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LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (l’introduzione di Antonio Di Grado)

febbraio 8, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione – firmata da Antonio Di Grado – del volume LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (edizioni e/o)

di Antonio Di Grado

Un eroe per caso, protagonista d’una involontaria, esilarante impresa; un eroe vero che, al cospetto dell’orrore, preferisce disertare dalla vita; un disertore che dal suo domestico “rifugio” era creduto eroe; infine un martire che da quel remoto e bramato nido d’affetti è miseramente rinnegato.
Eroi pentiti o traditi, antieroi esecrabili o spassosi: eccola, la Grande guerra narrata da Federico De Roberto, l’autore di quei Viceré che vent’anni prima avevano rivoltato come un guanto la recente storia dell’Italia unita, smascherando menzogne e imposture di un’oligarchia immarcescibile e trasformista.
Quattro, i racconti di guerra qui di seguito proposti, scelti tra quanti, fra il 1919 e il 1923, lo scrittore affidò a giornali e riviste e solo nell’ultimo trentennio sono stati raccolti in volume da
Sarah Zappulla Muscarà prima e poi da Rossella Abbaticchio, con un saggio introduttivo di Nunzio Zago. Forse i più significativi, certo i più adatti a ricordare il centenario di quel tragico conflitto con una commozione che non ceda alla retorica e non rinunzi allo sdegno.
Di guerra, di quella guerra, Federico De Roberto aveva cominciato a scrivere al culmine del suo soggiorno romano, che fu per lui l’ultima evasione e l’ultima occasione prima di essere risucchiato per sempre dal vorace amore materno nel grembo soffocante della provincia; e che lo vide – lui che nella stagione milanese degli anni Novanta dell’Ottocento aveva pubblicato alacremente, dai Viceré alla saggistica e agli articoli per il Corriere della sera – aggirarsi fra aule parlamentari, redazioni e alcove cercando invano spunti e ispirazione per L’Imperio, il “libro terribile” sulla capitale del malgoverno che rimarrà incompiuto.
Intanto collaborava con il Giornale d’Italia, il quotidiano diretto da Alberto Bergamini, oggi celebrato come l’inventore della “terza pagina” e allora militante sul fronte della destra antigiolittiana.
Alle giovani generazioni, già alla vigilia della guerra, e cioè nella fase più intensa della collaborazione derobertiana, quel giornale appariva un rispettabile club di sopravvissuti: “Ci collabora tutta la più brava gente d’Italia, dalle cattedre e dalle provincie; […] è gente che ha ottenuto un gran successo di stima, che tutti rispettano ma che nessuno andrebbe a cercare. Se c’è dei solitari, degli incompresi, dei mezzo dimenticati, il Giornale è fatto apposta per loro”. Parole ben tristi, queste di Renato Serra, ribadite più crudamente, qualche anno dopo, a proposito di De Roberto, collocato “più in disparte e più in alto” dei suoi contemporanei, ma anche “un po’ indietro, in una seconda luce austera e discreta”.
De Roberto esordisce, sul Giornale, pubblicando nel febbraio 1909 il racconto Nora, o le spie, ispirato a un caso di cronaca (un intrigo giallo-rosa tra un capo di stato maggiore e un’attraente spia tedesca) e giocato nelle tonalità un po’ frivole del racconto spionistico che vira al grottesco per inadeguatezza dell’oggetto.
Pubblica poi, fino al ’22, una cinquantina di pezzi: divagazioni sull’amore (tema ricorrente nell’opera sua, finora ritenuto a torto marginale, in realtà turbato dagli stessi fantasmi che abitano l’universo del Potere), ma anche contributi letterari (novelle e recensioni) e infine interventi, analisi, divagazioni storiche e letterarie sul tema obbligato della guerra, che intanto imperversa e coinvolge l’Italia.
Questi ultimi scritti saranno raccolti nel 1919, da Treves, nel volume intitolato Al rombo del cannone, cui seguirà l’anno seguente, sollecitato da un mercato ancora sensibilizzato alla letteratura bellica, All’ombra dell’olivo. Due libri, questi, tutt’altro che centrali e risolutivi, nel contesto della produzione e della riflessione derobertiane: ma ancora una volta sbaglierebbe chi li relegasse al rango di disimpegnate di vagazioni. Si leggano le pagine di Moralità e immoralità della guerra, nell’ultimo dei due volumi. Già il titolo dice a chiare lettere quale sia l’approccio alla materia. E infatti De Roberto inizia il suo scritto rivolgendo un perentorio atto d’accusa all’intellighenzia tedesca: dietro
