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Archive for aprile 2014

Festival Britten: “Peter Grimes”, “Curlew River”

britten 1Festival Britten all’Opéra de Lyon

10-29 aprile 2014

Seconda parte: “Peter Grimes”, “Curlew River”

di Claudio Morandini

In “Peter Grimes”, la prima grande opera di Benjamin Britten, potentemente messa in scena all’Opéra de Lyon da Yoshi Oida con le scene di Tom Schenk e la direzione di Kazushi Ono (e l’interpretazione intensa di Alan Oke nella parte del protagonista), colpiscono la miriade di riferimenti, la densità di connessioni con la tradizione operistica da una parte, con il linguaggio musicale più moderno dall’altra. Britten dimostra, in quest’opera dalla lunga gestazione (soprattutto per via delle vicissitudini legate al libretto, più che per la stesura della musica), di essere un compositore dalla larghissima tavolozza, ma non un eclettico: nel senso che nella sua musica convivono molto naturalmente, senza stridori, senza attriti, elementi molto antichi e molto moderni, procedimenti innovativi e moduli tradizionali, Berg e Stravinskij, Puccini e Purcell, e chissà chi altri.

“Peter Grimes” è l’opera della ricostruzione, della presa di coscienza, dell’orgoglio anche, sia pure virati in tragedia: concepita negli anni della seconda guerra mondiale a partire da alcune pagine di “The Borough”, un poemetto del 1810 di George Crabbe, lungamente elaborata nel libretto affidato a Montague Slater, la cui stesura non dev’essere stata pacifica, finalmente messa in musica con relativa velocità tra il ‘44 e l’inizio del ’45, l’opera racconta assai modernamente un intreccio di conflitti: tra ciò che si è e ciò che gli altri (cioè la comunità del villaggio di mare del Suffolk in cui si ambientano le scene) vorrebbero che si fosse, innanzitutto; tra impulsi contrastanti e dilanianti interni a ogni natura umana, poi; tra singolo e folla; tra uomo e natura, per forza (e la natura qui è il mare, che impone una dura vita di sacrifici e di violenza); tra odio e amore, tra desiderio di costruire e vertigine del distruggere; tra scelte personali e destino; tra legge e verità.
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DESDEMONA e le altre – Siracusa, 3 maggio

http://marialuciariccioli.files.wordpress.com/2014/04/noi-siamo-desdemona-siracusa.jpgLa FILDIS Siracusa combatte il ‘femminicidio’ e la violenza di genere

CONVEGNO “Desdemona… e le altre”
Sabato 3 Maggio 2014, ore 17.00 – Sala Borsellino, Palazzo del Senato

Programma
Apre i lavori
Maria Vittoria Fagotto Berlinghieri,
Presidente della FILDIS di Siracusa
Saluti
Francesco Italia, Vice-Sindaco di Siracusa
Adriana Prazio, Presidente del Centro Antiviolenza “La Nereide” di Siracusa, socia FILDIS Siracusa

Moderano
Simona Lo Iacono, Magistrato e scrittrice,
socia FILDIS Siracusa
Elena Flavia Castagnino Berlinghieri, Archeologa, socia FILDIS Siracusa

Intervengono
Ezechia Paolo Reale, Direttore Istituto Superiore Internazionale di Scienze Criminali, Antonio Nicastro, Sostituto Procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, Silvana Gambuzza, Assessore alle Pari Opportunità, Comune di Siracusa, Oriana Ortisi, Avvocato Matrimonialista

Alfio Grasso, Editore del libro “Io sono Desdemona”(Algra, 2014) con le scrittrici Angela Bonanno, Mavie Parisi, Anna Pavone, Maria Rita Pennisi, Tea Ranno, Maria Lucia Riccioli, Elvira Seminara

Il regista Agostino De Angelis, gli attori Marco Scuotto e Giulia Acquasana dell’“Associazione “Extramoenia” di Siracusa
Il Maestro Angelo Grasso, Direttore dell’Academia Projecto-Tango di Catania
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The turn of the Screw

Festival Britten all’Opéra de Lyon

10-29 aprile 2014

Prima parte: “The turn of the Screw”

di Claudio Morandini

Ho avuto modo di assistere alle tre serate dedicate nel mese di aprile dall’Opéra de Lyon alla produzione operistica di Benjamin Britten, del quale cadeva nel 2013 il centenario della nascita. La bellezza delle realizzazioni ha esaltato, in tutti e tre i casi e in modi diversi, il fascino straordinario della musica, e ha ribadito (non che ce ne fosse bisogno) il ruolo di primo piano che il compositore inglese ha avuto nella musica del Novecento. Voglio condividere alcune impressioni sugli spettacoli, e magari, tornando a recuperare il senso originale del forum di Letteratitudine dedicato ai rapporti tra musica e scrittura, soffermarmi proprio sulla genesi delle opere, sull’impiego del libretto, sul rapporto tra il libretto e l’opera letteraria da cui proviene.

