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IL PIANTO DI IVAN IL’IČ

febbraio 5, 2014

Sacco buio – Il pianto di Ivan Il’ič

di Giuseppe Giglio

«C’era sempre Gerasim seduto in fondo al letto che sonnecchiava tranquillo e paziente, mentre lui giaceva con le gambe smagrite e coperte dalle calze, appoggiate alle sue spalle; la solita lampada col paralume, il solito dolore incessante. – Vai pure, Gerasim – bisbigliò. – No, rimango ancora. – No, vai. Gli tolse i piedi dalle spalle, si girò su un fianco e sentì pietà di se stesso. Aspettò solo che Gerasim uscisse dalla stanza e si lasciò andare al pianto, come un bambino. Piangeva per la sua impotenza, per la sua terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini e di Dio, per l’assenza di Dio». È un pianto senza speranza, quello di Ivan Il’ič Golovin: il quarantacinquenne consigliere di Corte d’appello prostrato da un feroce cancro, al centro di quel sublime racconto lungo che è La morte di Ivan Il’ič (1886), uno dei capolavori della letteratura universale. Un racconto di tremenda sobrietà, in cui il genio tormentato di Lev Nicolaevič Tolstoj raggiunge uno degli esiti più alti: a mostrare ad ogni generazione di lettori – con sconvolgente autenticità, e in appena poco più di ottanta pagine – come l’enigma della morte, del morire (una vera e propria ossessione, per Tolstoj), sempre inveri il vivere di ogni uomo, la vita di ciascuno di noi: nel bene e nel male, e come sotto il rigoroso vaglio di una nitidissima lente di ingrandimento.
È un magistrato temuto e riverito, Ivan Il’ič: un uomo mediocre ed egoista, che conduce un’esistenza al di sopra dei propri mezzi, in una società edonista e ipocrita, non meno mediocre e non meno egoista. È il secondogenito di un funzionario che aveva fatto carriera a Pietroburgo, e che era stato «membro inutile di numerose inutili istituzioni», accumulando stipendi d’oro. Nel proprio lavoro Ivan Il’ič trova una via di fuga, e un comodo rifugio: da un’ostilità repressa della vita coniugale, che non di rado si traduceva in reciproca alienazione. È ben consapevole del suo potere, ed è determinato nell’eseguire sempre il suo dovere: ovvero «tutto ciò che le persone altolocate ritenevano tale».  È un uomo in piena salute, spesso impegnato a curare nuove amicizie (di quelle che contano), abile nel separare le questioni d’ufficio dalle altre, sempre attento ad eseguire «con la massima precisione la sua parte di primo violino nell’orchestra». E mai può immaginare di ritrovarsi improvvisamente e assurdamente inchiodato ad un letto (dove un vecchio, sordo e cupo dolore inesorabilmente gli succhia la vita), a gridare la propria rabbia impotente, il proprio vano «non voglio!», finendo per smarrire la decenza e il decoro che il ruolo sociale gli impone. E le sue laceranti urla rimbombano angosciose tra le spesse mura di casa (un appartamento delizioso, dal tono elegante, «comme il faut», che lo stesso Ivan Il’ič aveva arredato), dove inutilmente la moglie ordina che le porte restino chiuse. È proprio terrorizzata, Prascov’ja Fëdorovna. Così come i figli, gli amici, la servitù del giudice morente. Diversamente da Gerasim, il fedele e discreto servitore, che fa tutto con gioia, con una bontà che commuove Ivan Il’ič. E con leggerezza e semplicità  Gerasim assolve il suo compito di pietosissimo (di una pietà naturale, come quella verso i bambini) testimone dell’estrema e umiliante decadenza fisica di Ivan Il’ič, della sua disperazione senza confini, della sua irredimibile solitudine.
Piange, Ivan Il’ič. Piange perché non sopporta più la menzogna che avvolge la vita di tutti (compresa la sua). Piange quando gli torna in mente che la moglie lo riteneva colpevole della sua stessa malattia, come fosse un nuovo dispetto da lui consumato. Piange quando pensa che in tribunale, quando ancora riusciva ad andarci, i colleghi lo guardavano come uno che presto avrebbe lasciato libero un posto. Piange nella disperata attesa della «morte terribile e incomprensibile», di quell’atto spaventoso che tutti – e specialmente le persone che aveva intorno, quelle che avrebbero dovuto essergli più vicine – riducevano a spiacevole incidente, ad indecenza, perfino. Piange per essere considerato (lui, Ivan Il’ič) una sorta di corpo estraneo, da espellere, in nome di quel decoro che egli stesso sempre aveva perseguito. Piange perché nessuno, tranne Gerasim, capiva la sua situazione, nessuno aveva pietà di lui. Piange per le sciocchezze e le menzogne dei medici, cui è costretto ad arrendersi, «come si arrendeva, un tempo, alle aringhe degli gli avvocati, pur sapendo bene che mentivano e anche perché mentivano». Piange al ricordo di quella che credeva essere stata la sua vita piacevole, e che ora, esclusa l’infanzia, non gli appariva più tale: «tutte le cose che gli erano sembrate in passato delle gioie si scioglievano e diventavano qualcosa di insignificante e perfino di ripugnante». Piange, ascoltando la voce dell’anima, per la sua incapacità di venir fuori dall’angosciosa altalena tra il desiderio di morire e il terrore della morte: «Sempre tutto uguale. Ora balenava una goccia di speranza, ora infieriva il mare della disperazione, e poi il dolore, ancora il dolore, sempre la stessa storia».
