fesso. Non sono una buona moglie e tu mi devi punire. Oppure, meglio: perdonami Agostino, ti prego, che ora ho capito e non lo faccio più!” E’ stato proprio incredibile, io stessa non mi potevo capacitare. Ma la cosa più bella è stata che Agostino mi ha abbracciato e ha voluto darmi i soldi comunque e ha detto che finalmente lo avevo fatto felice perché dopo tre anni si sentiva capito. Ora stiamo bene e siamo contenti e io porto a casa tutti i denari che guadagno invece che spenderli per conto mio per puro sfregio verso di lui. E’ ‘o vero. Lo giuro. Mi credete?”

(Riproduzione riservata)

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