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IL RITRATTO SCOMPARSO, di Patrizia Debicke (un capitolo del libro)

febbraio 18, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un capitolo del romanzo IL RITRATTO SCOMPARSO, di Patrizia Debicke Van der Noot (edito da Melino Nerella). L’autrice ci ha “raccontato” il suo libro qui

Clervaux, luglio 2003

La longilinea signora sessantenne dai capelli corti, argentati, alzò i suoi vivaci occhi chiari e guardò davanti a sé.
Il ritratto, appeso al muro, raffigurava un antenato di Edouard von Kammer. Grande e importante, con una pesante cornice dorata, era appeso al centro della parete di fronte al camino. Lo sguardo accigliato del gentiluomo in parrucca bianca con un’armatura brunita dai riflessi d’oro, coperta sopra la spalla destra da una cappa d’ermellino, pareva seguirla con indignazione. Da quando nel pomeriggio aveva sollevato il cencio che ricopriva la tela per riprendere il lavoro interrotto per colazione, aveva la sensazione che le sopracciglia dell’antenato si fossero aggrottate minacciosamente, sopra gli occhi grigioverdi. Avrebbe quasi potuto giurare che la piega di quelle labbra carnose, atteggiate da secoli in una linea severa, fosse divenuta sdegnosa, se non riprovatrice.
« Hai torto marcio!» contestò Adrienne Lecrouet, dopo aver contemplato con assoluta obbiettività il ritratto del suo committente cominciato da due settimane.
«Non è niente male e il tuo pronipote è più simpatico di te» dichiarò ad alta voce.
Studiò il corrusco sfondo guerriero del ritratto settecentesco con, a destra, una grandiosa battaglia tra cavalieri in sella a destrieri poderosi e, a sinistra, un’altera rocca di pietra grigia, coronata di torri inespugnabili, e lo mise a confronto senza tema di critiche, con il dipinto anche se solo abbozzato a cui stava lavorando.
Raffigurava un giovane biondo dagli occhi verdi, che rammentavano vagamente quelli del suo antenato. La specchiera barocca con la sua massiccia cornice, che pendeva alle spalle d’Edouard von Kammer, rifletteva una villa toscana. Bella, piena di fascino e di armonia, si affacciava verso il giardino all’italiana, severo con le sue siepi di bosso, potate a formare animali fantastici, mentre la porta finestra sul lato destro si apriva su un degradare di vigne che scendeva a lambire la riva di un fiume che scorreva placido.
«Ma ti capisco. Deve essere difficile per un uomo d’armi comprendere un pronipote che alla spada preferisce fare l’albergatore e il produttore di vini» concluse divertita.
La stanza, dove si trovava in quel momento, era esposta a sud ovest e, in quell’ora meridiana abbastanza calda per il nord del Lussemburgo, la luce era perfetta.
Aveva scrosciato per un paio d’ore durante la mattinata, come succede spesso nelle Ardenne anche in piena estate, ma le nuvole, com’erano venute, nere e foriere di pioggia, erano ripartite presto, trasportate via dal vento teso e il cielo era tornato azzurro, cristallino.
Al suo arrivo a Clervaux, una piccola città a nord del Granducato, il suo committente, Edouard von Kammer, le aveva mostrato la sua casa, un gioiello settecentesco con giardino segreto che, da generazioni, apparteneva alla famiglia della nonna paterna e sorgeva di fronte all’ingresso del castello medioevale. Quando lui era in Lussemburgo, abitava da solo in quella che considerava, con affetto geloso, la sua unica vera casa, coccolato dai camerieri belgi, Pierre e Linette Durand, ereditati dalla nonna, che facevano anche da factotum e casieri, e da due cani labrador neri, zio e nipote.
Edouard von Kammer gliela aveva fatto visitare stanza per stanza e Adrienne Lecrouet aveva scelto per lavorare, lo studio del padrone di casa, il salone d’angolo con il suo antico caminetto in marmo nero.
«Ma anche sala da musica. Mi piace suonare il violino» aveva confidato, prima di mostrarle un bellissimo strumento.
Due tavoli di pregio affiancati fungevano da scrivania, con pile di dossier, chiusi nelle loro cartelle, appoggiati sopra. Niente appariva fuori posto e, quando la pittrice aveva chiesto: «Lei lavora qui?», Edouard von Kammer aveva risposto: «Certo, ma non si preoccupi, porterò in albergo con me quanto serve».
L’aveva guardato stupita confessando: « Non ho mai visto un uomo tanto ordinato! Bravo!»
«Grazie, in famiglia mi accusano di essere un maledetto pignolo, ma ecco vede, sono abituato così, per me è pratico e trovo sempre tutto » aveva spiegato il suo ospite.
«Ciascuno ha il suo sistema. Rispetterò le regole» gli aveva promesso lei, d’abitudine abbastanza confusionaria, ripromettendosi di fare attenzione.

Edouard von Kammer ospitava la pittrice all’Hotel du Bois, albergo di sua proprietà, con piscina riscaldata e centro fitness di ottimo livello, frequentato da una clientela di qualità. che svettava sulla collina di fronte al castello medioevale. A meno di cento metri dal centro di Clervaux, dove si trovava la sua casa che Adrienne Lecrouet raggiungeva ogni mattina a piedi.
Una breve e piacevole passeggiata.

