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PALERMO DI CARTA, di Salvatore Ferlita (le prime pagine del libro)

marzo 13, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del volume “PALERMO DI CARTA. Guida letteraria della città“, di Salvatore Ferlita (Il Palindromo edizioni)

Il libro
Palermo di carta è misterica, fantasmatica, sotterranea, uno scrigno ro­manzesco dalle incredibili potenzialità, che spesso però rispecchia scorci e strade con impressionante accuratezza, quasi con precisione protocollare.
Un affascinante invito al viaggio, rivolto a lettori curiosi, escursionisti della pagina scritta, pronti ad avventurarsi in un continente canagliesco e ambiguo, che alterna le rovine di una città apocalittica e la sua im­provvisa e sorprendente rifondazione.
Al centro di questa guida inconsueta è una città sospesa tra realtà e in­venzione, tra insidie e bellezze nascoste: la Palermo compromessa con l’immaginario di oltre trenta scrittori e scrittrici, da Luigi Natoli e Enrico Onufrio, passando per Antonio Pizzuto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa,Angelo Fiore, Michele Perriera sino ai contemporanei come, ad esempio, Fulvio Abbate, Roberto Alajmo, Marcello Benfante, Giosuè Calaciura, Domenico Conoscenti, Gian Mauro Costa, Emma Dante, Piergiorgio Di Cara, Davide Enia, Valentina Gebbia, Santo Piazzese, Giuseppe Rizzo, Evelina Santangelo, Giuseppe Schillaci e Giorgio Vasta.
Il volume contiene in allegato la mappa letteraria della città con indicati i luoghi chiave dei romanzi discussi.

