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TO JEST, di Fabio Izzo (un estratto del libro)

marzo 4, 2014

Pubblichiamo un estratto del romanzo TO JEST, di Fabio Izzo, edito da Il Foglio letterario

Ci si innamora sempre di odori, sapori e sensazioni. Gabbie sensoriali costruite per intrappolare attimi. Collezioniamo ricordi, chi più chi meno, o almeno ci proviamo. Non possiamo impedire alla vita di andare avanti, possiamo però sbrindellarne il tessuto e tenerci nelle tasche i secondi più preziosi.
L’estate polacca diffonde sempre un qualcosa di tragico durante le sue ultime uscite di scena della stagione, come quell’attore in un dramma di Beckett o di Kantor che avevo visto all’una di notte in una replica sulla televisione nazionale. Chissà che altri parti avrà recitato, quali altri grandi ruoli avrà ottenuto. La malinconia è il soggetto preferito di troppe mie inquadrature, non so, sarà per via della polverosa danza del vento che sbatte e percuote il tappeto del crepuscolo, illuminato dai raggi solari, che profuma di sale, di mare, di lacrime, di nero, di bianco e della decadenza ampliata del colore. L’estate, qui, risulta un unico lungo addio destinato a ripetersi nelle vite, congelate dal mesto vivere di sempre, laico e profano, ininterrotto nel suo libero scorrere.

Le ultime gocce distillate della stagione vengono raccolte nel fazzoletto che asciuga la fronte di quell’uomo incurante di tutto quel che gli succede attorno; si preoccupa solo di passarmi alle spalle, frettoloso com’è, nell’attesa di un altro inverno. Le luci accese irrompono sulla scena e il mondo sembra giocondo dentro le riproduzioni artefatte di se stesso. Sono arrivato qui qualche mese nel tentativo folle di voler raccontare una storia, o per tentare di farlo, in un mondo che vuole sentire solo l’immediato egoismo del presente, dimenticando di coniugare tutto all’altruismo di un futuro incerto. Raccontare storie per salvare il mondo che merita di essere raccontato. Sono in un paese dove l’estate è quasi un preavviso di tragedia, qui, in una nazione cancellata dalla mappa dell’Europa e riammessa dai padroni stranieri solo dopo l’ennesima guerra persa. Una nazione decapitata due volte e due volte nello stesso luogo, a Katyn; durante la Seconda Guerra Mondiale prima e nella Nuova Guerra dell’Indifferenza, ora. La sua classe politica e dirigenziale è puff, scomparsa, svanita nel sangue a seguito di un incidente aereo, mandando il paese in lutto. Ora, non per tornare a essere il solito cinico bastardo che ero e che sono, ma da noi le cose sarebbero andate in maniera diversa.  Ma cosa ne pensa la vera opinione pubblica? Cosa ne pensa la gente ferma nei bar, alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie fumanti e negli assonati autogrill? La prima volta che l’opinione pubblica si espresse alla televisione fu nel 1963 quando una troupe televisiva americana intervistò una bambina sull’omicidio dell’allora presidente, cioè John Fitzgerald Kennedy. Mah, chissà quale pensiero profondo si aspettavano. Nessuno a dire il vero. Nessuno può essere così ingenuo. Puntavano sull’emotività. Semplice e diretta. Sull’emotività spontanea dell’immagine. Nulla di più primitivo in effetti. In fondo l’uomo si è evoluto con la scrittura. Prima disegnava scene di caccia e di sesso, poi è passato a scrivere tormentandosi l’anima pubblica e privata, ma non che poi l’opinione pubblica abbia mostrato chissà che cosa. Dal 1963 e da Dallas in poi ne sono successe di cose e migliaia di persone sono state chiamate di fronte a una telecamera per esprimere la loro pubblica opinione sull’aumento del costo delle uova o sulla guerra in qualche paese. In fondo però siamo animali destinati a non capirci, ostinati come siamo nella complicazione del linguaggio. Ad ogni modo sono arrivato qui, attratto dalla possibilità di impedire a una storia locale di restare nell’ombra. Anche se all’inizio, come tutti i narratori troppo egocentrici, pensavo di raccontare solo la mia storia. Ora invece so che questa è la storia di tutti. La storia di tutti quelli che vogliono farsi raccontare un’altra storia ma è anche la storia di ogni minatore polacco, di ogni contadino messicano, di ogni operaio americano e di tutte le lotte degli ultimi su questo strafottente pianetucolo da abitanti del terzo universo, perché tutti portano con sé la loro storia e tutti hanno il diritto di raccontarla per farsi ascoltare.