Ne “Il giro di vite” (“The Turn of the Screw”, opera in due atti con un prologo rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1954) il punto di partenza è, ovviamente, il celebre racconto lungo di Henry James. Nel testo di James la cornice è data da un gruppo di amici che, secondo un’efficace convenzione propria della ghost story, si raccontano paurose vicende di fantasmi; uno di loro estrae a un certo punto il manoscritto dell’istitutrice, che nei capitoli successivi diventerà l’io narrante, una voce dapprima speranzosa e via via più sgomenta. Nella riduzione del libretto affidato alla poetessa Myfanwy Piper, questa cornice diventa l’antefatto declamato dalla voce di un Prologo, come in tanto teatro del bel tempo andato: soluzione che impone un diverso artificio alla costruzione dell’opera, e che virgoletta le vicende messe in scena subito dopo. Aggiungiamo che il tenore che interpreta il Prologo è il medesimo che interpreterà il ruolo di Quint (lo spettro di Quint, cioè, a Lione un efficace, insinuante Andrew Tortise): questo crea un effetto inquietante di avvolgimento, di chiusura (le vicende nel palazzo di campagna chiuse nelle spire del medesimo timbro di voce, le vite dei personaggi viventi prigioniere del racconto del personaggio morto). Nella figura spettrale di Peter Quint sta di sicuro la maggiore novità del libretto rispetto al racconto di James (se escludiamo l’inevitabile registro declamatorio, l’enfasi esclamativa e interrogativa propria della scrittura dei versi per musica): perché Quint appare in scena, sì, ma non come presenza muta, dietro ai vetri di una finestra, ma come ruolo di primo piano, con una parte vocale di intricata e sinuosa cantabilità. La sua figura non è più solo minacciosa: è seduttiva, esprime una voracità trattenuta che si esprime in richiami, minacce addolcite che paiono inviti: il testo dà corpo ai sogni, la voce avviluppa la vittima, il piccolo Miles:
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IL GIRO D’ITALIA IN 80 LIBRERIE

la prima staffetta ciclistica, culturale, ambientale
attraverso il Paese più bello del mondo
prima edizione 
da Aosta a Roma 
2 maggio – 21 giugno 2014

Il 2 maggio casco in testa e piede sui pedali per dare il via a un giro unico al mondo!

Tantissimi scrittori e artisti si daranno il cambio in sella a quattro biciclette ufficiali.
2000 km su due ruote per disegnare il filo che lega librerie e biblioteche, veri luoghi di
sogno e di piacere.
Con loro librai, bibliotecari, traduttori, insegnanti, lettori e chiunque voglia condividere
un pezzetto di strada, per riscoprire insieme il piacere della lentezza che rivela differenze
e affinità.

Per approfondimenti, cliccare QUI Leggi tutto…

UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (un estratto del libro)

https://i2.wp.com/www.edizionidifelice.it/2014/copertine/L-siringo.jpgPubblichiamo uno stralcio del romanzo UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (edizioni DiFelice)

Il libro
Un giovane carabiniere torna in Sicilia per scagionare una ragazza, anticonformista e ribelle, dall’accusa d’avere ucciso il padre. Ma arriva tardi, la giovane è morta in carcere e i parenti accolgono la rivelazione d’innocenza con freddezza, col fastidio e con la paura di dover subire la riapertura del caso per individuare un altro responsabile.
La cornice è una natura ancora intatta, un mare di cristallo a confine fra due mondi e due continenti. I flutti dell’Isola delle Correnti si scontrano e si congiungono, come le vicende dei personaggi che si incontrano, si aggrovigliano e si confondono. Le sorprese si alternano ai paesaggi mozzafiato e confluiscono in un finale “a incastro” in cui ogni dettaglio rivelerà la sua logica, naturale, spiegazione.