la logica cinica e brutale dell’imperialismo guglielmino starebbero, infatti, “la predicazione di Zarathustra” e la cultura che cir cola in quelle università. Tale asserzione, benché schematica,
coglie le corresponsabilità politiche degli intellettuali, non più disinteressati creatori, ma mediatori del consenso e diffusori di miti riconoscibili e praticabili. E comunque si spiega non solo con l’incomprensione del pensiero di Nietzsche, ma pure con un retroterra di predilezioni e di interessi scarsamente orientati verso l’area mitteleuropea e centrati, piuttosto, su quella francese: uno schieramento d’idee e d’autori, dunque, che è il corrispettivo letterario delle potenze dell’Intesa. Ovvero: civilisation contro Kultur.
Ma subito l’argomentazione scivola nel moralismo più scoperto e manicheo, tranne laddove lo scrittore si dimostra consapevole delle valenze politiche del dibattito coevo sulla guerra e coglie i limiti di certa mitologia interventista; e contro ogni tentativo di estetizzazione del conflitto, non esita a definire “orrenda” la guerra.
È superfluo ricordare le speranze di palingenesi di cui tanti intellettuali italiani avevano caricato lo storico appuntamento del 1915, che consentiva alfine a vociani e a futuristi, a nazionalisti e a interven tisti democratici di verificare, in un concreto rapporto con le masse in armi, nonché con l’opinione pubblica, quel le velleità egemoniche che erano maturate nell’opposizione al trasformismo giolittiano. Un ampio spettro di moventi e di esiti, certo, intercorreva tra chi accettava il ruolo di mediatore del potere costituito e chi ambiva viceversa a farsi del popolo una leva per un’operazione destabilizzante, per un ricambio dell’élite.
Quest’ultimo è il caso del filone ribellistico – rappresentato soprattutto dal Mala parte di La rivolta dei santi maledetti – che prefigurava, se non ineluttabilmente il fascismo, certo esiti qualitativamente diversi dal logorato assetto liberale; tra i casi, viceversa, di uso politico degli intellettuali in funzione della gestione del consenso, potremmo non casualmente rubricare quello dell’illustre pedagogista Giuseppe Lombardo Radice.
Infatti è alle posizioni di quest’ultimo, tipiche dell’intellettualità democratico-riformista postasi al servizio della guerra sotto il segno del paternalismo illuminato e d’un cauto riformismo, che si possono avvicinare quelle espresse da De Roberto nei suoi scritti: e il paragone risulta tanto più fondato ove si pensi all’attività as sai incisiva di educatore svolta in quegli anni da Lombardo Radice nell’università di Catania, dove pronunziò tra l’altro, all’indomani di Caporetto, un celebre discorso, emblematico della sua concezione cautamente giustificativa del conflitto.
Attestano quest’affinità i carteggi derobertiani (inediti come la maggior parte delle corrispondenze dello scrittore) con il Comitato catanese di preparazione e con lo stesso Lombardo Radice, che ne fu autorevole portavoce. L’attiva collaborazione di De Roberto con le campagne del Comitato e con il Bollettino di mobilitazione civile testimonia un drastico ripensamento, rispetto a quell’iniziale anti-interventismo che aveva indotto lo scrittore a dissociarsi fermamente dal direttore del Corriere, l’amico Luigi Albertini, e che ora si tramutava in un interventismo accortamente moderato, sostenuto tra gli altri dal “viceré socialista” di Catania, Giuseppe De Felice Giuffrida.