Questa è una frase che ho sempre sognato di dire, magari con un bel ruggito di chitarra in sottofondo, in maniera simile a quella che Joe Strummer recita in apertura di “Know your rights”, ma non ho mai trovato il pubblico adatto. Forse perché hanno seguito gli stessi miei percorsi musicali che questi disperati operai mi hanno chiamato qui, a Danzica, per un servizio fotografico sull’attuale realtà degli storici cantieri Lenin. Proprio qui dove è nata Solidarność, dove il comunismo ha subito i primi colpi al suo sistema nervoso, qui sembra che le cose vadano peggio di prima. Non ho capito il nocciolo della questione, ma col tempo capirò. A grandi linee gli attuali proprietari di una holding inverosimilmente straniera, vista la crisi del settore, vogliono smantellare la baracca.
Morire per Danzica titolavano i giornali francesi nel 1939.
Ora un gruppo di operai dei cantieri mi ha contattato tramite mail attraverso il mio nuovissimo sito che potete trovare grazie a Google. Hanno pensato che il fotografo più famoso del mondo (già, è proprio così, potrei spendere ore e ore a vantarmene ma non sono bravo a fare il pavone) fosse in grado di aiutarli. Ho accettato. Ho accettato per curiosità, visto come sono andate le cose nella mia vita. Ho accettato per solidarietà, visto che non so come potranno andare in futuro le cose in questo mondo impazzito. E ho accettato per comprensione, perché ora so. Sono un fotoreporter, nemmeno tanto bravo, ma ho potuto vedere il mondo, o parte di esso, attraverso i miei occhi per mostrarlo al pubblico tramite il mio obiettivo, la mia prospettiva, la mia visuale, il mio tempo. Cerco di mostrare la volontà della luce, di mostrare quanto ancora c’è di buono nel mondo. Ma non tutti sono disposti a guardare. L’occhio moderno è vittima immancabile delle deviazioni visive, impalcature immense gettate per distogliere l’attenzione, come le infrastrutture di “Nowa Huta” che fanno a cazzotti con la storia di Cracovia, o come il grattacielo del Palazzo della Cultura a Varsavia, infilzato dolorosamente dai russi come uno spillo nel suolo polacco.  Ma queste sono solo alcune delle cose che ho fotografato qua e là in giro per questo pazzo mondo. Un’ora e quaranta di volo. Come la linea ferroviaria Acqui-Genova. Tanta è la distanza tra Milano e Danzica. Le distanze si accorciano, ma siamo preparati a questo? La realtà si restringe, la nostra esistenza può sopportarlo?
Questo è quello che penso mentre sto volando.  Mi rattristo al pensiero che mio nonno non ha mai avuto la possibilità di farlo.  Sotto di me scorrono nuvole che sembrano draghi, branchi di dragoni che si inseguono, uno dietro l’altro. Peccato che ora nessuno crede più ai draghi. È la realtà che si restringe, ancora. Seduto sull’aereo ho sempre un po’ di paura. Leggo un manuale di lingua polacca.
To jest Kolumna Zygmunta. Queste sono le prime parole che leggo. Non so chi sia questo Zygmunta. Forse un terzino della nazionale. To jest?