* * *

Un estratto di UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (edizioni DiFelice)

Antefatto

Pugni chiusi

Pugni chiusi
non ho più speranze,
in me c’è la notte più nera
viene l’alba
e un raggio di sole
disegna il tuo viso per me…

 

Una gran berlina argentata costeggiò il muro sbrecciato del cimitero e si fermò all’ingresso ferrigno. Scesero tre donne, l’uomo alla guida parcheggiò sullo sterrato fra cipressi e pini contorti dal vento.
«Lino caro, ti prego» squittì la più matura, in gramaglie, appoggiata a due ragazze infagottate in mantelle color topo «vai avanti e comincia ad aprire, così cambia l’aria.»
L’uomo distinto, impeccabile in doppiopetto fumo di Londra, gettò uno sguardo distratto all’orizzonte che sfumava livido nella spuma delle onde. Le sorpassò portando una borsa, una tanica d’acqua e una sedia pieghevole.
«Io sono lenta, sono vecchia ormai, che volete fare? Per poco, ancora, mi dovete sopportare… spe-riamo» lamentò. In realtà era solo indispettita. gli anni, eccessivi per dirsi giovane, erano ancora scarsi per ritirarsi in buon ordine dal gioco della vita.
«Che vecchia e veecchia, mamà non parlare così, che porta maale!»
«Ah, che ne sai tu, Melina mia? Sto tanto male, nessuno mi capisce» piagnucolò scuotendo il capo.
«Certo che ti capisco, che figlia sarei altrimeenti?» Melina le asciugò la fronte e le ravvivò i capelli con una carezza «da mesi dico di chiamare un meedico» appallottolò il fazzoletto di batista nella borsetta e abbozzò un sorriso che si scontrò nei cupi occhi materni.
«Non serve» si stizzì «qua ci sono solo ciarlatani! niente mi può guarire, ormai. Tu sei brava, tu. No come quella, quella là… chissà di chi era figlia “quella là”!» alzò i pugni chiusi al cielo struggendosi in pianto.
Si fermarono un attimo, grondanti di sudore. l’umidità sospesa non si decideva a diventare pioggia e impastava d’umori mattutini i tailleur antracite troppo pesanti, estratti dalla cassapanca del mezzo lutto per sostituire i neri al compimento del primo anno di lutto stretto. Impregnavano di canfora un autunno corteggiato invano, ancora saturo di tenaci residui estivi.
Singhiozzi e passi riecheggiarono, dalla ghiaia del viale solitario al fianco della collina, infrangendo la quiete di interminabili metri, fino alla cappella gentilizia. accanto allo stemma del barone Fazio di Torrevecchia li accolse un angelo ingrigito, di sentinella ai loculi con la spada in pugno e due piccioni appollaiati su un’ala. Senza curarsene la baronessa entrò e si afflosciò sulla sedia che lino aveva predisposto davanti alla lapide già spolverata. chinò gli occhi e cominciò a biascicare il rosario. L’uomo continuò a lucidare i candelieri d’ottone e Melina tornò indietro, dalla fioraia all’ingresso, a prendere garofani bianchi e crisantemi gialli, i colori dello stemma di famiglia.
L’altra giovane, smunta e taciturna, andò a sciacquare i vasi. Versando l’acqua marcia nella grata del tombino fu assalita da un moto di nausea. Tornò più pallida che mai. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI ci racconta IL SONNAMBULO

ImmagineVALERIO AIOLLI ci racconta il suo romanzo IL SONNAMBULO (Gaffi editore). Stamattina abbiamo pubblicato le prime pagine del libro