Come Lombardo Radice, anche De Roberto non sembra andar oltre l’illusione di un recupero di un mandato sociale e di una funzione pedagogica: né pare voglia leggere gli eventi bellici altrimenti che dal punto di vista della classe dirigente e dei Comandi. E tuttavia si legga, con stupore e sgomento, un racconto algido e crudele come La paura, culmine della ferocia inventiva ed espressiva sprigionata dall’autore nei Viceré o nelle pagine più fosche dell’Imperio. E non si potrà non avvertire il contrasto insanabile tra quegli scritti di routine e certe improvvise folgorazioni, vere e proprie vertigini intellettuali ed espressive che attingono agli strati più profondi dell’umano patire. È la stessa stridente antinomia tra pronunziamenti pubblici e traumi privati, fra inerzia delle idées reçues e rigore del metodo che d’un misogino come De Roberto aveva fatto nell’Illusione e altrove un coinvolto indagatore di anime femminili, e che d’una novella come La paura fa una desolata testimonianza e una denunzia implacabile degli orrori d’una guerra altrove fatta oggetto di fredde disamine o peggio d’una compiaciuta aneddotica.
Ma non solo La paura: nei racconti qui raccolti, pur nella varietà degli scenari e dei registri, affini e ricorrenti sono la natura aspra e crudele, impervia e tenebrosa del paesaggio che fa da sfondo a inutili eroismi e patetiche diserzioni, come centrifugandoli in un vortice corrusco da pittura proto-espressionista; l’uso virtuosistico dei diversi dialetti che, oltre a confermare l’attitudine plurilinguistica della scrittura derobertiana, testimoniano di una unità nazionale irrealizzata (e non l’avevano detto i “viceré” che, fatta l’Italia, piuttosto che gli italiani occorreva fare “gli affari nostri”?); infine il ricorrere, tanto nei siparietti picareschi quanto nel cuore di tenebra della tragedia bellica, di temi e parole chiave quali la pietà e l’orrore.
È così nel Rifugio, dove l’esecuzione del disertore è vissuta da commilitoni e superiori con un’angoscia che vale quanto un’esplicita denunzia dell’insensatezza d’ogni conflitto; e al culmine d’una trasferta funestata da una natura altrettanto sconvolta, è rafforzata dalla scoperta d’un trepidante e compassionevole covo d’affetti ingannati. È così nella Retata, divertita e divertente parodia delle agiografie belliche, dove a far da eroe grazie a un Margutte o Pulcinella romanesco è la cucina italiana, sono le pagnotte, gli spaghetti e i minestroni la cui saporosissima evocazione vale da sola a far cinquanta prigionieri. È così nell’Ultimo voto, giocato sul contrasto tra una natura impervia e una salma sconciata da una parte (ed efficacissima è la raffigurazione di quelle lande spettrali, di quei morti dissepolti dal disgelo che fanno pensare al visionario Malaparte di Kaputt) e, dall’altra, il lezioso decoro liberty di interni urbani abitati da una sordida avarizia affettiva e sordi all’immane tragedia delle trincee.
Un’algida replicante della razza padrona dei “viceré”, quella moglie indifferente del martire. E un’atmosfera tetra e gretta, come quella che circondò nei suoi ultimi anni lo scrittore, chino al capezzale della madre possessiva e ossessiva o sullo scrittoio dove si ostinava a correggere i suoi testi e collazionare le sue fonti con uno scrupolo ignoto al nuovo secolo fatuo e rissoso. Ma in quel secolo che l’aveva frettolosamente archiviato, quel galantuomo ottocentesco probo e meticoloso aveva sguinzagliato i mostri del Potere brutale e indifferente, della Disdetta ineluttabile, d’una cosmica Paura.
Pubblicato nel 1921, La paura è il più crudo fra i racconti che Federico De Roberto dedicò al recente conflitto mondiale. Un canto del cigno, meglio ancora un ruggito: di rabbia impotente, di sorda protesta.
Già l’incipit saggistico, accoratamente sentenzioso (“Nell’orrore della guerra l’orrore della natura…”), è segno di un mutamento d’approccio e di registro rispetto agli altri racconti, che si avvale dell’esperienza del saggista ma che subito si scioglie nel fitto dialogo mistilingue che serpeggia nelle trincee. La rappresentazione dei fanti che vi marciscono è impietosa, aliena da concessioni alla retorica patriottarda o populista: il protagonista non è il tenente Alfani, l’ufficiale-intellettuale che, anzi, vede vanificato il suo ruolo di mediazione paternalistica dalla logica assolutamente cieca – e in nessun modo giustificabile – d’una guerra che è solo insensato massacro. A reclamare il ruolo di protagonisti sono, viceversa, quegli “spettatori silenziosi”, ma dal silenzio affilato come il più tagliente dei giudizi, ch’erano apparsi sullo sfondo nell’Imperio, che allora erano operai e ora – finalmente e drammaticamente alla ribalta – sono soldati, gli stessi che Emilio Lussu descriveva in Un anno sull’altipiano e Jahier, di là da un apparente populismo che è religiosa pietas, in Con me e con gli alpini.