Sono arrivato al mio albergo in centro città. Una volta sistemate le mie poche cose nella stanza, ho approfittato della forza centrifuga della mia curiosità per andare a vedere cosa c’è al di fuori dell’opulenza del centro storico. Le sere seguenti, ogni sera, sono uscito in cerca della periferia.
Al rientro trovavo un unico libro presente nella stanza: il nuovo testamento in edizione trilingue: tedesco, inglese e polacco. Un unico libro. Così la settimana scorsa mi sono fatto mandare dall’Italia le poesie della Szymborska. Tra queste c’è la (per me) famosa “Due scimmie di Bruegel”. Era dai tempi delle scuole dell’obbligo che non toccavo una poesia e devo dire che è strano, strano davvero. Uno pensa che la poesia sia superflua, qualcosa di cui si può benissimo fare a meno nella vita e invece dentro trovi tutta la vita. Un poeta autentico – non uno di quei cantautori etichettati come poeti per aver composto due versi – in una frase racchiude un’enciclopedia, raccoglie un mondo, condensa un’esistenza. La poesia non è superflua, è essenziale. Sto giusto ripensando a quei versi, a quelle scimmie incatenate davanti al mare, mentre sto rientrando dall’ennesimo giro dei quartieri popolari di Danzica. L’aria si è un po’ rinfrescata. E come sempre non ho niente in programma. Il presente è una terra straniera, ma questa è solamente la mia versione delle cose. L’albergo offre una splendida visuale della città e dei suoi luoghi storici. Appena esco dall’ascensore la finestra panoramica mi mostra i cantieri “Lenin”. Qui è nata la storia recente dell’Europa unita. Dopo gli scioperi e le lotte di questa gente, che in fondo voleva solo giustizia sociale. Ho attraversato il corridoio e sono arrivato in camera mia. Ho un senso d’orientamento senza senso e non so come ma da qui, appena svoltato a destra, dalla finestra non riesco più a vedere i cantieri, peccato. Sono come una bussola senza nord, come ama ripetermi Laura. Poso il mio vecchio zaino da montagna, compagno di mille viaggi. Nonostante tutti questi anni e la fama che mi è precipitata addosso, quando viaggio sembro ancora l’omino della guida Routard, quello con il piumino blu e il classico zainone arancione sulle spalle. Prima, fino all’anno scorso, quando mi vedevano arrivare in questo modo mi consideravano un poveraccio. Ora risulto eccentrico. Ma a me piace continuare a considerarmi un poveraccio. Sono qui a schiarirmi un po’ le idee, per scoprire qualcosa di nuovo, cercando di aiutare il prossimo. In fondo è qui o a qualche centinaia di chilometri da qui, dove è nata la Szymborska, che è cominciato il mio taglia e cuci con il destino imbottito dalla materia che avanza da tutti i SE del mondo:
– Se Bruegel non avesse mai dipinto quel quadro.

– Se la Szymborska non avesse mai scritto quella poesia.

– Se io non avessi mai scattato quella fotografia.