A fine maggio, di passaggio a Parigi, Edouard von Kammer, dopo aver visitato la mostra di Adrienne Lecrouet esposta nella Galleria Chambord, le aveva telefonato.
«Mi dicono che è impossibile perché lei, Mademe Lecrouet è impegnatissima ma, la prego, mi ascolti. Vorrei che facesse il mio ritratto» aveva chiesto.
La pittrice non aveva detto subito di no. La voce del suo interlocutore decisa, ma beneducata, le piaceva. Aveva obiettato debolmente:
«Dicono bene. Sono stata oberata di lavoro… e sono stanca».
Il ritratto di Angelique Pavrovny e di Nicolas, moglie e figlio del finanziere per il quale lavorava Michail Aldany, era praticamente finito e lei non aveva preso altri impegni. Sapeva di avere tempo a disposizione e se nicchiava era perché voleva concedersi un po’ di riposo, finalmente una vacanza. Staccare!
Ma Edouard von Kammer, dopo essersi presentato educatamente, insisteva: «Vede, signora Lecrouet, come ho già spiegato al signor Chambord, il ritratto dovrebbe essere il regalo di mio nonno per il mio trentacinquesimo compleanno».
«Una data significativa» aveva ribattuto.
«Uhm già e dovrebbe affiancare quello di un antenato, un terribile guerriero. Solo lei può farlo» aveva spiegato con humour.
«Non sembra facile» aveva ribattuto, suo malgrado intrigata.
L’idea la stuzzicava, ma prima doveva conoscere il suo interlocutore, incontrarlo di persona…
«Dov’è lei ora?» aveva interrogato.
«A Parigi e mi fermo per due giorni».
«Potremmo vederci qui o se preferisce a Zurigo. Sarò là a fine giugno, per un’altra mostra» aveva proposto.
«Meglio qui, mi dia il suo indirizzo. Potrebbe andare a lei domani?»
«Va bene! Rue de Grands Augustins, 6. Venga alle quattro del pomeriggio, l’aspetto!»
Adrienne Lecrouet faceva sempre così. Che fossero uomo, donna o bambino, prima di impegnarsi voleva vederli o almeno vedere una fotografia e basava la sua irrevocabile decisione sulla prima impressione.
Se sai guardare dentro, una persona tradisce i pensieri più nascosti» ripeteva, convinta. Si riteneva una sensitiva, o almeno parzialmente, e sosteneva di riuscire a percepire un’aura di bene o di male intorno alla gente ma, allo stesso tempo, provava quasi paura superstiziosa all’idea che questo potere le fosse stato concesso per permetterle di scoprire l’intima essenza di ognuno.
«Un ritratto rappresenta l’io, è lo specchio dell’anima» diceva sempre. Per questa ragione preferiva conservare il diritto di decidere quali dovevano essere le sue anime da immortalare, come le definiva con ironia.
Con il tempo, aveva imparato a lasciarsi la via d’uscita di un cortese rifiuto, gentilmente motivato, se qualcosa di ciò che intuiva o coglieva nello sguardo dei potenziali modelli non la convinceva.
Quella che agli inizi della sua carriera artistica era stata solo una consuetudine si era trasformata, quasi vent’anni prima, in una scelta precisa, quasi maniacale.
Allora un ritratto che giudicava un capolavoro, aveva acquisito un legame indiretto, ma torbido con un delitto spaventoso. Il ritratto, che raffigurava due sorelle, era scomparso, sottratto da un mostruoso assassino, un maniaco che aveva barbaramente ucciso la maggiore delle due e ferito e traumatizzato in modo gravissimo l’altra, una bambina di solo otto anni.
Un episodio terribile. Ricordava ogni particolare e si interrogava ancora sul perché.
Allora però, il suo intuito non era bastato. Nessuna premonizione prima, nessun dubbio né ripensamento, mentre lavorava.
Aveva già eseguito due anni prima il ritratto della maggiore delle due ragazze e quello del fratello Charles, quando aveva accettato di dipingere insieme, Marie e Yacinthe de Massenet. Yacinthe, la più piccola, fresca, vivace con la sua spontaneità infantile, quel faccino interessante e gli speciali, luminosi occhi dorati che le ravvivano il volto, l’avevano incantata. Come faceva sempre, aveva scattato alcune foto, buttato giù qualche schizzo a carboncino, poi aveva cominciato a lavorare senza ripensamenti.
L’iniziale senso di facilità, di piacere, si era trasformato in soddisfazione. Si rendeva conto che stava realizzando un ritratto straordinario. Lo vedeva migliorare, crescere. Forse era stata quella la sua colpa. Sopraffatta dal compiacimento, era andata avanti senza soffermarsi a pensare, fino al giorno della tragedia…

(Riproduzione riservata)

© Melino Nerella

Patrizia Debicke Van der Noot è nata a Firenze e vive tra Milano ed il Lussemburgo. Ha pubblicato romanzi, gialli, thriller e storici d’avventura. Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo storico: L’oro dei Medici edito da Corbaccio. Nel 2008 e nel 2010 sempre per i tipi della Corbaccio escono La gemma del cardinale e L’uomo dagli occhi glauchi. Nel settembre 2013 ha dato alle stampe il suo quarto romanzo storico La sentinella del papa, Todaro Editore. Il ritratto scomparso è il suo primo romanzo per Melino Nerella Edizioni.

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