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Avvertenza e modalità d’uso

di Salvatore Ferlita

Stai per intraprendere, caro lettore, un viaggio che potrebbe non contemplare il ritorno.
Preparati a varcare una soglia invisibile: perché una volta let­te queste pagine, il tuo rapporto con la città muterà sensibilmente. Meglio: la Palermo che finora hai conosciuto, che pensi di domi­nare nell’intrico dei suoi vicoli, nelle pieghe dei suoi quartieri, nella mappa fisiognomica dei volti di chi quotidianamente l’attraversa, che hai percorso mille volte puntellandone con lo sguardo monumenti e blasoni, d’un tratto rovinosamente si accartoccerà, risucchiata dalla botola malevola della letteratura.
Ancora di più: dall’inchiostro dei romanzi o racconti di seguito evocati (che sono quelli, va detto a scanso di equivoci, che l’autore domina meglio: se inadempienze verranno colte, dunque, sono da addebitare alla conoscenza lacunosa di chi scrive, non da ricondurre a certa mala fede. Alcune esclusioni sono consapevoli: non è stato inserito in queste pagine, ad esempio, il palermitano Girolamo Ra­gusa Moleti, autore di Mentre russava e Il signore di Macqueda: intellet­tuale vivace ma narratore inconsistente, al quale s’è preferito di gran lunga Enrico Onufrio) si innalzerà, alla stregua di un’Araba Fenicie che dalle sue stesse ceneri risorge, una città sconosciuta ma altret­tanto vera, misteriosa seppur larvatamente presente. Quella tirata su dall’immaginario, ricostruita per intuizioni o funeste profezie, quella intercettata per speculum in aenigmate, verrebbe da dire.
In forza di una febbrile visione, che apparentemente altera i con­torni, sfoca e stravolge: con l’effetto paradossale, antifrastico, di re­stituire il vero sembiante, carsico, misterico, di una città che spesso si è rintanata negli anfratti inaccessibili di una fantasmatica profondità. Del resto, come ha scritto Herman Melville nel romanzo Moby Dick, a proposito dell’isola remota di Rokovoko: «Non è segnata in nessu­na carta: i luoghi veri non lo sono mai».
Ne consegue che la città annebbiata e confusa, caotica e ostile che stenta a riconoscersi e nella quale spesso non ci si riconosce, trova una sorta di certificazione di esistenza in vita nelle carte degli scrittori: che certamente, nella seconda metà del Novecento, si sono moltiplicati, quasi per partenogenesi, rispetto all’avvilente penuria registrata da Vitaliano Brancati nel 1938, in una sua lettera al Diret­tore: «Non credo che la letteratura abbia molti artisti palermitani. I pochi, che passano per tali, sono nati dall’equivoco, in cui cadono sovente i deboli filosofi, di credersi forti poeti».
A queste parole fece poi riferimento Leonardo Sciascia scrivendo un saggio denso e provocatorio dal titolo Palermo felicissima, nel quale, allu­dendo al libro straordinario di Alberto Savinio su Milano (Ascolto il tuo cuore, città), dà ragione all’autore di Don Giovanni in Sicilia: «Non uno scrit­tore che abbia saputo, in un secolo, ascoltare il cuore di questa città». C’era riuscito Savinio, il quale però s’era sentito in dovere di aggiungere questa chiosa: «Nell’estate del 1943 questo libro era per essere licenzia­to alle stampe, quando i bombardamenti di agosto mutarono la faccia di Milano. Per effetto di quel terribile mutamento, questo libro, questo ‘ritratto di città’ ha acquistato purtroppo un valore impreveduto. È il ri­tratto di Milano di prima. È Milano quale nessuno rivedrà mai più. Tale la sorte fatidica dei ritratti e quella perché molti temono il ritratto».
Anche Palermo, in quel fatidico 1943, avrebbe cambiato tragi­camente faccia: a tal punto che le macerie, le rovine, ancora oggi visibili, sarebbero diventate, nelle carte letterarie, un gigantesco correlativo oggettivo: in qualche modo «pronte a trasformasi nella formula di un’emozione particolare», per dirla con Eliot. Quasi un sentimento della città.
In verità, riguardo alla penuria letteraria di cui sopra, allarmante e vistosa lacuna d’inchiostro, va detto che dalla seconda metà del secolo scorso, avendo fatto breccia Giuseppe Tomasi di Lampe­dusa, gli autori palermitani (compresi pochi outsider), se proprio non sono stati in grado di ascoltare il cuore della città, quanto meno hanno provato a tastarle il polso. I risultati migliori, va det­to subito, mostrano una sorta di copula sotterranea, di misteriosa osmosi tra linguaggi e poetiche, agglutinandosi letteratura, teatro, cinema in un impasto che gronda succhi gastrici, un bolo all’acido corrosivo. In questa pianura proibita dell’immaginario, si staglia­no con prepotenza le figure di Franco Scaldati, Michele Perriera, Ciprì e Maresco.
Ci si trova cioè in una latitudine letteraria che metabolizza il grot­tesco e il caricaturale, ricorrendo a una cifra espressiva che ha co­nosciuto una certa fortuna e che forse è stata l’unica declinazione possibile di una palermitanità disperata e sconcertante.
Di conseguenza, quella frammentarietà che Palermo oppone, la sua dimensione imprendibile, pulviscolare, pronta a beffare anche il setaccio più rigoroso e analitico, sovente è stata convertita in un sembiante meno indecifrabile. Come se di volta in volta, un processo di ricomposizione fosse agevolato dalla scrittura immaginativa.
Da qui il tentativo (chissà se riuscito o meno) di chi scrive, nel­la veste improbabile di negromante ma forse anche di psicopompo (una sorta di Caronte in sedicesimi, s’intende), di richiamare in vita questa città sommersa, di svelarne le viscere, di traghettare il lettore verso queste fantasmatiche plaghe.
Consapevole del fatto, l’autore, che la letteratura altro non fa che accelerare il processo risolutivo dell’agnizione: dal momen­to che spesso mette chi legge nelle condizioni di sollevare il velo dell’apparenza, di penetrare qualsiasi cortina fumogena, facendogli a volte percorrere il sentiero più avventuroso e impensabile appa­rentemente, magari mettendolo fuoristrada; sbarrandogli le vie di accesso più battute.
Squadernandogli insomma una segnaletica contraddittoria, per lo più ambigua, per poi però farlo virare all’improvviso. E metterlo in­nanzi alla verità.
Come, per certi versi, accade ad Alice ad apertura del romanzo di Lewis Carrol, quando, tutta presa dalla noia, balza in piedi e bruciata dalla febbre della curiosità (che lettori si è se non si vive in questo perenne stato febbrile), insegue il coniglio bianco dagli occhi rosa, con tanto di panciotto e di orologio dentro al taschino, attraverso il campo dove ella fa appena in tempo a vederlo scomparire dentro una grossa tana sotto la siepe. «Un attimo dopo, anche Alice ci si infilava dentro, senza riflettere per un attimo come avrebbe fatto a uscirne fuori».
Preparati, dunque, lettore, a «capitombolare giù per un pozzo che sembra molto profondo». Addirittura senza fine: ma che potrebbe farti atterrare laddove non hai ancora, almeno consapevolmente, messo piede.
Un’ultima avvertenza: potrebbe anche accadere che, una volta ac­quisita la cittadinanza nella Palermo di carta, non si vorrà più far ritorno nella città quotidiana, referenziale, non di rado respingente. O non si potrà: rassegnati, lettore, a rimanere ostaggio dell’immaginario.

(Riproduzione riservata)

© Il Palindromo

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Salvatore Ferlita, nato a Palermo nel 1974, è assistant professor di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Enna Kore, dove insegna Lette­ratura italiana e Composizione in lingua italiana. Collabora a “la Repubblica” (edizione siciliana) e al mensile “Segno”.
Ha scritto, tra l’altro, I soliti ignoti (Dario Flaccovio, 2005), Speri­mentalismo e avanguardia (Sellerio, 2008), Novecento futuro anteriore. Saggi di letteratura (Di Girolamo, 2009), Contro l’espressionismo. Dimenticare Gadda e la sua eterna funzione (Liguori, 2011), Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento (Palumbo, 2011) e Non per viltade. Papi sull’orlo di una crisi (Mime­sis, 2013).

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