È umano, umanissimo, Ivan Il’ič. Come Cristo, quando, inchiodato alla croce, pervaso da tutta la paura che è dell’uomo, grida: «Dio, perché mi hai abbandonato?». E prima che cominci la straziante agonia, prima di quel terribile «O! Ooo! O!» gridato per tre interminabili giorni, anche Ivan Il’ič urla a Dio: «Perché hai fatto tutto questo? Perché mi hai condotto fino a questo punto? Perché mi tormenti così orribilmente?… Non aspettava nessuna risposta e piangeva perché non c’era e non ci poteva essere alcuna risposta». È umano, umanissimo, Ivan Il’ič. Più reale, più vero di tanti uomini di ieri, di  oggi e di domani. «La morte si sconta vivendo», dice Ungaretti. Ma Ivan Il’ič non fa niente del genere, né cerca una bella morte per lasciare un buon ricordo di sé. Piuttosto, non vuole morire. E solo quando sta per varcare la soglia della fine del tempo, non c’è più il dolore, quella bestia strisciante e implacabile che gli aveva dilaniato la carne e l’anima: «”E il dolore? – si domandò – Dov’è andato? Dove sei, dolore?” Si mise in ascolto. “Ah, eccolo. Non importa, rimani pure”. E la morte, dov’è?” Cercò la sua solita paura della morte, ma non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non aveva alcuna paura, perché non c’era alcuna morte. Al suo posto, la luce. “Ah! – esclamò d’un tratto a voce alta – Che gioia!». Trova la luce, alla fine, Ivan Il’ič, uscendo da quel «sacco buio» nel quale era stato scaraventato. Ma a rendere universale questo grande personaggio tolstojano – dalla vita indegna e molto comune – è proprio la sua umanissima debolezza: cristallizzata nel pianto senza soluzione, suggellata nell’estrema solitudine di uomo davanti al mistero della morte.
«Amo la verità più di qualsiasi cosa al mondo», ha scritto Tolstoj. Quella verità che egli ha sempre inseguito, fino alla fine: la verità (le verità, meglio) dell’esistere, della vita – con tutta la sua forza, la sua bellezza, ma anche con tutti i suoi inganni, le sue assurdità. In un appunto di diario del dicembre del 1895, l’autore di La morte di Ivan Il’ič annota che l’uomo «non è mai nato, e non muore mai, ed è sempre». E tornando al morire, alla morte, come a chiudere il cerchio, così Tolstoj, poco prima di spirare, sussurra al medico che lo assiste,  nella notte tra il 6 e il 7 novembre del 1910, alla stazione di Astapovo: «Me ne vado da qualche parte, così nessuno mi troverà… Lasciatemi in pace… Bisogna filarsela via, filarsela da qualche parte». Filarsela via, filarsela dalla vita, dice il grande narratore russo, l’autore di Anna Karenina e di Guerra e pace. Lui che è stato un «enciclopedico conoscitore di uomini», come l’ha definito Giuseppe Antonio Borgese. Lui che non ha pensato ad altro, vivendo, che a fuggire dalla vita, pur attraversandola giorno dopo giorno: come a guadagnarne una necessaria estraneità, un indispensabile sguardo dall’esterno. Per consegnarla, la vita, alle sue pagine immortali.

[Articolo pubblicato sul magazine “Le Fate” – Agosto/Settembre 2013]

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Giuseppe Giglio vive a Randazzo (CT). È scrittore e critico letterario. Si occupa soprattutto di letteratura del Novecento, nel segno di un’idea di critica letteraria come critica della vita. Ha pubblicato articoli e saggi su periodici letterari e quotidiani come “Stilos”, “Polimnia”, “Pagine dal Sud”, “l’immaginazione”, “Il Riformista”.
È tra gli autori del volume miscellaneo Leonardo Sciascia e la giovane critica, uscito nel 2009 presso Salvatore Sciascia Editore. Con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2010,  I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico. Con questo libro ha vinto il premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria.
È una delle firme de “Le Fate”, una nuova rivista siciliana di arte, musica e letteratura. Scrive su “Fuori Asse”, una rivista letteraria torinese on-line. Fa parte della redazione di “Narrazioni. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie”, un periodico nato nel Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Scienze Storiche e Sociali dell’università di Bari, ma fatto da giovani critici non strutturati, e con l’ambizione di porsi come un osservatorio sul romanzo contemporaneo. Scrive anche sulle pagine della cultura del quotidiano “La Sicilia”.

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