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MATILDE SERAO e “il ventre di Napoli”

febbraio 27, 2014

Matilde Serao e “il ventre di Napoli”

di Simona Lo Iacono

Era la figlia del sole.
Sua madre l’aveva data alla luce in un giorno di Maggio davanti al mare Greco, a Patrasso. Il caldo era già asfissiante. Il padre, un avvocato napoletano riparato in Grecia dopo i moti antiborbonici del 1848, le aveva augurato il benvenuto con il rito dei vivi, sollevandola al cielo e consacrandola alla fortuna.
Nei primi anni aveva vissuto spensierata tra le statue dei discoboli, le colonne mozzate, gli Dèi sopravvissuti che le soffiavano in testa profezie benigne.
Andava scavalcando a balzi i sassi del cortile, gli scalini dei templi di Giove e Saturno, le erbe che affioravano come selci infette.
Si trascinava dietro un giocattolo con le ruote, e faceva un rumore simile a una grondaia che perda gocce: flop flop, recitava, flop flop, annunciavano persino gli insetti quando passava Matilde Serao, la figlia del sole.
Poi era tornata a Napoli. Il padre lavorava come giornalista presso la redazione del “Pungolo”e la figlia del sole ebbe l’opportunità di respirare l’odore dell’inchiostro che girava nella ruota della tipografia.
Napoli le viveva intorno misera e radiosa, mostrando la faccia dell’oro e quella della fame, i palchi reali del san Carlo e i rivoli di fogna del rione Sanità. Andò anche a Roma, tra i salotti altezzosi della buona borghesia, dove donne civettuole ne deplorarono i modi franchi e rustici, e dove conobbe il marito, Edoardo Scarfoglio.
E, sempre, scrisse.
Di ciò che le stava intorno e la interrogava, di cronaca spicciola, sport, nascite, matrimoni e lutti. Matilde Serao aveva una penna pungente e lucidissima, una vocazione al giornalismo come sguardo, come testimonianza polemica o commossa dello stare al mondo.
Anche quando rientrò a Napoli col marito e fondò il “Mattino”, non tradì questo suo voler guardare la vita partecipandovi attraverso la parola. Divenne allora “Donna Matilde” che andava per le strade a coglierne tutti gli anfratti, a svelarne le apparenze, i facili luoghi comuni.
Fu anche romanziera. Ne “Il ventre di Napoli” denunciò la povertà dei vicoli affogati da friggitorie e banchi del lotto, l’affollamento nei bassi, lo sfruttamento del lavoro minorile. Si oppose a tanta letteratura che vedeva nella città solo felicità e mandolini, oscurando il dolore e dimenticando che l’arrangiarsi del napoletano è soprattutto sopravvivenza.
Fu pietosa, carnale, indulgente. Perdonò al marito un adulterio che fece scalpore, ne adottò la figlia illegittima dandole il nome della madre, affondò la penna nel cuore di un popolo fantasioso per necessità, devotissimo per paura di perdere garanti in Paradiso. A Napoli i vivi hanno bisogno dei morti, diceva, dei loro consigli e della loro intercessione. Sapeva che questo scombinato andare dalla luce al buio non era folklore, ma un modo per infondersi speranza, per superare le agonie della povertà.
Se ne andò via così, china sull’ultimo romanzo e con la penna in mano.
Quel giorno i gabbiani floflottavano con le ali spigolose, i pulcinella raccoglievano le elemosine e gli urlatori vendevano giornali ai passanti garrendo al vento: è morta Donna Matilde, la figlia del sole.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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