Questo spaccato estrema mente veritiero del paese reale non ha certezze da difendere né messaggi da diffondere, e di un solo sentimento è depositario: quello del la “paura” più atroce, vale a dire di un immane sgomento di fronte alla guerra, di fronte all’obbligo di uccidere e di farsi uccidere.
L’“orrore” è, del resto, una parola-tema, un Leitmotiv esplicitamente modulato, in apertura, dallo stesso De Roberto: con la stessa disperata consapevolezza con cui l’aveva gridato il Conrad di Cuore di tenebra (“The horror! the horror!”) e lo ripeteva, nello stesso anno della Paura derobertiana, l’Eliot della Terra desolata. Quanto alla vicenda, è scarna come la scrittura, e finalmente libera dell’ingombrante presenza di personaggi giudicanti: il fuoco inesorabile di un cecchino nemico uccide, uno ad uno, i soldati che tentano di raggiungere un po sto di vedetta sguarnito; col numero dei morti cresce il panico dei vivi che lo scrittore rende facendo ricorso alle immagini della più cruda fisiologia, nonché alle diverse tipologie dei fanti e soprattutto alle diverse parlate dialettali. La consueta tec nica contrappuntistica qui è affidata ai dialetti, come nel Rosario o nella Messa di nozze alle formule liturgiche, nei Viceré agli scrittori d’araldica o nell’Imperio agli oratori parlamentari: ma in funzione, questa volta, di una tensione a dare la parola a chi ne è privo, a testimoniare una realtà regionale, ad onta della propaganda ufficiale, tutt’altro che omogenea e integrata.
L’ultimo dei prescelti è Morana: ma è proprio il giovane aitante e pluridecorato, il tipo di eroe mitico dell’agiografia bellicista, a rompere il cerchio apparentemente invalicabile di quella folle
corsa verso la morte, prima col suo fermo rifiuto, poi con l’impudica esibizione del proprio terrore, infine tirandosi “il colpo che fece schizzare il cervello contro i sacchi del parapetto”.
Un ultimo quadro di irredimibile orrore; e un ultimo sinistro feticcio, quel moschetto appoggiato “sotto il mento”, per celebrare la macabra (e novecentesca) gloria del gesto inconsulto, che non chiede né concede ombra di giustificazioni, né velo di compassione.
Su quest’immagine, su quell’arma stretta in pugno come il mazzo di carte della principessa di Roccasciano o il rosario della baronessa di Sommatino o l’aborto sottovetro di Chiara Uzeda, torve matriarche di un’aristocrazia agonizzante, si chiude la galleria dei personaggi e delle invenzioni del nostro spietato naturalismo: sul “vinto” Morana, sulla sua tragica e primitiva ostinazione che è la stessa di Rosso Malpelo, su questo personaggio che è, come già suggeriva Luigi Russo, “l’ultimo dei cocciuti, che, come tutti gli ossessi dei Viceré, conduce fino all’estremo limite la sua logica testarda”.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni E/O

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Federico De Roberto, nato a Napoli nel 1861, ebbe una prima formazione scientifica alla quale affiancò presto l’interesse per gli studi classici. Sin dai primi anni della sua carriera fu impegnato in collaborazioni con importanti riviste e quotidiani e con alcune case editrici. Autore di numerosi romanzi e raccolte di novelle e racconti, morì a Catania nel 1927.

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Antonio Di Grado è professore ordinario di letteratura italiana nella facoltà di lettere dell’università di Catania e direttore letterario della fondazione “Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Ha dedicato le sue ricerche e le sue pubblicazioni al Quattrocento di Alberti e al Cinquecento di Gelli, al Seicento di Bartoli e al Settecento di Tempio, ma si è prevalentemente occupato dell’Ottocento della narrativa verista e del Novecento delle riviste e delle avanguardie, della narrativa tra le due guerre e infine di scrittori come Brancati, Vittorini, Sciascia e numerosi altri. Da Leonardo Sciascia è stato nominato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa. Ha pubblicato diversi volumi di storia e critica letteraria.

© Letteratitudine

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