Una trilogia di possibilità condita da un’altra centinaia di se. Senza questa trilogia non sarei qui.
Forse era destino che dovessi venire in Polonia. L’ago della mia bussola è perennemente in ribasso. Così do un’occhiata a quel che offre il frigo bar: selezione di vini dozzinali, birra e “bibitume” vario. Non sono mai stato un esperto di vini. Fino a poco tempo fa non avevo mai bevuto nulla di alcolico. Per scelta mia, giusto per intenderci. Non per fattori ambientali. Ora invece ho deciso di bere. Qualcosa. Piccoli cambiamenti. Mosse strategiche nella mia vita. Certo, non sto giocando a scacchi con la morte. Mi vengono in mente, uno per uno, tutti i primi piani in bianco e nero di Bergman. “Il Settimo Sigillo”, che film. Cazzo, il film! Woody Allen!
Mi stavo dimenticando della telefonata di Boudianski e del film di Woody Allen. Preso com’ero dal rimuginare stavo ancora una volta per dimenticare l’occasione. Riascolto dal mio cellulare il messaggio in segretaria, traduco e annoto mentalmente i numeri da richiamare.
Mah, speriamo di aver capito bene. Non so nemmeno di chi sia ‘sto numero, penso mentre decido di usare il telefono dell’albergo perché la mia scheda prepagata potrebbe esaurire troppo presto il credito, visto l’improbabile costo di un altrettanto improbabile mia conversazione dalla Polonia agli Usa tramite un satellite italiano. Certe cose capitano solo a me. Quanti dubbi mi offre questo mondo, così schiaccio il 5 e compongo il prefisso internazionale, digito il numero, chiedendomi tra me e me se sia il numero di un cellulare o un telefono fisso, io odio parlare al telefono, penso che sia una delle cose più stupide che l’umanità abbia mai realizzato. Cosa c’è da dirsi? Tutti i possessori di cellulare hanno cose importanti o urgenti da diffondere ai quattro venti? Ne dubito, e io che cosa ho da dire a questo qui adesso? Quasi sicuramente finirà con il rispondermi Boudianski ed ecco che dovrò organizzare per telefono un altro incontro e dovrò stare attaccato a ‘sto coso di plastica mentre la vita è qui fuori che corre. Essere qui, stare qui, in questo punto minuscolo dell’universo infinito, in questo imprecisato momento della continua perfezione del tempo mi ha dato nuova vita. Prima non avrei mai pensato di fare il direttore della fotografia, ma poi mi ha chiamato Woody Allen e… Il telefono dall’altra parte dell’oceano squilla, frattanto potrei andare in giro a cercare una copia di “Hollywod Ending” per farmi un’idea di quello a cui andrò incontro. Sempre che io vada a genio a quel genio di Hollywood.  Continua a squillare. Sta squillando da un bel po’ e io me ne accorgo solo ora. Alla fine risponde qualcuno, non so chi sia. Lanciamoci nel mio maccheronico inglese imparato sui campi di guerra di mezzo mondo:
– Salve, chiamo questo numero che mi è stato lasciato da un certo signor Boundiansky in segreteria, sono Piero Prino, il fotografo italiano.
– Pieuro? Peiuro Prinou?
– No, non Pieuro, Peiuro Prinou, ho detto Piero Prino!
– L’autore dell’unica, incredibile, fantasmagorica foto di Bruegel?
– Sì – taglio sempre corto quando si parla del mio successo, l’unico successo – Sono io, ma lei è il signor Boudianski?
– No, sono Woody!
– Woody, Wudy come quello dei wurstel?!
Questa non sono troppo sicuro di averla detta o pensata. Lasciatemi nell’indecisione.
– Woody Allen?
– Sì.
– Cazzo, Woody Allen!!!!
Questa l’ho detta.
Minchia, sono al telefono con Woody Allen!
E chi l’avrebbe detto mai.
Che posso dirgli senza rischiare di fare la figura dell’imbecille quale sono?
Toc Toc!
C’è qualcuno che bussa alla porta della mia camera, qui a Danzica, mentre sono al telefono con Woody Allen.
– Signor Allen, può aspettare un secondo? Qualcuno ha bussato alla porta della mia stanza d’albergo.
– Certo Pierou, tanto sei tu che stai pagando la chiamata.
Oh, Sempre più simpatico Woody Allen. Lascio la cornetta sulla scrivania e mi avvicino alla porta.
– Chi è?
– Monika.
E chi cazzo è Monika? E che vuole da me?
Apro la porta e mi trovo davanti una bellissima ragazza bionda che non dovrebbe avere nessun motivo per essere qui, un po’ come me, ma è qui davanti ai miei occhi. Occhi stanchi e strabuzzati.
– Prego, entra pure.
– Scusa ma il mio inglese non è molto buono.
– Oh beh, hai altro di buono.
(l’ho detta o pensata?)
– Prego, prego. Sentiti come a casa tua.
E le prendo il cappotto appendendolo al gancio vicino alla scrivania.
– Ti piace Danzica?
– Beh sì, – le dico – a te no?
– Per me è un po’ troppo marrone.
Non sono sicuro di aver capito bene: per lei Danzica è troppo marrone?!
Non voglia di fare la solita figura del turista cretino e poco documentato, cosa che ho già fatto troppe volte nei miei viaggi di piacere.
Mi siedo ai bordi del letto mentre le indico la poltrona dall’altra parte della stanza.
Lei si siede in modo inaudito.
Cioè, si siede e basta in teoria.
Nulla di stratosferico, letterario, filosofico, cinematografico o che.
Compie un gesto semplice come il sedersi, che avrò fatto chissà quante volte in vita mia, ma mai in quel modo e soprattutto mai con questo risultato. A riportarmi a terra ci pensa una lontana voce gracchiante dall’altra parte del mondo che stridula contro l’atmosfera del momento.
– Pieoru? Pieoru?
La voce la sente anche lei, quindi non sono ancora impazzito del tutto.
Monika mi chiede in un qualche inglese:
– Eri al telefono?
A questo punto tutto è rovinato, torno a cadere sul grigiore della plastica maledetta della cornetta del telefono:
– Sì .
Certo, il telefono.
Ho dimenticato Woody Allen! Prendo la cornetta e rispondo.

– Woody scusa, ti dispiace se ti chiamo dopo?
– Certo Pierou, no problem, ma c’è qualche problema?
– Qui? No, non direi, c’è un angelo che ha bussato alla mia porta.
Solo io so fare di peggio dei parolieri italiani anni Settanta, sarà che qui quel genere di musica tira ancora e capita di ascoltare in radio Drupi, i Ricchi e Poveri e altro ancora.
– Italians, – e ride – puoi chiamarmi quando vuoi su questo numero, non vedo l’ora di lavorare con te!
– Sì, sì, ciao.

(Riproduzione riservata)

Il Foglio letterario

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Fabio Izzo (non) vive tra l’Italia e la Polonia. Nato ad Acqui Terme nell’anno del Punk scrive libri, ascolta musica, gira a vuoto ed è sempre più convinto che “i sogni non sono altro che fotografie rubate all’animo, non sviluppatesi alla luce della ragione del mattino”.

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