di Valerio Aiolli

Prima di uscire e provare a farsi strada nel mondo, Il Sonnambulo ha abitato diverse case della mia vita, ha assunto diverse forme, preso diversi nomi, è entrato in contatto con diverse persone, tutte di grande importanza per lui (se ci si può riferire a un romanzo come a un lui) e per me.
Nacque nell’estate del 1992, in diretta rispetto ai fatti che narra, che sono appunto ambientati nei mesi di giugno e luglio di quell’anno. Il ciclone di Tangentopoli era solo all’inizio, ma quella frana crescente di tutto un sistema mi colpì al punto da generare in me l’esigenza di provare a raccontarla non dall’esterno, come ovviamente non potevano non fare i giornalisti, bensì dall’interno, mettendomi nei panni di chi fino a quel momento in quel sistema ci aveva vissuto come l’unico possibile, e adesso si ritrovava sbattuto fuori e messo alla gogna. Volevo cercare di comprendere come si intrecciavano acquiescenze personali e ipocrisie collettive, abbandono dei sogni di gioventù e crisi personali e di coppia. Senza giustificare nessuno, senza scendere in pietismi, ma senza cedere alla facile credenza che quelle persone lì fossero tutte dei mostri. Leonardo (il manager pubblico protagonista della storia), Corrado (suo amico d’infanzia e principale collaboratore), Paola, Monica, Carla (moglie, segretaria-amante, stagista), e molti degli altri personaggi di contorno nacquero allora, in sei-sette paginette a cui all’epoca avevo dato il nome di La distrazione e la forma di un soggetto per un film. Sì, perché in quel periodo ero convinto di essere molto più portato a scrivere film che romanzi. Più di vent’anni dopo posso dire con certezza che mi sbagliavo alla grande: ho pubblicato sette libri, non ho scritto nessun film. La distrazione comunque fu concepita in una casa luminosa anche se non molto grande rispetto al fatto che ci abitavamo in tre (poi in quattro), e ricevette la lettura attenta, critica ma benevola di mia moglie e, qualche mese più tardi, di Chiara Tozzi, scrittrice e mia insegnante in un corso di sceneggiatura. Provai anche a scriverla una sceneggiatura tratta da quel soggetto: non ne venne fuori niente di buono. Capivo che ero solo all’inizio di un cammino, che sarei dovuto scendere molto più in profondità rispetto a dove mi ero fermato per il momento. Leggi tutto…

IL SONNAMBULO, di Valerio Aiolli (un estratto del libro)

https://i2.wp.com/www.gaffi.it/images/upload/godot/GodotCeccato/cop_Aiolli.jpgPubblichiamo un estratto del romanzo IL SONNAMBULO, di Valerio Aiolli (Gaffi editore). Nel pomeriggio, l’autore ci racconterà il suo libro

Il libro
1992, l’anno cruciale di tangentopoli, Leonardo direttore generale dell’Alutec, aspira alla presidenza, ma troppi grovigli esistenziali lo stanno stritolando. La moglie Paola si dissolve in una sterile nebbia. La stessa cosa accade a Monica, la sua segretaria. Rimane Carla, una giovane stagista di cui Leonardo s’innamora, e che tiene in piedi un atroce rimpianto per quel tempo in cui non si era abbagliati dalla sfrenata ambizione.

* * *

Giugno

Giugno era scoppiato come un temporale atteso troppo a
lungo. Fiocchi lanuginosi ti si infilavano nel naso, nugoli di
zanzare all’ora del tramonto risalivano le strette vie in pendenza
di Francavilla, dalle rive del Sele quasi in secca su su
fino alla sommità della collina, per arrivare a succhiar sangue
a tutti gli avvocati, commercialisti, notai, proprietari
immobiliari, giornalisti del Gazzettino e dirigenti Alutec che
l’avevano a loro volta succhiato ai loro clienti, inquilini o
dipendenti per tutta la giornata, e che si riunivano per l’aperitivo
al Caffè dell’Orologio. Francavilla sembrava quasi
bella, accarezzata dalla luce sfuggente di quel crepuscolo
lento, bastava non volgere troppo d’intorno lo sguardo.
Digradava piano dal nucleo medievale giù verso la valle, ma
via via che si avvicinava al fiume perdeva uniformità fino a
raggiungere le scomposte propaggini periferiche qua e là
coagulate nelle macchie rossastre delle villette a schiera, veri
e propri villaggi fuori-le-mura perfettamente autosufficienti
con la piazzetta piastrellata in gres, il minimarket incastonato
al piano terra, il parcheggio a lisca di pesce, le auto lì in
attesa della notte per trovare un po’ di fresco. Erano tutte
vuote quelle auto, tranne una Bmw color canna di fucile.
«Adesso tocca a te» disse Monica. Si accese una sigaretta. Una
Marlboro lights. La diciannovesima Marlboro lights della giornata.
Poi si sporse per accendere quella che avrebbe potuto
essere la ventesima e che invece aveva offerto a Leonardo che le
sedeva accanto, al posto di guida. Leggi tutto…